Addio a Prince

Prince, al secolo Prince Roger Nelson, ci ha lasciato oggi, 21 aprile 2016, in questo anno incredibilmente luttuoso per la musica. Una delle icone degli anni ’80, per anni pretendente al titolo di “re del pop” in contrapposizione con Michael Jackson, se ne è andato in un silenzio che stride col vigore della sua produzione musicale. Produttore, polistrumentista, musicista colto e raffinato, sperimentatore, attore, Prince è stato colui che più di tutti ha svecchiato la black music, traghettandola direttamente nel nuovo millennio. La sua miscela di funk, soul, pop, ha creato un suono nuovo e innovativo e la sua immagine fortemente erotica e sessualmente ambigua ne ha accresciuto a dismisura il fascino e la notorietà anche grazie a testi dal contenuto esplicito e dissacrante. Spesso in contrasto con l’industria discografica (sono notissime le sue esibizioni con la scritta Slave sulle guance o i suoi numerosi pseudonimi: TAFKAP, The Artist), il genio di Minneapolis, ha ampiamente dimostrato di volere il controllo totale sulla sua produzione fregandosene delle logiche di mercato. In una discografia imponente è molto difficile scegliere un solo titolo quale esempio del talento di questo formidabile artista quindi abbiamo deciso di recensire quello che è forse il suo album più famoso: Purple Rain. Uscito nel giugno del 1984 quale colonna sonora dell’omonimo film (certamente meglio il disco della pellicola), che vedeva proprio Prince quale attore principale, contiene al suo interno un universo sonoro capace di spaziare da Jimi Hendrix a James Brown per arrivare alla disco degli Chic:

Mentre Jackson, al pari di Stevie Wonder, può essere considerato il più alto livello della black identity capace di piacere anche al pubblico bianco, Prince è qualcosa di completamente nuovo. Il suo personaggio, così come la sua musica, sono figli bastardi delle due culture, una perfetta fusione tra il lessico più aggressivo dei neri (funky, rhytm’ n’ blues, electric boogie) e il nuovo rock bianco. Tra le due componenti non c’è alcuna contrapposizione. Si tratta forse del primo prototipo di una cultura di frontiera del tutto nuova, che confonde le sue identità razziali, ma che riunisce le ceneri del dopobomba, il narcisismo dandy della new wave elettronica, la violenza delle minoranze etniche. Prince è di quelli che sembrano nati già col marchio della grande star. In un certo senso lo era già ai suoi esordi” (La Repubblica 19 settembre 1984)

Prince e il suo rock infuriato

Il rock infuocato di Let’s Go Crazy, i bassi pulsanti di Take Me With U, l’inarrivabile falsetto di The Beautiful Ones, l’elettronica di Computer Blue, i tormenti sessuali di Darling Nikki, l’incredibile When Doves Cry, la ritmatissima I Would Die 4 You, l’autoreferenziale Baby I’m A Star, la struggente Purple Rain con il chilometrico assolo finale di chitarra, costituiscono la scaletta di un’opera rivoluzionaria per l’epoca.

Prince nel 1984

I suoni dei synth e delle batterie elettroniche mescolati con potenti linee di basso di matrice funk, i testi al limite dell’osceno (che hanno costretto Tipper Gore a creare il Parental Advisory), una vocalità torbida ed una tecnica compositivo-strumentale stupefacente, ne fanno immediatamente un classico senza tempo. I premi si moltiplicano (tra cui l’Oscar quale miglior colonna sonora), le vendite sono altissime, gli stadi sono pieni anche grazie a show ad alto tasso di spettacolarità e Prince si trasforma immediatamente in superstar. Negli anni a seguire pubblicherà altri dischi di qualità superlativa e notevolissimo impatto ma la bellezza incredibile di quest’album rimane inalterata col passare degli anni. Basta ascoltare con attenzione una delle tracce in esso contenute per capire da dove abbiano tratto ispirazione artisti come Lenny Kravitz che evidentemente hanno attinto a piene mani dal lavoro di questo incredibile artista. Ovviamente Purple Rain è solo il punto di partenza per capire e conoscere il lavoro del “folletto di Minneapolis” la cui carriera è praticamente irripetibile, il lascito enorme e la mancanza incolmabile.

“Trilogy”: in ricordo di Keith Emerson

Trilogy-Island-1972

In ricordo di Keith Emerson

In questo annus horribilis per il rock è da segnalare la scomparsa, il 10 marzo scorso, di Keith Emerson, forse il miglior pianista, tastierista, organista (insieme a Rick Wakeman) dell’intero panorama musicale del secondo dopoguerra. Geniale, istrionico, raffinato, spettacolare (leggendarie le coltellate inflitte sul palco al suo organo Hammond), tecnicamente inarrivabile, Keith Emerson è stato paragonato più volte a Jimi Hendrix per le innovazioni, i suoni e le soluzioni armoniche apportate allo strumento. Gran compositore, arrangiatore e produttore è stato capace di unire i tumulti del rock alle suggestioni classiche diventando immediatamente un gigante del progressive rock. Innovatore, sperimentatore, è stato un pioniere nell’utilizzo del sintetizzatore Moog da lui immediatamente trasformato in un classico per milioni di tastieristi. Non va però dimenticata la sua folgorante parabola musicale cominciata con i T-Bones, proseguita egregiamente con i Nice e culminata nel trionfo degli EL&P con cui diventa una superstar ed assurge a gloria imperitura. E’ proprio con uno degli album del più celebre supergruppo degli anni ’70 che intendo omaggiare Keith Emerson: il magnifico Trilogy. Pubblicato nel luglio del 1972, è l’album in cui il sound del gruppo assume la sua forma definitiva grazie allo sviluppo di suggestioni musicali già presenti in Tarkus (1971) e Pictures At An Exhibition (1971).

“Se fossi costretto a scegliere un solo album dal catalogo di ELP, allora probabilmente sarebbe Trilogy, Questo disco fu registrato nel momento in cui ispirazione e affiatamento all’interno della band erano al massimo: suonavamo in trio da un arco di tempo sufficiente a formare la nostra precisa identità musicale” (Greg Lake)

La monumentale suite The Endelss Enigma prende buona parte del lato A. Divisa in tre movimenti, Part.1, Fugue e Part.2, vede in grande evidenza la batteria tonante di Carl Palmer e le inarrivabili divagazioni pianistiche di Emerson. Di stupefacente bellezza tecnica, questo pezzo mette in mostra le grandissime doti dei tre musicisti capaci, di riprodurre le suggestioni di un’orchestra sinfonica. La stupenda ballata From The Beginning evidenzia le voce di Greg Lake e le sue qualità di bassista-chitarrista, dando vita ad pezzo dilatato, sognante e malinconico.

Keith Emerson

La sincopata The Sheriff introduce una grandissima rivisitazione di Hoedown, brano di Aaron Copland, che diventerà un classico delle esibizioni live del gruppo. La mastodontica title-track è il capolavoro pianistico di Keith Emerson che qui mette in mostra tutto il suo genio, giocando con le note e gli effetti, supportando magnificamente il cantato lunare di Lake e l’energia percussiva di Palmer. Il rock di Living Sin traghetta verso Abbandon’s Bolero che con il suo maestoso crescendo chiude il disco. Si tratta di un disco difficile che necessita della conoscenza approfondita di linguaggi musicali distinti, quali il jazz, l’honky tonk, la musica classica, per essere capito ed apprezzato fino in fondo. La bellezza è indubbia ma si tratta di un opera di difficile digestione che certamente può non colpire al primo ascolto. Tuttavia le vendite sono enormi e le recensioni entusiastiche. I concerti diventano l’occasione per milioni di fan di vedere le pirotecniche esibizioni degli EL&P, fatte di luci, spettacolo e milioni di note. Emerson diventa un guru del rock capace di incantare chiunque con la potenza delle sue performance la magia del suo organo. Subito dopo Trilogy il gruppo si perderà, nonostante la fama, in scelte sbagliate e cali di creatività finendo inevitabilmente per sciogliersi nel 1979. I vari progetti solisti non porteranno i tre ai traguardi raggiunti negli anni ’70, relegandoli al mito di una stagione musicale eccezionale ed esaltante e, soprattutto adesso che Keith Emerson se n’è andato, probabilmente irripetibile.

“Are You Experienced”, la rivoluzione di Jimi Hendrix

Are You Experienced-Reprise Records-1967

Parecchi aggettivi vengono in mente all’ascolto dell’album “Are You Experienced”: incredibile, irripetibile, emozionante, rivoluzionario. L’album di debutto dell’allora venticinquenne Jimi Hendrix, oscuro chitarrista di Seattle, segna una svolta senza precedenti nel mondo del rock. Un approccio chitarristico ed una capacità di “giocare” col suono mai vista prima. Una tecnica strumentale ed un’abilità compositiva sconcertante, il tutto abilmente amalgamato ad una immagine pubblica eccessiva e maledetta (la tossicodipendenza, l’abbigliamento multicolore, la famosa acconciatura “afro”), ne hanno fatto immediatamente un simbolo ed un’icona. Le incendiarie apparizioni pubbliche (come quella al Festival di Woodstock nell’agosto del 1969) in cui maneggia la sua chitarra come fa Zeus con le sue saette, lo hanno proiettato immediatamente nell’immaginario collettivo facendone la prima vera rockstar ed il primo guitar-hero in assoluto. La sua leggendaria Fender Stratocaster bianca è diventata, ormai, un oggetto mitico, alla stregua di Excalibur, capace di incantare milioni di persone con la potenza e la varietà dei suoi suoni. Tuttavia la grandezza di Are You Experienced sta nel riuscire ad intrappolare il genio e la sregolatezza di un artista votato all’improvvisazione ed alla sperimentazione in brani della durata di circa tre minuti, lasciandone comunque intatta l’indiscutibile carica emozionale.

“Ciò che Jimi fece con la chitarra non fu altro che adattare la sensibilità del blues e dell’ R&B all’era psichedelica” (Ritchie Unterberger-2009)

The Jimi Hendrix Experience-1967

Messo a punto un gruppo su misura per lui, The Jimi Hendrix Experience con Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria, il genio della sei corde è libero di dare sfogo a tutta la sua creatività senza ostacoli di sorta o restrizioni di tipo discografico. D’altronde Chas Chandler, l’abile produttore, aveva visto giusto. Hendrix era un cavallo selvaggio che andava lasciato a briglia sciolta per poter dare il meglio di sé. Nascono così la torrenziale Foxy Lady, il tormentato blues di Hey Joe, la travolgente Fire, la tenerissima The Wind Cries Mary, l’acidissima Purple Haze e la trascinante Stone Free. L’incredibile abilità nell’uso del feedback, del wah-wah e dell’overdrive unitamente ad una inconsueta capacità di miscelare suoni “puliti” e “sporchi” ha costretto numerosi virtuosi a rivedere le loro convinzioni sulla chitarra. Ovviamente lo sbigottimento è enorme come è enorme il successo di critica e di pubblico. L’album sale fino al secondo posto della classifica britannica preceduto solamente da Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles; negli Stati Uniti arriva al quinto posto della Billboard 200. L’influenza esercitata dal chitarrista mancino sull’universo musicale è inestimabile e continua fino ai nostri giorni, a più di quarant’anni dalla sua scomparsa. The Who, Cream, Led Zeppelin, Van Halen, Stevie Ray Vaughan, Joe Satriani, Yngwie Malmsteen, Steve Vai, fino agli italianissimi Alex Britti ed Andrea Braido hanno speso un’intera carriera nel cercare di avvicinarsi al sound di Jimi Hendrix. La sua capacità di fondere le più disparate correnti musicali quali il blues, il rhytm and blues, la psichedelia, il funk, le jam strumentali ha portato il rock in territori fino ad allora inesplorati. I testi, largamente visionari, sessuali ed allucinati, hanno aperto definitivamente le porte all’epopea hippie ed alla Summer Of Love. La sua immagine trasgressiva ed iconoclasta (vedi la memorabile esecuzione di Star Spangled Banner, l’inno nazionale Americano, a Woodstock o l’incendio della chitarra a Monterey) ha definitivamente stravolto la concezione di performer. Né prima e né dopo si è mai vista ed udita una cosa del genere. La morte precoce, nel settembre 1970 a 27 anni, non ne ha scalfito minimamente la leggenda. Anche chi all’epoca non era nato ha negli occhi e nelle orecchie l’immagine di Hendrix che esegue con forza brutale uno dei suoi successi. Ogni volta che Are You Experienced è sul piatto e parte l’inconfondibile suono distorto che apre Foxy Lady, il mito rinasce in tutto il suo splendore. Il lascito artistico è altrettanto enorme. Periodicamente escono sul mercato tributi, compilation e remaster zeppi di inediti. Il suo impatto sulla cultura del novecento è testimoniato dalle numerose biografie, leggende metropolitane, film (basta ricordare Maledetto Il Giorno Che Ti Ho Incontrato di Carlo Verdone interamente incentrato sulla morte del chitarrista di Seattle) che contribuiscono di volta in volta ad alimentare l’epopea di questo emblema del ventesimo secolo. Un personaggio in grado di trascendere le barriere della musica, della razza e del tempo trasformandosi in un patrimonio comune dell’ umanità.

Di Gabriele Gambardella.

“Ten”: il grunge secondo i Pearl Jam

I Pearl Jam hanno vissuto molte vite. Dagli inizi undergroud insieme al cantante Andrew Wood con il nome di Mother Love Bone, passando per il supergruppo Temple Of The Dog fondato con Chris Cornell e Matt Cameron dei Soundgarden (all’attivo un solo album omonimo), fino ai Mookie Blaylock primo nome scelto dalla band. Lo scenario è quello della Seattle dei primi anni ’90 vero centro nevralgico del nuovo panorama musicale. Nella capitale dello stato di Washington, infatti, sta prendendo vita un nuovo movimento artistico/culturale che influenzerà indelebilmente tutto il decennio successivo ed addirittura il nuovo millennio: il grunge. Gruppi quali Nirvana, Soundgarden, Alice In Chains e Mudhoney stavano fondendo il punk, il metal, l’hard-rock, l’hardcore-punk, in una miscela nuova e rivoluzionaria. Le chitarre si distorcono all’inverosimile producendo quasi rumore, le voci si fanno roche e rabbiose, le batterie ed i bassi diventano percussivi e martellanti, i testi si fanno violenti ed alienati. In questo gran calderone musicale, Mike McCready, Stone Gossard, Jeff Ament, Dave Krusen ed Eddie Vedder non potevano certo restare a guardare. Cambiato il nome da Mookie Blaylock (un giocatore di basket dell’epoca) al ben più rock Pearl Jam, entrano ai London Bridge Studios per incidere il loro album di debutto.

“E’ tutto ciò che credo in questo fottuto momento, come quello di adesso. E questo, al momento, è tutto ciò di cui l’album parla” (Eddie Vedder- Right Here.Right Now-1991)

Intitolato Ten (come il numero di maglia del loro giocatore di basket preferito), questo folgorante album d’esordio, è perfettamente al passo coi tempi sia dal punto di vista lirico che musicale. E’ un disco grunge ma non nel senso più estremo del termine. Le sue sonorità, molto più vicine all’hard rock che al post punk, ne fanno un evergreen che non perde un briciolo del suo fascino anche a più di vent’anni dalla sua pubblicazione. Adrenalinico, rabbioso, potente ma anche estremamente godibile e commerciale (nel senso buono del termine), sono queste caratteristiche a rendere Ten una incredibile testimonianza di quell’irripetibile periodo creativo che erano i primi anni ’90. Lo straordinario successo di pubblico e di critica ne ha fatto immediatamente il diretto concorrente del contemporaneo Nevermind dei Nirvana, altra pietra miliare del Seattle Sound, ed ha proiettato i Pearl Jam a candidarsi al titolo di “Signori del grunge” in coabitazione con Cobain e soci.

Pearl Jam-1991

Le epiche cavalcate di Alive, Even Flow, Black, Jeremy, Once, Oceans, sono entrate di diritto nell’immaginario collettivo di schiere di adolescenti, trasformandosi in veri e propri inni di un’intera generazione. Eddie Vedder con la sua vocalità dolente, soffocata e impetuosa è diventato il prototipo del frontman di nuova concezione. Le chitarre affilate di Mike McCready e Stone Gossard ne hanno fatto dei nuovi guitar heroes. Certamente la superiore abilità tecnica dei Pearl Jam rispetto alle altre band cittadine (Nirvana su tutti) li ha portati a diversificare il loro suono, a situarsi un gradino più in alto degli altri in termini di qualità musicale e compositiva. Probabilmente erano un pò meno “incazzati” ed alienati dei loro colleghi ma ugualmente riuscivano ad esprimere un disagio giovanile fatto di disillusione, delusione e incertezza. Tuttavia la loro vena estremamente rock (tra le loro influenze Jimi Hendrix, Lynyrd Skynyrd e soprattutto Beatles) li ha portati ad allontanarsi progressivamente dal grunge diventando una rock band a tutti gli effetti (già il successivo Vs è meno violento e più intimista) consentendogli di attraversare indenni gli anni ’90 e ad entrare nel nuovo millennio col titolo di superstar. Ad ogni modo la potenza, la rabbia, il tormento e l’estasi di Ten non possono assolutamente essere ignorate. Rimangono li e riemergono prepotentemente ad ogni ascolto, nella mente di chi all’epoca c’era ed ha sognato almeno una volta di cambiare il mondo sulle note di Vedder e soci. La migliore stagione musicale di fine ‘900 catturata ed imprigionata su disco pronta per essere tramandata ai posteri e consegnata agli annali della storia della musica. Decisamente niente male per cinque ragazzi al loro esordio.