Barocco è il mondo: il pastiche linguistico di Gadda come immagine di un mondo aggrovigliato

In uno scritto posto nel 1963 ad apertura del romanzo La cognizione del dolore, Carlo Emilio Gadda precisa la propria poetica e offre l’esempio di una scrittura assolutamente originale. Accostandosi alla pagina per la prima volta, ci si può rimanere meravigliati di fronte ad una lingua diversa da quella utilizzata dagli altri narratori italiani coevi, e confusi per la difficoltà di cogliere sia i tanti riferimenti cui il testo rimanda, sia il significato letterale di molte frasi, nelle quali lo stravolgimento lessicale e l’alterazione sintattica rivelano immediatamente la lontananza dall’uso più convenzionale e comunicativo della lingua. lo scrittore milanese afferma tuttavia che il punto di partenza del suo lavoro di scrittore è la realtà; ma la realtà gli appare immediatamente arzigogolata, strampalata, deformata.

“La sceverazione degli accadimenti del mondo e della società in parvenze o simboli spettacolari, muffe della storia biologica e della elativa componente estetica, e in moventi e sentimenti profondi, veridici della realtà spirituale, questa cèrnita è metodo caratterizzante la rappresentazione che l’autore ama dare della società: i simboli spettacolari muovono per lo più il referto a una programmata derisione; che in certe pagine raggiunge tonalità parossistica e aspetto deforme: lo muovono alla polemica, alla beffa, al grottesco, al barocco: alla insofferenza, all’apparente crudeltà, a un indugio misantropico del pensiero. Ma il barocco e il grottesco albergano già nelle cose, nelle singole trovate di una fenomenologia a noi esterna: nelle stesse espressioni del costume, nella nozione accettata comunemente dai pochi o dai molti […]. talché il grido-parola d’ordine <<barocco è il G.!>> potrebbe commutarsi nel più ragionevole e pacato asserto <<barocco è il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine”.

Per essere rappresentata, dunque, questa realtà barocca e grottesca, richiede una scrittura altrettanto barocca, che si avvale di lingue diverse, di espressioni ridondanti, di immagini non comuni. La scrittura non deve rispecchiare la realtà secondo i modi tradizionali, oggettivi, del realismo, che ne colgono solo lo strato superficiale, ma riprodurne la complessità, la molteplicità, le manifestazioni aggrovigliate come un gomitolo. Lo stile di Gadda nasce da questo intento “realista” che si manifesta in primo luogo nella lingua: per fedeltà ai caratteri della realtà, Gadda sceglie i più diversi registri linguistici e stilistici, ricorrendo alla mescolanza di termini letterari e forme popolari, alla deformazione e all’invenzione di parole, alla contaminazione di lingue antiche e moderne, compresi i dialetti. Il risultato di tale operazione fondata sulla manipolazione di materiale eterogenei è definito dalla critica pastiche, ed è una delle manifestazioni più significative dell’espressionismo letterario, non solo italiano.

Nella lettura di Gadda non ci si può tuttavia fermare solamente agli aspetti linguistici: il suo gusto per la polemica, la beffa, i sui toni aspri e irritati non segnalano semplicemente uno stato d’animo individuale, ma si legano a una situazione storica. Gadda, educato ai valori tradizionali della borghesia milanese, è insofferente nei confronti che hanno portato alla decadenza tali valori, trasformandoli in apparenze esteriori e superficiali. Nasce dunque da questa insofferenza la critica del grande scrittore nei confronti di Mussolini e dei fascisti, cui aveva dato inizialmente una spontanea adesione, ma che, con la loro grossolanità sociale e culturale, hanno contribuito alla caduta dei grandi ideali ottocenteschi e dei valori borghesi ad essi legati: il lavoro, la riservatezza, l’onestà. Dalla reazione, spesso violenta e umorale, contro il degrado della civiltà nascono pagine di aspra satira e forte vena morale, che permettono di affiancare Gadda a scrittori lombardi come Giuseppe Parini e Carlo Porta.

Nel definire la propria poetica infatti Gadda si richiama a Manzoni che costituisce un modello molto lontano da quelli in auge durante il ventennio, sia presso gli scrittori della <<Ronda>>, che privilegiavano Leopardi prosatore, sia presso quelli realisti, il cui punto di riferimento era Verga. Per Gadda, invece, è Manzoni a cui guardare, in quanto l’autore dei Promessi Sposi, scelse di “esprimere le cose vere delle anime con le vere parole che la stirpe mescolata e bizzarra usa nei suoi sogni, nei sorrisi e dolori”. Prosegue Gadda:

Il mondo bisogna pur guardarlo, per poterlo rappresentare: e in questo modo guardandolo avviene di rilevare che esso, in certa misura, ha già rappresentato se medesimo: e già il soldato, prima del poeta, ha parlato della battaglia, e il marinaio del mare. e del suo parto la puerpera. E questo arfasatti (persone di poco conto), vivendo lor vita, le danno pur luce e colore: quel colore che è cosa povera davanti l’eternità. ma tanto cara ai nostri occhi di poveri diavoli: quello di cui forse non ha bisogno il filosofo ma certamente il poeta.

In una lettera all’amico Bonaventura Tecchi, Gadda confessa che “a fare il letterato puro io non ci riesco. Io sono del parere di accogliere anche l’espressione impura (ma non meno vivida) della marmaglia, dei tecnici, dei ragionieri, dei notai, dei redattori di réclames, dei compilatori di bollettini di borsa, ecc…dei militari oltre che quello che il cervello suggerisce bizzarramente per le sue nascoste vie. Altrimenti che cosa se ne fa di tutta la vita?”.

Queste parole dimostrano ancora una volta come Gadda voglia cogliere la vita fino in fondo, ponendo di conseguenza la sua attenzione all’uomo “concreto” e al suo posto nel mondo, alle sue vicende quotidiane in tutti i loro aspetti, comportamentali, psicologici, linguistici.

 

‘Il male oscuro’, la psicoanalisi secondo Giuseppe Berto

Il male oscuro è un romanzo del 1964 edito da Rizzoli, dello scrittore trevigiano Giuseppe Berto, tornato al successo dopo un periodo non felice, affetto egli stesso dal male oscuro. Lo scrittore, che non ha mai fatto parte dell’establishment culturale italiana, dell’intellighentia che contava, isolandosi e iscrivendosi al partito dei perdenti, non semplicemente a quello dei “bastian contrari”, opera un’analisi del proprio vissuto attraverso un uso insistito del flusso di coscienza, senza ricorrere a interposizioni narrative. Egli rivela così i diversi avvenimenti della sua infanzia, specialmente il suo rapporto difficile con il padre che lo spinge verso la depressione in seguito alla morte del genitore (simbolo del super-io oppressivo), ed in seguito il suo complesso di Edipo, dunque l’ambigua e latente conflittualità sessuale nonché lo smodato desiderio di gloria, a sua volta all’origine di forti sensi di colpa. La trama segue la descrizione e l’evoluzione della malattia (che dura complessivamente un decennio), il matrimonio e la nascita della figlia Augusta, in un continuo alternarsi di flashback. La costante ricerca di medici più o meno esperti, spinge il protagonista a rivolgersi a uno psicoanalista che risolverà in parte i suoi problemi, fino al tradimento della moglie e al ritiro dell’autore in Calabria. La prosa del romanzo è volutamente povera di punteggiatura, al fine di rendere lo scritto un ininterrotto flusso di coscienza, riproducendo l’instabilità interiore del tempo codificato e l’idea di quel che l’autore avrebbe potuto dire, in sede di analisi, proprio al suo psicanalista. Berto dissolve la struttura narrativa e fa del suo libro una novità assoluta nel panorama letterario italiano novecentesco.

Il male oscuro, che si è aggiudicato il Premio Campiello e il Premio Viareggio, è un’ininterrotta confessione, e lo stile segue il percorso del pensiero. A differenza di altri autori, Berto non va alla ricerca di una cifra formale e linguistica, ma egli approfondisce l’indagine per riprodurre in maniera più efficace i collegamenti del pensiero. Il risultato è simile a quello di un monologo teatrale, che inevitabilmente richiama alla mente il flusso di coscienza di James Joyce.

Il male oscuro: capolavoro sull’ipocondria sulla scia della Coscienza di Zeno

Il male oscuro di cui parla Berto è storico e cosmico, unito ad un profondo senso di colpa che deriva dall’incapacità di perdonarsi delitti che in realtà non si sono mai commessi. L’opera di Berto è un capolavoro sull’ipocondria, che racconta con ironia grottesca, l’assurdità del vivere quotidiano, le meschinità che spesso tengono in piedi rapporti familiari e relazioni. Berto mette a nudo il concetto di padre, addentrandosi in un’analisi tormentata di tutti i valori di quella civiltà, di quell’Italia post-rurale in cui l’autore nacque e crebbe; tuttavia lo scrittore dimostra di nutrire pietà e compassione verso le tradizioni e la morale cattolica, cui da giovane aveva tentato di sottrarsi. Grazie al suo innato piglio scorrevole e “confidenziale”, Berto ha saputo rendere il suo romanzo leggero e divertente, nonostante l’argomento trattato, quello della nevrosi depressiva, presente anche in altri grandi romanzi del ‘900, come nella Coscienza di Zeno (di cui Il male oscuro potrebbe essere considerato non a torto come la sua naturale prosecuzione, basti pensare all’esposizione ironica delle teorie freudiane) di Svevo e nella Cognizione del dolore di Gadda.

Berto inoltre, nel suo vorticoso inseguimento di pensieri, non risparmia frecciatine satiriche alla classe borghese del boom economico del dopoguerra, giocando con il lettore in maniera spregiudicata; sembra quasi dirgli: “Ma davvero credi a tutto quello che sto dicendo?”. Ne emerge un Giuseppe Berto sincero, sorprendentemente moderno se si considera il suo essere conservatore per natura, ossessionato dal successo, un po’ cialtrone, sofferente che può far pensare a qualche lettore che in fondo Il male oscuro non è altro che un testo di una banale e comune lagnanza pre-senile. Tuttavia il romanzo di Berto ci comunica implicitamente qualcosa di più profondo: la sofferenza è di tutti e la vita è un posto pieno di dissimulatori, commedianti umani che recitano una parte, che nascondono delusioni e disperazioni dietro grandi sorrisi. Forse, per chi ha una visione mistica della sofferenza, il male oscuro, qualunque esso sia, purifica l’anima e ci rende più sensibili e vicini alle sofferenze altrui. O forse, in fin dei conti, ciò che chiamiamo malattia, disturbo, non è un modo di essere diversi, “normali”, “sani”, ma non comuni e dunque la psicoanalisi non è garanzia di guarigione? Da cosa si deve guarire? E qual è allora il rimedio alla nevrosi proposta da Berto? Un processo di “transfert” con il quale lo scrittore trasferisce ogni suo rimorso nel rapporto con il suo analista. Le sue colpe si dissolvono e l’identificazione patologica con il padre morto di tumore si risolve nella seguente constatazione: “In quale enorme misura somigli al padre mio lo vado scoprendo per mezzo di questa figlia Augusta a mano a mano che cresce, e sta a vedere che lui mi amava come io amo lei ossia immensamente potrei dire”.

Tuttavia come Svevo, per il quale tutti sono malati, essendo la vita stessa una malattia, anche Berto non considera la psicoanalisi una terapia curativa, bensì un valido sistema che consente di attivare un particolare tipo di conoscenza dell’animo umano. Non a caso, infatti, prima della psicoanalisi, Berto descrive la nevrosi che lo attanaglia come una malattia basata sulla paura, ma dopo i due anni trascorsi in cura dall’analista confessa: “Ho un sacco di fobie, sono quindi ancora malato e credo che non guarirò mai. Però sono guarito per quel tanto che volevo disperatamente guarire, ossia non ho più paura di scrivere”.

Il personaggio di Berto non è certamente un esempio di simpatia, anzi, suscita piuttosto fastidio, soprattutto perché il suo intento non è quello di suscitare pietà nel lettore, ma non si può augurargli del male, perché è sincero. Lo stesso scrittore nell’Appendice al romanzo ha dichiarato: “Nonostante racconti la più straordinaria sequela di disgrazie che possano capitare a un uomo, Il male oscuro non è, spero, un romanzo deprimente e neppure noioso. Ha, spero, un continuo umorismo che si mescola anche agli avvenimenti più tragici e tristi. Non è certo un’invenzione mia: Svevo e Gadda ci sono arrivati assai prima e meglio di me, e d’altronde un nevrotico non potrebbe scrivere se non fosse sostenuto dall’umorismo: una fortuna in mezzo a tanti malanni”.

‘La cognizione del dolore’: il male secondo Gadda

La Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda è considerata come un affascinante esercizio stilistico, ottenuto grazie al suo continuo giocare con i dialetti e le lingue, palese è, infatti, questo tentativo linguistico che, spesso, sembrerebbe addirittura indebolire la struttura narrativa dei suoi romanzi.

Spesso si è parlato di <<Caso Gadda>> per gli anni Settanta del Novecento, fenomeno molto simile al Caso Svevo degli anni Venti. Gadda è uno scrittore che si afferma con molta immediatezza e che conquista sin da subito il suo pubblico. Impossibile è scindere la sua vita di uomo da quella di scrittore. Dopo aver partecipato alla Prima Guerra Mondiale in cui  viene fatto prigioniero, lavora come ingegnere e verso gli anni 30 comincia a pubblicare i suoi primi lavori per la rivista <<Solaria>>.

Lo scrittore trascorre molti dei suoi anni in solitudine, lontano da quelli che erano gli ambienti letterari del suo tempo e da alcuni circuiti. Quest’aspetto connoterà chiaramente la sua figura d’intellettuale. In seguito alle sue esperienze più traumatiche, come quella del fascismo, lo scrittore matura la convinzione che scardinare la realtà sia un dovere più che un compito, perché è ben diversa da ciò che immaginiamo, è sporca, coperta da perbenismo, è una realtà che sconvolge.
Tra leopere più illustri di Gadda, rcordamo: La madonna dei filosofi, L’Adalgisa, Quer pasticciaccio brutto di via Merulana, Eros e Priapo ma molti sono concordi nel riconoscere il suo capolavoro nella Cognizione del dolore, ed è con questo romanzo che conquista una posizione importantissima nel nostro panorama narrativo.

La cognizione del dolore: trama e contenuti del romanzo

Teatro della vicenda de La cognizione del dolore, narrata attraverso uno schema di blocchi narrativi, è un paese immaginario del Sud America, il Maradagal, davvero molto simile al territorio lombardo e, in particolare, alla Brianza. La figura centrale del romanzo è il Figlio misantropo della Padrona della Villa Pirobutirro, Don Gonzalo, che conduce la sua esistenza in solitudine e logorato da un sentimento di ribellione, perseguitato da voci terribili sul suo conto che lo descriverebbero come un essere crudele. Il dottor Lukones è l’uomo che lo visita di volta in volta e al quale Don Gonzalo oppone la sua visione precisa sugli esseri umani e sul mondo, in cui rientrerebbe anche sua madre, proprio tristemente uguale agli altri. Per lei prova certamente affetto ma è pur sempre combattuto, diviso a metà. Ed è su questa scia di disordini e lotte interiori che possiamo leggere le pagine del romanzo. I temi affrontati riguardano, innanzitutto, la demistificazione del mondo e delle sicurezze dei beati possidentes, emblemi di una società sempre più consumistica e priva di valori e Gadda riesce benissimo a mettere a nudo questi uomini, nel loro essere miserabili e vuoti, contenitori inutili. In un secondo momento, quasi come conseguenza, verrebbe da pensare che il secondo tema cardine della sua opera consiste proprio nel suo distacco da tutto questo, l’autore ha la cognizione di essere diverso, di non far parte di quell’ammasso di manichini e, per ovvie ragioni, resta solo, inquietato, turbato profondamente, come risucchiato da una voragine che lo allontana sempre più dalla vita e da quei valori che non riconosce come suoi, ormai  già da molto tempo. Valori che sono di un mondo che si rifiuta di vedere come stanno le cose, non suoi.

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La cognizione del dolore è un romanzo frammentario che medita sulla conoscenza e  sui modi del male quindi, una sorta di trattato filosofico, non a caso il titolo stesso rimanda ad un passo di Schopenhauer, citato un paio di volte da Gadda. Le scene narrative non sono omogenee e si nutrono di simboli, primo fra tutti quello dei Nistitùos ( custodi degli affiliati) che rappresentano i vincoli posti alla libertà, di arcaismi, neologismi e tecnicismi come è nello stile plurilinguista gaddiano caratterizzato da percezioni.

Il paradosso, il grottesco, l’elemento barocco per Gadda sono già insiti nelle cose, nelle nozioni comuni, nelle espressioni di costume, nella realtà, nella storia e nella natura, storia e natura che non sono altro che un ripetersi di un tentativo di ricerca da parte dell’Arte e del Pensiero che trascendono la nostra conoscenza. La cognizione del dolore come ha acutamente rilevato il critico Roscioni, può iscriversi nella tradizione romanzesca umoristica che ha tra i massimi esponenti lo scrittore Sterne.

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La cognizione del dolore è un’opera densa che offre molti spunti di riflessione soprattutto legati alla figura del protagonista, Gonzalo, dominato dal pensiero della morte e ossessionato dalla figura della madre, attraverso il quale Gadda cerca di individuare le ragioni del male che hanno portato il rancoroso Gonzalo ad odiare tutti gli altri, per difendersi dalla vita, dalla quale si è sempre sentito respinto e offeso. L’uomo non risparmia nessuno, nemmeno gli umili e gli sprovveduti (maree d’uomini e di femmine! con distinguibile galleggiamento di parrucchieri di lusso, tenitrici di case pubbliche, fabbricanti di accessori per motociclette, e coccarde), ma la sua è un’ira che nasce, paradossalmente, proprio dal suo raziocinio che lo spinge a criticare la dissocialità altrui, insofferente della stupidità del mondo, ma è consapevole che anche lui è parte di questo triste destino, di questa sofferenza comune.
Questa insofferenza verso il mondo e il destino è la causa principale dell’irritazione di Gonzalo e delle sue invettive, dileggi e pensieri sarcastici non il rapporto conflittuale con la madre, che è solo una conseguenza. Una forma di delirio, in definitiva, un delirio interpretativo come lo indicherebbe la psichiatria, che però non deve essere pensato come una diagnosi negativa, anzi lo stesso Gadda è benevolo verso il suo protagonista, che non distorce la realtà ma è parte delle deformazioni del costume e del tempo.In poche parole quella di Gonzalo è una reazione ad un trauma motivata da moventi logici e razionali sebbene leggendo il romanzo si ha come prima impressione di essere di fronte ad un personaggio delirante ed allucinato.

 

 

Carlo Emilio Gadda: l’ingegnere “aggrovigliato”

Nato a Milano in una famiglia borghese, la vita di Carlo Emilio Gadda (Milano, 14 novembre 1893 – Roma, 21 maggio 1973) è stravolta dalla morte del padre, nel 1909, poiché la madre costringe i propri figli a durissimi sacrifici per mantenere un regime di vita adeguato alle apparenze della borghesia lombarda. Simbolo di questo desiderio sociale è la Villa di Longone, costruita dal padre con investimenti folli, per ostentare l’alto tenore di vita borghese. Ogni decisione familiare è subordinata alla ricerca di persistere in quello status symbol: è per questo che Gadda è costretto ad abbandonare le vocazioni letterarie per iscriversi a ingegneria. Tali elementi biografici sono alla base della nevrosi dell’autore, diviso tra l’amore per la propria madre, e l’odio per la stessa.

Gli studi universitari furono interrotti nel 1915 per la chiamata alle armi. Le esperienze della guerra in trincea e della prigionia si rivelano decisive per la formazione della personalità gaddiana, aggravando la sua depressione già resa insostenibile dalla morte del fratello Enrico, visto da sempre come un vero e proprio mito personale contro il quale misurare la propria impotenza e inutilità. Ottenuta la laurea in ingegneria, si guadagna da vivere facendo l’ingegnere, lavoro che lo porta a viaggiare molto, sino a Firenze, dove entrerà in contatto con l’ambiente di “Solaria” e con Montale, da sempre considerato un mito verso il quale si considera “goffo”. È l’inizio dell’esperienza letteraria di Gadda, pubblicando le sue prime prose narrative. Alla morte della madre,  lo scrittore vende la villa di Longone e avrà i soldi e il tempo per dedicarsi a un’opera rimasta incompiuta, che ripercorre la sua giovinezza e i difficili rapporti con la madre. Tra il 1940 e il ’50 vive stabilmente a Firenze, dove trascorre uno dei periodi più fertili e creativi della sua vita, infatti tra il ’46 e il ’47 pubblica a puntate su <<Letteratura>> la prima edizione di “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana”, ripubblicato poi in un volume unico nel 1957.

Nel 1950 si trasferisce a Roma, dove inizia a lavorare come responsabile culturale nei programmi Rai. Dedica gli ultimi anni della sua vita a un intenso lavoro di risistemazione e pubblicazione delle sue opere, sempre avvolto nell’isolamento e nella sofferenza causata dalla nevrosi. Muore nel 1973.

La formazione culturale di Gadda è influenzata dall’illuminismo, imperniata sull’amore per la razionalità e l’ordine tipico della borghesia imprenditoriale, in contrasto con l’intricata situazione familiare e sociale del giovane  scrittore. Tuttavia, dopo la delusione bellica, l’autore si scaglia contro la borghesia che, ai suoi occhi, assume le sembianze di un’inetta attrice di un tradimento storico: in ogni opera critica i ceti dominanti e ogni modello concreto di ordine con parodia e sarcasmo, in favore di modelli e valori del passato, riprendendo il concetto di stato di Cesare. Da qui la celebrazione di tutte le forme di vitalità (per di più adolescenziali e femminili) orientate contro la morale repressiva borghese: benché Gadda fosse spaventato da ogni forma di disordine si trova alla fine a patteggiare per chi sovverte ogni sistema. In conclusione, tanto l’ordine quanto il disordine spaventano l’autore in egual misura.  Egli si fa portavoce del declino degli intellettuali tra la prima guerra mondiale e il fascismo, rifiutando con disprezzo l’idea del poeta vate dannunziano. Scrivere rappresenta la dura lotta con la realtà esterna con cui l’io deve misurarsi.

per lui il mondo è un groviglio caotico di cose e fenomeni che rende impossibile e ridicolo ogni tentativo dell’io di fondare giudizi sulla propria soggettività, dato che è lo stesso soggetto ad essere elemento di disordine e irrazionalità all’interno di un caos infinito. Se, dunque la scrittura è conoscenza del reale, l’unica realtà conoscibile per mezzo della lingua è proprio la realtà linguistica, per questo Gadda, attraverso un linguaggio sia tecnico che gergale, aspira a ricostruire le innumerevoli relazioni della realtà, mescolando i codici linguistici, abbandonando la lingua unica, in favore della frammentarietà linguistica che serve per rappresentare la frammentazione caotica della realtà e delle sue possibili chiavi interpretative.

Contini  ha definito la scrittura di Gadda con il termine francese <<pastiche>>. Infatti, l’effetto artificiale della lingua gaddiana ha la funzione di mettere in rilievo, grazie allo straniamento linguistico, il non senso della normalità.

Lo stesso corpus dell’opera gaddiana si presenta come un caotico groviglio, anche i racconti più importanti sono spesso definiti porzioni di scritture più vaste, parti di un tutto che manca. Accade così che anche l’insieme dell’opera gaddiana partecipi alla rappresentazione del caos e l’impossibilità di dominarlo, proprio come accade in ogni singola sua composizione. Questi elementi hanno fatto accostare Gadda a scrittori come Rabelais e Joyce.

OPERE

 

la cognizione del dolore

 Morta la madre nel 1936, Gadda affronta la propria nevrosi familiare scrivendo nel 1937 “La cognizione del dolore”. Il libro si apre con una immaginaria conversazione tra Autore ed Editore e si chiude con la poesia Autunno, definito il testamento di Gadda. La mancata adesione alla struttura tradizionale del giallo, fa si che al lettore sia consegnato un testo lirico anziché l’assassino. La vicenda è ambientata in un immaginario paese del sud America (facilmente identificabile con l’Italia) uscito vincitore dalla guerra contro un paese confinante (evidentemente l’Austria). I protagonisti della vicenda sono Gonzalo ingegnere nevrotico e depresso (doppio di Gadda) e sua madre, chiamata “La signora”. Questi dopo la perdita del capofamiglia e di un fratello di Gonzalo vanno a vivere in una villa (chiaro richiamo alla biografia dell’autore milanese e alla villa di Longone).

La madre intende aprire le porte della propria villa per impartire lezioni di francese alla gente del posto, per colmare il vuoto lasciato dalla morte precoce degli altri componenti della famiglia, Gonzalo è del tutto restio a questa apertura, e intende lo spazio domestico come il luogo chiuso nel quale trova protezione dall’orrore e dalla volgarità del mondo esterno. In questo desiderio nevrotico di chiusura convergono: il timore che la madre vecchia e ammalata, possa aggravarsi e una gelosia evidentemente edipica. L’uccisione della madre avviene in situazioni misteriose e Gadda non ci fornisce la risoluzione del caso. Una delle probabili soluzioni è il matricidio: l’uccisione della madre si presenta come folle possibilità di liberazione dal vincolo nevrotico. La nevrosi di Gonzalo denuncia i limiti della società borghese e i suoi malati rapporti d’affetto. Questa condizione pare alludere a quella del ceto intellettuale nel ventennio fascista, con un pessimismo senza riscatto: se la letteratura è forma di conoscenza (e quindi di cognizione) l’unica realtà da essa conoscibile sarà quella del dolore.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

 Nel 1946 Gadda decide di lavorare a un racconto giallo, “Quer paticciaccio brutto di via Merulana” prendendo spunto da un fatto di cronaca: l’omicidio ad opera di un ex-domestica, di due vecchie signore romane. Nello stesso anno l’opera esce sulla rivista <<Letteratura>> in 5 puntate per poi uscire nel 1957 in un edizione unica priva di conclusione. Sebbene Gadda avesse promesso un continuo dell’opera con un altro libro, vi rinuncia dichiarando che l’opera è letterariamente compiuta, poiché essa è espressione di quel pasticciaccio cui allude il titolo: il nodo, groviglio o gnommero (gomitolo in romanesco) degli eventi fortemente correlati e privi di una risoluzione. “Il pasticciaccio” è il delitto di via Merulana emblema del caos e della terribilità delle cose.

La vicenda si svolge a Roma, nel febbraio del 1927, anno in cui Mussolini instaura il regime fascista: l’ordine deve regnare ovunque. Il commissario Ciccio Ingravallo, 35enne dai capelli neri arruffati, simbolo di quel garbuglio si occupa di un furto ai danni della Contessa Menegazzi avvenuto in Via Merulana, zona ricca e borghese. Pochi giorni dopo si consuma un orrendo delitto nell’appartamento di fronte a quello del furto: l’uccisione di Liliana Balducci, amica di Ingravallo per la quale egli prova ammirazione e amore quasi viscerale.

“Il pasticciaccio” è stato un vero e proprio caso letterario, incentrato soprattutto sull’utilizzo del dialetto. Da quel momento qualsiasi esperimento linguistico doveva fare i conti con Gadda e i continuatori di questa scuola furono chiamati da Alberto Arbasino i nipotini dell’ingegnere”.

Molte sue opere  inedite vengono pubblicate durante la Neoavanguardia : “I viaggi e la morte”, “Verso la certosa”,   “Eros e Priapo”, “La meccanica”.