Giovanni Battista Angioletti, autore neoclassico

Giovanni Battista Angioletti nasce a Milano il 27 Novembre del 1896, da una famiglia medio-borghese. Già a diciassette anni fonda il suo primo settimanale La TerzaItalia, di stampo nazionalista ed interventista. Il romanzo che invece ha fatto sì che si diffondesse la sua fama in quanto autore è stato Il giorno del giudizio, grazie al quale si è aggiudicato anche il Premio Bagutta.

Durante il ventennio fascista, in Giovanni Battista Angioletti, come spiegato nell’antologia di C. Salinari -C.Ricci

prende vita una visione apocalittica del mondo, suggerita non soltanto dall’inquietudine per la sorte dell’uomo, ma soprattutto per la sorte di quei beni spirituali, di una vita morale, di una civiltà dello spirito che sono la creazione di generazioni innumerevoli succedentisi nei millenni, minacciate dal sopravvenire di una civiltà della tecnica che, frutto anch’essa dell’intelligenza e della civiltà umana, è tuttavia, forse perché troppo spesso nelle mani di uomini impreparati moralmente ai suoi vantaggi, incline a degenerare una forza negativa, pressoché demoniaca.

Appassionato di giornalismo, Angioletti, ha scritto articoli per numerose testate ed è stato condirettore dell’ Italia letteraria, assieme a Curzio Malaparte, negli anni che vanno dal 1928 al 1935. Un ruolo come direttore dell’istituto italiano di cultura a Praga e come insegnante di letteratura italiana presso alcune città come Diogene e Parigi, lo tengono lontano dalla sua città natale, nella quale ritornerà solo con lo scoppio della guerra. Intorno al ’45, dirige la Fiera Letteraria. Angioletti, inoltre, è stato uno dei fondatori della Comunità europea degli scrittori, restando al contempo anche segretario del Sindacato Nazionale Scrittori Italiani:

In realtà le mie battaglie si svolsero quasi tutte sul terreno letterario; specie durante la lunga contesa tra i calligrafi e i contenutisti (e io, a torto o a ragione, ero considerato come un capofila dei primi).

Suggestionato dalla letteratura europea soprattutto quella di matrice inglese e francese (nonostante le differenze evidenti dal punto di vista culturale e sociale), Giovanni Battista Angioletti considera la letteratura ”puro stile”, prosa d’ arte che non deve mescolarsi con nient’altro ma restare autonoma e indipendente. Angioletti insiste sulla distinzione tra poesia e prosa, polemica piuttosto accesa in quegli anni, ritenendo che la prosa meriti la stessa dignità letteraria fino ad allora riservata alla poesia; secondo lui infatti, l’autore, bravo, infatti, è proprio colui che riesce a fondere entrambe senza sacrificare i contenuti.

Giovanni Battista Angioletti: tra letteratura e giornalismo

La linea di Angioletti, palesemente neoclassica e lontana soprattutto dalla letteratura naturalistica e realistica, da lui seguita è quella abbracciata dalla <<Ronda>>, anche se non manca in lui il bisogno di un rinnovamento e di un’apertura verso quell’Europa già più moderna ma sempre portatrice di saldi valori nei quali il letterato può riconoscersi. Un’intesa attività come giornalista ha accompagnato la sua attività di scrittore: gusto formale ma soprattutto una grande forza morale restano i capisaldi del suo pensiero: ”il nuovo romanticismo” (interessanti in questo senso gli articoli scritti per il volume Le carte parlanti). Nel ’49 lo scrittore milanese risulta vincitore del Premio Strega, con La Memoria, la sua opera più conosciuta ma anche aspramente criticata perché ritenuta troppo monotona.

Ritratto del mio paese (1928) e Italia felice (1947) sono invece i testi in cui la descrizione del paesaggio (tema costante e molto caro allo scrittore) non è affatto idilliaca come si potrebbe pensare, non prevalgono sentimenti ancestrali ma anzi dietro l’angolo si cela il pericolo della noia, da cui si può sfuggire solo attraverso un dialogo con gli altri e una predisposizione maggiore alla vita. Odio e amore, dunque, verso la propria terra ma anche speranza nel cambiamento e nelle belle pagine. Angioletti si spegne a Santa Maria la Bruna il 3 Agosto del 1961, presso Torre del Greco.

Giovanni Battista Angioletti, come riporta il sito http://www.cristinacampo.it/public/giovan%20battista%20angioletti.pdf, si interroga sulle reazioni di Giacomo Leopardi di fronte ai luoghi vesuviani: la natura feconda, il sole splendente, la bellezza dei paesaggi avranno smentito le teorie pessimistiche? La gioia della gente, la vitalità degli abitanti, le voci squillanti avranno messo in dubbio le convinzioni del poeta? Solo apparentemente, sostiene Angioletti: il poeta di Recanati non poté non percepire la tristezza di quei contadini. In ogni caso Angioletti ha amato Torre del Greco, con le sue campagne e questo amore ha forse anche una precisa spiegazione: lo scrittore si scagliò sempre contro la civiltà moderna, distruttrice dei valori spirituali con il suo tecnicismo materialistico e contro il lucido e freddo razionalismo di origini illuministiche: forse in quella campagna Angioletti ritrovava la sua “poesia”, l’atmosfera surreale, l’essenza originaria e profonda delle cose.

Emilio Cecchi: l’assolutezza dell’arte

Il critico letterario e d’arte Emilio Cecchi (Firenze, 14 luglio 1884 – Roma, 5 settembre 1966) ha sempre riconosciuto il suo stato d’animo in immagini e figure, estraneo all’enfasi, propenso per un linguaggio colloquiale ed elegante come dimostrano i suoi saggi (specialmente “Saggi e viaggi”).

“I grandi romantici inglesi”

Il credo estetico di Cecchi  ha come obiettivo un’arte considerata bellezza assoluta,ma non puà formulare un giudizio, una critica definitiva a tal proposito, ma solo in maniera approssimativa. Influenzato sia da Carducci che da D’Annunzio, la ricerca sperimentale del critico toscano dissente dal pensiero di Benedetto Croce,  considerato fuori dal reale, solo l’arte per Cecchi ha valore assoluto, non c’è filosofia o verità che tengano. Appassionato di letteratura inglese, il critico traduce nel 1903  la “Defence of Poetry” di Shelley, ponendo la sua attenzione in particolar modo sulle questioni morali. Durante la sua permanenza presso la rivista “La Voce” scrive articoli sulla  letteratura russa, tedesca e inglese; quest’ultima oggetto di diversi interventi nel corso del 1906, in particolare quelli su Swinburne, controverso poeta nell’età vittoriana  dallo stile ampolloso ma grandioso nella tecnica versificatoria, e sull’ironico G. Meredith che nelle sue opere mette a nudo l’ipocrisia della società britannica.

Emilio Cecchi  probabilmente è stato il primo critico italiano a segnalare l“‘Ulisse” di Joyce,oltre che l’italiano Dino Campana, da lui considerato “il migliore poeta che abbiamo”. Nel 1918 collabora a “L’Astico” di Piero Jahier, conosce personaggi come  Michele Cascella, Riccardo Bacchelli, e Gaetano Salvemini. In missione a Londra, incontra Chesterton; collabora col Manchester Guardian e con lo Observer. Nel 1919  fonda insieme ad altri intellettuali  “La Ronda”, la rivista letteraria romana che auspicava un ritorno alla tradizione letteraria dopo gli eccessi delle avanguardie. Nel 1925 è tra i firmatari del “Manifesto degli intellettuali antifascisti”, redatto da Benedetto Croce.

Nel 1920 Cecchi esordisce su “Valori plastici“; dal dicembre 1923 fino al 1927 scrive su”La Stampa”; nel 1927  è stabilmente tra i collaboratori del “Corriere della Sera”. Infine diige la rivista “Vita Artistica”. C’è spazio anche per delle esperienze cinematografiche, Cecchi infatti lavora con i registi Camerini e Blasetti, Lattuada e Castellani; (Cecchi è anche il padre della celebre sceneggiatrice per il cinema Suso Cecchi D’Amico) negli anni Trenta collabora all'”Enciclopedia italiana” diretta da Gentile.

Dirige con Natalino Sapegno la “Storia della letteratura italiana”, pubblicata dell’editore Garzanti in 10 volumi negli anni 1965-1969.

Sostenitore di una discendenza della pittura moderna dagli impressionisti e dai macchiaioli, il critico fiorentino è stato tra i primi estimatori di Armando Spadini, tra i maggiori esponenti della cosiddetta “Scuola romana”, di tendenza espressionista, criticando ferocemente i “neoclassici”.

“Messico”

Si puònotare in Cecchi una certa nostalgia per un Umanesimo ormai perduto che lo ha portato ad un ritorno a Francesco De Sanctis e quindi ad autori come Foscolo, Leopardi e Manzoni oltre al già citato Carducci; il rimpianto è soprattutto verso quella religiosità che manca nella società moderna.

Senza dubbio il miglior scritto di Emilio Cecchi è rappresentato dal saggio “Messico” contenente preziosi appunti di viaggio con mirabili ritratti.


Riviste italiane del Novecento

Gran parte dell’attività culturale degli intellettuali trova, dagli anni ’20 alla fine della Seconda Guerra Mondiale, espressione nelle riviste e nei periodici, nonostante il forte condizionamento e la censura del regime fascista. Le riviste più influenti ed importanti del ‘900 sono:

-<<La Ronda>>: rivista romana che ha  l’intento di restaurare i valori tradizionali e classici della letteratura, rivendicando la sua indipendenza dalla politica e accusando Giovanni Pascoli quale responsabile della decadenza della letteratura contemporanea. Si prendono invece come esempi da imitare Manzoni e Leopardi.

-<<Il Baretti>>: fondata da Piero  Gobetti per rendere omaggio al letterato  del settecento Giuseppe Baretti, sostenendo la rivoluzione liberale.

-<<Solaria>>: fondata da Alberto Carocci  a Firenze, nella quale spiccano figure come Montale e Debenedetti e in una posizione complessa anche Gadda.Vengono fatti conoscere scrittori come Eliot, Joyce, Woolf, Faulkner, Pasternak, Kafka, Gide, Proust, Rilke.

-<<Il Selvaggio>: ideata da Angiolo Bencini, presenta contenuti in linea con in regime.

-<<‘900>>: diretta da Massimo Bontempelli di ampio respiro europeo, per una letteratura più giovane. Ma il regime fece chiudere la rivista nel 1929.

– <<La letteratura>>: diretta da Alessandro Bonsanti  raccoglie intorno a se i fedelissimi solariani, anch’essa molto aperta alla cultura europea. Tra i suoi collaboratori spiccano intellettuali come Quasimodo, Montale, Vittorini, Saba, Lorca, Contini.

-<<Primato>>: fondata da Giuseppe Bottai, Ministro dell’educazione nazionale, per affermare il primato dell’Italia in vista delle guerra e per promuovere l’interventismo culturale. Molti furono i collaboratori, dalla filosofia alla pittura, tra i quali figurano: Abbagnano, Binni, Praz, Cecchi, Alvaro, Biagi, Montanelli, Guttuso, Luzi, Penna.