Oscar 2026. Vince il political action drama anti-Trump “Una battaglia dopo l’altra”. Anche Anderson si è piegato ai diktat di Hollywood

Come secondo previsione, Una battaglia dopo l’altra, il political action drama di P.T. Anderson si aggiudica l’Oscar 2026 per il miglior film, all’interno di una serata prevedibilmente politicamente corretta, costellata di spillette anti-Ice, discorsetti contro la guerra, slogan propal.

Sono lontani i tempi di “Ubriaco d’amore”, “Magnolia”, “The Master”, “Il petroliere”, “Licorice Pizza“: Anderson pur conservando la propensione ad una febbrile e a volte spocchiosa visionarietà, ha capito che per vincere l’Oscar più ambito bisogna puntare sul messaggio politico di stretta attualità.

Ed è cosi’ che Una battaglia dopo l’altra, venduto abilmente come il ‘film del decennio’, come “I peccatori” (esilarante metafora sulla vampirizzazione della cultura bianca su quella afroamericana, dove gli schiavi neri che scappano dai padroni vengono addirittura paragonati agli immigrati che fuggono dall’ICE), è un’operazione politica anti-Trump.

Una battaglia dopo l’altra di Anderson: trama e contenuti

Il film abbonda di scontri a fuoco, esplosioni, incendi, devastazioni, inseguimenti, armi spianate, autovetture ridotte a cartocci, morti ammazzati, scene insomma tipicamente “mozzafiato”, da action movie, secondo il più classico, vieto ed esausto canone dell’“americanata”.

Nella sostanza il film poggia sul piano instabile di un Lockjaw ingaggiato dalla misteriosa associazione di estemporanei fascisti e razzisti perché dia la caccia non a qualcuno in particolare ma indiscriminatamente a immigrati, spacciatori e farabutti all’ingrosso, missione alla quale il colonnello si vanta peraltro di essere già unicamente dedito. In cambio avrà un posto dentro l’organizzazione. Per realizzare il suo sogno, Lockjaw deve però eliminare una figlia meticcia avuta con la nera che lo ha violentato e che, per qualche motivo, è diventata una sua agente in segreto, salvo poi ucciderla. Altrimenti si scorda di diventare… pioniere del Natale.

Allora il padre anagrafico della ragazzina, Leonardo Di Caprio (troppo ostentato nel recitare in levare), per qualche altro motivo nel mirino del colonnello che evidentemente pensa di dovere eliminare per soprammercato anche lui, fa tre cose: si ricorda di essere stato un terrorista fino a sedici anni prima (cioè suppergiù agli inizi del nostro secolo già inoltrato, quando gli anni di piombo sono però tramontati da un bel pezzo), si dimentica di essere un tossico e un alcolizzato e, riscoprendosi nel pieno di tutte le energie di un uomo in salute, diventa un eroe lanciato alla ricerca della figlia da salvare.

L’esito è uno stanco dejà vu di film come Taken con Liam Neeson, Commando con Arnold Schwarzenegger, Ransom con Mel Gibson, L’ultima svolta con Bruce Wills e di decine di altri girati sullo stesso tema del padre guerriero in cerca della figlia in mano ai cattivi.

Insomma Anderson eleva ex terroristi ad eroi invece che ex musicisti, a differenza di quanto faccia Pynchon in Vineland, romanzo che ha ispirato il film; riprendendo il tema del declino della cultura hippie e underground legata ai valori degli anni Sessanta e Settanta, dell’immaginazione al potere e della libertà attraverso l’alienazione delle droghe, concependo un rigurgito di istanze veterorivoluzionarie in un contesto che è quello attuale, casualmente finito per coincidere con il tempo di Trump, che molto richiama quello pynchoniano di Reagan.

Dal confronto con Pynchon il film ne esce male, sebbene non sia obbligatorio rimanere federe ad un testo. Tuttavia Una battaglia dopo l’altra resta un buon film di intrattenimento viziato da significati epistemologici non approfonditi e faziosi.

C’era da scegliere sul film meno peggio, ma non ha vinto il meno peggio. Il biopic sportivo sull’ossessione per il riscatto sociale Marty Supreme con Chalamet avrebbe meritato di più, come il suo protagonista.

Prevedibile anche il premio per la migliore attrice protagonista di Hamnet-Nel nome del figlio, film ricattatorio caratterizzato da una continua serie di frasi e scene ad effetto tese ad ottenere il massimo effetto sentimentale nello spettatore. Un perfetto strappalacrime che vanta di una pregevole fotografia e di un efficace femminismo di mestiere.

Oscar 2026: i principali vincitori

  • Miglior filmUna battaglia dopo l’altra (One Battle After Another) – Paul Thomas Anderson
  • Miglior regiaPaul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l’altra
  • Miglior attore protagonistaMichael B. Jordan per peccatori
  • Miglior attrice protagonistaJessie Buckley per Hamnet
  • Miglior film internazionaleSentimental Value di Joachim Trier
    In totale, il film ha vinto sei statuettetra cui quelle per il miglior film la miglior regia

Oscar 2016: vince ‘Il caso Spotlight’

Oscar 2016: una notte magica che ha visto finalmente premiati il grande compositore Ennio Morricone per la colonna sonora del film The hateful eight di Tarantino e Leonardo Di Caprio per la sua interpretazione (probabilmente non la sua migliore in assoluto) in Revenant-Redivivo di Iñarritu. La migliore pellicola è Il caso Spotlight di Tom McCarthy, la cui bontà dell’argomento, i terribili abusi sessuali perpetrati da diversi sacerdoti di Boston ai danni di minori, ha giocato un ruolo predominante rispetto all’effettiva qualità artistico-tecnica del film, che si presenta come un’inchiesta giornalistica (quella del Boston Globe del 2001) alla Pakula o alla Redford, senza colore (sarà forse per la presenza di luci e scenografie scadenti). Il caso Spotlight è un film ricattatorio che non poteva non trionfare durante la notte delle statuette.

Sei statuette (miglior trucco, miglior scenografia, miglior sonoro, miglior costumi, miglior montaggio, miglior montaggio sonoro), sono andate a Mad Max-Fury Road, delirio visivo post-apocalittico, capolavoro nel suo genere, metafora rock-punk del nostro tempo di George Miller con una “furiosa” Charlize Theron, calva e senza un braccio nel film e meravigliosa, di rosso vestita in occasione della gran serata di ieri al Dolby Theatre di Los Angeles. L’Oscar 2016 per il miglior regista ancora una volta Alejandro Iñarritu per Revenant; Brie Larson è stata premiata come miglior attrice protagonista per il drammatico Room, di Lenny Abrahamson, scalzando Cate Blanchett per Carol e Jennifer Lawrence per Joy. Al bravissimo attore shakespeariano Mark Rylance (da brivido sono i suoi dialoghi con il protagonista Tom Hanks), è andato il premio per il miglior attore protagonista per il film Il ponte delle spie di Steven Spielberg, battendo il favorito Sylvester Stallone per Creed e Christian Bale per La grande scommessa, pellicola cui invece è andato il premio per la miglior sceneggiatura non originale. Ad Alicia Vikander è andata la statuetta per la sua interpretazione da non protagonista, di moglie devotissima del pittore Einar Wegener, nel melodramma The Danish girl di Tom Hooper, che racconta la vera storia del primo transgender che si sottopose ad un intervento per la riattribuzione del sesso nel 1930 sottoforma di love story incentrata sugli eccessivi virtuosismo (perlopiù smorfie) di Eddie Redmayne, e che aggancia temi attuali intorno ai quali si straparla ma si approfondisce poco.

La statuetta per il miglior film straniero è andata, come da pronostico, al film ungherse Il figlio di Saul di László Nemes, che pone al centro della tragica vicenda della Shoah, raccontandola come mai nessuno ha fatto prima d’ora, il cadavere di un ragazzino che un padre vuole sottrarre ai forni crematori, optando per un formato limitato che limita lo sguardo e mettono in risalto il punto di vista del protagonista. Merita particolare menzione l’assegnazione del premio come miglior film d’animazione a Inside out, gioiellino della Pixar che regala emozioni a bambini e adulti, facendoci (ri)scoprire l’importanza del sentimento della tristezza nella vita di un adolescente. Durante il commovente momento In memorian dedicato alla commemorazione dei personaggi del mondo del cinema scomparsi lo scorso anno, è stato ricordato anche il nostro Ettore Scola, mentre puntroppo, ci si è dimenticati dei registi Rivette e Zulawski.

Oscar 2016: tutti i premi

Spotlight
 
Miglior film
Leonardo Di Caprio
The Revenant
Miglior attore
Brie Larson
Room
Miglior attrice
Alejandro González Iñárritu
The Revenant
Miglior regista
Mark Rylance
Il ponte delle spie
Miglior attore non protagonista
Alicia Vikander
The Danish Girl
Miglior attrice non protagonista
Il figlio di Saul
László Nemes
Miglior film straniero
Writing’s on the Wall
Sam Smith, Jimmy Napes
Miglior canzone originale
Spotlight
Tom McCarthy, Josh Singer
Migliore sceneggiatura originale
Emmanuel Lubezki
The Revenant
Miglior fotografia
The Big Short, La grande scommessa
Adam McKay, Charles Randolph
Miglior sceneggiatura non originale
Ex Machina
Andrew Whitehurst, Sara Bennett, Paul Norris, …
Migliori effetti speciali
Amy
Asif Kapadia, James Gay-Rees
Miglior documentario
David White
Mad Max: Fury Road
Miglior montaggio sonoro
Mark Mangini
Mad Max: Fury Road
Miglior montaggio sonoro
Margaret Sixel
Mad Max: Fury Road
Miglior montaggio
Inside Out
Pete Docter, Jonas Rivera
Miglior film d’animazione
Jenny Beavan
Mad Max: Fury Road
Migliori costumi
Gregg Rudloff
Mad Max: Fury Road
Miglior sonoro
Chris Jenkins
Mad Max: Fury Road
Miglior sonoro
Ben Osmo
Mad Max: Fury Road
Miglior sonoro
Lisa Thompson
Mad Max: Fury Road
Migliore scenografia
Colin Gibson
Mad Max: Fury Road
Migliore scenografia
The Hateful Eight
Ennio Morricone
Migliore colonna sonora
Lesley Vanderwalt
Mad Max: Fury Road
Miglior trucco
Damien Martin
Mad Max: Fury Road
Miglior trucco
Elka Wardega
Mad Max: Fury Road
Miglior trucco

 

Revenant, l’epicità di Alejandro Inarritu

Revenant – Redivivo (2015) è l’atteso film di Alejandro Gonzáles Inarritu, dopo il Golden Globe e si giocherà la partita per ben 12 nominations agli Oscar 2016, di cui la più attesa è quella per il miglior attore protagonista. Ispirato alla storia vera raccontata nel romanzo di Michael Punke, già trasposto sullo schermo nel 1971 con il cult Uomo bianco va’ col tuo Dio per la regia di Sarafian, il film è il risultato di un progetto colossale. Per non parlare dell’irta, imperscrutabile figura dello straordinario Leonardo Di Caprio nelle vesti di Hugh Glass.

La trama

Alberta, Canada. Siamo nel diciannovesimo secolo. Il cacciatore Hugh Glass, insieme al suo gruppo affronta un percorso per ritornare all’accampamento a valle, ma gli uomini vengono assaliti da uno sciame di indigeni assetati di vendetta. Da lì inizia la fuga, prima lungo il fiume poi a risalire fino alle vette. Glass è considerato la guida dai compagni: conosce bene le montagne che ha esplorato da cima a fondo, si è unito ad una donna Pawnee dalla quale poi è nato un figlio, che porta la macchia di non essere bianco. Ad un certo punto della scalata Glass viene lasciato solo e aggredito da un grizzly, e lì la faccenda si fa complicata. Ferito quasi mortalmente, tradito dai compagni di viaggio, senza armi né cibo Hugh dovrà cavarsela sfidando le regole della foresta e la propria forza di volontà. Questa è la storia incredibile di un uomo che si rifrange, onda gigante, contro la massa imperscrutabile della natura, combattendo fino alla fine per non morire. Perché se esali un respiro, allora significa che sei ancora vivo.

La regia di Inarritu

Una regia, quella di Revenant, che si presenta accurata, dettagliata quasi allo sfinimento. Un film di tre ore che recupera una storia vera può giungere ad annoiare e in questo caso, se non è accaduto, è in gran parte per le doti interpretative di Leonardo Di Caprio. Togliete Leo e la potenza epica di questo lungometraggio si attenua, nonostante gli sforzi ammirevoli di Inarritu. Il film è davvero troppo prolisso ma recupera nella sua fame di panoramiche e particolari che emozionano; è chiaro l’intento didascalico di Inarritu quando sceglie di soffermarsi sui dettagli passando dai grandi campi lunghi innevati, incredibili ed emozionanti non c’è che dire, all’iride di un cavallo che sarà presto squartato. Ma poi risale verso le alture dell’immancabile di stupire lo spettatore, sconcertare, spiazzare, esagerare. Ma Revenant è un capolavoro? Dove perde, se perde? Nell’esigenza di un’estrema spettacolarità. Si trattava di una storia vera? Perché caricare sulle spalle di un cacciatore il peso di un eroe ottocentesco che dopo numerose cadute, nottate allo scoperto in una delle terre più fredde del pianeta, digiuno coatto e ripetuto, salti nel vuoto e tanto altro, riesce sempre a sopravvivere indenne? Cosa si cela dietro questa ansia da eroismo e onnipotenza? E’ che il cinema cerca di farsi realtà ma sfocia esageratamente nella finzione. Questo è un evidente esempio. La natura è la regina di questa pellicola, ma il regista sembra metterla in evidenza soltanto tramite le inquadrature, la luce del sole tenue batte sulla neve delle cime e il ghiaccio del Missouri, ma poi dove finisce la potenza della natura indenne e onnipresente? La sua anima pu trovarsi solo nello spirito umano che torna a visitare Glass nelle vesti dell’amata? No, la natura ha un’anima, ma Inarritu non le ha dato il giusto spazio nella pellicola. La donna suggerisce all’uomo di non abbattersi, perché il tronco sembra cadere quando la tempesta ulula, ma il tronco non cadrà, è forte la sua struttura, la sua corteccia robusta. I dialoghi sono pochi, e tranne qualche breve caso, un poco scontati, ricalcano il western senza troppa audacia. Il film si dipana tra una ricerca del realismo descrittivo e la smania dell’eccesso sanguinolento, alternato alle visioni del protagonista. Questo frammisto di realtà e visione rompe l’intento originario di realizzare un lungometraggio documentaristico o che ad esso tendesse.

Le fatiche di Leonardo di Caprio

Leonardo Di Caprio, per l’ennesima volta in odore di Oscar, per interpretare Revenant, ha affrontato davvero varie peripezie: dal cospargersi di formichine importate a mangiare carne di bisonte (l’attore è vegano), a trascorrere ore ed ore al gelo per attendete l’attimo giusto e iniziare le riprese secondo la giusta luce naturale. E poi ovviamente la resistenza fisica, l’orso utilizzato nel film è riprodotto e non reale, ma ovviamente le cadute, i salti e tutte le ferite sono costate all’attore hollywoodiano non poca cura e pazienza. Per non parlare poi della sua barba, dalla quale Di Caprio non poteva separarsi mai, pena un aspetto a dir poco trasandato che pure gli ha donato ancora un punto in più agli occhi delle fan. Ma se il protagonista non fosse stato lui, Revenant avrebbe riscosso lo stesso successo? Risulta chiara la perfetta presenza scenica dell’attore, la sua intensa drammaticità del volto negli spasmi di dolore, e la vitrea coscienza dello sguardo del cacciatore indefesso. Infatti all’ennesima minaccia del traditore Fitzgerald: “Sbatti le palpebre, Glass”, immobilizzato dalle ferite dell’aggressione, in procinto di morire, Di Caprio accetta il patto e si sottomette per un momento, per porre fine alle sofferenza proprie e dei compagni. Ma quella commozione è virile, e Glass non può non resistere, respira, a tratti rischia di soffocare, cade ma si rialza. Il freddo è assassino ma non lo uccide. Forse solo l’infamia può farlo ma lui si rafforza ad ogni ferita, ad ogni sconfitta. Perché, come un anziano Pawnee gli fa notare che la “la vendetta è nelle mani di Dio”.

Apprezzabile il senso complessivo della grandiosa pellicola, che ci propone il rispetto per la natura e la ricerca del selvaggio, il senso del divino e la fede in se stessi, lo spirito di sopravvivenza che non abbandona mai l’uomo nei momenti di sconforto e disperazione; una “filosofia del tronco”: la tempesta sconquassa un albero anche massiccio, lo strattona e può spezzarne i rami ma questi resterà sempre dritto, in piedi. Per noi uno sciocco imprevisto può essere causa di una crisi di nervi, mentre l’uomo moderno aveva la capacità di adattarsi a più di una circostanza sfavorevole, quando non deprecabile e pericolosa. Ed è così che Revenant, nella sua estrinseca volontà di colpire lo spettatore, potrebbe insegnarci a recuperare il nostro spirito di sopravvivenza, e anche a esercitare il recupero del selvaggio che protetto e segreto vive nell’anima di ogni uomo.

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