Jean-Paul Sartre, dieci citazioni per ricordarlo

Molto si è scritto su Jean-Paul Sartre (Parigi, 21 Giugno 1905 – Parigi, 15 Aprile 1980), filosofo controverso, politicamente impegnato, che in tanti hanno cercato di inquadrare e collocare dove più faceva comodo. Ma perché Sartre è stato così importante questo filosofo francese, soprattutto negli anni in cui sono esplose le vere rivoluzioni culturali e sociali? Quali sono state le questioni che ha sollevato? Quale responsabilità collettiva bisognava avere a quei tempi? Che poi sono anche i nostri, quelli di oggi?

Sartre ha posto al centro della sua riflessione l’infelicità e la solitudine dell’uomo, che è profonda e non conosce tregua. Ed è la solitudine dell’uomo che si incontra e scontra con altri soggetti umani, provocando ora amore, ora odio. Una solitudine che poneva e pone delle domande. Parliamo di un uomo che, in una società moderna come quella borghese, che non ha eliminato i contrasti tra le classi, ha appoggiato la classe operaia elevandola a soggetto dell’umanità, difendendone i diritti, gli unici ad essere ritenuti giusti.  Un uomo che ha scelto la letteratura come risposta alla realtà, cercando di fuggire quanto più possibile dall’errore di porre un muro con gli altri. Il mondo sognato dal filosofo era, notoriamente, quello della conversione di ognuno, della ”rivoluzione permanente”, dell’uomo ”da fare”, che getta i fondamenti per una nuova morale da costruire.

Sartre ha inteso come un impegno l’attività di ”esprimere il mondo” perché l’uomo di cultura, il filosofo, deve porsi come funzionario dell’umanità , al servizio di essa , uscendo finalmente dall’isolamento borghese in cui era confinato.

Di seguito, alcune delle sue più famose citazioni che indubbiamente fanno riflettere:

1. Per molto tempo ho preso la penna per una spada.

2. Gli oggetti son cose che non dovrebbero commuovere, poiché non sono vive. Ci se ne serve, li si rimette a posto, si vive in mezzo ad essi: sono utili, niente di più. E a me, mi commuovono, è insopportabile. Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive.
Ora me ne accorgo, mi ricordo meglio ciò che ho provato l’altro giorno, quando tenevo quel ciottolo. Era una specie di nausea dolciastra. Com’era spiacevole! E proveniva dal ciottolo, ne son sicuro, passava dal ciottolo nelle mie mani. Sì, è così, proprio così, una specie di nausea nelle mie mani.

3. L’insieme storico decide in ogni mutamento dei nostri poteri, prescrive i loro limiti al nostro campo d’azione e al nostro avvenire reale; condiziona il nostro atteggiamento nei confronti del possibile e dell’impossibile, del reale e dell’immaginario, dell’essere e del dover essere, del tempo e dello spazio. E’ a partire da esso  che decidiamo a nostra volta dei nostri rapporti con gli altri, cioè del senso della nostra vita e del valore della nostra morte.

4. È dunque questa, la Nausea: quest’accecante evidenza? Quanto mi ci son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! Ed ora lo so: io esisto — il mondo esiste — ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto. Ma mi è indifferente. È strano che tutto mi sia ugualmente indifferente: è una cosa che mi spaventa. È cominciato da quel famoso giorno in cui volevo giuocare a far rimbalzare i ciottoli sul mare. Stavo per lanciare quel sassolino, l’ho guardato, ed è allora che è incominciato: ho sentito che esisteva. E dopo, ci sono state altre Nausee; di quando in quando gli oggetti si mettono ad esistervi dentro la mano. C’è stata la Nausea del «Ritrovo dei ferrovieri» e poi un’altra, prima, una notte in cui guardavo dalla finestra, e poi un’altra al giardino pubblico, una domenica, e poi altre. Ma non era mai stata così forte come oggi.

5. Non ci sono bambini”innocenti”.

6. La pace non è né democratica né nazista: è la pace.

7. Mi si dia qualcosa da fare, qualsiasi cosa… È meglio che pensi ad altro, perché in questo momento sto per recitarmi la commedia. So benissimo che non voglio far niente: far qualche cosa è creare dell’esistenza — e di esistenza ce n’è già abbastanza.

8. A Napoli ho scoperto l’immonda parentela tra l’amore e il Cibo. Non è avvenuto all’improvviso, Napoli non si rivela immediatamente: è una città che si vergogna di se stessa; tenta di far credere agli stranieri che è popolata di casinò, ville e palazzi. Sono arrivato via mare, un mattino di settembre, ed essa mi ha accolto da lontano con dei bagliori scialbi; ho passeggiato tutto il giorno lungo le sue strade diritte e larghe, la Via Umberto, la Via Garibaldi e non ho saputo scorgere, dietro i belletti, le piaghe sospette che esse si portano ai fianchi. Verso sera ero capitato alla terrazza del caffè Gambrinus, davanti a una granita che guardavo malinconicamente mentre si scioglieva nella sua coppa di smalto. Ero piuttosto scoraggiato, non avevo afferrato a volo che piccoli fatti multicolori, dei coriandoli. Mi domandavo: «Ma sono a Napoli? Napoli esiste?»

9. A che serve arrotare un coltello tutti i giorni se non lo si usa mai per tagliare?

10. Il lavoro migliore non è quello che ti costerà di più, ma quello che ti riuscirà meglio.

Jean-Paul Sartre: dalla Melancholia di Dürer a “La nausea”

La nausea è un romanzo di Jean-Paul Sartre, scritto nel 1932 e pubblicato nel 1938. In origine l’opera prendeva il nome di Melancholia, in onore dell’incisione del 1514 di Albrecht Dürer. Sartre usa gli oggetti come espressione dell’esistenzialismo dell’uomo e probabilmente scelse quest’opera per la rappresentazione di alcuni oggetti: una bilancia, un cane scheletrico, attrezzi da falegname, una clessidra, un solido geometrico (un “troncato romboedrico” o “poliedro Dürer”), un putto, una campana, un coltello, una scala a pioli, che rappresentano alchemicamente la difficoltà di tramutare il piombo in oro. È possibile compararli con il protagonista Antoine Roquentin che non riesce a portare a termine una tesi di storia su un avventuriero del XVIII secolo, il signor de Rollebon.

Altri simboli all’interno dell’incisione, quali l’arcobaleno e la cometa ci rimandano al sentimento di malinconia che Sartre probabilmente tramutò in nausea: un malessere che scava nella dimensione psicologica nei confronti dell’esistenza dell’uomo, in relazione all’ambiente circostante. Gli oggetti quindi diventano claustrofobici, castrano l’io e rappresentano quel “troppo” che non ci fa vivere serenamente, ma con un peso allo stomaco, tipico della nausea. Non sono solo gli oggetti che opprimono l’io sartriano, ma anche la società, che stabilisce con le sue regole fisse che un individuo esiste solo se un altro sa della sua esistenza. In accezione pirandelliana, anche Sartre compie riflessioni sull’io:

Forse è impossibile comprendere il proprio viso. O forse è perché sono solo? Le persone che vivono in società hanno imparato a vedersi, negli specchi, esattamente come appaiono ai loro amici. Io non ho amici: che sia per questo che la mia carne è così nuda? Si direbbe… sì, si direbbe la natura senza gli uomini.

È evidente come l’assenza di persone che possono ben identificarlo, in questo caso gli amici, comporta il sentirsi solo carne, per giunta nuda, che sottintende l’esistenza umana, ma senza umanità.

Albrecht Dürer, Melancholia

Soffermiamoci su un altro oggetto: le chiavi che rappresentano la conoscenza in grado di liberare l’uomo dal suo stato melanconico, e, insieme al pipistrello, simbolo della luce che spazza le tenebre, forniscono una soluzione all’esistenza umana. Sartre ci offre una soluzione al suo stato di nausea, nel finale del romanzo che, più propriamente, chiamerei diario filosofico: attraverso un costante richiamo alla canzone Some of these days (indelebile capolavoro), ci offre la possibilità di giustificare la propria esistenza.

Non resta che svincolarsi dalle logiche sociali precostruite dalla società e produrre un’opera indimenticabile, così da lasciare una traccia di sé che perduri ab eterno. Superando l’assenza di una donna, Anny, che contribuisce ad acuire il vuoto esistenziale, Sartre ci offre la soluzione per non avere ripugnanza del proprio passato e dell’esistenza vissuta in solitaria:

Forse un giorno, pensando precisamente a quest’ora, a quest’ora malinconica in cui attendo, con le spalle curve, che sia ora di salire sul treno, sentirei il mio cuore battere più in fretta e mi direi: quel giorno a quell’ora è cominciato tutto. E arriverei – al passato, soltanto al passato – ad accettare me stesso.

Non è l’amore, né la condizione sociale di accettazione dell’io che appaga Antionio Roquentin, bensì l’autoerotismo derivato dalla produzione di un’opera d’arte.