‘Parla, ricordo’, l’autobiografia (rivisitata) di Vladimir Nabokov: la felice fanciulezza in un mondo scomparso

Lo splendido stato di conservazione di questo Quaderno della Medusa è solo apparente: lo si deve al fatto che è stato conservato, chissà perché, con una sopracopertina di carta da imballaggio, come si faceva un tempo con i libri di scuola e, come quelli, si è conservata come nuova la sola copertina, mentre le pagine interne sono macchiate, così come il taglio ingiallito rivela la sua vera età: 56 anni. Davvero sorprendente questa collana, Quaderni della Medusa, nata nel lontano 1934, come la sua verde sorella, più grande di un paio di anni, deve la moderna eleganza grafica alla genialità dell’illustratore Bruno Angoletta (1889-1954); la nuova collana raccoglieva saggi, biografie, epistolari, diari di viaggio di scrittori e pensatori illustri oggi dimenticati: Huxley, Zweig, Maurois, Mauriac, ma anche Kafka (Confessioni e Immagini n. 47), questa di Nabokov è la n. 55. La collana concluse il suo ciclo nel 1967 con il volume n.75 Susan Sontang Contro l’interpretazione, purtroppo oggi introvabile.

Vladimir Vladimirovič Nabokov (1899-1977), in questa sorprendente autobiografia, che è per struttura e linguaggio un vero romanzo, dove il tempo – a cui l’autore dichiara di non credere – è il vero protagonista, si trasforma nello sconcertante reporter della propria vita, che seguiamo con autentica emozione. Il futuro autore di Lolita era nato in una nobile famiglia di San Pietroburgo, la cui casa natale è oggi sede di un Museo Letterario, a lui dedicato; figlio di un politico liberale deputato alla Duma, Vladim Dimitrievič, che fu ucciso nel 1922 a Berlino, quando protesse col proprio corpo l’amico Pavel Miljukov, obiettivo dell’attentato.

Con la «singolare nitidezza» di qualcosa che si vede dall’altro capo di un telescopio, minuscolo ma provvisto dello smalto allucinatorio di una decalcomania, Nabokov ha lasciato affiorare dalle pagine di questo libro la sua fanciullezza nella «Russia leggendaria» precedente alla rivoluzione, troppo perfetta e troppo felice per non essere condannata a un dileguamento istantaneo e totale, sospingendo poi il ricordo fino all’apparizione dello «splendido fumaiolo» della nave che lo avrebbe condotto in America nel 1940. «Il dettaglio è sempre benvenuto»: questa regola aurea dell’arte di Nabokov forse mai fu applicata da lui stesso con altrettanta determinazione come in Parla, ricordo. Qui l’ebbrezza dei dettagli che scintillano in una prosa furiosamente cesellata diventa il mezzo più sicuro, se non l’unico, per salvare una moltitudine di istanti e di profili altrimenti destinati a essere inghiottiti nel silenzio, fissandoli in parole che si offrono come «miniature traslucide, tascabili paesi delle meraviglie, piccoli mondi perfetti di smorzate sfumature luminescenti». Compiuta l’operazione da stagionato prestigiatore itinerante, Nabokov riarrotola il suo «tappeto magico, così da sovrapporre l’una all’altra parti diverse del disegno». E aggiunge: «E che i visitatori inciampino pure». Cosa che ogni lettore farà, con «un fremito di gratitudine rivolto a chi di dovere – al genio contrappuntistico del destino umano o ai teneri spettri che assecondano un fortunato mortale».

L’infanzia che Vladimir Nabokov ci racconta è incantevole, fiabesca: si svolge tra il sontuoso palazzo di famiglia in via Morskaj, attualmente Museo Letterario, e la residenza estiva nella grande tenuta nel distretto di Carskoe Selo, dov’era anche la residenza estiva degli zar, ma lo si incontra anche all’estero dove l’Europa aristocratica, biancovestita ama trascorrere le vacanze nei luoghi più esclusivi, tra Antibes e Baden-Baden, fruitori di villeggiature eleganti e serene. E’ ad Antibes che, a dieci anni, Nabokov incontra una bambina e se ne innamora, si chiama Colette. Che si tratti della famosa Colette, la futura autrice di Chéri, della indimenticabile serie di Claudine e di Le blé ed herbe? Ma Colette è nata 16 anni prima di Nabokov.

Stupisce la ricchezza del linguaggio di Lolita; considerato che l’autore non era di lingua madre. L’autobiografia ci svela che il giovane Vladimir apprese a leggere e scrivere in inglese prima che in russo, dai numerosi istitutori e istitutrici avuti nell’infanzia. E veniamo dell’antisovietismo di Nabokov. Sei nato da una antica famiglia nobile, vivi negli agi più esclusivi in un momento storico in cui la maggioranza dei tuoi concittadini soffre la miseria più nera, fai parte di un ristretto gruppo di intellettuali in contatto con l’Europa, tuo padre è un politico liberale, deputato alla Duma che appoggia il governo Kerensky, è normale che quando trionfa la Rivoluzione d’Ottobre, ti toglie tutti i privilegi e ti costringe alla fuga, non è che puoi amarlo il regime comunista! Ma Nabokov lo chiarisce: non è questione di rubli:

Il brano che segue non è destinato al comune lettore, ma a quel singolo idiota che, per aver perduto un patrimonio in un crac finanziario, crede di potermi capire.
La mia antica ostilità (risale al 1917) contro la dittatura sovietica, è del tutto indipendente da ogni questione di proprietà. Il disprezzo che io nutro per l’èmigré de Kichovski, il quale “odia i comunisti” perché gli “rubarono” il denaro e le terre, è assoluto. La nostalgia che ho provato e avuta cara in tutti questi anni è una sensazione ipertrofizzata della fanciullezza perduta, e non dolore per la perdita delle banconote. E ancora:

Datemi qualsiasi luogo, su un qualsiasi continente, che assomigli alla campagna pietroburghese, e il mio cuore si scioglie all’istante.

Notevole per l’inquietudine che genera, l’incipit del libro:

La culla dondola su un abisso, il buonsenso ci dice che la nostra esistenza è soltanto un fuggevole spiraglio di luce tra due eternità di tenebre. Benché le due eternità siano gemelle identiche, l’uomo, di norma, contempla l’abisso prenatale con più serenità di quanto non contempli quello verso il quale è diretto (a circa quattrocentocinquanta battiti cardiaci orari).

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Boris Pasternak e il suo dottor Zivago, romanzo poetico moderno

Quando pubblica Il dottor Zivago, l’opera che lo ha reso celebre in tutto il mondo, Boris Pasternak (1890-1960) ha già alle spalle una lunga attività di scrittore che lo ha portato a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1958, ma che fu costretto a rifiutare dalle autorità del suo paese. Nato a Mosca da una famiglia di artisti (padre pittore e madre pianista), l’attività poetica di Pasternak, il quale si dedica anche all studio della filosofia e alla musica, avviata nel 1914 con i versi del Gemello nella nuvole, era poi proseguita con numerose raccolte (Oltre le barriere, Sorella mia la vita, Temi e variazioni, Sui treni mattinali, e con due ampi poemi storici: L’anno 1905 e Il luogotenente Schmidt, entrambi del 1927, cui si era affiancata la raccolta di poesie Il salvacondotto del 1931.

Ma è con Il dottor Zivago che Pasternak ottiene il successo, scegliendo il genere del romanzo, con l’obiettivo di comporre un grande affresco della Russia e dell’Unione Sovietica dei primi decenni del Novecento. Il protagonista, il medico Jurij Zivago, passa attraverso le vicende più significative del suo paese (la prima guerra mondiale, la rivoluzione, la guerra tra i comunisti rivoluzionari e le truppe fedeli allo zar), ma il suo punto di vista non è quello dell’eroe combattente a lungo celebrato dalla letteratura sovietica. Lasciata infatti Mosca nei giorni difficili che seguono l’entusiasmo della rivoluzione, Zivago si trasferisce con la famiglia in un paesino sugli Urali, dove è più coinvolto dall’amore per una giovane donna, Lara, che dagli avvenimenti storici. La lotta in corso, tuttavia, lo stravolge: catturato da una banda partigiana, deve abbandonare tutto. Al suo ritorno non troverà più la famiglia, trasferitasi all’estero, e anche il rinnovato amore per Lara, sarà di breve durata. Tornato sol a Mosca, Zivago crea una nuova famiglia, dalla quale fuggirà, morendo ancora giovane, in totale solitudine.

Pur intrecciando la storia del suo paese con la storia d’amore di Zivago, Pasternak non è tanto interessato ad esprimere un giudizio sugli avvenimenti storici (e neppure una condanna della rivoluzione sovietica), quanto a mostrare il significato di una vita individuale dentro i travolgimenti della storia e le difficoltà di vivere in una dimensione privata e in una dimensione pubblica. A tal proposito è significativo ciò che afferma lo stesso Zivago:

<<L’epoca nn tiene conto di me, mi impone ciò che vuole. Permettete dunque anche a me di ignorare i fatt>>.

Alla sua uscita Il dottor Zivago venne letto soprattutto in chiave politica, suscitando accese polemiche da parte dei critici marxisti, e diventò presto un’occasione di scontro tra i fautori e i detrattori dell’intera esperienza politica dell’Unione Sovietica. l’estraneità di Zivago alle vicende politiche, che suna come una condanna della stessa storia umana e dell’impegn a cambiarla, e ancora di più la visione spirituale della vita che circola in tutto il libro suscitano ancora oggi discussioni. In realtà la grandezza del romanzo di Pasternak non va cercata el suo significato ideologico, come ha sottolineato nel 1958 Franco Fortini, il quale pur riconoscendo gli squilibri strutturali della narrazione, che parte in un modo e si sviluppa in un altro, ha definito Il dottor Zivago “un libro vivente, con passaggi di grandissimo respiro, con almeno un personaggio indimenticabile: quello di Lara. Un libro che non rientra o rientra malamente, nelle categorie tradizionali o in quelle dell’avanguardismo di ieri e di oggi, e dunque un libro che non si cessa di rileggere per sorprenderne il segreto difficile”.

Questo segreto può essere ricondotto al lirismo delle descrizioni dagli echi cechoviani e alla struttura tragico-drammatica di alcune situazioni del romanzo, che per alcuni rappresentano un difetto. Al di là delle polemiche, che hanno coinvolto perlopiù la critica letteraria italiana, occorre individuare nel Dottor Zivago una grande narrazione che, pur scavando nella vita degli uomini e nel rapporto con il tempo, come nei romanzi ottocenteschi, non ne segue fedelmente il modello. Pasternak infatti persegue piuttosto l’ideale di un grande ‘poema in prosa’, nel quale le scene vengono accostate e spesso accavallate l’una all’altra, con un procedimento più poetico che narrativo. Senza dubbio Il dottor Zivago è l’espressione simbolica della vita di Pasternak.

 

 

‘Lolita’ di Nabokov, un tacito insegnamento

“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia”.

Un incipit assai noto, eppure affatto banale. Quasi imprescindibile, se si vuol discorrere del romanzo di Vladimir Nabokov. Quando Lolita (1955) vide la luce, venne accolto da un ciclone di critiche, ed indignato moralismo, difficile da immaginare oggi, in un momento storico in cui il mondo corre frenetico, avido di vita cruda, mai sazio di clamore. Eppure, la tormentata relazione, tra il raffinato Humbert Humbert (errante insegnante di letteratura) e Dolores Haze (piccola, scaltra dodicenne), sollevò, a suo tempo, un polverone di ingiuste ed insensate accuse di pornografia e pedofilia, davvero lunghe ad estinguersi. Ingiuste ed insensate, poiché oltremodo riduttivo e fuorviante sarebbe ridurre il capolavoro di uno dei più abili Russi della letteratura ad un misero racconto lascivo.

Lolita: trama e contenuti

Il protagonista espone la narrazione attraverso la forma del diario, in quella che potrebbe essere considerata, non a torto, una dolorosa eziologia. Un’esasperata analisi di tutta la faccenda riguardante la sua adorata Lolita. Rievoca il suo passato, spolverando un amore d’infanzia, la piccola Annabel, bambina conosciuta in un’estate spensierata, assieme alla quale Humbert scopre il mistero, fascinoso ed ossessionante, del desiderio carnale. I due ragazzini, coinvolti e curiosi, instaurano un legame sempre più solido, che si spezza, crudelmente, con la morte improvvisa di lei. È la fine della crescita sentimentale del protagonista. Egli svilupperà, negli anni, una brillante intelligenza ed una vasta cultura, desumibile dal francese aristocratico, dai gallicismi, dai latinismi, dalle allusioni precise sugli usi e costumi di vari Paesi, dalle citazioni di poeti quali Poe ed i grandi Francesi maledetti. Nonostante la crescita culturale, però, egli rimane imprigionato, a causa della cupa e scioccante privazione del suo giovane amore, in una dimensione solipsistica, in cui l’unica vera, appagante passione è quella per le bambine. Non per tutte, ma per le “ninfette”: creature smaliziate, furbe, già flessuose nonostante la tenera età, e pericolosamente inconsapevoli del loro fascino:

“Lolita […]. Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla”.

La vita di H.H. scorre nel tormentato ricordo della piccola Annabel, tra occhiate furtive alle ninfette dei parchi, e morigerati, ma poco appaganti, amori coetanei, quando, per un purissimo gioco del destino, egli incontra la placida Charlotte una vedova americana (madre di una dodicenne) semplice e piacente, ma culturalmente scialba. Nella casa della donna, il protagonista conosce quello che diverrà l’amore della sua vita, la piccola e vivace “Lo”. Egli, accecato dall’insano sentimento, e dalla tensione sessuale nei confronti della ninfetta, decide di sposare la donna, pur di trascorrere quanto più tempo possibile con il suo tesoro: “Non sarebbe stata per sempre Lolita. […] Entro un paio d’anni avrebbe cessato di essere una ninfetta e si sarebbe trasformata in una ragazza”.

Saldamente legato al principio morale del “non corrompere una minorenne”, del far sì che la magia della passione si compia solo per sé, senza macchiare l’innocenza di una bambina, Humbert vive di sguardi, di salaci scambi di battute, di attimi di estasi non cogliendo che l’odore dei capelli di lei, e di carezze e strusciamenti che egli si sforza di non accentuare, ma che la piccola Lo coglie, e non sembra affatto aborrire. Il freno morale che H.H. si impone per molto tempo, viene levato bruscamente dalla subdola Lolita. Charlotte muore per un incidente, ed il protagonista si pone immediatamente come unico tutore possibile per la bambia. I due, rimasti soli, iniziano un lungo viaggio per le autostrade dell’America. Subito dopo il primo pernottamento, in uno dei Motel (il prestigio dei quali crescerà, con la fame calcolatrice della piccola) che l’insolita coppia visita, Lo si concede spudoratamente al protagonista, che perde ogni ritegno, e si abbandona, con lei, ad ogni sorta di piacere fisico, ed immergendosi nel rocambolesco e grottesco ruolo di tutore-amante, in un turbinio di sesso, ricatti, gelosie, paranoie. In giro per l’America. A bordo della vecchia auto di Charlotte. In un mondo sospettoso e minaccioso, in cui l’unica cosa che conta è farla franca, con la legge, con gli sguardi indiscreti, con l’amante. Lolita è incapace di amare. Trascina la storia per due anni, timorosa di finire in riformatorio, senza un tutore. Humbert muore di lei, e la vizia, le fa studiare recitazione, la coccola, la invoca come una dea (“Lolita mia!”).

L’abbandono, il vero male

Durante il lungo viaggio, l’annoiata, insofferente e viziata Lolita si ammala. Ricoverata la ragazza, H H si ritrova, per la prima volta dopo due interi anni, senza la compagnia della sua piccola amante. Ella, riavutasi in pochi giorni dalla malattia, trova il modo di scappare dal suo tutore, ed andar via dall’ospedale insieme con Quilty, un insano regista poco raccomandabile, conosciuto durante un corso di recitazione, col quale teneva i contatti, durante il viaggio, in attesa dell’occasione giusta. Lolita, ingenuamente innamorata del regista, si affida totalmente a lui, mentre il protagonista, in preda alla disperazione, segue le loro tracce di Hotel in Hotel, senza però riuscire mai ad acciuffarli. Infine, Humbert desiste. Ingaggia una storia passeggera con Rita, una donna dalla reputazione poco invitante, finché, un giorno, non giunge un’inattesa lettera di Lo. H.H la raggiunge, ed ascolta la storia che la ragazza, ormai diciassettenne, ha da raccontare.

Quilty l’aveva portata via, con l’unico, torbido intento di approfittarsi di lei, di inserirla nel mondo della pornografia, e del suo mondo fatto di droghe ed alcol. Ella, innamorata e delusa, aveva rifiutato, ed era stata abbandonata. Subito dopo, aveva incontrato l’ignaro Dick, dal quale, ora, attendeva un figlio. Humbert Humbert doveva limitarsi ad aiutarli economicamente.

Consegnata una grossa somma alla ragazza, non riuscendo a negarle alcunché, H H esplode in un pianto disperato, implorando la sua Lolita di seguirlo, di partire insieme e rimanere inseparabili per il resto della vita, ma riceve una secco rifiuto.

“Voglio che tu lasci il tuo occasionale Dick, e questa topaia orrenda, e che venga a vivere con me, e a morire con me, e tutto con me”.

Respinto irrimediabilmente, H.H correrà a raggiungere Quilty, il vero male, il reale, sporco approfittatore. Il personaggio finemente adagiato, dal sapiente Nabokov, tra le pagine di un romanzo che, più che turbare, invita ad una riflessione. Spinge all’analisi complessa del ‘mostro’, alla ricerca della causa. Esorta all’attenzione e mette in guardia dal giudizio facile (quello che, il più delle volte, risulta fatale), mostrando la netta linea di confine tra il moralmente inconcepibile ed il male.

“Io ti amavo. Ero un mostro […], ma ti amavo. Ero ignobile […] e tutto quello che vuoi, mais je t’aimais, je t’aimais!“.

5 citazioni per innamorarsi di Paullina Simons

Paullina Simons è una scrittrice russa, classe 1963. All’età di dieci anni è emigrata in America insieme alla sua famiglia, dove si è laureata in Scienze politiche alla Kansas University. Il successo a livello internazionale come scrittrice è arrivato con la saga de Il cavaliere d’inverno, la cui trama ha inizio durante l’assedio di Leningrado del 1941 e che prende ispirazione dalla storia della sua famiglia in Russia. Lo scorso Maggio Harper Collins Italia ha pubblicato Una valigia piena di sogni, un romanzo contemporaneo struggente che parla d’amicizia e d’amore con lo stesso stile profondo e coinvolgente che ha reso Paullina Simons così amata dai lettori. Ecco riportate di seguito alcune citazioni tratte dalle opere di Paullina Simons:

1-“C’è un momento, nell’eternità, che precede la scoperta delle reciproche verità. Quel semplice momento è quello che ci spinge a vivere, quello in cui ci sentiamo sull’orlo del futuro, sull’abisso dei sentimenti proibiti, prima di sapere con certezza che abbiamo amato. Prima di sapere con certezza che abbiamo amato per sempre”.

2-“Non temerai i terrori della notte,nè la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno. Mille cadranno al tuo fianco, diecimila alla tua destra; ma nulla ti potrà colpire”. Si fece il segno della croce. Si mise a braccia conserte ed aspettò. Ripensò alle ultime parole di suo padre. Papà, ho visto le cose per le quali ho dato la vita distrutte, ma come farò a sapere se le ho ricostruite con i miei arnesi ormai logori?”

3-“Fai a te stessa queste tre domande, e scoprirai chi sei: in cosa credi? In cosa speri? E soprattutto… cosa ami?”

4-“Soldato, lascia che ti accarezzi il viso e baci le tue labbra, lasciami urlare attraverso i mari e sussurrare attraverso i prati ghiacciati della Russia quello che sento per te… Luga, Ladoga, Leningrado, Lazarevo… Alexander, un tempo tu mi hai portata e io ora porto te. Nella mia eternità ora io porto te.
Attraverso la Finlandia, attraverso la Svezia, fino in America con le mani tese, mi ergerò e mi farò avanti, destriero nero che galoppa senza cavaliere nella notte. Il tuo cuore, il tuo fucile mi conforteranno, saranno la mia culla, la mia tomba. Lazarevo stilla il tuo essere nel mio cuore, goccia d’alba al chiaro di luna, goccia del fiume Kama. Quando mi cerchi, cercami là, perchè là sarò tutti i giorni della mia vita”.

5-“Barrington, Leningrado, Luga, Ladoga, Lazarevo, Ellis lsland, Swietokryzst, Sachsenhausen, il deserto di Sonora, le famiglie scomparse, le madri e i padri scomparsi, sono tutti incisi nei loro animi e nei loro volti e, come la luna mercuriale, come Giove su Maui, come la galassia di Perseo con le sue stelle blu che implodono, continuano a vivere mentre i venti stellari sussurrano sugli Urali e sul Kama, sugli oceani e sulla terra, mormorando nel cielo argenteo illuminato dalla luna..
<Tatiana…>
<Alexander…>
E il Cavaliere di bronzo si è fermato”.

Svetlana Alexievich, Nobel per la letteratura 2015

Qualche giorno fa è stato assegnato il Premio Nobel per la Letteratura 2015 alla scrittrice bielorussa Svetlana Alexievich, favorita nei pronostici della vigilia, ennesima penna dissidente contro governi reputati dittatoriali. La scrittrice ha raccontato i principali eventi dell’Unione Sovietica nel secondo dopoguerra; alle vittime della tragedia nucleare ha dedicato Preghiera per Chernobyl, la sua opera più famosa, pubblicata in Italia da E/O, per cui è uscito anche Ragazzi di zinco sui reduci della guerra in Afghanistan e Incantati dalla morte sui suicidi dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica. Tra i suoi principali titoli usciti in Italia figurano anche la raccolta Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo edito da Bompiani nel 2014.

Al premio hanno concorso tra gli altri il drammaturgo norvegese Jon Fosse, la statunitense Joyce Carol Oates, ancora lo statunitense Philp Roth, il giapponese Haruki Murakami, l’ungherese László Krasznahorkai, l’irlandese John Banville, il drammaturgo keniota Ngugi wa Thiong’o , il poeta coreano Ko Un. Ma oramai da settimane sembrava scontata la vittoria dell’Alexievich; la motivazione dell’accademia svedese è stata: “per la sua scrittura polifonica, e per un lavoro che è un monumento alla sofferenza e al coraggio del nostro tempo. Negli ultimi 30 o 40 anni si è occupata della mappatura dell’individuo sovietico e post sovietico […] La sua però non è una storia fatta di eventi, ma una storia di emozioni. Ciò che ci offre nei suoi libri è un mondo emotivo, in modo che gli eventi storici che tratta nei suoi libri, come ad esempio il disastro di Chernobyl o la guerra sovietica in Afghanistan, siano pretesti per esplorare l’individualità del singolo”.

La 67enne autrice è principalmente una cronista, partecipando ai principali eventi dell’Unione Sovietica della seconda metà del XX secolo, occupandosi con particolare attenzione ed interesse a ciò che è accaduto alle tante persone travolte dal crollo del comunismo di stato. Le sue posizioni estremamente critiche nei confronti del regime dittatoriale in Bielorussia le sono costate una vera e propria persecuzione dal regime del presidente Lukašenko e i suoi libri sono stati banditi dal paese. Nata nel 1948 nella città ucraina di Ivano-Frankovsk, finita la scuola superiore, la Alexievich ha iniziato a lavorare come reporter sul giornale locale nella città di Narovl, fino a diventare corrispondente letterario della rivista Nemen. A metà anni ottanta ottiene la sua prima pubblicazione letteraria con il libro War’s Unwomanly Face uscito nel 1985. Qui sono raccolte le testimonianze dirette di donne comuni che hanno vissuto la seconda guerra mondiale sul fronte di guerra. In un intervista l’autrice descrive così il tema affrontato in Preghiera per Chernobyl: “Questo libro non parla di Chernobyl in quanto tale, ma del suo mondo. Proprio di ciò che conosciamo meno. O quasi per niente. A interessarmi non era l’avvenimento in sé, vale a dire cosa era successo e per colpa di chi, bensì le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto. Il mistero. Chernobyl è un mistero che dobbiamo ancora risolvere. Questa è la ricostruzione non degli avvenimenti, ma dei sentimenti”.

Lo stile della scrittrice premio nobel fonde l’approccio documentario alla materia narrata con una fluidità e densità proprie del romanzo. Una peculiarità della sua scrittura sono le migliaia di interviste fuse nel magmatico ed intenso raccontare, la persona è in relazione con la Storia. Nei suoi libri persone reali parlano dei grandi eventi della nostra epoca. È questa la sua forza, la sua verità. Sicuramente qualche filorusso antiamericano, antioccidentale con la bava alla bocca avrà gridato alla buffonata politica, accusando la scrittrice di aver rinnegato le proprie origini, senza nemmeno aver letto un suo libro (libri che peraltro non vengono pubblicati in Bielorussia), o aver vissuto per un po’ in Russia. Il problema semmai sono i mancati Nobel a scrittori di elevata caratura come Roth, Pynchon, Foster Wallace e altri.

il Maestro e Margherita: la Storia delegata a potenze sovrannaturali

La strada che conduce al desiderio di affrontare la letteratura russa, specie quella dei grandi, dei celebri e altisonanti nomi difficili da pronunciare è un sentiero tortuoso da intraprendere, in costante salita, ma fonte di grande soddisfazione una volta giunti sulla vetta. L’idiota, Anna Karenina, Delitto e Castigo, titoli che nessuno ignora, letture impegnative, forse troppo, soprattutto per i caldi mesi estivi. Ma l’incontro con la lontana e misteriosa Mosca può avvenire anche in modo diverso, partendo da una narrazione che offre al lettore una prospettiva inusuale ed accattivante. Il percorso è tracciato da un grande classico, Il Maestro e Margherita di Michail Afanas’evič Bulgakov, oggi considerato uno dei più grandi romanzi del 900, nonostante la sua apparizione tardiva e postuma al suo creatore, a causa della nota censura che per anni ha tediato l’Unione Sovietica.

Il Maestro e Margherita (1967) è un’opera che si allontana dalla tradizione e dall’idea generale che si associa al concetto comune di letteratura russa; si tratta sì di un romanzo talvolta difficile da seguire, che non permette distrazioni, ma che tenta continuamente di indirizzare il lettore su sentieri diversi ed intricati, che solo alla fine si ricongiungeranno in un’unica via verso la follia. Un romanzo di cui non si può semplicemente definire l’argomento o descriverne l’intreccio: è una storia d’amore che comprende due storie parallere, è una satira, una critica alla società, un piccolo trattato di metafisica. Il suo brillante autore l’ha definita una storia sul diavolo. E non si può negare che satana giochi un ruolo fondamentale nell’opera, è forse il filo conduttore, la base che porta al delirio di tutte le strade e le vite dei personaggi che ne entrano in contatto. Satana in persona (che nell’ Antico Testamento non è altro che un funzionario, un collaboratore di Dio, inviato sulla Terra per controllare la condotta morale degli uomini, non un angelo superbo punito dopo essersi ribellato al Creatore), giunto a Mosca (città fissa al periodo tra l’esaurimento della Nep e l’inizio della collettivizzazione), sotto le spoglie di un mago con un bislacco corteo di aiutanti, sconvolge la pigra routine della capitale sovietica. Alle tragicomiche sventure di piccoli funzionari e mediocri burocrati della vita e dell’arte fa da contraltare la storia d’amore tra uno scrittore, il Maestro, e Margherita, la sua dolce ed inquieta amante.

Ma nonostante questa demoniaca premessa, non si tratta di un’opera gotica, anzi, il male è qui descritto come una forza che crea il caos, ma secondo una logica precisa, una forza dettata da un obiettivo preciso, che non coincide con le brucianti fiamme della distruzione. Il male guarda in faccia i vizi, li riconosce e li condanna, ed in accordo con la sua forza opposta viene concesso il riposo ai meritevoli. Una sorta di Arca rivisitata e opposta, un equilibrio stabile tra forze opposte e necessarie, un mondo visto da dietro le quinte, come un piccolo globo da poter tenere in mano.

Woland, questo è il nome del diavolo sceso su Mosca per rendersi conto dell’esistenza di quell’inferno in terra, restituisce al Maestro un manoscritto che quest’ultimo, vinto dalle critiche e dalla disperazione, aveva bruciato. Ma di certo Woland non ha un animo altruista; se fa riavere allo scrittore il manoscritto, è perché esso narra la storia di Gesù Cristo e apre la strada alla seconda venuta del Messia. Se Woland vuole giustificare la sua presenza deve salvare il romanzo del Maestro. “I manoscritti non bruciano”ed è quindi lecito pensare che la forza della parola conferisca loro anche un’esistenza autonoma.

Il Maestro ha una funzione puramente strumentale, alla fine egli merita solo il riposo ma non la luce, per aver commesso la colpa di aver cercato di disfarsi del suo romanzo. Bulgakov sembra annettere forza alla parola detta, quella stessa parola che, se scritta, rischia di essere travisata, come fa Levi Matteo verso Jeshua. L’arrivo di Woland identifica in Mosca il mondo che deve finire e qui lo scrittore russo compie una geniale operazione: nel rifiuto delle sperimentazioni stilistiche tipiche dell’avanguardia a lui contemporanea e si ricollega alla tradizione russa ottocentesca. La grandezza di Bulgakov inoltre risiede nell’aver intuito il bisogno della Mosca della Nep di liberarsi della sua condanna ad essere luogo provilegiato della temporalità russa, proponendosi come identità estranea alla storia stessa il grande scrittore, contrario alla Nuova politica di Lenin, si serve di potenze esterne e sovrannaturali, delegando a loro il compito di cambiare il corso della Storia, fermando il tempo nel caos.

Avvalendosi di una scrittura lussureggiante e di letture evangeliche interpretate però letteralmente e non figurativamente (Apocalisse vuol dire rivelazione e non coincide con la fine del mondo ma con la fine dei tempi, dei poteri e degli idoli rappresentati dalle stelle, dalla luna e dal cielo), Bulgakov ha creato una storia difficile da raccontare e predispone, a cui ha lavorato per ben dodici anni, al contempo, infinite traiettorie: dalle diverse prospettive si sono infatti sviluppate diverse e brillanti interpretazioni, che rendono la storia immortale ed indimenticabile, attraverso più generi e mezzi comunicativi: i Rolling Stones hanno avuto comprensione per il diavolo, nel 1968, facendo cantare la figura più contorta ed inaspettata del romanzo; mentre il regista Petrovic ha esasperato il lato romantico, intrecciandolo alla dura critica sociale della vecchia Russia, nel suo film del 1972, gestendo brillantemente una storia ricca di sovrannaturale senza gli effetti speciali a cui siamo oggi interamente assuefatti.

Non può inoltre sfuggire ai lettori di questo capolavoro il rifiuto del destino loro imposto da parte dei personaggi: il Maestro, Pilato, Jeshua e perfino Mosca tentano di sfuggire a quell’inesorabilità con cui non a caso il romanzo si apre: basta dell’olio versato per innescare una catena di eventi e che a garantire l’intangibilità di questa catena scenda sulla terra proprio Woland, probabilmente non è solo un paradosso.

Il Maestro e Margherita è un libro che copre ogni tipo di preferenza letteraria, commuovendo e facendo riflettere, un libro sugli stereotipi e sulle cattive abitudini, che capovolge e disorienta le nostre conoscenze, portandoci a credere che anche nel male, vi è forse giustizia, pietà e compassione.

 

Bibliografia: M. Martini, prefazione a Il Maestro e Magherita di M. Bulgakov.

“Mosca nei sottoboschi”, la testimonianza storica e umana di Annette Carayon

Moscou dans les sous bois, “Mosca nei sottoboschi”, opera del 2007 che potrebbe apparentemente sembrare un reportage o una cronaca dei fatti, è in realtà solo una testimonianza delle osservazioni fatte da Annette Carayon, insegnante di linguistica presso l’Università di Mosca e al servizio del ministero degli Affari esteri, sulla Russia degli anni ottanta e su quella dei giorni nostri, con al centro un enorme salto generazionale e con un territorio completamente stravolto dalla storia che noi tutti conosciamo, fatta di accadimenti che hanno lasciato alcuni aspetti immutati ed altri che invece si presentano come delle novità. Annette li registra tutti, con l’occhio lucido ed attento di chi vuole fornirci gli strumenti per arrivare ad una lettura nostra su quello che è il ”mondo Russia”, scevra da ogni influenza o pregiudizio di sorta.

Annette Carayon annota nel suo testo, il racconto degli incontri quotidiani fatti nei luoghi dove ha insegnato durante gli anni più critici per l’Unione Sovietica, ovvero quelli che hanno visto la caduta del regime comunista, la fine o l’inizio di un’epoca. E ci ritorna con l’imparzialità di chi si limita a raccontare, senza l’intenzione di imporre il proprio punto di vista, una città fatta non da moscoviti ma solo da alcuni moscoviti. La Mosca descritta da Annette è infatti quella di tutte le persone che, di volta in volta, si propongono sul suo cammino: professori e colleghi di lavoro, amici, vicini, passanti e sconosciuti ma ognuno con il proprio nome e la propria versione dei fatti; l’umanità intera nella sua varietà e complessità, sovietica, s’intende.

Umanità che si muove in un periodo storico di stagnazione, in cui gli intellettuali amavano riunirsi per ”riorganizzare il mondo”, in cui la speranza era collettiva e l’anima conservava costantemente il desiderio di rinascita, quello che sarà alla base delle critiche più severe ma anche più belle ed interessanti su un Paese che sembra così lontano da noi. Un Paese che ha bisogno di più verità, non veridicità,  perché non sempre la storia racconta il vero; uno stato sicuramente immenso, ma costituito da microcosmi che meritano di essere conosciuti ed esplorati, in questo caso, dalla nostra scrittrice, attraverso un mondo non ancora conosciuto al grande pubblico, al di là di ogni ombra, nei suoi meravigliosi sotto-boschi.

Il senso di meraviglia che pervade il testo è una condizione costante, in quanto, pur conoscendo bene la città e chi la popola, Annette scopre ogni giorno qualcosa che rovescia le certezze acquisite e fornisce nuove chiavi di lettura su ciò che è diventata la società russa, stremata, in balia degli eventi, facilmente influenzabile da paesi come la Cina ed impotente difronte a delle situazioni ingovernabili. Eppure la forza dei russi risiede proprio in questo: nell’accettare la trasformazione accogliendo un’idea di democrazia che sembra piuttosto assurda agli occhi di noi occidentali, preservati dalla catastrofe ed ignari sul ”dopo”.

Tuttavia, la Russia, grazie al suo forte senso patriottico, riesce a sopravvivere e a tenere la testa alta, ogni azione è motivata ed ha un senso che sottintende la volontà di voler resistere, quando tutto attorno sembra crollare. Ogni capitolo di questo diario di Annette, si presenta come inserito nel meccanismo delle scatole cinesi, o forse dovremmo dire più propriamente, come una matrioska nella matrioska? Simulacro di un identità che, faticando ad essere celebrata, si autocelebra e definisce anche i suoi limiti? Le storie che s’intersecano si riferiscono ad episodi molto differenti ma uniti dal collante della memoria; chi ha vissuto la guerra da piccolo comprende le attuali guerre giornaliere non meno di chi, ormai invecchiato, ne ha preso parte attiva, poi c’è chi lavorava ed ora ha perso tutto, continua a farlo, continua a lavorare.

L’uomo di Russia non ha timore o paura, si schiera e si difende. Si tratta più o meno dello stesso meccanismo delle scatole cinesi che incastra eventi distanziati anni luce nel tempo, implicandoli. Anche Mosca, del resto, non può prescindere dalla sua origine, dalla sua storia e dal suo passato, eternamente vincolati. E non è collocabile in nessun luogo che non sia quello dell’universo sovietico, anche questo, eterno punto interrogativo.

Tre sorelle: l’umanità dolente di Anton Cechov

Considerata una delle opere più alte di Anton Cechov, il dramma teatrale intriso di lirismo e realismo esistenziale, Tre sorelle (1900), apre il ‘900 (in scena il 31 gennaio 1901) e ha per protagoniste tre sorelle, figlie di un generale russo morto da appena un anno: Ol’ga la maggiore è insegnante in un liceo femminile, la seconda Maša è sposata a Kulygin un professore di ginnasio che non ama e la terza sorella Irina, la più giovane e bella. Le tre sorelle sono più che desiderose di emanciparsi col lavoro e di trasferirsi a Mosca per sfuggire alla soffocante e mediocre vita di provincia. Vivono insieme al fratello Andrej, ragazzo poliedrico e aspirante ad un futuro da brillante intellettuale. La loro casa di provincia è frequentata da giovani ufficiali quali il barone Tuzenbach, Solënyj e i cadetti Fedotik e Rodè, dal sessantenne dottor Čebutikyn, disilluso e nichilista e infine dal colonnello Veršinin uomo maturo, mal maritato, filosofo continuamente assillato dall’interrogativo di come sarà il mondo dopo di noi. L’ultimo personaggio è Nataša, ragazza di cui Andrej è innamorato e che diventerà sua moglie. Nataša non è vista di buon occhio dalle tre sorelle, che la ritengono inadatta al fratello. Tra feste annullate, scuse fittizie, tradimenti, desideri, perdite al gioco la vita dei protagonisti va avanti, noiosamente braccata da quella monotonia che precede le tempeste.

Il tempo passa e ogni desiderio e ogni aspettativa viene delusa, il destino è inappellabile e concede all’uomo, forse, solo pochi istanti di breve felicità. Poi un incendio scuote la calma in famiglia, il fuoco sembra avere il potere di far saltare tutti i rapporti tra i personaggi; Ol’ga litiga con Nataša che mal sopporta la presenza di un servo ormai troppo vecchio per lavorare; Ol’ga a sua volta sta per essere nominata direttrice del ginnasio femminile nonostante vorrebbe evitare la carica, Irina continua a lamentarsi del proprio impiego insoddisfacente e infine Maša si strugge d’amore per Veršinin tradendo il marito Andrej che nel frattempo abbandonati i sogni di gloria di gioventù è diventato socio del locale consorzio. Alla fine la brigata militare viene trasferita e tutti i militari devono partire.

Ogni personaggio si avvia a vivere un personale e tragico epilogo: ognuno di essi sconvolto, deluso e disingannato non potrà far altro che interrogarsi Ol’ga è la direttrice per lasciare la casa e portare con sé l’anziana balia mentre Irina decide di sposare sul perché di tante sofferenze. La battuta finale con cui si chiude il penultimo dramma di Čhecov ,“Poterlo sapere, poterlo sapere!”, racchiude tutto il senso o meglio tutto il non senso di una vita trascorsa fra corpi sospesi, inadeguati, tristemente cominci e tragici che fingendo di preoccuparsi d’altro sentono tutto il peso della sofferenza e dell’ingiustizia e non riescono a non chiedersi “Il senso dove sta?”

Tre sorelle è dunque una riflessione sul tema della disillusione, della felicità e dell’infelicità, sospesa tra falsa allegria e crepuscolarismo, tra ilarità e angoscia, attraverso l’analisi psicologia dei protagonisti. Una costante ricerca dell’attimo e dell’ ascolto; una storia di assenza e di vuoto. La vita diventa agonia e naufragio. Sono proprio i desideri più intensi che non si realizzano perchè i gesti non corrispondono alla intensità dei desideri, non c’è volontà, la realtà intorpidita collude e distrugge la profondità dei sogni. Il futuro migliore, invocato fin dal principio con dissertazioni filosofiche che sembrano dargli forza, resta un sogno impossibile, irrealizzabile. Uno girare a vuoto, aspettando che si realizza l’eterna promessa di una società migliore. È questa l’umanità del Novecento, un’umanità che aspetta invano mister Godot. Un’umanità dai piccoli personaggi con i loro rituali quotidiani, le piccole ipocrisie e i grandi fallimenti.

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