‘Giurato numero 2 ‘, l’ambiguità morale secondo Clint Eastwood

Cinquant’anni dopo che Roland Barthes e Michel Foucault hanno avviato la demolizione del concetto di autore, sottolineandone l’inadeguatezza come fonte di significato, la critica cinematografica oscilla ancora tra approcci devoti e cauti alla questione. I primi, come se fossero improvvisamente liberati dalla repressione del loro entusiasmo, abbracciano con tutto il cuore l’autore come pratica euristica e propongono di usarlo come fonte di analisi esplicativa. I secondi, spesso allineati al pensiero post-strutturalista, cercano di delineare i modi in cui gli autori influenzano la circolazione della loro opera senza cadere nella trappola di difendere la reificazione borghese della loro posizione. Tra questi ci sono stati tentativi di affrontare i contesti storici e istituzionali degli autori, che hanno spesso ridotto la loro funzione a meri partecipanti alla commercializzazione del cinema, insieme a una ripresa di studi che si aggrappano ancora alla capacità dell’autore di mobilitare aspetti dell’identità, ad esempio, attivando fantasie sulla capacità degli spettatori di avere il controllo del significato ed   esprimersi.

In questo contesto il cinema dell’inossidabile Clint Eastwood  ha diviso e divide la critica in chi si crogiola in accuse di antisemitismo, razzismo, mascolinità eccessiva, autoritarismo, rudezza e chi esalta il coraggio del pluripremiato cineasta nel non essersi mai lasciato sedurre da sperimentalismi, continuando a proporre se stesso con grande rigore e autenticità.

Anche l’ultimo pregevole legal thriller di Eastwood si colloca nel solco del rigore stilistico e della classicità. Giurato numero 2 va dritto al punto senza giri di retorica: Verità/inno al ragionevole dubbio, giocando abilmente col motivo del visibile e dell’invisibile, dell’evidente e del nascosto: la sposa bendata, il protagonista abbacinato dal temporale, il testimone confuso dalla distanza, il pubblico ministero ‘accecato’ dalla carriera. Le zone d’ombre sono tutte messe in luce da Eastwood, che mostra quello che i personaggi non vedono o non vogliono vedere. Ma è tutto lì, in piena luce grazie alla fotografia è limpida, l’illuminazione uniforme, l’inquadratura spinta al massimo punto di eccellenza, eppure tutti guardano senza vedere. E qui risiede la profondità del film, molto più che nel dilemma morale che deve affrontare il protagonista e che richiede una sola scelta giusta, senza possibilità di sbagliare.

Justin Kemp, giovane uomo con un passato da alcolista e un futuro da papà – la moglie aspetta la loro bambina -, è convocato come giurato in un caso di omicidio alle porte di Savannah, in Georgia. La vittima, Kendall Carter, è stata presumibilmente picchiata a morte e abbandonata in un fosso dopo una violenta discussione con il suo ragazzo, membro pentito di una gang di quartiere. Il colpevole ideale per i dodici giurati e per il procuratore della contea in piena campagna elettorale.

Justin, giurato numero 2, realizza progressivamente la propria colpevolezza nella tragedia avvenuta un anno prima, nel cuore della notte, sulla stessa strada dove si era convinto di aver investito un cervo. Sotto una pioggia battente di ricordi, il marito perfetto si scopre omicida involontario e si ritrova difronte a un dilemma morale: confessare, scagionando l’imputato, o sottrarsi alla giustizia, condannando un innocente?

Il film cita il Sidney Lumet de La parola ai giurati quando entra nella stanza della giuria, formata da gente normalissima con convinzioni precostituite, mentre Justin che tenta di salvare la propria coscienza man mano scardina le loro convinzioni colpevoliste. Tuttavia, in Lumet Henry Fonda era l’eroe americano senza macchia, mentre in Giurato numero 2, il marito perfetto è anche l’inquieto colpevole, per quanto involontario, di una tragedia più grande di lui.

Qualcuno ha avuto una relazione o conoscenza con l’imputato prima di oggi? Chiede il giudice.

È stato passeggero del mio bus, risponde la giurata.

 

Gli atteggiamenti verso la rilevanza dell’autorialità corrono paralleli a una diffusa ansia nella cultura contemporanea causata dalla tensione tra il desiderio di trovare modelli di identità coerenti per guidare la nostra identificazione e la consapevolezza che le società postmoderne non offrono molto in tal senso, ovvero il conflitto tra un’adattabilità al cambiamento richiesta socialmente  e il bisogno, anch’esso originato dalla società, di un’identità personale stabile e forte che possa sopravvivere a quello stesso cambiamento senza dissolversi in esso.

Tale conflitto può essere visto come la tensione creata dalla richiesta sociale di identità che sono allo stesso tempo deboli e forti, un conflitto visibile nei discorsi creati dal cinema americano e che risulta più visibile in quei film che sono associati ad autori con una potente presenza culturale, acquisita attraverso una lunga carriera di regista o attraverso la loro contemporanea condizione di attori di punta. Clint Eastwood, uno dei più importanti autori di questo genere nel cinema hollywoodiano contemporaneo, si erge come un prodotto culturale sintomatico di quella tensione, poiché i significati che ha accumulato nel corso della sua lunga carriera. includono fantasie sia sull’autosufficienza che sulla flessibilità del soggetto contemporaneo.

Le diverse fantasie offerte dal cinema di Eastwood, Giurato numero 2 compreso, spaziano dal sé maschile determinato a quello duttile e si combinano tra loro in vari modi, attestando le tensioni che attraversano le società contemporanee in merito alla formazione e alla circolazione dell’identità, mostrando i modi in cui la cultura statunitense riflette l’ansia maschile causata dalla pressione di adattarsi a una nuova sfera sociale in cui la malleabilità e l’identità come stile di vita sono più richieste rispetto al tradizionale ethos maschile di lavoro ed efficienza. Tale tensione è articolata dai film attraverso il ricorso allo status culturale di Eastwood come autore e rappresentante del maschio statunitense.

La sua circolazione come voce autoriale mostra l’impatto di tale necessità di adattarsi ai tempi che cambiano, con conseguenti fantasie di espressione che suggeriscono allo spettatore una varietà di interventi autoriali. Sebbene i film di Eastwood siano pervasi dai significati
portati dalla sua potente presenza come attore, funzionano anche producendo fantasie  su di lui come autore di cinema d’azione-spettacolo, di film indipendenti, di tentativi di revisione attraverso il melodramma e in generale su di Eastwood come autore con una visione del mondo molto personale. Del resto, chi oggi parla di ambiguità morale al cinema con il rigore di Eastwood, trattando contemporaneamente, senza partorire un guazzabuglio, politica, sistema giudiziario americano, vicenda personale, fede, fiducia della legge?

Parlando di indipendenza artistica, è utile sottolineare come la stessa società di produzione di Eastwood, inoltre, la Malpaso, illustra l’ambigua relazione dei suoi film con il mainstream: il suo ufficio si trova all’interno dei terreni della Warner Bros. dal 1976, a testimonianza della relazione di complicità e opposizione di Eastwood con Hollywood, che è fondamentale per comprendere il suo lavoro e il suo significato culturale. Un’ambiguità simile ha definito la connessione delle produzioni indipendenti con le major negli ultimi vent’anni, al punto che la comparsa all’interno dei grandi studi di divisioni specializzate in progetti dall’aspetto indipendente ha costretto gli studi cinematografici a ripensare il significato del cinema indipendente. Una volta che l’indipendenza economica è diventata un’utopia, l’etichetta indipendente è diventata un’ulteriore nicchia commerciale per l’industria, designando ora uno stile diverso caratterizzato dall’attenzione alla costruzione del personaggio, alla sovversione della struttura narrativa.

‘Un colpevole in giuria’ di Ruth Burr Sanborn. Il legal thriller esce in Italia con Edizioni Le Assassine

Un colpevole in giuria di Ruth Burr Sanborn esce con Edizioni Le Assassine, un mystery scritto nel 1932 che ci ricorda le atmosfere di tribunale alla Perry Mason.

Sanborn nasce nel New Hampshire, Stati Uniti, nel 1894 e si laurea al Radcliffe College. Nel 1925 si trasferisce con i genitori nel North Carolina, dove morirà a soli 48 anni. Nel corso della sua vita lavora come reporter ed editor per diverse riviste, e sempre per riviste nazionali e straniere scrive più di cento racconti e tre romanzi tra il 1923 e il 1942.

Del suo lavoro come scrittrici di gialli dice: “È davvero divertente scrivere mystery. C’è così tanta eccitazione nel progettarli, perché naturalmente l’omicidio va pianificato […] offre un tale senso di onnipotenza. Così pochi di noi hanno l’occasione di commettere un vero omicidio, ma pensate alla soddisfazione indiretta di eliminare sulla carta l’uomo che ha avvelenato il vostro gatto o il dentista che vi ha tolto un dente”.

Un colpevole in giuria: Sinossi

Un colpevole in giuria- Ruth Burr Sanborn- Copertina libro

Con l’uscita dell’ultimo libro per la collana Vintage Un colpevole in giuria di Ruth Burr Sanborn Edizioni Le Assassine porta lettori e lettrici in America, negli anni del proibizionismo e della Grande Depressione.

Martedì, 23 settembre 1930
“Colpevole” disse Mrs Vanguard con decisione.
Angeline Tredennick, mordicchiando una tavoletta di cioccolato, si guardò attorno a disagio. In qualche
modo l’atteggiamento di Mrs Vanguard, in piedi dall’altra
parte del tavolo, arrogante e superba, mentre lanciava occhiate gelide ai presenti come se li volesse sfidare a non essere d’accordo, rendeva Karen Garetti più colpevole che mai.
Erano tutti riuniti intorno al lungo tavolo nella sala della
giuria del tribunale di Sheffield, ed era in corso la trentasettesima votazione del processo a Karen Garetti per l’omicidio di
Sebastian Como.
Simon Gilley, il capo dei giurati, spuntò la casella accanto al
nome di Mrs Vanguard e continuò l’appello.
“Mr Kashaw.ˮ
“Colpevole.ˮ
“Miss Lee.ˮ
“Colpevole.”
“Mr Elding.”
“Colpevole.ˮ
“Mr Hawes.ˮ
Ruth Burr Sanborn
8
Ci fu un momento di attesa mentre Mr Gideon Hawes tornava trotterellando dai bagni con un bicchiere di carta colmo
d’acqua e riprendeva il suo posto.

 

Un mystery che, oltre a condurre negli anni Trenta del secolo scorso, offre una viva immagine di come venissero percepiti gli immigrati italiani negli Stati Uniti e che, ora come allora, riceve pareri favorevoli dalla critica.

“In questo romanzo Ruth Burr Sanborn mostra un notevole spirito inventivo e un delizioso senso dello humor, qualità che dovrebbero portarla molto lontano.”

Nella stanza della giuria del tribunale di Sheffield (USA) dodici giurati devono decidere sulla colpevolezza o innocenza di Karen Garretti, accusata di aver ucciso il suo amante Sebastian Como, contrabbandiere sciupafemmine e produttore di alcolici durante il Proibizionismo. Molti dei giurati propendono per l’innocenza, ma sembrano a uno a uno cambiare idea sotto la pressione di Mrs Vanguard, una ricca matrona onnipresente nella vita sociale della cittadina.

Il verdetto non è ancora stato emesso quando proprio Mrs Vanguard perde i sensi e poco dopo muore: non di morte naturale, ma per una dose di stricnina. A indagare sul delitto viene chiamato il Procuratore Distrettuale Pitt, un vero mastino dai metodi spicci. Tutti i giurati sono sospettati, nessuno può lasciare il tribunale, incluso il dottor March, che ha assistito la donna nei suoi ultimi istanti di vita. A questo punto gli omicidi da risolvere sono due. Ma sono legati l’uno all’altro? E l’assassino o l’assassina è la stessa persona? Karen Garretti può ancora essere considerata colpevole? Tra i giurati vi è Angeline Tredennick, una simpatica e loquace donna di mezza età, che assomiglia alle investigatrici per passione della Golden Age del giallo: sarà la sua innata curiosità a fornire un prezioso aiuto per arrivare alla soluzione dei crimini. Un mystery scritto nel 1932 che oltre a riportarci nell’epoca del Proibizionismo e presentarci l’idea che si aveva in America degli immigrati italiani, ci ricorda le atmosfere di tribunale alla Perry Mason.

Isaac Anderson, The New York Times

22 maggio 1932

“Un mystery divertente con un omicidio ben pianificato, una vittima che merita di essere tale e una simpatica investigatrice di mezza età. Un romanzo di sorprendente originalità, o almeno lo era all’epoca in cui è stato scritto […] L’omicidio è infatti commesso nella stanza “sigillata” di un tribunale dove si trova riunita la giuria.”

The Passing Tramp

10 giugno 2020

Ho scelto questo libro per le atmosfere che sa ricreare, portandoci, attraverso dialoghi serrati tenuti in un’aula di tribunale, all’epoca del proibizionismo, della Grande Depressione e dell’immigrazione dall’Europa – ha dichiarato l’editrice Tiziana Prina. L’autrice sa costruire una trama tale per cui tutti i giurati vengono gradualmente allo scoperto e potrebbero essere i responsabili della morte di uno di loro, senza peraltro tralasciare un legame con l’omicidio che erano venuti a giudicare”.

 

https://edizionileassassine.it/prodotto/un-colpevole-in-giuria/#:~:text=di%20Ruth%20Burr%20Sanborn,contrabbandiere%20e%20produttore%20di%20alcolici.

 

 

 

 

‘Scacco al re’, l’esordio di Eraldo Guadagnoli

Scacco al re è il romanzo d’esordio di Eraldo Guadagnoli, abruzzese, classe 1974. Sono tre i personaggi a condurre vorticosamente il lettore, perché di vortice si tratta. C’è Eric Gardener, giovane promettente avvocato appena giunto a lavorare nel prestigioso studio legale di Manhattan, il Rodham&Carter, poi c’è Lawrence Corvi, di origini italiane, vecchio cliente dello studio per cui Gardener deve redigere il testamento. Infine Robert Rodham, proprietario dello studio legale, un uomo d’altri tempi, elegante, tra i migliori avvocati nella “Grande Mela” al tramonto della sua esistenza.

Scacco al re: una trama avvincente e piena di suspence

A tenere saldati i tre in una trama avvincente e scandita da ambientazioni e contesti incalzanti è proprio il (doppio) testamento. Quello scritto negli anni ’90 da Corvi e Rodham, uniti da un legame forte nato al fronte, e così difficile da spezzare nonostante le lancette del tempo non siano così clementi. Da evidenziare un’altra figura, che si insinuerà con scaltrezza per dare filo da torcere ai tre, il socio unico dello studio legale, Michael Carter: un avvocato ed un tipo scaltro, audace, un lupo nella tana. Segreti, intrighi, suspense invidiabile ad altri scrittori, dubbi e incertezze ma anche spunti ironici e un pizzico di romanticismo il rispetto della legge e dei diritti civili, della libertà di pensiero, il valore dell’amicizia e della lealtà, dell’integrità rendono Scacco al Re un legal thriller di tutto rispetto, ma molto di più. A completare il quadro, una citazione illuminante. Il conte di Montecristo ricorre due volte, alla pagina 10 e poi a conclusione del romanzo, un indizio che solo il lettore attento saprà cogliere. Un dettaglio che rivela pieghe inedite del passato di Eric…e un nodo non facile da sciogliere.

Chi è Eric Gardener? Un brillante avvocato di ritorno da Los Angeles per far decollare la sua già avviata carriera di avvocato. Quale segreto nasconde? In che rapporti sono Robert Rodham, proprietario dello studio legale in cui il giovane Gardener lavora da pochi giorni, e Lawrence Corvi? Sono le domande che verranno alla mente del lettore, e le risposte arrivano lentamente. Capire un thriller, specie di questo genere, non è semplice. In questo caso lo stile secco, i dialoghi e i rimandi tra passato e presente favoriscono la comprensione di molti passaggi altrimenti ardui. L’autore all’esordio colpisce con la capacità di dire ma non rivelare, narrare ma non perdersi nelle descrizioni votandosi all’azione, in uno stile che di certo Eraldo Guadagnoli riprende dall’assorbimento delle letture minimaliste: quelle di Hemingway, Carver, per esempio. Con minuzia nell’essenziale e con questa fluidità nel costruire dialoghi ad hoc, sferzanti, che si lasciano leggere come in una piece teatrale, con naturalezza. E poi le chiuse tra un capitolo e l’altro, in tutti sono undici, che non permettono a chi legge di rilassarsi. Ecco un esempio:

Eric, ancora in attesa della sua cena, si alzò e andò nella sua camera. Da un cassetto prese una busta gialla e esaminò il plico in essa contenuta. Poi, trasse fuori un’altra busta sigillata, dello stesso colore della prima: era indirizzata a lui. La dicitura a mano precisava che non poteva aprirla prima di un certo evento. La tentazione era forte.

 

Come si muoverà il protagonista? Aprirà la busta? A termine del capitolo, quasi di ogni capitolo e anche paragrafo, chi narra lascia un dubbio, lo insinua, o solletica i principi di chi legge. Eric è capace di violare un patto? O avrà la meglio la sua brama di conoscenza? Ed in ogni caso, saranno gli eventi a fornire la risposta. Ma questo libro non è soltanto un ottimo momento di evasione in una New York degli anni ’70, perché Guadagnoli riporta aneddoti e spunti curiosi sulla vita dei militari durante la seconda guerra mondiale, e salta sul carro di nuovo al presente, voitlà, con grande disinvoltura. E non è una dote comune. Scacco al re è un romanzo di “sole” 149 pagine: sintetico, diretto, insinuante. In poche pagine riesce anche a suggerire, senza il fare da maestro, un’idea di vita. Perlomeno ricorda che i valori dell’uomo dal dopoguerra al 2016, sono sempre quelli, invariati, è al contrario l’individuo ad essere cambiato: volubile e incerto, caparbio ma solo dell’ovvio, egoista e meschino spesso. Il giovane Eric corre il rischio di perdersi nella sua audacia e nella grinta del giovane rampollo, ma incontra una persona, anzi più di una che lo cambia, facendolo maturare. Una fioca luce brilla anche in Scacco al re, tra sorprese e danze cronologiche, con un finale che non ha niente da invidiare al suo incipit in medias res. Come un long-seller merita.

“Sono esausto, ho detto un po’, lascerò a te il desiderio di correre oltre, alla pagina, al capitolo successivo”. Questo sembra dirci Guadagnoli con la sua scrittura che si può definire volatile, rapida. E lo dice forte e chiaro. Un romanzo da leggere, ma anche rileggere. Un nuovo talento della narrativa contemporanea che consigliamo di seguire.

 

Eraldo Guadagnoli nasce nel 1974 a Sulmona, in provincia dell’Aquila. Dopo gli studi classici, consegue il diploma di Master in Editoria e Comunicazione. Editor free lance, collabora con diverse case editrici. Scacco al re (Cavinato Editore, 2016) è il suo primo romanzo, ma si attendono nuove pubblicazioni.

‘Il cliente’, il legal thriller di John Grisham

Ancora un respiro che si ferma, ancora un attimo, una parola, ancora un silenzio che deve essere riempito da quell’informazione che la mafia cerca a tutti i costi di nascondere: “Il piccolo Mark Swai aveva undici ani e fumava saltuariamente già da due. Non cercava di smettere ma stava attento a non prendere il vizio.” Sono queste le prime parole con cui l’autore di best seller, il maestro dei legal thriller, John Grisham, ci porta a conoscere il protagonista di un altro grande romanzo che, fino alle ultime parole, ci terrà con il fiato sospeso: Il cliente. Riuscirà Mark a sopravvivere a quella che è stata solo la conseguenza di un gioco, uno di quelli che faceva con il fratellino, uno di quelli che finisce col fargli conoscere un’informazione troppo preziosa per permettere che la sua vita vada avanti. Mark ha un destino, un destino che la mafia ha scelto. Mark dovrà morire con quell’informazione.

Un giorno qualunque, un giro nel bosco, la prima sigaretta del piccolo Ricky accanto al fratello maggiore. Poi una scena che avrebbe cambiato le loro vita, che avrebbe cambiato la sua vita. Mark assiste al suicidio di un avvocato di New Orleans che, prima di compiere quell’ultimo gesto, confessa al ragazzino un terrificante segreto. L’assassinio di un senatore della Louisiana e l’identità del mafioso accusato di esserne il mandante. Un processo alle porte, l’FBI che vuole quella notizia a tutti i costi, il piccolo Ricky sotto choc, una madre che tenta di restare a galla, paura, ansia, un viavai di emozioni che, ancora una volta, Grisham riporta tra le sue pagine.

E poi c’è lei, un avvocato, una donna, che cerca di salvare Mark da una situazione impossibile, da una morte quasi certa, J. Roy “reverendo” Foltrigg, procuratore generale federale di New Orleans che, per quell’informazione darebbe la sua mano destra.

Mark è furbo, pronto a lottare per proteggere la sua vita e quella della sua famiglia. Ma è un ragazzino, ha undici anni, e ciò che accade intorno alla sua vita, è più grande di lui. Ma lei è li, Reggie Love, avvocato specializzato in cause riguardanti i minori , emarginati e disadattati, (un’eroina!) ed è pronta per Mark, per lui, per quegli occhi sprezzanti, indisponenti, terrorizzati.

Le pagine e le parole de Il cliente si susseguono fino a quell’ultimo momento, accompagnano il lettore ad amare quell’avvocato pronto a tutto per difendere il suo cliente, ad “ascoltare” una paura che cresce per quel bambino a cui la vita ha già negato troppo, per portargli via anche solo la possibilità di una vita migliore.

Il cliente è un romanzo degno di essere letto, un romanzo pronto per essere amato, un romanzo…pronto per essere vissuto, di grande umanità e tensione emotiva soprattutto tra il piccolo cliente e il suo avvocato, momenti di tenerezza, ritmo, e personaggi ben delineati ed indimenticabili. Poteva il cinema sottrarsi ad una trasposizione cinematografica? Naturalmente no e il film omonimo con Susan Sarandon rende perfettamente lo spirito del libro. Astenersi i cultori del thriller classico.

John Grisham: “Il momento di uccidere”

“Il momento di uccidere” (del 1989) è l’opera prima dell’autore statunitense, John Grisham, ambientato nello stato del Mississippi nella Ford County intorno agli anni ottanta e che costituisce un classico esempio di legal thriller, ovvero un giallo giudiziario dove particolare importanza rivestono avvocati e giudizi, avendo a che fare con crimini e quindi processi.

“E se qualcuno violentasse vostra figlia? Cosa fareste? Quale sarebbe la vostra giustizia?”  Questa è  la domanda che avvolge tutto il romanzo. Pagine e pagine, parole forti e ancora attuali, lo saranno sempre. Una bambina indifesa, sogni raccolti in un volto tumefatto, in un’ innocenza strappata, portata via, rubata senza alcuna colpa.

Grisham, nel suo romanzo d’esordio, ci porta tra razzismo, desiderio di vendetta, una rabbia che brucia l’anima, che non lascia scampo, che non lascia possibilità di decidere. Perché la strada da percorrere  è una, non potrebbe essere altrimenti. Un padre che sceglie da se la propria giustizia, un padre, Carl Lee Hailey, che non può restare in silenzio, nell’attesa di quella giustizia che, forse, non si compirà mai.

E allora? Ancora quella domanda. “E se due neri violentassero vostra figlia? Cosa fareste?” Una domanda che, ancora oggi, non avrà mai una risposta giusta o sbagliata.

Una domanda che lascia nella mente una paura che ruba sonni tranquilli, il desiderio di proteggere un volto innocente. E se fossimo stati Carl Lee, e se fosse stata nostra figlia?

Il dibattito sulla pena di morte, il pregiudizio razziale, il sottile e spinoso confine tra giustizia e vendetta, “la giustizia fai da te” il ruolo dei mass media, l’importanza dell’opinione pubblica:  ono tutte tematiche care a Grisham e che svilupperà anche nei suoi successivi best seller: “Il socio”, “Il rapporto Pelican”, ” L’appello”, “La giuria”. Lo scrittore è uno spettatore neutrale, ed effettua un’attenta riflessione su tutti gli aspetti che riguardano una delle pagine più scottanti e contraddittorie dell’ America del sud attraverso  scontri verbali tra gli avvocati ed evoluzione dei caratteri e degli atteggiamenti dei personaggi. Ne risulta un libro avvincente e coinvolgente, in cui il lettore si immedesima, l’autore dà grande prova di conoscere la materia (sebbene la maggior parte delle pagine del romanzo siano occupate dai pensieri e dalle emozioni  dei personaggi) essendo laureato in legge ed avendo praticato la professione di avvocato penalista per nove anni. La soluzione del giallo è nelle sue ultime pagine (come ogni romanzo di Grisham del resto). Intrigante e brutale, tra tutti spicca anche la personalità brillante ed ambiziosa dell’avvocato della difesa.

La giustizia privata può riparare il fallimento delle giustizia legale?La questione è sempre più attuale e problematica quando si mettono di fronte l’austerità, il diritto, la razionalità e la freddezza della legge e il sentimento, l’emotività  delle persone coinvolte che purtroppo molto spesso vedono i colpevoli delle vittime restare impuniti.

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