‘L’Abisso di Maracot’ di Conan Doyle: un nuovo genere fantascientifico

Sir Arthur Conan Doyle è sicuramente tra gli scrittori più apprezzati del novecento inglese, considerato capostipite del giallo deduttivo, nonché del romanzo fantastico e di avventura moderno.

Il medico scozzese iniziò a scrivere quasi per caso, quando, nel sobborgo di Portsmouth, lo studio che aveva appena avviato, fallì.
Risalgono a questo periodo le prime uscite delle avventure del famigerato Sharlock Holmes. Famoso per questo in tutto il mondo, Doyle avrà un rapporto di amore ed odio con il celebre personaggio. Egli infatti, predilesse altri generi e si specializzò nel romanzo storico, fantascientifico e di avventura, abbandonando il giallo.

Collezionò più di un centinaio di opere tra cui The Maracot Deep (L’Abisso di Maracot). Tra i suoi ultimi lavori, il breve romanzo è l’esempio di come l’autore ha più volte fuso insieme i suoi tre generi preferiti. Apparve in serie già nel 1927 sul The Strad Magazine, ma, solo nel 1929, fu pubblicato in versione integrale dall’editore John Murray a Londra e dalla Doubledau Books negli Stati Uniti.

Nel libro, la leggendaria isola di Atlantide descritta da Platone, fa da sfondo all’avventura di tre personaggi: il Professor Maracot, lo zoologo Cyrus Headly e dal meccanico Bill Scanlan. I tre, discesi nell’abisso per delle ricerche, si ritroveranno per caso ad affrontare strabilianti avventure in fondo al mare.

Precipiteranno fuori le mura dell’antica città creduta perduta. Qui entrano in contatto con una realtà straordinaria ,prendendo coscienza della veridicità del famoso mito greco. La civiltà sorprendentemente all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, risulta non distanziarsi da quelle lasciate sulla terra ferma. Come le grandi metropoli nascenti del novecento, anch’essa è proiettata verso un futuro curioso di innovazioni e di saperi restando tuttavia ancorata alle credenze e tradizioni del passato. La mitologica popolazione ricca d’ingegno ha reso possibile la vita sottomarina.

Il progresso acquisito ha eliminato quelle barriere fisiche e culturali che il mondo in superficie non era stato in grado di superare. Nella nuova tipologia di avventura, l’amore per il conoscere spinge l’uomo ad oltrepassare i limiti naturali affidandosi ed alimentando, dunque, l’ingegno.
Elementi come oggetti tecnologici, le scoperte e imprese scientifiche, menzionati nella narrazione, sono i nuovi strumenti mistici: contribuiscono in maniera vitale a rendere tutto l’accaduto, un’ impresa epica. Il connubio di fantascienza e scienza è efficace al fine di non distaccare l’irrealtà dalla realtà. Si passa dunque al mondo del probabile, dove tutto può accadere.

La scienza e la tecnologia sono anche lo strumento di unione di due popoli mai venuti a contatto. I tre uomini avviano un processo di corrispondenza del sapere: durante la permanenza conoscono e utilizzano le invenzioni fatte dagli Atlantidei. Allo stesso modo , dopo il naufragio della nave Stratford, nave che aveva accompagnato i protagonisti per la ricerca, al popolo inabissato vengono mostrati gli strumenti adoperati dalle popolazioni in superficie. La nuova idea novecentesca che guarda al progresso con ammirazione e curiosità, impregna il romanzo.

Un agglomerato di diversi documenti compone la struttura del romanzo di Doyle. Sono principalmente lettere scritte da Headly alla quale seguono, altre testimonianze come diari di bordo o comunicati marittimi di varia provenienza. L’autore, infatti, premette di essere stato incaricato di riassemblare gli scritti al solo fine di far conoscere l’incredibile vicenda. Risalto va dato alla disposizione delle tre lettere che riportano i fatti rispettivamente in un tempo antecedente, contemporaneo e posteriore all’incredibile scoperta. A queste segue un commento dell’autore che riporta l’attenzione del lettore alla sua intenzione principale, ovvero divulgare la storia in suo possesso.

La divisione non interrompe il filo narrativo, ma anzi, spinge ad appassionarsi e attendere l’epilogo. Le tre lettere sono però differenti tra loro: la prima scritta per Talbot (amico e collega di Headly) ha una forma lessicale formale e il tono risulta leggero e rilassato. In questa occasione, l’emittente tende a soffermarsi poco sulla parte descrittiva,prediligendo i fatti, incuriosito dagli avvenimenti che si susseguono e dalla figura di Maracot.

La seconda ,invece, essendo indirizzata all’umanità, ha un lessico meno formale ed è più ricca di particolari illustrativi del mondo Atlantideo.  È evidente il contrasto di emozioni vissute dallo zoologo: la rassegnazione al pensiero di non ritornare mai a casa si alterna al senso di serenità e gioia trovato nella sua nuova condizione.

L’ultima lettera è scritta da Headly ,dopo esser stato salvato ed essersi reintegrato tra i suoi pari in patria. Questa, molto più simile ad una pagina di diario, si concentra sul risaltare l’aspetto favolistico e leggendario della vicenda , consacrando gli stessi protagonisti a personaggi fantastici. Traspare entusiasmo dalle parole dell’autore che si concentra sull’esaltare la sua figura e quella dei suoi compagni, paragonandosi a personaggi celesti, enfatizzando le avventure più salienti.

Attribuendo le fonti direttamente ad uno dei protagonisti, Doyle auspica alla verosimiglianza dei fatti narrati, assottiglia così la linea immaginaria tra finzione e realtà. Il trucchetto risulta molto efficace soprattutto se si considera la scelta tra i tre avventurieri: Headly non solo è riemerso come i suoi compagni, ma è colui che ha portato con se un abitante di quel posto. La sua compagna è una prova inequivocabile che avvalora maggiormente il suo racconto.

Pensando a questo espediente non si può far altro che sottolineare la genialità di Doyle nell’attrarre l’attenzione del lettore. Sarà preso a modello dai posteri e, per il suo nuovo modo di raccontare, gli sarà riconosciuta dunque la fama di precursori del genere fantascientifico moderno.

Jim Crace, intimo e austero affabulatore dello straniamento individuale e collettivo contemporaneo

Jim Crace è tra i più brillanti scrittori contemporanei del panorama letterario inglese. Nato il 1 Marzo 1946 a Hertfordshire in Inghilterra, dopo la laura triennale in letteratura inglese, si arruola nel Voluntary Service Overseas (VSO) e comincia a lavorare come assistente televisivo in Sudan. Nonostante la carriera giornalistica già avviata, Crace si lascia ammaliare dalla narrativa pubblicando nel 1974 sulla rivista letteraria New Review il suo primo racconto “Annie, California Plates”. La sua vita è divisa tra la mansione di giornalista freelance e lo scrittore di racconti. Tutto cambia quando nel 1986 esce il suo primo libro Continent: sono sette storie interconnesse ambientate in un immaginario settimo continente. Il libro raccoglie pieni consensi e viene insignito da prestigiosi premi come il Whitbread First Novel Award, il Guardian Fiction Prize e il David Higham Prize. Il successo riscosso fu così grande che Crace rinuncia al giornalismo per dedicarsi completamente alla scrittura.

Nel 1988 Crace pubblica il suo secondo scritto The Gift of Stones: ambientato prima dell’avvento dell’età del bronzo, racconta di una comunità di operai che abita in un villaggio nei pressi del mare che ben presto deve fare i conti con l’avvento di una nuova era.
Jim Crace comincia ad acquisire una certa notorietà imponendosi prepotentemente nel panorama letterario di quegli anni. La fama lo invade e il romanziere di pronta risposta continua a prolificare la sua produzione letteraria.

Nel 1992 esce Arcadia, il suo terzo libro ambientato in una immaginaria città britannica nel futuro: Arcadia è un centro commerciale che Victor, il giovane protagonista vuole erigere nello spazio occupato dal mercato cittadino. Ad opporsi ci sono però i cittadini che non sembrano disposti a sacrificare il cuore della loro città.

Due anni dopo Crace pubblica Signals of Distress, ambientato in Inghilterra nel 1836,il libro parla del naufragio di un veliero al culmine della rivoluzione industriale. Anche questa opera vince Winifred Holtby Memorial Prize.

La penna di Crace è inaresstabile e nel 1997 arriva Quarantine: rievoca un episodio del Nuovo Testamento, i quaranta giorni di Gesù nel deserto, primo testo tradotto in italiano edito da Guada nel 1998. Con questo scritto approda in Italia. La casa editrice cavalca questa positiva onda di popolarità continuando a pubblicare altri suoi libri: La dispensa del Diavolo nel 2002 (The Devil’s Larder, 2001); Una Storia naturale dell’amore nel 2004 (Being dead,1999); La città dei baci nel 2006 (Six,2003); Tutto ciò che abbiamo amato nel 2010 (The Pesthouse,2007) ed infine il lirico Il Raccolto nel 2016 (Harvest, 2013), insignito del James Tait Black Memorial Prize e dell’International IMPAC Dublin Literary Award.
I suoi romanzi più recenti sono On Heat del 2008, All That Follows del 2010 e The Melody del 2018.

Una storia Naturale dell’amore, è senza dubbio uno dei romanzi più celebri di Crace ma anche quello più singolare e crudo. Il romanzo racconta di una coppia di due coniugi: sono passati trent’anni da quando Joseph e Celice si incontrarono come studenti di zoologia in gita alla baia di Baritone Bay. Joseph, desideroso di ritrovare il sito tra le dune della loro prima volta, guida Celice in una nostalgica visita di ritorno alla Baia, ma la coppia viene uccisa da un ladro di passaggio. Nel momento della morte, Joseph stende delicatamente la mano sulla gamba di Celice. Scoperti per giorni, i corpi diventano preda di granchi di sabbia, mosche e gabbiani.

Il romanzo si snoda in quattro fili narrativi: il primo racconta le avventure dei coniugi dalla partenza per Baritone fino all’omicidio; il secondo, gli inizi della loro storia d’amore; il terzo descrive minuziosamente lo stato di decomposizione nel susseguirsi dei giorni infine il quarto racconta gli sforzi di Syl, figlia dei coniugi, per ritrovare i genitori scomparsi.
I quattro filoni si interrompono costantemente l’un l’altro, eppure il romanzo nel suo complesso è estremamente efficace. Nonostante le premesse tragiche il finale è molto tenero: il gesto di Joseph, che appena prima di morire appoggia la sua mano sulla gamba di Celice, è racchiusa l’essenza dell’amore che sopravvive alla morte. L’amore conferisce ai coniugi una consolazione conferendogli un’eterna umanità.

Jim Crace e la sua Craceland

Realismo destabilizzante o fabulismo inquietante sono le diciture usate dai critici per definire lo stile di Crace. L’autore lo chiama semplicemente “Craceland”, godendo della stima sia ai piani alti, tra critici e giornalisti, sia tra il pubblico. Questo perché il suo stile è unico, senza precedenti: lo scrittore, attraverso i suoi romanzi punta a ringiovanire generi del passato come il romanzo distopico, il romanzo di ricerca, il bestiario medievale e il fabliaux, inserendo una forte componente apocalittica, visionaria ed emotiva. Crace, attraverso l’evocazione di mondi immaginari, tratta di temi universali quali la vita, la morte e la paura per il futuro.
Il New York Times lo ha descritto come “uno scrittore magistrale, perfetto per i nostri tempi incerti e spietati”, l’unica certezza però è che i suoi libri sono sorprendentemente destabilizzanti per chi li legge, preso dal potere ritmico della sua prosa, costruita su vivide immagini fisiche e brillanti atmosfere e scaturite dallo spirito elegiaco e straniante del tagliente e spesso paradossale autore inglese che ama sfidare i suoi lettori.

“Dalla corsia, guardando verso il profilo dei salici sul ruscello, l’estremità superiore del nostro prato d’orzo, irto e tremante nella brezza, ci ha mostrato finalmente le sue ocre e i suoi cadmi, le sue ambre e i suoi cromi. che per così tanto tempo in questa lenta estate erano deboli e umidi, diventavano simili a noci e zuccheri e promettevano birre e birre invernali”. (da “Il raccolto)

 

Fonte: https://literature.britishcouncil.org/writer/jim-crace

‘Il mondo nuovo’: la società senza futuro di Aldous Huxley

Aldous Huxley (1894-1963), visionario e tormentato autore inglese, pubblica nel 1932 la sua opera, forse, che sarà destinata a diventare una delle pietre miliari per il genere distopico/fantascientifico: appassionato di filosofia (avvicinatosi anche al misticismo) Huxley non ha problemi a imbastire un racconto di spietata visione filosofica sul futuro dell’umanità. Come in ogni narrazione distopica, i pensieri e le azioni degli uomini sono immaginate sino alle estreme conseguenze, ma qui c’è un qualcosa in più che caratterizza Il mondo nuovo (1932), opera di fantascientifica di Huxley.

Tutta la narrazione è pervasa da quel senso di oppressione tipico delle opere distopiche/post apocalittiche: e qui Huxley dimostra, per l’epoca in cui ha scritto il suo romanzo, di essere capace di vedere già molto al di là dell’orizzonte del suo tempo. Ecco quindi che il mondo che descrive, il mondo del 2500 circa, è stretto dalla morsa non solo dei “controllori” ma anche di pratiche scientifiche spietate e di indottrinamenti subconsci a cui tutta la popolazione è sottoposta. “Il Processo Bokanovsky è uno dei maggiori strumenti della stabilità sociale! Uomini e donne tipificati; a infornate uniformi”; è questo quello che il direttore del “Centro di incubazione e di condizionamento” spiega ai suoi allievi: qui gli embrioni vengono infatti creati, sviluppati secondo precise esigenze per essere inidirizzati in particolari e precise categorie di persone (gli alfa, i beta, i gamma, i delta e gli epsilon) che hanno determinate caratteristiche e determinate peculiarità in base al loro quoziente intellettivo programmatogli. “Comunità, Identità, Stabilità” è il motto planetario che ricorre in questa società che vede quindi annullata ogni forma di personalità individuale e ogni libera espressione: in questo modo i Controllori hanno la pretesa di assicurare la felicità delle persone:una felicità creata, indotta, controllata, frutto dello spietato calcolo scientifico e quindi non reale.

Noi condizioniamo le masse a odiare la campagna concluse il Direttore. Ma contemporaneamente le condizioniamo ad amare ogni genere di sport all’aria aperta. Nello stesso tempo facciamo sì che tutti gli sport all’aria aperta rendano necessario l’uso di apparati complicati. In questo modo si consumano articoli manufatti e si adoperano i mezzi di trasporto. Ecco la ragione delle scosse 20 elettriche”. I bambini infatti venivano educati alla visione dei libri e dei fiori in concomitanza con scosse elettriche e assordanti rumori, in questo modo si trovano a sviluppare un disgusto verso questo genere di cose.

In questa società massificata, Huxley fa però emergere due protagonisti: Lenina e Bernand, entrambi infatti si distinguono da tutti gli esseri umani che si incontrano nel romanzo. Lenina per alcuni periodi è alla ricerca di un partner “fisso”, contravvenendo alle “regole” della società che invece vuole che il sesso e il godimento erotico siano esaltati e praticati, così da prevenire frustrazioni e sentimenti negativi. Bernard invece è uno psicologo che dimostra un alto grado di consapevolezza per quanto riguarda il fatto che la felicità che vivono è illusoria,  indotta in alcuni casi dalla “soma”, una droga sintetica che provoca stati di euforia e che addirittura accompagna anche le persone verso la morte. Nel romanzo si parla di Corso Elementare di Coscienza di Classe, di Lezione Sessuale Elementare, del ruolo di “Assistente Predestinatore”, del Collegio di Ingegneria Emotiva, del  Direttore delle Incubatrici, del trattamento di Surrogato di Passione Violenta: tutto ciò che serve per far emergere un quadro incredibilmente asfissiante della società che Huxley immagina.

Ma non è tutto, infatti: “Bisogna scegliere tra la felicità e ciò che una volta si chiamava la grande arte. Abbiamo sacrificato la grande arte. Ora abbiamo i film odorosi e l’organo profumato”, così racconta Mustafa Mod, il controllore dell’Europa occidentale, quando ricorda la decisione dell’annullamento di ogni forma di espressione artistica umana: l’arte non bisogno praticamente solo di sensazioni pure, ed è quindi nemica dello sfruttamento delle risorse, quello a cui invece tutto è qui volto e indirizzato: si indirizzavano i bambini verso godimenti e felicità per giochi che ad esempio richiedevano un grosso dispendio di materiale elettrico per esser costruiti.

Ma per capire cosa veramente è il mondo disegnato da Huxley, si deve aspettare l’incontro con il “Selvaggio” John, conosciuto da Bernarnd e Lenina durante il loro esilio in Islanda, a causa dei loro comportamenti giudicati eccentrici dal controllore dell’Europa Occidentale. John e Linda, sua madre, sono cresciuti e vissuti nelle “riserve”, ovvero dove vivono gli appartenenti alla casta degli alfa non allineati con il Governo. John ha però una altra peculiarità: è riuscito a leggere alcune opere di Shakspeare (L’Amleto, Romeo e Giulietta, l’Otello) prima che tutti i libri venissero distrutti. Ciò gli permertte di affrontare il governatore dell’Europa occidentale in un discorso appassionato tra le diverse visioni del mondo: “Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno di condursi come si deve. E se per caso qualche cosa non va, c’è il “soma”… che voi gettate via, fuori dalle finestre, in nome della libertà, signor Selvaggio. Libertà!”

Il selvaggio John verrà quindi portato nel “nuovo mondo”, ma le conseguenze saranno disastrose: una volta resosi conto che è stato ormai irrimediabilmente attaccato e compromesso dalla società, deciderà di tornare nella sua isola e autoflagellarsi per espiare le sue colpe, ma a lungo andare troverà la morte.

L’intreccio che Huxley realizza nel Nuovo mondo è ravvisabile anche nel gioco che fa compiere alla figura di Henry Ford, vista come un Dio dalla società che descrive (infatti gli anni partono dalla data della sua nascita) e dalla figura di Sigmund Freud, molte volte chiamata indirettamente in causa: quindi i due miti della produzione  e della psicoanalisi. L’estremizzazione di queste due discipline portano Huxley a immaginare questa società disumanizzata in cui non c’è posto per l’arte, per i libri, per la libera espressione, in cui l’essere umano è programmato e condizionato psicologicamente sin dalla nascita verso una esistenza precisa e prestabilita in funzione della produttività.

Il suicidio del Selvaggio, forse l’unico elemento di speranza e di rottura, contribuisce a rendere ancora più cupa la visione del mondo futuro dell’autore inglese: il mondo nuovo che vede Huxley sembra essere quindi privo di una qualsiasi speranza in un futuro.

E questo, aggiunse il Direttore sentenziosamente «questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale”. (Il mondo senza futuro)

Il “Ciciarampa” di Lewis Carrol: traduzione e comprensione dei testi non-sense

Secondo Umberto Eco, per poter comprendere un testo è necessario fare ipotesi riguardo al mondo possibile che quello specifico testo vuole rappresentare. Il problema intrinseco a questa affermazione sgorga quando il testo stesso, il testo di base da tradurre, o da leggere, altro non è che la vera e propria creazione di un mondo dell’assurdo, dell’impossibile e dell’inimmaginabile. E, ovviamente, tra i re indiscussi della letteratura del non-sense e del fantastico vi è Lewis Carrol con la sua scaltra Alice. Come formulare, quindi, ipotesi di un mondo possibile, se questo si basa sull’assurdo e sul non-sense?

Prima in Alice in wonderland (1871) e in seguito in Through the looking-glass and what Alice found there (1871), Carrol demolisce, un passo alla volta, tutte le convenzioni sociali, dando vita all’inaspettato. Tutti conoscono il fortunato classico che Disney ha modellato sulla storia di Alice, creando un simpatico mix delle due storie, ma pochi hanno letto, e compreso a fondo, il testo originale, ricco di insidie per chi lo affronta a cuor leggero, illudendosi di aver scelto una semplice favoletta per bambini. E, se il testo risulta un’intricata matassa per i curiosi lettori, peggio è stato per tutti i traduttori che, nel corso dei decenni hanno affrontato questo testo, che sembra non seguire alcuna logica apparente.

In particolare, fonti di grandi problemi per questi ultimi, sono quelle che Carrol stesso definì “parole-valigia”, ossia neologismi di sua invenzione nati dall’unione di tratti di diverse parole, dando vita ad un’unica parola, il cui significato contiene entrambi i significati delle parole di base, ma la cui comprensione risulta ardua, in quanto gli ingredienti base sono resi irriconoscibili. Il problema di queste parole, in traduzione, risiede quindi su tre livelli: la mera comprensione del testo, la scelta di parole che abbiano un significato comparabile a quelle del testo originale, ed infine le parole scelte devono essere anche spezzabili, divisibili, e poi ri-unibili in una nuova forma, per creare il neologismo equivalente. Ed altrettanto incomprensibile.

Un ulteriore, ma correlato problema che traduttori e linguisti prima, lettori e studenti poi, hanno dovuto affrontare è quello riguardante la filosofia a cui l’autore si ispira nel suo redigere queste due opere: il nominalismo. Si tratta di una reale corrente filosofica, presente in modo più o meno accentuato in molti tratti delle teorie più classiche, che nel suo punto di massima forza rinuncia ad un significato fisso ed universale delle parole, in favore delle scelte personali e del più estremo soggettivismo. Esponente e portavoce di questo approccio nel libro è Humpty Dumpty, figura poco conosciuta, ma di importanza fondamentale nell’esprime il pensiero dell’autore, in quanto, in un dialogo con Alice, arriva ad affermare: “quando dico una parola, questa significa solo ciò che io voglio che significhi“; una sorta di estremismo linguistico dunque, che riduce al minimo le possibilità di comprensione tra i dialoganti, tanto che lo stesso autore, lungo il testo, dissemina spiegazioni, senza le quali non sarebbe possibile comprendere il testo.

Il bel viaggio onirico di Alice nasconde insomma numerose insidie non solo per la protagonista, ma anche per i suoi fan. Si abbandoni quindi la semplificazione Disneyana o lo sviluppo ombroso e recente dell’eccentrico Burton, per affrontare le insidie linguistiche. E se vi sono ancora dei dubbi, se si crede che tutto questo sia un’esagerazione, ecco di seguito la traduzione del poema del Ciciarampa, uno dei tanti intrigati esempi che si ritrovano al di là dello specchio:

Ghiarivan foracchiando nel pedano:
Stavano tutti mifri i vilosnuoppi,
Mentre squoltian i momi radi invano.

«Rifuggi il Ciciarampa, figliuol mio!
Ganascia sgramia e artiglio scorticante!
Sfuggi all’uccello Ciciacià, perdio.
Guardati dal Grafobrancio ch’è friumante!»

La spada bigralace ei strinse in pugno;
L’omincio drago cominciò a cercare –
Infin che stanco sotto il pin Tantugno,
Fermossi un poco per poter posare.

E mentre egli broncioso ponderava,
Il Ciciarampa come d’ira spinto,
Sbruffando sortì fuor dalla sua cava,
Di schiuma e bava sbiascico e straminto.

L’un colpo appresso all’altro si raddoppia:
Scric-scrac trinciava il bigralace brando!
Lo lasciò morto, e la sua testa moppia
A casa riportava galonfando.

«Il Ciciarampa! E lo uccidesti tu?
Ti stringo al petto, mio solare figlio!
O gioiglorioso giorno! Ippioh! Ippiuh!»
Ansante, ei ridonchiava in suo giupiglio!

Era cerfuoso e i viviscidi tuoppi
Ghiarivan foracchiando nel pedano:
Stavano tutti mifri i vilosnuoppi,
Mentre squotian i momi radi invano.

 

La maggior parte delle parole presenti sono ovviamente una invenzione di Carroll e molte rientrano nella categoria delle parole macedonia, parole nuove formate dalla fusione di due parole diverse.

“Emma” di D. Mc Grath: frivolezze e pregiudizi

“Forse sono le nostre imperfezioni a renderci così perfetti l’una per l’altro.”

Ogni stagione cinematografica è attraversata irrimediabilmente da un momento in cui si avverte la necessità di riportare sullo schermo i grandi classici della letteratura, questo impulso viene avvertito dai registi di tutto il mondo all’incirca ogni decennio. Jane Austen è senza dubbio una delle autrici più titolate nelle locandine hollywoodiane e tra le sceneggiature televisive del vecchio e del nuovo continente.

Il 1996 ha visto nascere una delle versioni più famose di sempre di Emma, con Douglas McGrath alla regia che ha ambientato la storia nella tradizionale epoca regency, dopo aver scartato l’idea iniziale di rivisitare la storia ai giorni nostri. Emma Woodhouse, interpretata da Gwyneth Paltrow, è una giovane donna nubile e ricca, frivola e ben integrata nella comunità di Highbury, la cui unica occupazione, oltre il prendersi cura dell’anziano padre, è combinare matrimoni fra i conoscenti del piccolo microcosmo di quell’angolo di Surrey. Dopo aver organizzato le nozze della sua governante con un gentiluomo della zona, Mr Weston, decide di prendere sotto la propria ala la giovane Harriet Smith, interpretata da Toni Collette, e innalzarla dalla sua posizione sociale incerta, essendo illegittima, facendola sposare con il reverendo, Mr Elton.

Emma è l’unica delle eroine della Austen a non destare immediata simpatia, ella infatti appare snob e viziata, profondamente disinteressata al matrimonio, essendo ricca a differenza di Elizabeth Bennet e delle altre figure femminili nate dalla penna della Austen. L’allegria e la frivolezza sono le caratteristiche che la contraddistinguono e Gwineth Paltrow sembra incarnare alla perfezione quella strana combinazione di ingenuità e calcolo che portano lo spettatore a non riuscire a biasimare le sue azioni per più di un paio di sequenze, fino al cambiamento finale in cui si avverte una maturazione nel personaggio, che impara a mettersi in discussione e a cambiare il proprio punto di vista. Emma non è naturalmente il film che l’ha resa nota come attrice, ma di certo ha rappresentato un buon trampolino di lancio per le sue successive interpretazioni più conosciute, come quelle in Sliding Doors e Shakespeare in love. Al suo fianco figura anche Jeremy Northam nel ruolo di Mr Knightley, un gentiluomo amico di famiglia nonché suo cognato, di sedici anni più vecchio di lei e molto più saggio, il suo migliore amico e confidente nonché suo più aspro critico. Ben preso però il suo rapporto con Emma cambierà trasformandosi in un legame più profondo.

Jeremy Northan mostra tutto il fascino pacato che Mr Knightley deve avere, il gentiluomo d’altri tempi che rimane spesso sullo sfondo, non abituato a troneggiare sulla scena, ma che è sempre presente nella vita della protagonista, il pilastro a cui affidarsi, che emana sicurezza e protezione. Nel suo modo di recitare da eterno bravo ragazzo, Northam porta molto di sé nei suoi personaggi, come anche in Possession-Una storia romantica (2002), dove recita ancora insieme alla Paltrow, e interpreta un timido poeta che cerca di nascondere un’insana passione per una donna che non è sua moglie, e ne I Tudors, dove interpreta il saggio e impeccabile Thomas More. Emma risulta una divertente commedia degli equivoci in cui senza molte pretese (la satira di costume è alquanto vaga), anche se la protagonista non riesce a convincere appieno come le altre eroine austeniane, la leggerezza delle situazioni spesso imbarazzanti strappa il sorriso e conquista il favore del pubblico. Si avverte la mancanza di una storia d’amore convincente, ma la falla è rimarginata dai molti intrecci fra gli eterogenei personaggi della comunità di Highbury. Emma ha vinto nel 1997 il Premio Oscar per la migliore colonna sonora, assegnato a Rachel Portman ed è stato nominato, nello stesso anno, anche nella sezione Migliori costumi.

Lord Dunsany e la riscoperta degli Elfi

Lord Dunsany

Edward John Moreton Drax Plunkett, XVIII barone Dunsany (Dublino 1878 – 1957) è stato uno scrittore e drammaturgo, famoso per le sue opere fantastiche e dell’orrore pubblicate col nome di Lord Dunsany.
Dunsany è considerato, dopo William Morris, il primo autore all’inizio del novecento, ad aver ripreso e perpetuato la tradizione dell’ avventura fantastica racchiusa un mondo immaginario. Sembra sia stato ispirato, per la creazione delle sue opere, dalla commedia da lui vista nel 1903 The Darling of the Gods di David Belasco e John l’Long, ambientata ai confini di un Giappone surreale.

Diversamente da Tolkien, Dunsany considera l’esperienza di scrittore fantasy e la redazione dei suoi scritti, non come delle invenzioni generate dal proprio intelletto, bensì ritiene che il suo lavoro sia una semplice riscoperta di eventi sognati e ormai lontani e dimenticati. “Non scrivo mai di cose che ho visto ma solo di cose che ho sognato”, idea che probabilmente trovava le sue radici e s’inseriva nel filone letterario romantico dell’ottocento.
La maggior parte dei suoi romanzi, almeno fino agli anni ‘20, è pervasa dal sogno. Oniriche sono le ambientazioni, surreali i personaggi, a volte il racconto è basato sugli eventi rimandati dall’inconscio degli stessi protagonisti.

Sostanzialmente l’intento di Dunsany è quello di meravigliare il lettore, attraverso le descrizioni aliene e senza tempo di paesaggi mitici, un pantheon immaginario di dei ed eroi, un catalogo di animali fantastici, tutti elementi che a oggi sono considerati necessari ai fini delle sub-creazione nel fantasy moderno.

Se è vero che il fantasy contemporaneo è debitore nei confronti di questo autore irlandese, sussiste all’interno delle sua produzione letteraria una caratteristica che la contraddistingue, e cioè un rassegnato distacco. Dunsany mira a stupire il lettore, ma non impone allo stesso delle scelte difficili. Complice una poco marcata introspezione dei personaggi, l’autore non è capace di suscitare nei confronti delle sue creature dei sentimenti forti, quali l’odio, l’amore o la paura. Le gesta e gli eventi narrati sono incastonati in una cornice meravigliosa, ma nulla di più. Lungo tale cornice il lettore viene condotto attraverso l’esposizione di situazioni affascinanti e suggestive, oppure terribili, ma raramente corre il rischio di trovarsi coinvolto.
Bisogna sottolineare che Dunsany ha lasciato una straordinaria galleria di re e principesse, guerrieri e demoni, contenuta in più di 150 racconti : The Gods of Pegãna (1905), La spada di Welleran (1908), A Dreamer’s Tale (1910) Il libro delle meraviglie (1912) e tanti altri.
A tale cosmogonia minuziosa e particolareggiata, si sarebbe ispirato, qualche decennio dopo, H.P. Lovercraft.

Dunsany ha amalgamato la tradizione folklorica e la letteratura classica, ed è grazie alla realizzazione di un universo fantastico, generato da tale fusione, che è stata riportata in auge una delle figure più emblematiche e fondamentali della categoria: l’elfo.

Espiazione, di Ian McEwan

“Lo spettacolo per il quale Briony aveva ideato locandine, programmi e biglietti, costruito il botteghino con un paravento sbilenco e foderato di carta rossa la cassetta dei soldi, era opera sua, frutto di due giornate di una creatività tanto burrascosa da farle saltare una colazione e un pranzo. Quando ebbe concluso i preparativi, non le restò altro da fare che contemplarne la stesura definitiva e aspettare di veder comparire i suoi cugini dal lontano nord”.

Un meraviglioso incastro di finzione e realtà, passato e presente, abbagli e immaginazione, questo è il capolavoro dello scrittore inglese Ian McEwan, Espiazione (Einaudi, 2003). Si tratta di un inno al potere riparatore della scrittura, alla potenza della creazione letteraria che pone l’autore al rango di Dio. Ian McEwan definisce con le seguenti parole la magia della scrittura in uno dei passi più significativi del romanzo:

Il problema in questi cinquantanove anni è stato un altro:come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere i destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c’è nulla al di fuori di lei. È la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storiaNon c’è espiazione per Dio, né per il romanziere, nemmeno se fossero atei”.

Espiazione è un romanzo sentimentale, ma anche un romanzo sulla guerra, un romanzo di formazione e del mistero, incentrato sul tema del male, sul senso di colpa e sulla fusione-confusione tra finzione e realtà. È diviso in tre parti, non ripartite egualmente. La prima occupa più della metà del libro e narra le vicende avvenute in sole ventiquattr’ore, durante una calda giornata del 1935, secondo un espediente narrativo per cui tempo della storia e tempo del racconto non coincidono. Alla tenuta signorile dei Tallis arrivano ospiti: torna a casa Leon, il figlio ventiquattrenne e un suo amico, Paul Marshall, imprenditore a capo di un’industria di cioccolato che sta per stipulare un accordo con l’esercito per far includere i suoi prodotti nelle razioni alimentari in vista della guerra. Ad accoglierli in casa c’è Cecilia, sorella di Leon, di ventun’anni,  la tredicenne Briony, aspirante scrittrice dalla fantasia pericolosa, e la madre, la padrona di casa, perennemente preda di un atroce mal di testa. Il padre, vero capofamiglia, è assente per affari a Londra, ma si lascia intuire un’altra ragione, forse sentimentale, per il suo frequente assenteismo nei confronti della famiglia. Ma il quadro dei presenti in quella giornata del 1935 non è completo, sono invitati anche tre cugini, scombussolati dal divorzio imminente dei genitori, due ragazzini gemelli e la loro sorella maggiore Lola, di quindici anni, preda di quel classico fervore della gioventù che guarda all’età adulta con irresistibile attrazione. Tra Briony e Lola nasce una sorta di rivalità, dovuta anche alla preparazione di un piccolo spettacolo basato su una breve sceneggiatura teatrale scritta dalla stessa Briony, aspirante scrittrice. Agli invitati di quella sera si aggiunge Robbie, figlio della domestica ma elevato socialmente dal padre di Leon, Cecilia e Briony che ha generosamente pagato i suoi studi a Cambridge.

Si percepisce una certa tensione fra Cecilia e Robbie, che viene avvertita dalla stessa Briony, vera narratrice della storia, che fraintende un certo gioco di sguardi fra i due e un approccio sessuale in biblioteca. Immagazzina queste informazioni, distorte nella sua mente ingenua, e le usa per accusare Robbie dello stupro di Lola, che avverrà quella sera stessa nel giardino adiacente alla casa. Briony assiste alla fuga dell’aggressore ma non lo vede in viso, tuttavia mentirà alla polizia e punterà il dito contro Robbie. La seconda parte del libro è ambientata in Francia cinque anni dopo, durante la Seconda Guerra Mondiale, e vede come protagonista Robbie che accetta di arruolarsi pur di uscire prima dalla prigione dove ha espiato una colpa non sua per quattro anni. La terza e ultima  parte del libro vede Briony lavorare come infermiera a Londra durante la guerra, una punizione autoimposta a causa del senso di colpa per ciò che ha fatto da ragazzina e che ha sconvolto la vita di due persone, Robbie e Cecilia, che non hanno potuto vivere il loro amore a causa della sua menzogna. Una volta diciottenne, Briony decide di fare qualcosa per restituire la dignità a Robbie, cambiando la sua deposizione e raccontando la verità a tutta la famiglia.

L’epilogo è l’unica parte del romanzo ad essere narrata in prima persona: è Briony infatti ormai settantasettenne, a parlare. Racconta della sua malattia, la demenza senile, che presto non le permetterà di accedere più ai suoi ricordi e della necessità di pubblicare il suo ultimo romanzo, che in realtà è il suo primo romanzo, mai pubblicato da ragazza. Tratta la vera storia di quella giornata del 1935 e si chiama Espiazione, dunque una metanarrazione, un romanzo all’interno del romanzo. Alla fine si scopre che parte della storia, ovvero le scene della terza sezione del romanzo in cui si vedono Cecilia e Robbie finalmente insieme,è del tutto inventata, perché in realtà i due protagonisti sono morti durante la guerra.

Con la scrittura del suo romanzo, Briony vuole dare a sua sorella e all’uomo che amava il giusto lieto fine, che nella vita reale non è potuto avvenire a causa della sua falsa dichiarazione. Così descrive l’obiettivo del suo libro: “Gli amanti sopravvivono felici. Finché resterà anche una sola copia, un unico dattiloscritto della mia stesura finale…sopravviveranno per amarsi”.

Ian McEwan è un maestro nell’incastro narrativo, nella caratterizzazione dei personaggi e nell’intreccio dei diversi punti di vista che si trasformano in un caleidoscopio di sguardi deformati e facendo immergere il lettore nei pensieri e nelle sensazioni dei protagonisti (soprattutto nella prima parte del romanzo). C’è da chiedersi come si può giustificare l’atto compiuto da Briony con la scusa dell’età e della fervida immaginazione che ha reso agli occhi della ragazzina un approccio fisico in un plagio, quasi fosse un’occasione sulla quale costruire una menzogna che ha rovinato anche la sua di vita, in virtù della sua aspirazione di diventare scrittrice, immaginando di essere una protagonista dei suoi romanzi, senza saper più distinguere la realtà dalla finzione.

Joe Wright nel 2007 ha diretto l’omonima versione cinematografica del romanzo, con Keira Knightley, James MacAvoy, Romola Garai e Vanessa Redgrave, ricevendo 7 nomination agli Oscar 2008 e vincendo il premio per la Miglior Colonna sonora  grazie al compositore pisano Dario Maranelli.

Ricorda con rabbia, di John Osborne

Londra, 1956.  Un giovane di nome John Osborne finisce un’opera teatrale che da il via ud un movimento che verrà presto riconosciuto dalla critica con il nome di Angry Young Men – i Giovani Arrabbiati. Una società che non funziona, ingranaggi usciti dai cardini e nessuno che dimostri il coraggio o la voglia di riparare: sono queste le ragioni della rabbia che investe Jimmy Porter, il giovane protagonista di Look Back in Anger- Ricorda con rabbia.

Osborne, che proseguirà sulla linea degli Arrabbiati con l’opera The entertainer, già l’anno successivo alla fortunata rappresentazione di Look Back in Anger, modella alla perfezione un personaggio controverso in una situazione che esso stesso rende asfissiante. Non ci sono cambi di scena nel corso dei tre atti, la sceneggiatura non varia se non in piccoli dettagli, a sottolineare come l’immobilità apparente caratterizza i monologhi e lo scorrere dei giorni dei personaggi. Ma niente resta fermo e sotto alla superficie le vicende si intrecciano e viene soffocato un amore, si perde qualcosa, si sfrutta un’amicizia, si perde ancora qualcosa e solo alla fine il cerchio si richiude. Ma non più uguale a se stesso.

Un salotto spoglio, due uomini seduti a leggere i quotidiani della domenica e una giovane donna che stira in silenzio. Un fumo lento e pesante riempie la stanza. Jimmy l’Arrabbiato, Alison la moglie da lui etichettata come pusillanime e Cliff, il coinquilino mediatore, una sorta di valvola di sfogo e collante al tempo stesso per la coppia. Perchè la quotidianità, la realtà, i rapporti umani sono difficili da sopportare e la mancanza di comunicazione finisce sempre col distruggere tutto.

Non vi è una vera e propria conversazione in Ricorda con rabbia, ci sono solo commenti velenosi di un quasi ininterrotto monologo scagliati da Jimmy alla moglie per il suo carattere passivo, per le sue origini, per la sua famiglia, per il suo non reagire a tutta questa rabbia. Rabbia. Rabbia che il primo scarica sulla seconda, rabbia che lei si lascia piovere addosso e assorbe, o finge di assorbire, come terra secca. Ma la pioggia non può durare a lungo prima che la capacità di drenarla ceda, ed una volta che si arriva al limite, nella terra si aprono delle crepe, diventa fango e la situazione cambia.

Ma cosa c’è dietro alla rabbia? Un disperato bisogno di amore e protezione, di complicità e sicurezza. La voglia di sentirsi accettati senza riserve. Un posto dove nascondersi quando quello che c’è fuori è troppo da sopportare e la sensazione di essere sull’orlo del precipizio si fa sentire. Ed ecco che uno strano amore, incomprensibile agli occhi degli amici, della famiglia, della società e persino a quelli sbalorditi degli amanti stessi diventa l’unico posto sicuro in cui rifugiarsi ed aspettare che torni il sole. O che almeno smetta di piovere. È l’amore del grosso orso e del scoiattolo fragile che si nascondono nella loro tana e si nutrono di miele e nocciole. È questo l’amore che lega Alison e Jimmy: un amore palliativo ma ardente, che vive del fuoco della rabbia e della rassegnazione disperata.