L’Italia fa riscoprire l’arte al mondo, il senso del bello di pittori italiani di talento in un libro di Camillo Langone

L’arte contemporanea, estenuata dai continui balzi in avanti delle avanguardie novecentesche, sembra aver smarrito bellezza e genio, tecnica e costanza, stile ed originalità. Il paese di Michelangelo e Caravaggio, Leonardo e Raffaello può, ancora una volta, contribuire a salvare l’arte ed il bello, valorizzando gli epigoni di una tradizione secolare ed ineguagliata. V’è un artista italiano esperto nella pratica dell’encausto, tecnica nella quale fallì anche uno come Leonardo, avvezzo ad operare con la cera anziché con l’olio garantendo ai suoi capolavori una durata plurisecolare. Un altro, connazionale e pittore, dipinge maestose cadute oniriche, tra cui si ricorda una geniale precipitazione di Pasolini defunto che si ricongiunge a Petrarca, Pound ed alla madre. Lust, but not least, un trentenne del Belpaese che vanta tra le sue opere dodici pale d’altare. E’ in corso un nuovo Rinascimento? Il Vaticano è tornato all’arte di Raffaello e Michelangelo?

Forse, più prosaicamente, pensereste che ci si stia dilettando ad immaginare un’Italia di bellezza e di arte nell’odierno orizzonte di desolazione e sconforto economici, politici ma anche culturali. E invece questi pittori esistono, è vera la loro fama ed è vera la considerazione di cui godono nel mondo, ma soprattutto è vera la grandezza delle loro opere, in cui si coglie il senso più autentico del bello. Li ha descritti tutti Camillo Langone, giornalista del Foglio, in un agile saggio dall’eloquente e veritiero titolo Eccellenti Pittori, un canone di pittori di prim’ordine, tutti italiani e tutti viventi, da cui è sorto un sito internet per pubblicizzare e divulgare l’opera di questi artisti e da cui è nato anche un concorso, ove si stabilisce il miglior quadro italiano dipinto nel corso dell’anno presente.

Il libro destò clamore al momento della sua pubblicazione, due anni fa, e visto che è un diario della pittura italiana vivente, dunque fluida e sempre cangiante, può risultar datato, ma non è sterile leggerlo e parlarne visto che la retorica contro cui questo libro si batte è più che mai in auge. La retorica è quella nota, quella dell’Italia piagnona e vittimista, quella dell’Italia disfattista e distruttiva, quella degli italiani che cedono al passatismo e al pessimismo e deridono l’Italia presente confrontandola coi fasti artistici e letterari dell’Italia passata. Ma anche la retorica dell’Italia che vuole essere al passo coi tempi, con la globalizzazione e con la post-modernità, con l’Ovest e con il Nord del mondo, ma finisce per essere più provinciale dei provinciali, affetta da inspiegabili ed a volte patetiche esterofilie, le stesse che hanno portato ad infliggere alla marmorea e candida Piazza della Signoria l’improbabile scultura gialla sgargiante di Koons, dal testo discutibile e totalmente fuori contesto.

Langone vuole mostrare il carattere menzognero e risibile di questo discorso dominante: non è vero che l’Italia abbia smesso di essere la culla dell’arte, della pittura e dei grandi pittori; è vero invece che i pittori ci sono, brillanti e geniali, la differenza col passato è che non sono valorizzati ma disconosciuti, misconosciuti o condannati all’indifferenza. Avviene per l’arte un fenomeno che è ormai noto in politica e nella cultura in generale, messo in luce anche dall’ultimo numero del Bestiario: gli italiani, anziché pensare l’italianità come eccezionalità e risorsa, la vedono come un’anomalia da cui emanciparsi, un marchio d’infamia da lavarsi via. Così, anziché coltivare la propria specificità, anche pittorica, si adeguano al gusto dell’Occidente senescente e decadente, presentandone una replica spesso anche peggiore e caricaturale. Ma anziché essere periferia artistica dell’Occidente, l’Italia avrebbe i pittori per potersi mostrare come punto di svolta di un’arte post-moderna che ha ormai raggiunto un punto morto. Langone qui coglie nel segno quando denuncia la deriva dell’arte contemporanea, che da Duchamp in poi non è più riuscita a partorire nulla fuorché il nulla, che non è sacra, ma non è neppure più dissacrante; che non è bella ma è brutta, spesso orrida e inquietante; che non ha più originalità ma è una stanca replica di provocazioni ormai logore, che non provocano altro che noia. Se c’è un filo rosso che accomuna tutti gli eccellenti pittori, per il resto diversissimi in quanto a provenienza, biografia e poetica, è proprio questo contatto con la realtà, questa concezione della pittura come raffigurazione, non come astrazione.

Particolare dell’opera di Greta Bisandola

Qui Langone, tra le tantissime (è tanta l’erudizione necessaria a chi vuole stare sempre dalla parte del torto…) suggerisce una citazione fondamentale, di Jean Danieloù secondo cui “arte è percepire la profondità del reale”. Ci ricorda Simone Weil che dice che bene è dare all’altro più realtà, e Filippo La Porta, che in un suo libro sulla poesia (Poesia come Esperienza) sostiene che la grandezza poetica stia nel saper raccontare la propria realtà, il proprio vissuto, raccontando così la vita degli altri, di tutti.

In questo orizzonte post-moderno sentiamo l’esigenza di un nuovo criterio che, dopo i cambiamenti incendiari del Novecento torni a farci capire cos’è buono, cos’è vero e cosa è bello: la realtà potrebbe essere un discrimine significativo. Chi si allontana dalla realtà s’incattivisce, perde gli altri e se stesso, perde la realtà e ciò che gli resta sono solo astrazioni, quando non proprio visioni ed elucubrazioni, che lo allontanano dall’etica ma anche dall’estetica; chi invece vive la realtà, ci si immerge, la coglie e da questa attinge, lui sa perseguire il bene ed il bello, cogliendone frammenti nella quotidianità e nella concretezza. Langone però non offre la realtà come solo criterio: l’introduzione fornisce una serie di criteri di autori illustri che possono aiutare a distinguere il bello anche ai profani dell’arte per metterli al riparo dalle derive soggettivistiche che hanno reso l’arte attuale incomprensibile perfino ai critici professionisti ed ai mecenati, che spesso comprano solo per investire, vendere e guadagnare. L’autore si appoggia sull’autorità di molti giganti, ma forse una sintesi che condensi il criterio ultimo che aiuti ad individuare il bello la offre Arthur Schnitzler, secondo cui le caratteristiche dell’arte devono essere “armonia, intensità, continuità”.

Facciamo allora qualche nome di pittore eccellente: Massimiliano Alioto, Nicola Verlato, Giovanni Gasparro, Paolo Annibali, Marco Arduini, Romano Bertuzzi, Greta Bisandola, Roberto Ferri, Paolo Fiorentino, Letizia Fornasieri, Giulio Frigo, Angelo Davoli, Valentina D’Amaro, ecc…sebbene Langone dimentichi artisti come Lorenzo Chinnici, Luigi Cervone e Pietro Simonelli, tanto per fare qualche altro nome.

Opera di Giovanni Gasparro

Un’opera d’arte deve avere una forma precisa, la tecnica è fondamentale, è assurdo sostenere, con l’arte concettuale, che saper dipingere sia secondario per un artista, ma la tecnica da sola non basta, altrimenti si è non artisti ma artigiani; occorrono anche intensità-forza, determinazione, costanza-; e continuità, cioè che la propria arte innovi ma si riallacci ad una tradizione, che definisca con esattezza una poetica, che si distingua dagli altri artisti, che abbia una propria inconfondibile originalità. Tecnica, costanza, forza, tradizione, originalità, stile, ecco una serie di canoni da richiedere e ricercare ad un quadro perché gli si riconosca bellezza e genio. Ne manca uno, forse il più importante, che viene indicato non a caso nel primo criterio del libro, ricavandolo da una frase di Marc Augè: “L’Opera d’arte deve dare speranza”. Ecco, contro l’arte dei paesi civili, progressisti e nichilisti, contro le opere d’arte meccaniche e disumanizzanti, contro le proiezioni digitali e le opere senza titolo, forse dovremmo esporre orgogliosi la nostra arte, un faro di speranza in un contesto di disperazione. Perché forse è solo a questo che dovrebbe spingerti un quadro: a credere a qualcosa.

 

Di Luca Gritti-L’intellettuale dissidente

13 meravigliose opere d’arte che raccontano la Natività

Concentriamoci sulla bellezza. Con cui, nella storia dell’arte è stata raccontata la nascita di Gesù. 1 Giotto ha rappresentato la Natività di Gesù fra il 1303 e il 1305, sulla parete dell’incantevole Cappella degli Scrovegni a Padova. L’opera fa parte delle Storie di Gesù del registro centrale superiore e commuove per la sua delicata semplicità. Maria è distesa su un declivio roccioso, coperto da una struttura lignea, e adagia Gesù nella mangiatoia con delicatezza materna. Giuseppe sta accovacciato in basso, dormiente, mentre un angelo istruisce due pastori sull’incredibile fatto di cui sono testimoni.

 

2. Il dipinto di Gentile da Fabriano, pur essendo tecnicamente una Adorazione dei Magi (perciò più legato all’Epifania) rappresenta un lavoro incredibile, sia per la ricchezza dei materiali, sia per la quantità di personaggi, sia per dettagli e ambienti coinvolti nel racconto. Fu commissionato nel 1420 da Palla Strozzi, l’uomo più facoltoso di Firenze, e la ricchezza è documentata, oltre che dal dipinto, anche dal conto pagato all’artista: 150 fiorini d’oro. In realtà le “bassezze” economiche nulla tolgono alla meraviglia che la pala di Gentile suscita in chi l’ammira. Un turbinio, una folla preziosa di persone e animali che si accalca dietro i magi mentre questi porgono i loro doni alla madonna e al nuovo Re.

3. Qualche decennio dopo, nel 1481, i monaci di San Donato a Scopeto commissionano a Leonardo da Vinci un’Adorazione dei Magi da completare nel giro di due anni. Quel quadro non viene mai terminato ma nell’incipit all’opera che il genio toscano lasciò ai posteri si possono scorgere tutti i tratti di una rivoluzione del tema, dall’iconografia all’impostazione compositiva. L’artista pone al centro la figura di Maria con il Bambino che, alzando la mano, benedice i magi e rivela la sua natura divina agli astanti quale portatore di Salvezza secondo il significato originario del termine “epifania” (“manifestazione”). A questo gesto risponde la reazione dei presenti, che si muovono stupiti e paiono mormorare e agitarsi, abbandonando il composto corteo che aveva caratterizzato le rappresentazioni del genere fino a quel momento.

 

4. Lorenzo Lotto dipinge nel 1523 una piccola tavola (appena 46×36 cm) raffigurante la Natività, conservata alla National Gallery di Washington. Un’immagine classica, che per la prima volta mostra Giuseppe non in disparte, né assonnato, ma realmente emozionato dal suo essere padre. La Sacra Famiglia a cui pensa Lotto è unita nella felicità del momento, seppur il crocefisso sulla parete a sinistra preannunci il doloroso futuro del Bambino.

 

5. Anche Caravaggio, sempre in fuga, dipinse una natività, che al suo tempo, diventò un mito. Si tratta dell’opera Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi che fu trafugata la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e non fu mai più recuperato. Si pensa che il furto sia stato commissionato dalla Mafia siciliana, anche per le numerose e infruttuose testimonianze rese dai pentiti che, a ondate alterne, ne hanno dichiarato la distruzione per cause davvero poco realistiche. Così, rimane solo la fotografia di questo bellissimo dipinto, che è uno dei più ricercati al mondo, in cui ogni personaggio è colto in un atteggiamento spontaneo, mentre la scena è carica di una tensione luminosa. San Giuseppe è molto più giovane rispetto all’iconografia tradizionale, presentato di spalle e avvolto in uno strano manto verde. La Madonna ha le sembianze di una donna comune e un aspetto estremamente malinconico; sembra già consapevole che questo figlio dovrà presto allontanarsi da lei.

 

6. C’è tutta la poesia del giorno di Natale e della notte in cui si attende il Salvatore nell’opera dell’artista bolognese Guido Reni. La sua scena è letteralmente illuminata da questo Bambino, la cui luce calda e avvolgente rischiara tutti i coloro che si sono riuniti attorno alla piccola culla improvvisata per rendergli omaggio. L’incanto delicato dei colori, la serena gioia dei volti e la scelta compositiva che ci pone a osservare la scena leggermente dall’alto, come se fossimo noi uno degli angeli presenti, fa sì che quest’opera diventi un modello iconografico per le rappresentazioni più moderne.

 

7. La Natività è un’opera realizzata agli inizi del secolo scorso da Marc Chagall, un artista nato nel 1887 in Bielorussia (allora inclusa nell’Impero Russo), in una famiglia di cultura e religione ebraica. È a Parigi che Chagall scopre il repertorio di immagini cristiane, che vedeva in gran copia nei musei e nelle chiese. Ed è così che incontra l’“ebreo” Cristo e tutto quello che da lui è derivato. Le sue tele si riempiono, perciò, di simboli attinti con libertà dalla tradizione iconografica narrativa cristiana e da quella simbolista ebraica.

 

8. Forse l’opera più importante che omaggia la nascita di Gesù, e la nuova famiglia di Giuseppe e Maria, è il Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia o più semplicemente Sagrada Família, a Barcellona. La Basilica è stata progettata dall’architetto catalano Antoni Gaudí e non è ancora terminata. Gaudí le dedicò interamente gli ultimi 15 anni della sua vita e, secondo gli auspici del comitato promotore, l’opera potrebbe essere completata, nella migliore delle ipotesi, per il 2026, a 144 anni dalla posa della prima pietra.

 

9. a Natività mistica è un’opera di difficile interpretazione, poiché esclude ogni elemento dell’iconografia tradizionale. Infatti, esso combina la nascita di Gesù, come narrato nel Nuovo Testamento con una visione della sua seconda venuta come promesso nell’Apocalisse: il ritorno di Gesù Cristo sulla terra, che avrebbe segnato la fine del mondo e la riconciliazione dei cristiani devoti con Dio.
La promessa di amore e pace incarnata nell’Avvento, è evocata dal pittore in evidente rapporto con i “torbidi” di cui parla la criptica iscrizione in greco sul bordo superiore del dipinto. Infatti, la Natività appare carica delle inquietudini del momento storico in cui fu eseguita, i “torbidi d’Italia” a cui allude l’artista nell’epigrafe:
la morte di Lorenzo il Magnifico, nel 1492, aveva scatenato a Firenze un’aspra lotta per il potere e l’ascesa di Girolamo Savonarola (1452 – 1498);
le campagne militari di Cesare Borgia (1475 – 1507), luogotenente del re di Francia, Luigi XII (1462 – 1515), contro Rimini, Ravenna, Cervia, Faenza e Pesaro (1500 – 1502), che assediando Faenza (1501), minacciava direttamente anche la Toscana;
l’espansione turca. (Da Wikipedia)

10. Il dipinto Natività con i santi Elisabetta e Giovannino risente fortemente dell’influenza di Leonardo da Vinci, dal quale il Correggio riprese non soltanto la tecnica dello sfumato, applicata soprattutto sui personaggi, ma anche la prospettiva aerea che qui si risolve in un’aria fresca e sottile che fa stormire le fronde degli alberi (le vediamo muoversi sullo sfondo) e riempie il cielo di nubi sottili, mentre in lontananza già si vedono i bagliori dell’alba. Il fatto che san Giuseppe stia dormendo appoggiato a una sella è un riferimento alla fuga in Egitto: secondo il racconto evangelico, infatti, sarebbe stato avvisato da un angelo in sogno, che gli avrebbe raccomandato di recarsi in Egitto per far sì che Gesù sfuggisse alla strage degli innocenti. Lo scorcio del Bambino invece potrebbe richiamare (anche a livello simbolico) il Cristo morto del Mantegna, principale punto di riferimento del Correggio in età giovanile.

 

11. Sull’opera Natività Allendale, o Adorazione Beaumont, o L’adorazione dei pastori, è un dipinto autografo del Giorgione, realizzato con tecnica ad olio su tavola, presumibilmente intorno al 1505, misura 89 x 111,5 cm. ed è custodito nella National Gallery di Washington.
Anche in questa tavola i personaggi della tradizione evangelica sono raffigurati all’esterno (qui, dinnanzi ad una grotta naturale) in una paesaggistica prettamente “veneta”, dove non mancano armoniosi effetti luministici del tipo crepuscolare. Alcune piccole figure si intravedono nel fondo, come quella assisa dinnanzi alla grande entrata di un edificio con un caratteristico tetto, o quella di un fanciullo che si diverte aggrappandosi al tronco dell’albero ubicato al centro, alle spalle del pastore in piedi.
Gli studiosi moderni di Storia dell’arte tendono ad identificare l’opera in esame nella “Notte” (“Nocte” di casa Beccare), citata da T. Albano in una missiva, del 7 novembre 1510, inviata ad Isabella Gonzaga, nella quale rispondeva alle richieste della marchesa circa la “Nocte” di un pittore morto da poco tempo, confermandone la morte.

 

12. L’Altare Paumgartner è un dipinto a olio su tavola di legno di tiglio di Albrecht Dürer, databile al 1496-1504 circa e conservato nell’Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. È la più grande pala d’altare dell’artista. Il pannello centrale mostra l’Adorazione del Bambino, affiancata con due pannelli di santi cavalieri a tutta figura: a sinistra San Giorgio, col vessillo crociato e con il drago dalla testa mozza, a destra Sant’Eustachio, nella cui bandiera si vede la miracolosa apparizione a cui assistette durante una caccia, un crocifisso tra le corna di un cervo. Siccome le tavole laterali erano chiudibili, secondo la tradizione nordica, il pittore fece anche due rappresentazioni a monocromo sul resto degli sportelli laterali, di cui però resta oggi solo una Vergine annunciata; l’Angelo annunciante, che completava un’Annunciazione, è perduto. Esistevano inoltre altri scomparti fissi con le immagini di Santa Barbara e Santa Caterina, perduti. Il suggerimento dei committenti dovette contribuire in modo determinante a creare quel disequilibrio formale che l’altare ha quando le ali sono aperte, essendo le due figure di santi dipinte a grandezza quasi naturale e non proporzionate alle figure della tavola centrale che sono in scala più ridotta.

 

13. Adorazione dei pastori di Mantegna. La scena è ambientata all’aperto, con la Madonna al centro che adora il Bambino inginocchiata su un gradino di pietra, mentre a sinistra san Giuseppe dorme e a sinistra due pastori si inarcano in preghiera. Il sonno di san Giuseppe rappresentato in disparte, ricorda la sua funzione esclusivamente di custode della Vergine e del Bambino. Il colloquio tra Vergine e Bambino, circondati da angioletti che solennizzano l’evento, è caratterizzato da una notevole intimità. Gesù è sapientemente raffigurato di scorcio, un tipo di veduta virtuosistica che ricorre nella produzione di Mantegna.
All’estremità sinistra si trova un giardino recintato (riferimento all’hortus conclusus che simboleggia la verginità di Maria), da cui si affaccia il bue, e alcune assi che fanno immaginare la capanna dove è avvenuta la natività. A destra è protagonista l’ampio paesaggio, che si apre in profondità, incorniciato da due montagne fatte di rocce a picco. In lontananza, a destra, si vedono altri pastori (uno sta accorrendo a rendere omaggio al Bambino) e un grande albero che sembra ricordare la forma della Croce del Calvario, presagendo la Passione di Cristo.

 

 

 

Fonti:

http://www.bergamopost.it/da-vedere/quadri-raccontano-nascita-gesu-bambino/

Giovanni Papini: l’intellettuale “teppista”

Giovanni Papini nasce a Firenze nel 1881 in un’Italia che viene definita “l’Italia delle due guerre”, e muore nella sua città d’origine nel 1956. In questo preciso momento storico l’intellettuale sente il bisogno di trasformare radicalmente la cultura e la letteratura. La città fulcro di questa necessità è Firenze dove la giovane generazione degli intellettuali vuole diffondere le proprie idee e i propri programmi attraverso la fondazione di riviste. La più importante tra le prime riviste fiorentine è il «Leonardo» nata nel gennaio del 1903 sotto la direzione di Giovanni Papini e di Giuseppe Prezzolini, e uscita fino all’agosto del 1907.

Il <<Leonardo>> ha un taglio nettamente filosofico, e propone un programma di svecchiamento culturale. I due direttori sono influenzati dall’estetismo dannunziano e dall’irrazionalismo decadente di un’altra rivista «Il Marzocco». Quando nel 1907 il «Leonardo» cessa le pubblicazioni a causa delle diverse vedute dei direttori, Papini si indirizza verso le teorie spiritualistiche ed esoteriche mentre Prezzolini cerca un collegamento tra la ricerca filosofia e l’impegno intellettuale fondando nel 1908 un’altra rivista «La Voce», che dirige fino al 1914 con l’aiuto occasionale di Papini. Nel 1911 Papini si stacca definitivamente dalla rivista collaborando con Giovanni Amendola alla fondazione de  «L’anima», che si basa su un’autonoma ricerca di tipo spiritualistico e religioso. Tuttavia questa collaborazione non dura a lungo e  Papini fonda nel 1913, con Ardengo Soffici, la rivista «Lacerba», che diviene l’organo del futurismo guidato da Aldo Palazzeschi.

Giovanni Papini e la figura dell’intellettuale

Il processo di industrializzazione determinò una crisi dei ruoli umanistici tradizionali. L’atteggiamento degli intellettuali risultò differente e determinò lo sviluppo di diversi movimenti letterari: i crepuscolari che tendevano a negare i ruoli tradizionali rifiutando la figura del poeta-vate, i futuristi che dichiaravano esaurito il ruolo umanistico degli intellettuali, il valore dell’uomo di cultura stava  nell’anticipazione del futuro. I vociani, che promuovevano una figura dell’intellettuale omologa all’industria e integrata nello sviluppo della modernizzazione. Un’altra è stata la via inaugurata da Giovanni Papini che, nonostante la formazione umanistica, viene influenzato da d’Annunzio e dalle avanguardie. Questo ha determinato una mescolanza di argomenti ed ideali. Sulla linea dannunziana e umanista Giovanni Papini propone un ruolo dell’ intellettuale-ideologo e di poeta-vate che sia protagonista, ma nel contempo, a causa dell’impotenza ad assolvere tale ruolo, sfoga la propria frustrazione in atteggiamenti iconoclasti e provocatori. Egli ha sviluppato dunque un tipo di intellettuale chiamato “teppista”, un intellettuale piccolo borghese che si compiaceva di scandalizzare ma che mirava al riconoscimento sociale e al potere. La sua figura dell’intellettuale viene sintetizzata nel Discorso di Roma del 1913 pronunciato in un teatro durante una manifestazione futurista:

“Qualcuno, che s’immagina di conoscermi, si meraviglierà, forse, di vedermi qui, in mezzo ai futuristi, pronto e disposto a urlare coi lupi e a ridere coi pazzi (benissimo). Ma io, che mi conosco assai meglio di chiunque altra persona, non sono affatto sorpreso di trovarmi in così cattiva compagnia (bravo!). Da quando, dieci anni fa, sono scappato da quelle case di perdizione che son le scuole (primi urli) per buttar fuori quel che avevo accumulato in un lungo incubamento di solitudine ho avuto sempre il vizio di star dalla parte dei matti contro i savi; con quelli che mettono il campo a rumore contro quelli che voglion stabilire il pericoloso ordine e la mortale calma; con quelli che hanno fatto ai cazzotti contro quelli che stanno alla finestra a vedere ( gridi svariati). Mi hanno chiamato ciarlatano, mi hanno chiamato teppista, mi hanno chiamato becero ( bene!). Ed io ho ricevuto con inconfessabile gioia queste ingiurie che diventano lodi magnifiche nelle bocche di chi le pronunzia. Io sono un teppista, è arcivero (verissimo!). M’è sempre piaciuto rompere le finestre e i coglioni altrui (vocìo enorme) e vi sono in Italia dei crani illustri, che mostrano ancora le bozze livide delle mie sassate (proteste, alcune signore si alzano). Non c’è, nel nostro caro paese di parvenus, abbastanza teppismo intellettuale. Siamo nelle mani dei borghesi, dei burocratici, degli accademici, dei posapiano, dei piacciconi (gridìo confuso). Non basta aprire le finestre – bisogna sfondar le porte. Le riviste non bastano ci voglion le pedate (approvazioni ironiche). Per questo mio stato d’animo, per questa mia nativa ed invincibile inclinazione al becerismo spirituale, io, per quanto non futurista (risate, insulti), non ho potuto fare a meno di accettare l’invito di Marinetti e di venir qui a far la parte di buffone schiamazzatore dinanzi a tante serie persone (è vero!). Ho già scritto e stampato tutto il male e tutto il bene che penso del futurismo e non voglio ripetermi. Ma resta il fatto importante e fondamentale che in questo momento, in Italia, non v’è altro moto d’avanguardia vivo e coraggioso al di fuori di questo; non v’è altra compagnia possibile e sopportabile per un’anima di distruttore, per un’anima seccata dell’eterno ieri e innamorata del divino domani – resta il fatto gravissimo, signori miei, che tra questi canzonati futuristi vi sono uomini di vero ingegno che valgono assai più dei graziosi scimpanzé che ridon loro sul viso (urli bestiali). Queste ragioni mi son bastate e mi bastano per sfidare l’obbrobrio che può cadere sul mio capo scarmigliato per questo mio gesto di simpatia, e, se volete, di solidarietà (tumulto in platea)”.

Da: Giovanni Papini, “Lacerba”, anno I, n. 5, 1°marzo 1913.

Il pragmatismo magico di Papini

Giovanni Papini ha aderito al pragmatismo con l’obiettivo di trovare una soluzione organica ai vari ragionamenti filosofici e per configurare una filosofia in grado di sostenere le proprie scelte esistenziali. In altri termini, a una vita intesa come missione doveva corrispondere una filosofia del fare. Una filosofia della prassi dunque, che conduce all’analisi della volontà come funzione determinante dell’azione e della credenza, credenza che è regola d’azione quando ci si trova nelle situazioni di dubbio, ponendo nel risultato dell’azione la sua verificazione. Tale questione è affrontata da Papini nel saggio La volontà di credere.

Dalla combinazione di diversi elementi quali il sogno della divinità e della magia, l’ambizione di possedere la realtà e di trasformarla, il pragmatismo diventa magico, perché con la pratica, seconodo Giovanni Papini, si sfugge a tutti gli inganni e a tutti i tradimenti del razionalismo e dell’espressione e con lo spirito si creano nuovi mondi. Urge secondo lui trasformare la realtà, sradicando il rapporto soggetto-oggetto che caratterizzato tutta la filosofia, per fare sì che si possa modificare il mondo solo attraverso il “miracolo”, reso possibile solo  dall’«Uomo-Dio» che è cristiano, magico e mistico.

Secondo Giovanni Papini, infatti, l’esigenza della divinità è innata nell’uomo, in quanto egli è insoddisfatto e desidera sempre di più. L’uomo può uscire da questa condizione di angoscia solo attraverso due vie: la rinuncia o il possesso. Ma il metodo della rinuncia è storicamente fallito, e il desiderio di onnipotenza può aprire nuovi orizzonti. Ottenuta l’onnipotenza, l’«Uomo-Dio» non avrà più desideri e di conseguenza sofferenze, ma inizierà a disprezzare le cose per la loro abbondanza e per la loro facilità con cui si ottengono. Morto il desiderio, morta anche l’azione.

Tra le opere più importanti di Papini si ricordano: Il crepuscolo dei filosofi, Un uomo finito, Polemiche religiose, Storia di Cristo, Gog, Santi e poeti, il diavolo, Sant’Agostino oltre alle numerose opere di politica, filosofia, poesia.