L’Umbria non è l’Ohio e Luigi di Maio non ha colpe ma solo il ‘complesso di popolarità a debito’

In principio parlano i voti assoluti. In Umbria ha stravinto la coalizione di centro-destra, con la Lega che tiene la percentuale altissima conquistata alle elezioni europee e Fratelli d’Italia che raddoppia i consensi. A prima vista sembrerebbe che la scelta di Matteo Salvini di aprire la crisi di governo con il Movimento 5 Stelle, in linea con la volontà di capitalizzare il sentimento popolare degli italiani che lo vede in testa ai sondaggi, sia giusta, anche se questa sfida era piuttosto facile (senza nulla togliere alla campagna elettorale perfetta del leader della Lega).

L’Umbria uscita dallo scandalo targato PD sulla sanità, si presentava insieme ad un Movimento 5 Stelle indebolito, sulla scia di una manovra finanziaria tutt’altro che seducente sul piano comunicativo ed elettorale. Bastava farsi un giro sui profili social di Matteo Salvini per vedere come sarebbe andata a finire, eppure i partiti di governo hanno scelto, sbagliando, di perdere insieme quando sarebbe stato più intelligente perdere divisi. Non a caso Matteo Renzi a Narni non c’era per la foto di gruppo. L’Umbria non è l’Ohio ma così hanno offerto sul piatto d’argento dell’opposizione l’argomento degli argomenti: “andare alle elezioni subito”.

Nei ranghi del Movimento 5 Stelle è subito caccia al colpevole. Insomma “uno vale uno” solo quando vince. La realtà è che Luigi Di Maio, pur essendo il capo politico, non ha nessuna responsabilità sulla sconfitta. Anzi. Luigi Di Maio è stato l’unico – insieme ad Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone – al momento delle consultazioni a voler tenere il forno aperto con la Lega, peraltro con grandi capacità di mediazione e negoziazione, con lealtà e dignità, ma fu messo in minoranza dai suoi (che hanno deciso di seguire la volontà di Beppe Grillo, Giuseppe Conte e Roberto Fico).

Infatti lui stesso ha preferito andarsene al Ministero degli Affari Esteri, prendendosi comunque la delega all’export italiano per onorare il lavoro iniziato al Ministero dello Sviluppo Economico, così da accreditarsi all’estero e preparare un’eventuale uscita di scena. Luigi Di Maio non è responsabile ma una vittima sacrificale del governo giallo-rosso che merita rispetto.

Altro che “bibitaro”, tutti quelli che lo hanno conosciuto ammettono di aver davanti una persona brillante, instancabile, studiosa, ambiziosa quanto basta per rispettare i propri impegni con responsabilità e senso di appartenenza alle istituzioni. Ma come tutti gli eletti del Movimento 5 Stelle soffre “del complesso di popolarità a debito”: senza Beppe Grillo non sarebbero nessun deputato sarebbe mai diventato così influente per cui la notorietà individuale viene messa al servizio della comunità.

«Era un esperimento. Non ha funzionato. Il patto Pd-M5S è una strada impraticabile» (il commento di Luigi Di Maio dopo l’uscita dei risultati in Umbria).

Ad ogni modo i risultati del voto in Umbria seguono perfettamente l’andamento elettorale tracciato dalle europee di maggio. Matteo Salvini cresceva nei consensi da Ministro degli Interni, e ha sigillato quei consensi anche all’opposizione grazie ad un populismo formale-comunicativo (caudillo, comiziante, espressione del sentimento popolare) più che sostanziale-programmatico (rimane pro-Euro, pro-Nato, pro-mercato).

Dal punto di vista elettorale e sociologico la Lega si iscrive in continuità col Partito Comunista Italiano (andate a chiedere per chi hanno votato in massa gli operai delle acciaierie di Terni), perché già come spiegano il filosofo Jean Claude Michéa e il sociologo francese Christophe Guilly “nelle democrazie occidentali le classi popolari e quelle medie impoverite non votano più a sinistra”. E qui si pone un problema per il medio e lungo periodo.

La coalizione di centro-destra è destinata a implodere se non risolve la questione ideologica interna. Citando una frase di Alain De Benoist pronunciata in questa terza edizione di Libropolis: “quei liberali, nazionalisti o conservatori, dovranno capire prima o poi che è impossibile voler difendere quel sistema di mercato capitalista e allo stesso tempo i valori tradizionali che quel sistema di mercato capitalista non smette di distruggere da decenni”.

 

Sebastiano Caputo

I truffatori dell’antirazzismo e la sinistra morente salvata dalle uova

Una bravata di alcuni ragazzotti imbecilli nel notturno torinese che ha preso di mira diverse donne tra cui Daisy Osuake, atleta italiana di origine africana, si è trasformata nella punta dell’iceberg di un presunto odio razziale che sta divorando il Paese. I carabinieri per ora stano escludendo il movente xenofobo eppure la recuperazione politica è già in atto per colpire il governo giallo-verde, ritenuto complice e mandante di questa artificiosa ricostruzione dei fatti.

Il razzismo che si traduce in azioni concrete esiste, ma è nella testa e nelle gesta degli piscolabili, che sono pochissimi in Italia, e di certo non rappresentano l’anima profonda del nostro popolo. Il razzismo reale non ci appartiene. Per storia, cultura, geografia. Noi italiani siamo mediterranei, persone semplici, ospitali, a modo nostro, verso tutti gli stranieri, che non abbiamo mai amati né disprezzati, ma rispettati sulla base della decenza comune, quelle regole non scritte di convivenza che hanno caratterizzato una terra di passaggio, un crocevia straordinario di popoli, clan e tribù. Quel fatto di cronaca a Isola Capo Rizzuto che ha visto i bagnanti calabresi soccorrere 56 migranti in spiaggia, racconta perfettamente lo spirito descritto sopra. Del resto anche alla base della crescita elettorale di Lega e del Movimento 5 Stelle non c’è l’emergenza immigrazione (o addirittura “sostituzione etnica” paventata da alcuni) ma la paura di un ulteriore impoverimento della classe media, i cosiddetti sconfitti dalla globalizzazione.

Eppure l’agenda politica insegue i flussi migratori insieme al problema della disoccupazione (vera priorità del Paese). Il rischio è quello, come hanno fatto negli Stati Uniti, in Francia e Inghilterra, di delegare il tema dell’integrazione agli intellettuali – per altro tutti bianchissimi, e non a caso nessuno di loro figlio di immigrati – e dunque alle associazioni, ai giornali e alle istituzioni, invece di lasciare alla strada la facoltà di auto-gestirsi e auto-regolarsi. All’italiana.
Perché è la cultura dell’anti-razzismo in assenza di razzismo ad aver creato negli ultimi decenni in questi Paesi i ghetti, le banlieues, gli slums monoetnici, delineando i confini urbani e non, di un potenziale conflitto sociale, che come controparte, nell’altra barricata, viene alimento da una narrazione sul pericolo di invasione in assenza di invasione. L’Italia è luogo di arrivo ma nella maggior parte dei casi – e lo dicono i numeri – non è quasi mai luogo di insediamento. Eppure rischia di diventarlo se l’Europa continua a scaricarci il barile e a omettere il gioco sporco di alcune ONG. Invece di inseguire dunque modelli occidentali fallimentari (il comunitarismo anglosassone, il modello assimilativo francese, il meeting pot statunitense, ecc.) e aizzare i nuovi arrivati contro gli italiani (e in un domani gli italiani a considerare i nuovi arrivati dei corpi estranei alla società) occorrerebbe raccontare ai cosiddetti “immigrati regolari” l’Italia nella sua natura più intima: mediterranea, ospitale, genuina. Questa è la forza del nostro sistema di integrazione che in nessun modo dovrà essere intellettualizzato da chi fa dell’anti-razzismo uno strumento ideologico per ricompattare il fronte anti-sovranista e puntare allo stesso tempo il dito contro “l’italiano medio” a cui hanno imposto un’immigrazione massiva senza che questa gli portasse reali benefici economici (aldilà di una solidarité réclame sbandierata dalle “zone protette” in perfetto stile neo-coloniale).

Nel 2018 può avvenire anche questo, se si buttano nel calderone diversi innocui elementi, tra cui una macchina, un mentecatto che lancia uova e un’atleta italiana di origine africana, vittima incolpevole dell’idiozia d’un singolo, allora tale calderone diventerà una bomba ad orologeria, pronta ad esser fatta detonare da quelle stesse personalità, politiche e mediatiche, che lo scontro interrazziale vorrebbero disinnescare. O meglio, ciò è quello che vien detto a parole. Nei fatti, se parliamo di convenienza politica, al Partito Democratico e ai suoi derivati, derelitti oramai privi di qualsiasi progetto politico a lungo termine, farebbe senz’altro comodo se avvenisse un agguato al giorno, come quello di cui è stata appunto vittima Daisy Osakue. Tanto più se pensiamo che il fattaccio è avvenuto in concomitanza con la carismatica presa di posizione di Maurizio Martina, che per contrastare le folli scelte salviniane ha annunciato una manifestazione antirazzista che si terrà a settembre, da realizzarsi con tutti i mezzi possibili (anche i soldi dei contribuenti) affinché rimanga scolpita nella memoria collettiva e giunga fino ai posteri. Pensateci, tra vent’anni si parlerà ancora di Maurizio Martina e della marcia (antirazzista) su Roma: perfetta sintesi tra epica e praxis rivoluzionaria.

Tuttavia, per pubblicizzare ancor più prepotentemente la manifestazione che decreterà senz’altro la fine di Salvini, serviva un bel pretesto. Uno di quei casus belli da mettere in vetrina e da usare come giustificazione universale da qui ai prossimi due secoli. Ed eccoci di nuovo al caso di Daisy Osakue. Basta poco, come dicevamo: prendete una bella pentola, metteteci un’auto, un uovo, un esimio cretino e un’atleta di origine africana. Passate poi il tutto all’interno della cassa di risonanza dei media nostrani ed otterrete un (non) caso montato ad arte, argomento perfetto di cui disquisire a Capalbio coi vostri amici veramente poco proletari, oltre che movente dannatamente perfetto per tirare le orecchie a Matteo Salvini. Poco importa se la polizia ha abbandonato sul nascere la pista razziale, visto che nei giorni precedenti erano già stati denunciati a Moncalieri diversi lanci di uova contro i passanti. Oramai la tavola è imbandita, i commensali sono già seduti e affamati e dal pentolone sale un ottimo odore di fake news da dare in pasto all’opinione pubblica. Non possiamo deluderli, non sia mai.
E lasciamoli allora banchettare con quel poco che gli dona sollievo e gioia, con le verità false, falsissime dentro le quali trovano ristoro. Non ci resta altro che questo, osservare a bordo del ring il Partito Democratico che, come un pugile suonato e oramai messo all’angolo, cerca disperatamente di cingere in un abbraccio il proprio avversario per provare a rifiatare un attimo, per sopravvivere qualche minuto in più alla scarica di colpi e raggiungere la fine dell’ennesimo round. Lasciamo quindi che riprendano fiato con questi mezzucci, poiché sul piano politico l’incontro è già segnato: il Partito Democratico è sul punto di stramazzare al suolo.

 

Sebastiano Caputo, Matteo Persico

Elezioni politiche 2018: vince la realtà, il cosiddetto populismo che fa ancora storcere il naso ai radical chic che vivono su un altro pianeta

Dal trionfo del Movimento 5 Stelle alla débâcle del Partito Democratico, dal successo della Lega al tonfo di Forza Italia: come cambia lo scenario politico italiano dopo le elezioni del 4 marzo? A guardare le mappe spennellate di colori politici, l’Italia è divisa in due: Lega Nord e Lega Sud. Il meridione e le isole sono macchiati del giallo del Movimento 5 Stelle, il settentrione è zona targata Lega. I veri vincitori sono loro, i partiti cosiddetti populisti, i partiti della realtà. I perdenti? Innanzitutto il Partito Democratico dell’ex-premier in bicicletta Matteo Renzi, che ha dimezzato i consensi, insieme alla fotogenica e onnipresente Emma Bonino e ai colonnelli fuoriusciti (dalla casa democratica e dalla storia) Bersani, D’Alema, Grasso e compagnia. Non se la passa bene nemmeno Forza Italia, che guadagna la seconda posizione all’interno della coalizione del centrodestra.

Un tempo l’avremmo chiamata propaganda, ma abbiamo rilegato il termine ai totalitarismi. La politica è anche narrazione, non soltanto decisioni, norme, compromessi, fatti e così via. Ogni movimento, ogni partito, talvolta ogni singolo uomo politico costruisce il suo racconto, diluendo i fatti in un universo di valori, aspettative, illusioni, emozioni con cui si affrontano gli sviluppi della vita politica. Ci domandiamo: quali narrazioni hanno vinto e quali hanno perso?

Ciò che salta agli occhi è certamente il successo del M5S. Deriso, osteggiato, sbeffeggiato, considerato un partito di ebeti fascisti, una metastasi temporanea della politica italiana, messo in ridicolo (a volte dai suoi stessi adepti), il Movimento ha fatto breccia con una narrazione tanto banale quanto semplice, lineare, facilmente condivisibile: il luogo della discussione, il Parlamento, è la sala in cui il maggiordomo uccide il sovrano, in cui gli eletti tradiscono gli elettori. Con le loro norme contorte e i loro inciuci prendono la tua fiducia, caro cittadino, e la scaricano nel letamaio. Contro tali abusi, contro tutto ciò, contro tutto, contro nemmeno-noi-sappiamo-cosa, il Movimento ti difenderà. Ed eccolo lì, il Movimento, a macinare percentuali incredibilmente assurde per un partito senza storia, con i consensi che superano il 40% e sfiorano il 50 (al Sud, al Centro e sulle isole). Con queste percentuali, non potranno che ricevere la seconda o la terza carica dello Stato in sede parlamentare.

La Lega di Matteo Salvini è la medaglia d’oro delle elezioni. Se il M5S guida il primo partito in termini di voti, la Lega guida la prima coalizione. Ciò si traduce, nel nostro assetto istituzionale, in un privilegio non da poco, cioè nella verosimile preminenza che il Presidente Mattarella accorderà, in ipotetici incarichi, a Salvini. La trasformazione della Lega da partito regionalista a forza populista su base nazionale è stato definitivamente compiuto al Nord, dove spicca come primo partito in assoluto, ma è frenata dalla vittoria dei pentastellati al Centro e al Sud, dove Salvini incassa comunque ottimi risultati (9 punti percentuali in Molise, da 15 a 17 in Lazio e Abruzzo, intorno al 5-6 in Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata, Puglia, 10 in Sardegna, dove ha giovato l’alleanza con gli autonomisti storici del Partito Sardo d’Azione). Sfonda anche nelle regioni rosse, storici fortini della sinistra, dall’opulenta Emilia-Romagna, dove la Lega raggiunge la quota di 19 voti ogni 100, all’operaista Toscana, dove si attesta al 17% (20-21 nei collegi di Pisa, Grosseto, Lucca). Nota di merito per Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che conferma le aspettative in una forbice tra il 4 e il 5%.
Berlusconi tradisce le attese, e più che un gourmet si dimostra essere un avanzo del giorno prima. Ha abituato il paese a vederlo grande vincitore o grande sconfitto, protagonista della gran commedia o della gran tragedia. Le elezioni lo hanno inchiodato a quel 13-14% che potrebbe davvero essere la sua fine. Il Cavaliere è un mostro da palcoscenico, capace della più forte empatia con gli italiani, che lo vogliono vedere ora Achille ora Ettore, nell’eterno duello con se stesso da cui esce vivo o morto. Le percentuali suddette, invece, lasciano Forza Italia dove mai dovrebbe trovarsi, a metà tra la sconfitta (interna alla coalizione del centrodestra) e la vittoria (esterna). Fine delle trasmissioni?

Emergenza Casapound, si diceva. Ci siamo già dimenticati Auschwitz?, domandavano. Voilà, i pericolosi neri, attestarsi ben al di sotto dell’1%. Un colpo al cuore per gli uni che paventavano il ritorno delle camicie nere e si impegnavano in marce anti-qualcosa, e per gli altri, i casapoundiani, che si ponevano come vera alternativa al sistema e veri difensori del popolo italiano il quale, evidentemente, nemmeno sa chi siano. Andavano dicendo che votando Casapound avremmo impedito il ritorno di Renzusconi. Eccoci qui, nessuno ha votato Casapound e i numeri dicono che non ci potranno essere le larghe intese tra centrodestra e centrosinistra. Avranno tempo per vittimizzarsi. Chapeau, kameraden, narrazione perfetta.

I feticci e la realtà

Arrivano, sono loro. Le aspettative individuali e sociali, il demone con cui la politica deve forzatamente fare i conti. Perché puoi costruire e pompare una narrazione in cui l’Italia torna a essere grande e rispettata, in cui il lavoro riparte, in cui i diritti civili sono finalmente conquistati, ma arriverà inarrestabile la realtà a mostrarti che no, l’industria italiana è stata progressivamente ridotta in macerie, il lavoro non riparte bensì si trasforma in sfruttamento precarizzante, i diritti civili sono un feticcio morale con cui non si pranza. “Voto di pancia”, dicono. Viveteci voi, cari diritticivilisti, con una pensione misera, con uno stipendio da fame, con tasse da capogiro. La pancia sarà sempre il primo strumento a intonare la colonna sonora della vostra disfatta. Come se i bisogni primari dell’uomo fossero indegni della politica. Perché c’è un Italia che non vuole trucchi per rifarsi l’anima bella, non sente in sala i vostri racconti strappalacrime se lì fuori un martello pneumatico distrugge l’esistenza rendendo instabile il lavoro, i legami familiari, i momenti di festa, tutto ciò che riguarda la ciclicità dell’esistenza e che dà senso e significato al nostro vivere. Il Partito Democratico, con le sue battaglie di civiltà – quale? – cade al 18%, Liberi e Uguali del tandem Grasso-Boldrini viene ridotto a partitello da 3%, riuscendo per un soffio a entrare in Parlamento. Un abbraccio compassionevole.

Il Presidente della Repubblica non avrà avuto un buon risveglio. Nel momento in cui scriviamo, non ci sono percentuali per alcuna maggioranza gialla, né per un governo blu, né per una transizione a guida PD-FI, come magari auspicava qualcuno quando ha votato il Rosatellum pensando di far fuori i Cinque Stelle. Gli scenari più plausibili sono due, un accordo parlamentare in grande stile per la stesura e l’approvazione di una nuova legge elettorale, oppure un governo delle forze cosiddette populiste. M5S, Lega e FdI, che nella precedente legislatura hanno costituito l’opposizione, insieme totalizzano il 60% dei consensi, oltre che la stragrande maggioranza degli eletti nei collegi uninominali. Un accordo è possibile su pochi punti chiave quali l’abolizione della Legge Fornero, l’abolizione del Jobs Act, riordino del fisco e della giustizia. Non c’è però convergenza sui cavalli di battaglia elettorali – Flat Tax leghista e reddito di cittadinanza pentastellato – né sulle cruciali questioni dell’uscita dall’Euro e dall’Unione Europea, misure imprescindibili secondo il gruppo di destra, secondarie se non superflue per i grillini.

 

Alessio Mulas-L’intellettuale dissidente

Affinità elettive

Forse non tutti ricorderanno che…
Nella giornata delle dimostrazioni antifasciste organizzate dal Pd nella città di Como, ci preme riportare alla memoria quale sia stato l’unico uomo politico italiano ad aver esaudito in anticipo i desideri più o meno confessi degli attuali movimenti anti-immigrazionisti di stampo neofascista e leghista: Romano Prodi, il cui governo, vent’anni fa, dispose un blocco navale volto a respingere i frequenti sbarchi, allora provenienti dalle coste albanesi. Fu così che una corvetta della Marina Militare Italiana speronò e affondò un barcone di disperati che fuggivano dalla guerra civile imperversante nei luoghi d’origine. Risultato? 81 morti e 27 dispersi.

Ventata di destra sulle elezioni amministrative

A ballottaggi appena conclusi appare chiaro come il maggior successo delle elezioni amministrative italiane sia da attribuirsi al centrodestra. In particolar modo ai candidati leghisti e al segretario del partito Salvini che, nelle varie interviste, tende a monopolizzare i buoni esiti finali, anche a discapito dei compagni di coalizione.

Vittoria del No, Renzi si dimette. La superbia partì a cavallo e tornò a piedi

La maggioranza dei cittadini italiani aventi diritto, ha detto No alla riforma costituzionale e al premier Matteo Renzi che ha personalizzato oltremodo questo referendum. L’Italia si sveglia con un governo che si prepara alle dimissioni dopo mille giorni di permanenza, e con il presidente del Consiglio che, in seguito ad un dignitoso discorso che ha tenuto ieri sera, subito dopo aver appreso l’esito del referendum, ha rimesso il proprio mandato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha però sottolineato, già dopo un’ora di colloquio con il premier durante il pomeriggio che ci sono “impegni e scadenze di cui le istituzioni dovranno assicurare in ogni caso il rispetto, garantendo risposte all’altezza dei problemi del momento”. Il passo indietro di Renzi è stato congelato fino all’approvazione della Legge di Bilancio. Renzi dunque resta ancora in carica fino alla fine della settimana a causa di questa impellenza, co buona pace degli avvoltoi.

Il dato definitivo del referendum dice che l’affluenza in tutte le regioni ha superato il 50%, sebbene non ci fosse il quorum, al No è andato oltre il 59% dei voti, mentre al Sì il 40,4%. I favorevoli l’hanno spuntata solo in Trentino Alto Adige, Emilia Romagna e Toscana (dati del Viminale). Una batosta per Renzi e il suo governo che su questa riforma avevano puntato tutto.

Possibili scenari dopo le dimissioni di Renzi

Tra le ipotesi per il dopo Renzi, c’è che Mattarella decida di privilegiare la continuità tra passato e presente, incaricando un ministro del governo PD (i nomi che circolano sono quelli dei ministri dell’Economia Padoan, quello delle Infrastrutture Delrio e quello della Cultura Franceschini. Non c’è chiarezza per quanto riguarda la maggioranza e in riferimento a questo aspetto, il compito potrebbe essere affidato anche a una figura istituzionale, come quella del presidente del Senato Pietro Grasso. Il M5S e la Lega chiedono elezioni, ed in effetti questa legge elettorale attualmente favorirebbe i pentastellati ma c’è il problema di una legge elettorale da fare, perché l’Italicum vale solo per la Camera. Diversa la posizione di altre forze politiche, tra le quali Forza Italia che chiede di rimettere totalmente alla legge, così come Sinistra Italiana che dall’Italicum è penalizzata. A ciò si aggiunge il freno della Corte costituzionale che non si pronuncerà prima di gennaio. Di sicuro le forze politiche uscite vincenti da questo referendum premeranno affinché non si vada al voto il prima possibile.

La schiacciante vittoria del No e il ridimensionamento ontologico di Renzi e company

Ma tornando a ciò che è accaduto ieri sera, alla schiacciante vittoria del No e al discorso privo di innalzamento di toni che aveva caratterizzato la campagna referendiaria per il Sì di Renzi, il quale si è permesso di tutto e di più (persino strumentalizzare le malattie) con l’appoggio della maggior parte dei giornali nostrani, i quali, se al posto di Renzi ci fosse stato Berlusconi, avrebbero gridato allo scandalo, è ancora una volta utile e importante sottolineare come anche stavolta, dopo la Brexit e la vittoria di Trump, la realtà abia superato la narrazione del governo, della finanza, delle oligarchie economiche, degli opinionisti parrucconi che affermavano che qualora avesse vinto il no, l’Italia non sarebbe mai uscita dalla palude in cui versa e che a votare no erano solo conservatori, e ancora: della Rai e dei giornalisti servili verso Renzi, dei personaggi dello spettacolo e degli esponenti della politica estera. Nulla hanno potuto Roberto Benigni, il premio Strega Francesco Piccolo e Michele Santoro. Ancora una volta il popolo ha votato con la propria testa, senza lasciarsi sedurre da facili slogan e convincere che i promulgatori del no fossero un’accozzaglia e rappresentassero “la casta”. Nulla hanno potuto i provvedimenti e riforme del governo Renzi attuate durante questi mille giorni, tutti in direzione dell’esito positivo del referendum di ieri.

Matteo Renzi e i suoi yes-men and women sono partiti a cavallo e tornati a piedi, sembrano essere già lontani i giorni in cui arroganti ed irridenti (come dimenticare l’ormai celebre l’hashtag “Ciaone” di Ernesto Carbone in seguito al mancato quorum del referendum sulle trivelle), esponenti del Pd come Romano, Migliore, Morani, Boschi presenziavano in TV con la sicurezza stampata in volto che avrebbe vinto il sì, prevedendo scenari apocalittici in caso di vittoria del no e usando provvedimenti giusti come il superamento del bicameralismo paritario, il taglio delle poltrone in Parlamento e l’abolizione del CNEL come specchietto per le allodole, coprendo l’intero pasticcio quale era la riforma costituzionale, scritta, tra gli altri, da personaggi come Verdini. Insomma: i nuovi 100 senatori sarebbero stati eletti in gran segreto dalla casta politica all’interno dei Consigli regionali, che attualmente sono quasi tutti nelle mani del PD e con l’attuale legge elettorale per la Camera, gli italiani non avrebbero potuto più eleggere nemmeno una buona parte dei deputati, poiché sarebbero stati gli stessi partiti ad indicare il nome del primo degli eletti in ogni collegio. Inoltre la riforma prevedeva l’abbassamento della soglia dei voti necessari per l’elezione del Presidente della Repubblica da parte dei parlamentari, consentendo in questo modo ad un unico partito (in questo momento storico il PD di Renzi) di controllare anche la nomina della più alta carica dello Stato. In sintesi, Renzi avrebbe governato indisturbato per altri venti anni.

La maggioranza degli italiani ha preferito mantenere la Costituzione di Parri e Calamandrei

La maggioranza degli italiani, che da alcuni radical chic ed intellettualoidi  saranno ovviamente etichettati come “populisti”, ha preferito mantenere la Costituzione di Calamandrei e Parri. Tuttavia sarebbe bastato modificarla davvero solo in quei pochi aspetti che avrebbero semplificato e sburocratizzato il sistema, e la maggior parte avrebbe votato positivamente, mentre si è preferito smantellarla dando l’immunità parlamentare ai consiglieri regionali che avrebbero risposto agli interessi del partito piuttosto che a quelli del loro territorio, non facendo più votare i cittadini per il Senato. Molti cittadini italiani questo lo hanno capito, essendosi informati a dovere, soprattutto sul web, nel merito della riforma.

La campagna referendaria di Renzi è stata al limite dell’indecenza (come quella dei suoi adepti, una su tutti Maria Elena Boschi, la fatina dal sorriso sempre pronto, depositaria della narrazione renziana, che ha affermato che chi avrebbe votato no sarebbe stato come Casa Pound, e che i veri partigiani avrebbero votato sì), consegnandoci un Renzi diverso da quello che in molti ha trasmesso speranza, delle primarie, un Renzi accentratore, troppo sicuro di se, onnipresente in TV, bugiardo e arrogante.

Le dimissioni di Renzi da Capo del Governo concludono un breve ciclo cominciato con la sua nomina con un tweet, con un accordo interno al ceto dirigente italiano e sostenuto dalla finanza, e terminato con un voto su una riforma (scritta male e divisiva per il Paese, nella quale invece, tutti dovrebbero riconoscersi) invocata da una banca d’affari, senza mai passare per un’elezione. Senza contare, essendo stato quello sul referendum anche un voto al governo, che molto poco, se non nulla, è stato fatto per contrastare disoccupazione, precariato e austerità. Il PD sembra davvero aver dimenticato la propria base sociale. Non a caso chi ha votato massicciamente No sono stati proprio gli under 35. Che sia l’inizio di una nuova Storia, e che la data del 4 dicembre 2016 venga fissata bene nella mente di chi ha in mente di stravolgere anche lui in futuro la Carta Costituzionale, chiunque egli sia. L’invasione delle cavallette non c’è stata e non ci sarà, sebbene alcuni esponenti del PD renziano pensino che dopo di loro ci sarà il nulla e che siano ancora l’unica alternativa possibile.