‘La Venere in Autoreggenti’, l’esordio di Giusy Agata Caff e Teresa Giulietti

Anche in letteratura, quando gli scrittori devono raccontare l’eros, di solito non lo sanno fare, soprattutto gli scrittori italiani; il gesto più naturale dell’uomo è così misterioso che quando lo si cerca di mettere in letteratura, si cade nel grottesco, nella noia, nello scontato, del banale. O si scade a volte nel pornografico. In tal senso il romanzo erotico La Venere in Autoreggenti di Giusy Agata Caff e Teresa Giulietti, il primo della nuova collana di letteratura erotica Anima Nuda della casa editrice Bertoni Editore, non brilla per originalità nel raccontare l’eros, ma perlomeno non vira facilmente sulla pornografia.

La Venere in autoreggenti affronta con delicata profondità il tema dell’amore impossibile, quello che arriva inaspettato e sconvolge ogni equilibrio, in questo caso le vite di due donne diverse tra loro, anche solo per area geografica. La narrazione si sviluppa attraverso l’intensa storia tra Claudia, manager farmaceutica catanese e Beatriz, giovane attrice madrilena, il cui incontro casuale in un aeroporto innesca una serie di eventi che scombineranno le loro vite. La storia si muove tra Catania e Madrid e tale aspetto probabilmente costituisce la parte più interessante del romanzo.

Attraverso la relazione delle due protagoniste, che sembrano delle vere e proprie estensioni delle loro città di provenienza, le autrici affrontano temi universali come il desiderio di rinnovamento, la distanza geografica ed emotiva, ma anche questioni più specifiche come l’identità sessuale, la sincerità nelle relazioni e il conflitto tra realizzazione professionale e vita sentimentale, soprattutto la tendenza di trattare la sfera personale come quella professionale, applicando i criteri di valutazione e di giudizio al proprio sentire, alle proprie emozioni.

Il sesso, di solito, si suggerisce senza descriverlo oppure lo si porta all’eccesso come ad esempio fanno Murakami, Isaac B. Singer e di Philip Roth. Nella La Venere in autoreggenti, si alternano momenti di intensa passione fisica a profonde riflessioni esistenziali, quasi a voler rappresentare artisticamente le contraddizioni e i movimenti che lo attraversano. Non a caso il Teatro Bellini di Catania diventa il palcoscenico simbolico di questa storia d’amore, dove musica classica e desiderio si fondono in una scena di grande impatto sulle note della “Casta Diva”.

Fondamentali sono poi le città di origine delle due donne per poter comprendere i loro caratteri e personalità e le loro professioni.

Madrid la conosceva piuttosto bene e la adorava. Era una di quelle città in cui, fin da subito, si era sentita a casa; così diversa dalla sua
Catania che, pur, non avrebbe barattato con nessun’altra città al mondo. Ma in quel momento non era tanto il fascino della capitale spagnola…

Madrid viene presentata con la sua costante forza misteriosa e inesplicabile grazie alla quale è riuscita mano a mano a imporre la propria individualità, che va di pari passo con quella delle due protagoniste, con la loro crescita personale e sentimentale, mentre Catania, speculare alla città spagnola, è una citta musicale che accompagna con il suo sguardo barocco vitale e ardente come la storia d’amore tra Claudia e Beatriz.

Le due autrici, con gusto per l’intrigo, l’introspezione e la leggerezza, senza scivolare nella lascivia kitsch, mostrano come i sentimenti siano imprevedibili e mettano in discussione il lato razionale dell’essere umano, che pensa di poter avere tutto sotto controllo e di poter governare l’amore come un’azienda.

Le autrici

“La Venere in autoreggenti” è il romanzo d’esordio di Giusy Agata Caff. l’autrice è nata a Catania nel 1976 e si diploma al liceo artistico per poi specializzarsi in restauro d’arte. Nonostante la vita l’abbia portata a fare scelte professionali diverse non ha mai smesso di alimentare la sua parte creativa. Invece per Teresa Giulietti, nata a Parma nel 1972, laureata in Lettere e filosofia, si tratta di una conferma del suo più lungo percorso artistico e letterario. Comincia la sua carriera come ghost writer (www.lasignorinawrite.it), pubblica romanzi e saggi per editori nazionali tra cui la Marsilio di Venezia, Edizioni della Sera di Roma, Bertoni editore di Perugia e realizza per privati biografie e romanzi di formazione. Come naturopata psicosomatico unisce in conferenze e serate benessere le tecniche di rilassamento corporeo alla scrittura emotiva per sbloccare emozioni congelate e riscrivere in maniera creativa la propria vita.

La Venere in Autoreggenti è un viaggio nella passione e nel desiderio di abbandono alle pulsioni più istintive, in cui i confini tra realtà e fantasia diventano sempre più sfumati. Esplora anche il tema della guarigione dopo un amore doloroso che lascia segni indelebili. Il processo di elaborazione di Claudia viene descritto con particolare sensibilità, culminando nella potente sequenza finale della scultura che si dissolve nell’acqua, simbolo di un necessario lasciar andare.

 

 

 

 

 

Il basilico raccolto all’alba, l’esordio di Eugènie Gènin

 

“E se fossi tu la luce per la quale la mia bocca desiderasse sbocciare?”

Il basilico raccolto all’alba ( 2015) è il romanzo erotico d’esordio della scrittrice Eugènie Gènin. L’autrice ha scelto questo nome d’arte per restare nel completo anonimato. Pseudonimo che dà adito ad alcuni spunti di riflessione: Eugènie è infatti il personaggio vittima delle capziosità sessuali vigenti nell’opera La filosofia del Boudoir del marchese De Sade. Non è una scelta da radical chic, perché a fianco di De Sade affiorano i toni scuri ma popolari dei Subsonica in un ratatouille di antico e moderno, passato presente, musica, letteratura, poesia che non creano contrasti stridenti, anzi.

La penna di Eugènie Gènin è sensuale: talvolta si denuda, altre invece s’increspa, lieve malinconica e misteriosa. La trama si dispiega come un foglio aperto avido di colori, profumi e bagni d’inchiostro. Doria è una ragazzina, ma delle ragazzine ha ben poco. Acerba ma curiosa, graziosamente legnosa ma solerte, la ragazzina sperimenta il piacere dell’autoerotismo nella bianca solitudine della propria camera da letto. E’ un viatico, un’iniziazione, o così pare al lettore, quella che Doria pratica con il suo adorato Stregatto, primo compagno di giochi sessuali. Un giorno, il gioco erotico però tocca corde ben più calde: accade alla presenza di chi, a pochi passi dalla sua stanza, dall’inizio alla fine sarà chiamato soltanto Il professore. Non sappiamo altro di lui, se non che ama le poesie di Artur Rimbaud e che introdurrà la ragazza, da cui, nonostante la virginea goffaggine, è rimasto folgorato. La classica incertezza data dall’adolescenza esploderà per manifestarsi come impudica consapevolezza femminile. Doria non è consapevole del fascino che esercita sul Professore dal quale resta subito ammaliata, sedotta, catturata. Il sesso tra i due è eccitante, doloroso, necessario apprendistato. La ragazza è un’allieva, ma quello che apprenderà non è solo legato alle pratiche sessuali, non così disinibite come si penserebbe, ma è la virtù di un erotismo consapevole, liberatorio e magmatico. Come una lava modellante si distende lungo le braccia di un vulcano acceso, l’eros toccherà Doria fino a renderla donna.

La storia non è figlia illegittima di un pornografico desiderio di dominio, pulsione che abita i prodotti editoriali di molti untorelli contemporanei, anzi. Si tratta piuttosto di un esempio di letteratura che sfata il mito della sessualità come vergognosa, violenta o immorale. L’eccitazione di una lettura incalzante e incantatrice non ce la si aspetta da un romanzo erotico di un’esordiente. La storia parrebbe semplice e banale, ma è proprio dall’essenzialità dell’intreccio che si evidenziano le caratteristiche dello stile di Gènin: quelle proprie di lirico, intenso dramma erotico. Le poesie che i due amanti recitano tra un amplesso e l’altro fanno da cornice all’inconscio e spiegano il punto in cui scatta il richiamo sessuale di Doria verso un uomo maturo, uomo che sarà presto al centro delle sue fantasie. La spinta all’eros è perciò ricondotta al motivo nascosto che suggerisce ad una donna di inoltrarsi, col corpo e con la mente, in un uomo.

Qual è l’origine della passione di Doria per il professor Montelli? La stimolazione intellettuale e l’eccitamento febbricitante che il prof. causa in lei. Egli riesce a vellicare ripetutamente le zone più intime della ragazza, e la conduce all’acme orgastico che copre l’intero suo essere: la sua pelle, il corpo, le viscere, e i pensieri come le parole: tutto ciò che il professore non vede di lei riesce a toccarlo, concedendole attimi di intensa interiorità. Come un punto G che ogni donna cerca con insistenza, Doria lo trova nella sua mente, in un groviglio di lunghe attese ed appaganti come i loro incontri, custoditi dagli estranei. Per due anni i due si incontrano, in una liguria fatta di fragranze e un mare di desideri, e il vulcano dei sensi esplode. Alla terza estate, quando la fanciulla ha compiuto 21 anni, dopo tre anni di mancate notizie dal Professore, la ragazza scompare, e al suo posto, fa trovare all’amante un plico di lettere in cui rivela la donna che oggi è divenuta, le esperienze con i coetanei, l’amore germogliato da un rapporto di -seppur tenera e tuttavia afasica- dipendenza psico-affettiva. Le lettere sono scritte, forse, con un intento a due voci: quella dell’addio si sovrappone alla speranza di destare uno sconquasso emotivo nel suo amante. Nell’uomo di cui, in tutta l’opera, non conosciamo passato, presente, neppure il suo nome di battesimo. Doria lo chiama Basilico, lo stesso balisico che la ragazza mastica durante l’intimità inebriando l’ambiente, l’amore e il suo amante.

 “Siamo i desideri che nascondiamo: pipistrelli appesi al soffitto di una grotta umida, che aspettano d’essere svegliati dallo strattone di un bagliore di luna”.

L’autrice colpisce, emoziona, alletta nel finale con sorpresa di chi legge, commuove e lascia in bocca l’amaro di un epilogo sospeso. Un romanzo come invito al coraggio di sperimentare le angolature del proprio corpo, e del contenuto emozionale che esso racchiude; un nettare sensuale e seduttivo, un piacere leggiadro e sussurrato, come una canzone all’orecchio dell’amato che si sfila una giacca e ci guarda estasiati, è impegnata a parlarci delle sue esperienze sessuali, del battesimo erotico con il suo maestro, ma mentre le elenca Doria (e forse Eugènie?) si innamora perdutamente.

Perché non si dovrebbe amare “Cinquanta sfumature”

Non si tratta di essere bigotti, è una questione di difendere valorosamente la letteratura, il desiderio di esprimere una critica fredda e sincera sulla tanto acclamata trilogia di successo di Cinquanta Sfumature.

Il punto di partenza è sicuramente l’ideatrice della storia: Erika Leonard James, cinquantunenne del Sud-est dell’Inghilterra, laureata all’Università del Kent. E, dal 2013, inserita dalla rivista economica americana Forbes, tra le cento persone più influenti del mondo, grazie alla stesura delle Fifty Shadows, la sua trilogia erotica. Sua, ma con riserva, visto che la struttura di base, la successione degli eventi, ricalca passo passo un’altrettanta fortunata serie, quella della Meyer.

Sebbene l’autrice abbia ammesso di aver preso ispirazione da questa pubblicazione, è evidente che non si tratta di un mero spunto, ma di una minuziosa ricalcatura della trama, con una sola e semplice variante, l’elemento ‘nuovo’ e ‘scandaloso’ che attizza il lettore medio: il sesso. Non è il lodevole processo di Imitatio, atto a impratichirsi ed affinare la tecnica, bensì un’efficace strategia per il successo e il denaro facile.

Quindi state allerta, voi desiderosi di fama, pronti a vendervi per poco, questa è una pubblicità che rivolgo a voi: prendete una storia di successo, un best-seller, di quelli che fanno impazzire le teenagers alle prime arie e cambiate qualcosa. Non la trama, non il carattere e la personalità dei personaggi, e magari non allontanatevi troppo neanche dall’ambientazione. Ma attenzione, cambiate il fattore che classifica il genere, togliete il soprannaturale del Fantasy e aggiungete la spregiudicatezza dell’erotico, ad esempio. Successo garantito. Non servono idee nuove, non servono particolari talenti e conoscenze letterarie, un occhio attento avrà notato la forzata paratassi, i frequenti salti temporali per arrivare velocemente al dunque, a ciò che fa scalpore, trascurando completamente l’arte del narrare.

La caratteristica principale di questa trilogia, oltre alla trama sciatta, e ad un’ipocrisia di fondo è il desiderio onnipresente di rompere un tabù, forzando al limite ogni idea di erotismo. Ma si tratta veramente di erotismo? Sembra invece un’idea distorta e inquinata dell’amore, una visione brutale dei rapporti sessuali e, la vera domanda che ci si dovrebbe porre, senza scivolare nel perbenismo, né senza temere di contrariare i fan sfegatati dell’autrice, è: quali difese hanno le migliaia di ragazze che leggono questo libro, senza aver ancora avuto esperienza dell’amore? Che idee si faranno del loro ruolo come donne? Quale rispetto di loro stesse svilupperanno? Capiranno che non devono accettare passivamente, ma tenere testa ai diritti conquistati? Come possono essersi innamorate di un personaggio che percuote la donna che dice di amare, cercando di sodomizzandola a causa di traumi infantili? È questa l’idea di amore che la nostra società sponsorizza?

Tornando al libro “erotico”, non c’è molto da dire, se non che la letteratura erotica, non è questa. Il primo esempio di questo genere risale al 1100 d.C.: Eloisa ed Abelardo, vecchie lettere d’amore, che a loro tempo furono motivo di scandalo. Oggi, secoli dopo, è patrimonio letterario. L’erotismo alberga in ben altri romanzi come ad esempio ne Il delta di Venere di Anaïs Nin, ne Il Tropico del Cancro di Henry Miller, Il grano in erba di Colette, e tanti altri, magari non altrettanto famosi, e che magari non hanno garantito milioni di dollari ai propri autori, ma che hanno sicuramente più stile, più storia, senso più profondo e meno noioso e surreale.

La trilogia delle Cinquanta sfumature è priva di contenuti, di passione, di coinvolgimento, di emozioni: l’autrice sembra abbia scopiazzato in malo modo Nove settimane e mezzo di Mc Neill, propinandoci una donna ridicola e imbarazzante come la protagonista di I love shopping, oltreché inetta ed irritante, che guardacaso diventa schiava di un uomo ricchissimo. Nessuna donna di buon senso e che ama se stessa si indentificherebbe o vorrebbe essere Anastasia, la protagonista di Cinquanta sfumature di grigio, ma si sa, il marketing trasforma la fuffa in casi letterari.

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