La critica tematica e la sua importanza in relazione alla letteratura e ai nuovi campi di indagine

La critica tematica ha rivelato una straordinaria vitalità nella seconda metà del 900, tanto che diverse discipline come il folklore, la psicologia, la linguistica hanno manifestato un grande interesse per questo campo di indagine. L’attenzione per questo approccio critico è sempre rimasta stabile, il dibattito tra gli studiosi ha seguito due linee: da un lato si è concentrato sul tema in relazione ad altre discipline, come l’antropologia e la psicologia, dall’altro nel corso del tempo l’attenzione si è spostata sulla critica letteraria.

Un importante contributo al dibattito sulla critica è venuto dalla pubblicazione di importanti repertori tematici, come il ‘dizionario dei temi letterari’ che disegna un percorso sia di tipo cronologico, che basato un approccio tipologico, seguendo un criterio che mira ad evidenziare una serie di connessioni all’interno del quale il tema vive e si evolve.

Negli anni 90 Sollors si è fatto portavoce della necessità di un ritorno alla critica tematica, il suo interesse è dovuto all’attenzione rivolta dalla letteratura a nuovi campi di indagine con gli studi culturali e gli studi di genere. Una delle tendenze più recenti si concentra sul motivo; Cesare Segre ha suggerito il primato del motivo sul tema, per Segre tema e motivo sono presenti in un testo, essi possono essere parole, frasi o gruppi di frasi che intuiscono un significato autonomo. Ciò non vuol dire che tema e motivo sono sinonimi. tra gli anni 80 e 90 del 900, un avvicinamento tra l’estetica e la critica letteraria, che ha portato un nuovo interesse per l’autore e l’opera, si è assistito a una nuovo modo di vedere la tematica umanistica, che riprende la tradizione degli studi sul mito, il simbolo e il linguaggio. Questa nuova corrente ha sfruttato gli incontri con la semiotica, la linguistica e la biologia.

La tematica umanistica considera il tema un concetto carico di significato inserito in una rete di rapporti testuali, sociali e culturali alla quale discipline come la biologia e l’antropologia danno un contributo significativo. il discorso sulla critica tematica affonda le radici nel passato e conosce importanti sviluppi nel presente. Viene sviluppata una ricerca che ripercorre i temi e i topoi in letteratura, come il tema del Faust o le numerose riscritture di romanzi medievali, come Tristano, o la figura del demonio.

Nella seconda metà del 900 l’approccio tematico è stato al centro degli interessi degli studiosi, non si può dire che la critica tematica sia emersa soltanto in epoca moderna. La letteratura riflette sul significato del tema fin dall’antichità. Nello Ione di Platone, Socrate mette in relazione temi della poesia di Omero con la forma e lo stile della poesia in un confronto implicito con gli altri poeti. Aristotele nella Poetica parla delle tragedie e del loro motivo principale: il riconoscimento. Orazio ne nell’Arte Poetica dice che il poeta deve scegliere il tema da trattare nell’opera e dichiararlo fin dall’inizio. San Girolamo nella lettera a Eliodoro riprende il discorso sul tema e sostiene che è difficile trovare le parole per trattarlo.

Dante nell’Epistola a Cangrande introduce la Commedia con un riferimento al duplice significato, letterale e allegorico, del tema di un’opera. Nel 500 Giambattista Giraldi Cinzio elenca temi, motivi e topoi usati dall’autore Torquato Tasso sostiene che il tema della letteratura sia la vita; anche Goethe spiega l’importanza del tema, dicendo che la materia del poeta viene dal mondo, mentre il contenuto nasce dalla sua mente. Baudelarie sostiene che i temi servono a risvegliare l’attenzione del pubblico.

Distinzione tra critica tematica e tematologia. La tematologia si occupa del raggruppamento analitico dei temi, mentre la tematica riguarda lo studio dei temi. La tematologia ha a che fare con la metamorfosi del tema in testi diversi, la seconda analizza temi che possono rivelare il carattere unitario di un testo. molte difficoltà emergono nei tentativi di dare una definizione di tema, soprattutto per la mancanza di proposte metodologiche omogenee, inoltre a complicare il dibattito si aggiungono tutti i termini imparentati con il tema: motivo, topos, soggetto, simbolo. Ad esempio la distinzione tra tema e motivo è decisamente confusa. La discussione sull’argomento deve molto all’analisi teorica di Tomasevskij che sostiene che il tema di un testo è formato da tanti elementi minori, che a loro volta presentano altri elementi di dimensioni inferiori: i motivi.

‘Gli Eletti’: la nuova collana della casa editrice Alter Ego per riscoprire le pietre miliari e libri meno conosciuti della letteratura

Gli Eletti è una delle collane proposta dalla casa editrice Alter Ego. Alter. La casa editrice è stata fondata nel 2012 a Viterbo da Danilo Bultrini e Luca Verduchi ed è specializzata nella pubblicazione di narrativa. Attiva inizialmente sul territorio della Tuscia e del Lazio, dal 2014 ha esteso il proprio raggio d’azione a tutta l’Italia, ed è distribuita a livello nazionale. Dal 2020 la casa editrice ha aperto alla pubblicazione di autori contemporanei stranieri.

I romanzi di Alter Ego raccontano gli uomini e le donne di oggi, noi, la nostra società. Particolare attenzione viene riservata al tema del “doppio”.  Una ricerca sapientemente condotta attraverso le molteplici collane: Specchi, Spettri, Egonomia  e Crocevia. Le prime contengono generi  che spaziano dal romanzo di formazione al romanzo psicologico, passando attraverso il distopico il romanzo umoristico, fino ad arrivare al giallo e al thriller. In Crocevia, invece, trovano spazio alcune proposte che si discostano dal resto del catalogo. Insomma, pubblicazioni dai mille sapori capaci di accattivare i gusti di qualsiasi lettore.

Oltre ad editare nuovi talenti la casa editrice, fin dalla sua fondazione, si è proposta di indagare nel panorama culturale internazionale riscoprendo le gemme dimenticate della letteratura. Da questo presupposto nasce gli Eletti: capolavori della letteratura italiana e internazionale in formato economico e tascabile. La collana valorizza i classici intramontabili del panorama letterario, riproponendoli in una veste completamente originale.

La grande attenzione alla cura editoriale del progetto – grazie alla consulenza letteraria di Dario Pontuale – la grafica ricercata e le traduzioni inedite  rendono gli Eletti unici e collezionabili.

Nel catalogo sono presenti le Pietre Miliari, immancabili nelle librerie di un lettore, come Alice nel paese delle meraviglie, Attraverso lo specchio, La sirenetta e Canto di Natale. Ma non mancano le Gemme, perle dimenticate o introvabili dell’opera letteraria delle grandi penne del passato: I racconti di viaggio di Charles Dickens, La cucina futurista di Filippo Tommaso Marinetti e racconti di Guy De Maupassant, Robert L. StevensonHonoré de Balzac, Edgar Allan Poe, Luigi Capuana e tanti altri. Questo  consente di far conoscere ai lettori, a partire dai giovanissimi, i grandi autori al di là dei loro romanzi più famosi.

Per consultare la collezione completa: http://www.alteregoedizioni.it/gli-eletti/

Ad aggiungersi alla già ricca collana sono altri due titoli: L’informatore di Joseph Conrad e I morti di James Joyce.

 

Gli Eletti e le new entry: L’informatore di Conrad e I morti di Joyce

Fresco di pubblicazione, inserito nel catalogo, è  l’Informatore di Joseph Conrad:

Ambientato nell’Inghilterra vittoriana del 1908 il racconto ha come sfondo il microcosmo dei circoli anarchici, di cui l’autore si prende sistematicamente gioco. Spie, doppiogiochisti, anarchici cinici,  anarchici convinti e finti anarchici sono i protagonisti di questa commedia nera. Il narratore si trova così immerso nel racconto di una vicenda sporca, intricata, dove il signor X racconta dei suoi sforzi per scoprire l’identità del viscido delatore che si nasconde tra le fila di  un gruppo di anarchici londinesi e che ne sabota sistematicamente i piani. Un racconto che parla di ideali traditi, di significati sfuggenti, di maschere e pose, della fine di un’era e dell’inizio di un’altra. Un racconto che si racconta da sé, fin dal titolo: L’informatore – un racconto ironico.

 

L’altra new entry è I morti di James Joyce.

In questo ultimo, breve e stupendo racconto della raccolta Gente di Dublino, e come in tutti i precedenti, i personaggi di James Joyce rinunciano ai sogni e alle illusioni. “Era venuto per lui il momento di andare a ovest”, scrive Joyce: dove si trova Michael Furey, dove si trovano i morti e il loro ricordo. Nel racconto i coniugi Gabriel e Gretta si rendono conto che il presente è inscindibile dal passato, così come i vivi sono inscindibili dai morti.

Accanto agli Eletti c’è anche Gli Eletti XL che vanta titoli come Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi, Il primo fuoco e altre novelle di Gabriele D’annunzio e le Lettere d’amore tra Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti.

La Casa editrice Alter ego è infinitamente sorprendete, nuovi progetti si stagliano all’orizzonte.  Tante sono le novità di prossima pubblicazione: un testo di Pavese, un racconto Fitzgerald, una selezione di racconti di Lovecraft e la raccolta di racconti popolari Nani e folletti dell’antropologa Maria Savi Lopez.

Un appuntamento importante è fissato a settembre 2020 per la collana di narrativa contemporanea straniera. In arrivo il primo titolo di un’autrice canadese, pluripremiata e mai tradotta in Italia, dedicato alla vita di Emily Dickinson.

Proprio la citazione della Dickinson “A tutti è dovuto il mattino, ad alcuni la notte. A solo pochi Eletti, la luce dell’aurora“ è stata scelta dalla casa editrice Alter ego per presentare al pubblico la loro nuova collana.

 

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La quarantena con la cultura: le iniziative dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

Arte, cinema, letteratura e teatro. Ma anche l’attualità dei cambiamenti dell’economia e del diritto al tempo dell’emergenza coronavirus. C’è tutto l’universo culturale dei tanti settori formativi dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, la più antica libera Università italiana, nel suo piano straordinario di eventi culturali online denominato “La quarantena con la cultura”.

“In un momento di grande difficoltà per l’Italia e per il mondo in generale – spiega il Rettore Lucio d’Alessandro nel quale l’emergenza sanitaria in atto ha portato anche alla necessaria chiusura dei tanti luoghi della cultura del Paese (dai teatri ai musei, dalle scuole alle università) l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, da sempre particolarmente attiva nell’animazione culturale del territorio, ha pensato, oltre ad un piano straordinario di didattica online per i suoi studenti, di mettere a disposizione dell’intera comunità globale attraverso la rete internet una programmazione quotidiana di ‘pillole di passioni culturali’ realizzate dai suoi docenti, e in qualche caso dai suoi dipendenti, e disponibili gratuitamente ‘on demand’ per tutti”.

L’appuntamento quotidiano sul Canale You Tube del Suor Orsola (www.youtube.com/unisobna) e sui diversi canali social dell’Ateneo prenderà il via stasera alle 21.30 con la prima puntata di “Marmi ‘caldi’ di storia e di vita”, un viaggio virtuale curato dallo storico dell’arte Pierluigi Leone de Castris, tra le grandi bellezze meno conosciute del patrimonio storico artistico napoletano che celano dietro i loro marmi personaggi e storie ricchi di fascino. Si partirà dalla Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia e dalle storie che trasudano dal sepolcro della regina Maria d’Ungheria, moglie di Carlo II d’Angiò.

Sul canale You Tube del Suor Orsola è già online, come introduzione alla rassegna e alla sua ‘mission’ culturale, l’intervento di Paola Villani (https://www.youtube.com/watch?v=JJE7SDKsEk0&t=79s), direttore del Dipartimento di Scienze Umanistiche del Suor Orsola, dedicato a “Letteratura e felicità: curare con i libri”, la prima delle quaranta ‘pillole’ di conferenze programmate fino al 10 Maggio, seppur con la speranza, come evidenzia il Rettore d’Alessandro, “di riaprire anche prima le nostre sale dell’antica cittadella di Suor Orsola che lo scorso anno hanno ospitato oltre 200 eventi culturali in presenza così come ci piace fare e come speriamo di tornare presto a fare”.

L’intervento introduttivo di Paola Villani (che anticipa una serie di ‘lezioni’ quanto mai utili anche per i tanti studenti delle scuole italiane che in questi giorni si trovano a studiare forzatamente a casa) è un breve viaggio nell’attuale dibattito sulla ‘letteratura necessaria’, sulla letteratura che cura, che aiuta a essere felici e soprattutto che permette all’uomo di adattarsi all’ambiente e vincere la realtà senza farsene sopraffare. Un viaggio suggestivo fatto insieme con Madame Bovary, Anna Karenina o il principe Myškin, compagni di un viaggio al confine tra realtà e finzione.

Tra le pillole di conferenze più interessanti già in palinsesto per i prossimi giorni ci saranno gli interventi del filosofo Gennaro Carillo su “Cinema e Peste” e su “Achille e l’ambivalenza dell’eroe”, le riflessioni quanto mai attuali del giuslavorista Luca Calcaterra su “Emergenza sanitaria e crisi economica al tempo del Coronavirus” e su “Lo Smart working: da necessità ad occasione”, gli approfondimenti dell’italianista Gianluca Genovese su “Retorica e fake news tra cinema e letteratura” e su “I capolavori letterari nati in clausura” e due suggestivi parallelismi tra il mondo del diritto e quello della cultura curati dalla giurista Carla Acocella e dedicati a “La Peste di Camus al tempo del Coronavirus” e “Raffaello e le radici del diritto”.

Molti di questi contributi saranno strutturati anche e soprattutto come pratici consigli di lettura o di visioni cinematografiche per questi giorni di ‘clausura’ causati dalle restrizioni previste dal governo per limitari i rischi del contagio da coronavirus. “Uno dei miei interventi – evidenzia Gianluca Genovese, presidente del Corso di Laurea in Lingue e culture moderne del Suor Orsola – che disegna un breve itinerario tra i classici della letteratura concepiti da autori in reclusione, tra isolamento imposto e claustrofilia, è anche un piccolo catalogo di letture possibili nella distensione di questo tempo sospeso: dalla Città del sole di Tommaso Campanella ai Dialoghi di Torquato Tasso, dalle Poesie di Emily Dickinson alla Recherche di Marcel Proust”.

Sulla stessa lunghezza d’onda la ‘lezione’ di cinema di Gennaro Carillo, professore ordinario di Storia del pensiero politico del Suor Orsola. “Il cinema – evidenzia Carillo – sin dalle sue origini ha raccontato spesso le grandi catastrofi. Ecco allora che ho voluto proporre una riflessione su tre film (“L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel, “La maschera della morte rossa” di Roger Corman e “Lo squalo“, di Steven Spielberg) tra loro molto dissimili, ma capaci, oltre a cogliere lo spirito del proprio tempo, di aiutare a riflettere, in modo oggi molto attuale, sui diversi meccanismi della paura”.

I libri più visti al cinema: letteratura e cinematografia degli anni ’70

Negli anni ’70 la cinematografia e la televisione cominciano a seguire filoni eterogenei che rispecchiano l’incertezza dei tempi, data dalla tensione provocata dalla guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, ma anche dalla crescente violenza di matrice terroristica che investe l’Italia nei così detti “anni di piombo”.

I registi avvertono la necessità di deliziare gli spettatori attraverso tematiche e opere che lascino spazio sia alla riflessione psicologica, sia alla pura forma di intrattenimento. Nel primo caso, ritorna in auge il cinema d’evasione, impregnato dell’ideologia delle contestazioni sociali legate al tempo (ricordiamo il genere musical, con “Jesus Christ Superstar” e “Hair”); per quanto riguarda l’intrattenimento, invece, si nota una nota di malinconia in tutta la produzione del tempo.

La televisione continua a sfornare nuovi sceneggiati di matrice letteraria, dei quali il più conosciuto è sicuramente “Le avventure di Pinocchio” di Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Collodi. Il teleromanzo in sei puntate racconta in modo fedele la storia del burattino divenuto bambino anche se, rispetto al testo e per ovvie scelte registiche, Pinocchio viene impersonato da un bambino vero e in poche occasioni diventa un burattino (in genere quando deve essere punito per una malefatta).

Inoltre, è inevitabile ricordare le grandi interpretazioni, in questo lavoro, di Nino Manfredi, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, attori comici che riuscirono a trasmettere la patina malinconica dell’intero romanzo, rendendo la messa in scena realistica nonostante il suo appartenere al genere fantastico.

Nello stesso tempo, ritorna l’interesse per il genere horror proponendo una serie di film che raccontano allo spettatore il genio di Edgar Allan Poe: molto apprezzata la produzione televisiva “I racconti fantastici di Edgar Allan Poe” (Daniele D’Anza, 1979) portata sullo schermo una raffinata rapsodia dei racconti dell’autore basata sulla suggestione onirica e il potere orrorifico.

Del 1974 è lo sceneggiato “Malombra” dall’omonimo romanzo di Fogazzaro, che rappresenta un’interessante sfida per la televisione, ovvero quella di rendere lo “spiritismo” che attraversa l’intero romanzo senza stravolgerlo mettendo in risalto proprio quegli elementi gotici e metapsichici che in realtà fanno da sfondo all’intera vicenda. Il risultato è una trasposizione classica, che giustifica la necessità di trovare una via di mezzo tra la fedeltà al testo e la resa televisiva nella dicitura “libero adattamento.

Se la televisione vuole spaventare, il cinema degli anni ’70 intende parlare della fervente affermazione della parità dei sessi, attraverso una vera e propria critica dell’idea mercifica del corpo della donna: a tal proposito è importante ricordare la “Trilogia” di Pasolini, che racchiude “Il Decameron” di Boccaccio, “I racconti di Canterbury” di Chaucer e “Il fiore delle mille e una notte” (trasposizione de “Le mille e una notte”), film-denuncia non solo rispetto la volgarità di certi costumi, ma anche dell’idea di sottomissione della donna ancora radicata nella società italiana. Inutile dire che il suo lavoro venne mal compreso e diede il via alle scadenti trasposizioni erotiche delle grandi produzioni di matrice letteraria.

Del 1972 è invece il primo film di una trilogia ispirata ad uno dei primi romanzi sulla mafia americana: si tratta de “Il Padrino” di Mario Puzo, portato alla ribalta da Francis Ford Coppola, del quale si ricorda l’intensa interpretazione di Marlon Brando nei panni di Don Vito Corleone, che gli valse la vittoria di un Oscar che preferì rifiutare come protesta per la situazione dei nativi americani.

Nel frattempo, in Italia, Alberto Sordi porta nelle sale italiane una brillante versione de “Il malato immaginario” di Molière, che però non ha nulla a che vedere con il testo originale, se non l’ipocondria del protagonista.

Dello stesso anno uno è anche uno dei più grandi capolavori del registra Stanley Kubrik:Arancia meccanica”, dall’omonimo romanzo distopico-fantapolitico di Anthony Burgess, che riprende la tematica orwelliana della necessità della violenta società di controllare il pensiero dell’uomo, laddove questo è solo un “meccanismo ad orologeria”, un essere alienato che può fare solo il bene o il male. Il film è molto fedele al libro, ma praticamente sconosciuto, nonostante la sua genialità, alle nuove generazioni: la prima messa in onda televisiva (non in pay per view, com’era accaduto nel 1999) infatti risale al 2007, tra l’altro in seconda serata, rompendo quel tabù che per trentacinque anni aveva tenuto lontano dal pubblico la pellicola, considerata non adatta ad un pubblico minorenne. Ma pochi ricordano “Barry Lyndon” dello stesso regista, ispirato da “Le memorie di Barry Lyndon” di Thackeray, considerato un’opera magna in fatto di estetica. Kubrik disse di tale romanzo:

“Thackeray usava l’osservatore ‘imperfetto’ – anche se sarebbe più corretto dire l’osservatore ‘disonesto’ – consentendo al pubblico di giudicare da sé la vita di Redmond Barry. Questa tecnica andava bene per il romanzo, ma non per un film, in cui hai dinanzi a te una realtà oggettiva per forza! Il narratore in prima persona avrebbe funzionato se il film fosse stato una commedia: Barry diceva il suo punto di vista, in contrasto con la realtà oggettiva delle immagini, e allora il pubblico avrebbe riso per questa contrapposizione. Ma Barry Lyndon non è una commedia.

Barry Lyndon offriva l’opportunità di fare una delle cose che il cinema può realizzare meglio di qualunque altra forma d’arte: presentare cioè una vicenda a sfondo storico. La descrizione non è una delle cose nelle quali i romanzi riescono meglio, però è qualcosa in cui i film riescono senza sforzo, almeno rispetto allo sforzo che viene richiesto al pubblico.

La pellicola non ha avuto il successo meritato, nonostante lo sforzo del regista di rendere realistici non solo i personaggi, ma anche i paesaggi, nonostante dei curiosi anacronismi rappresentati da una cartina che segna il percorso di un treno a vapore (inesistente nel Settecento) o dal riferimento al Regno del Belgio, nato solo nel 1830.

Se negli anni ’70 la trasposizione cinematografica abbraccia più filoni, vedremo come negli anni ’80 si basi essenzialmente sul giallo deduttivo, genere dei romanzi di Stephen King e de “Il nome della rosa” di Umberto Eco.

 

Valentina Nicoletti

‘Lettera al padre’ di Kafka: uno scrittore schiacciato dalla figura paterna

Il rapporto claustrofobico e distruttivo che intercorre tra i due emerge chiaramente dalla lettera che Kafka scrive al padre nel 1919, quando la sua vita è oramai segnata inesorabilmente da una salute cagionevole, da fallimenti personali e da un senso di colpa perenne che lo spinge a chiudersi nella sua scrittura, isolandosi dal mondo esterno. Le quarantotto pagine che compongono questa lettera sono state pubblicate soltanto nel 1952 e non sono mai giunte tra le mani di Hermann Kafka. La lettera è il tentativo di esorcizzare una relazione poco sana, di ripercorrere nel tempo tutti gli avvenimenti, gli sguardi e le parole che lo hanno costretto a restringersi e ad abbassare il capo di fronte alla grandezza tirannica della figura paterna.

Il contenuto dello scritto è denso e sofferto: Kafka muove per la prima volta nella sua vita delle accuse al padre. Si dichiara grato di essere cresciuto in un ambiente agiato e apparentemente sereno, ma esprime la costante paura e il continuo senso di inferiorità fisica e psicologica nei confronti del padre. Descrive l’invalicabile distanza tra i due, presentando specifici eventi della sua infanzia: la vergogna provata a confrontare il proprio corpicino magro e sghembo con quello robusto e potente del padre, il trauma subìto ogni qualvolta il padre lo puniva per i pianti notturni, lasciandolo al freddo sul ballatoio. L’episodio del ballatoio infligge una ferita al carattere debole e pavido del giovane Kafka che faticherà a ricucirsi nel corso di tutta l’esistenza dell’autore. È proprio il ricordo di quel triste avvenimento a riportargli alla memoria quanto la relazione tra padre e figlio sia di natura gerarchica: il padre è il temibile tiranno che dà ordini severi al suo schiavo più timoroso.

È lo scrittore ad uscirne monco, schiacciato dal padre e dal suo stesso inesauribile senso di colpa che ha origine dal suo legame con chi lo ha generato. Accusa il padre di avergli sbarrato ogni strada che lui avrebbe voluto percorrere, di non averlo mai incoraggiato in quelle che erano le sue autentiche passioni ma di averlo spinto sempre verso ciò che più piaceva all’ego paterno. Continua l’arringa contro il padre, denunciando la sua totale indifferenza verso il dolore e la vergogna altrui. Lo accusa, inoltre, di avergli ostacolato ogni relazione umana, di aver sempre disprezzato le donne del figlio, rendendolo totalmente incapace di amare e facendogli persino disprezzare e temere il sesso.

“Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le sue conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto.”

Il sesso, il rapporto con le donne, il senso di colpa, l’alienazione sono topoi ricorrenti nelle opere di Franz Kafka. Si pensi soprattutto al racconto La Metamorfosi (1915) o al romanzo Il Processo (1925).

Ne La Metamorfosi Gregor Samsa, il protagonista, si sveglia una mattina trasformato in un orrido insetto. La vita insoddisfacente, un lavoro estenuante e relazioni umane schiaccianti lo hanno degradato da essere umano a disgustoso insetto che finirà per morire nell’indifferenza totale. Chiari riferimenti a La metamorfosi sono ravvisabili nella Lettera al Padre, dove Kafka descrive il conflitto con il padre come una “lotta del parassita”. Il parassita in questione è il padre, che punge e succhia il sangue della vittima per poter sopravvivere.

 

Fonte:

https://intellettualemoderno.com/2018/11/05/prova-2/

 

Il vero Oscar Wilde: apologeta del dolore. Un’analisi del ‘De Profundis’

Siete sicuri di sapere davvero chi fosse Oscar Wilde? Dico a quelli che sventolano i suoi libri, agli uomini di marketing che abusano dei suoi aforismi, ostentano le sue frasi e civettano con il suo personaggio, adulandolo ed emulandolo. A ben vedere, la versione di Wilde che viene proposta e che va per la maggiore oggi delinea davvero il profilo di un profeta del nostro tempo: prima del Novecento stabilì l’evasione dell’arte dalla morale e consumò il divorzio tra Bello e Buono; frequentò i salotti prima che questi fossero proiettati in Tv, precorrendo la figura dell’intellettuale-divo, conversatore mordace e col gusto dello scandalo e del paradosso; infine, con il suo stile di scrittura, fatto di aforismi fulminanti e caustici, precorse l’epoca di Twitter e di Facebook. Ma se davvero la vita di Wilde fu un’opera d’arte, come recitava una frase in odore di estetismo, ripresa da Nietzsche nella Nascita della Tragedia e che stregò D’Annunzio, allora questa storia va raccontata fino alla fine, fino all’ultima riga dell’ultimo capitolo.

È scorretto dare una versione ammezzata o parziale, non è giusto stroncare il finale dell’opera adombrando significati fuorvianti; e infatti c’è un ultimo, grandioso capitolo della spettacolare vita di Oscar Wilde che viene sovente omesso o liquidato frettolosamente, ma che invece dice molto di quest’autore, dà compimento a tutta la sua esistenza precedente e ce la fa leggere in modo diverso.
Questa parte è la lunga clausura in prigione, a Reading, a cui Wilde fu costretto a seguito delle denunce sporte a suo danno dal padre di un suo amato, ovvero Lord Alfred Douglas, che l’aveva pubblicamente additato come corruttore del giovane figlio. L’eredità più grande di quel periodo, l’opera con cui Wilde fa i conti con i suoi anni in carcere, è una lunga lettera scritta quando era ancora in prigione, indirizzata proprio ad Alfred e pubblicata in seguito col titolo di De Profundis.

Questo libro è davvero il passaggio finale della vita di Wilde, la sua ultima opera, in un certo senso il suo testamento spirituale, affidato al giovane Alfred. Ma il De Profundis fa anche chiarezza su questo rapporto, che in molti hanno voluto idealizzare o mistificare. Non è vero, infatti, che quella tra i due fosse una storia d’amore idilliaca, spezzata dal clima sessuofobo ed intollerante dell’Inghilterra vittoriana: è vero, al contrario, che Wilde fosse totalmente soffocato dal giovane Alfred, ragazzo dissoluto, superficiale ed opportunista, di cui però il grande scrittore irlandese era divenuto letteralmente succube.

Nella lettera Wilde descrive, con una tensione emotiva veramente drammatica, la volgarità di Alfred, il modo in cui il ragazzo si serviva di lui solo per ottenere soldi, vino e feste; il suo penoso narcisismo e la sua rabbiosa rivendicazione di ogni capriccio; il modo in cui Alfred sfruttasse la sua protezione per farsi scudo del padre, nei confronti del quale provava un odio profondo. Perfino la colpa della sua condanna alla prigione, per Wilde non è da attribuire alla società, al padre del ragazzo o a chicchessia, ma allo stesso Alfred, che aveva costretto Wilde a denunciare suo padre per una bagatella famigliare e la cui accusa s’era presto ritorta contro lo scrittore, su cui il padre di Alfred aveva vomitato addosso le peggiori calunnie.

Dallo scritto si capisce che non fu Wilde a plagiare un efebo ingenuo ed imberbe, ma che in realtà fu proprio il giovane e spregiudicato Alfred a sottomettere, gettandolo in uno stato di soffocante sudditanza, il più grande scrittore dell’Inghilterra vittoriana. Wilde quando parla di lui non mostra né rancore né acrimonia, ma solo una delusione amara e sconfortante, perfino pietà per quel ragazzo che, già così giovane, aveva gettato via la vita per votarla alla lussuria, all’eccesso stomachevole di cibo e di vino, all’ozio parassitario e sterile ed alla depravazione più spregiudicata.

Chi addita Wilde come libertino e come precursore dell’orgoglio gay si sorprenderebbe di leggere le righe in cui confessa il proprio amore per la moglie ed il rammarico per averla delusa, ed in cui rimpiange che il rapporto con Alfred non si sia mantenuto casto, solamente spirituale:

Mi biasimo di aver lasciato che un’amicizia non intellettuale, un’amicizia il cui primo scopo non era la creazione o la contemplazione di cose belle, dominasse interamente la mia esistenza

E sono perfino penosi gli episodi citati da Wilde per dimostrare all’amico la sua aridità, per esempio quando Alfred vide Wilde malato e scomparve da casa sua per vari giorni, senza neppure portargli il libro che lo scrittore gli aveva chiesto per alleviare la propria convalescenza, e quando finalmente si rifece vivo freddò Wilde con infami parole:

Quando non sei su un piedistallo, non sei più interessante

Il De Profundis di Wilde è importante proprio per questo: perché in quest’opera lo scrittore irlandese fa i conti con se stesso, con la sua vita, con la sua attività di letterato e di provocatore prima di entrare in carcere, rivendicando i propri meriti ma anche riconoscendo i propri sbagli. Wilde rivendica l’attività di letterato, il culto dell’estetismo, l’amore per il bello e per le arti; ma allo stesso tempo abiura le sue eccessive concessioni, che traspaiono anche da qualche aforisma poco felice, ad una concezione tutta edonista della vita, ad una sprezzante ironia nei confronti del popolo e delle persone semplici, ad una visione del mondo disincantata e cinica. Scrive Wilde:

Mi lasciai ammaliare in lunghi incanti di abbandoni sensuali e senza senso. Mi divertii a fare il flaneur, il dandy, l’uomo di mondo. Mi circondai di persone dalla natura più infima e dalla mente più meschina. […]. Ciò che era stato per me il paradosso nella sfera del pensiero, diventò la perversità nella sfera della passione. Il desiderio, alla fine, divenne una malattia, una follia, forse tutte e due. Non mi importò più della vita degli altri. Prendevo il piacere ovunque volevo e passavo oltre.

Ecco un vecchio cultore del piacere che sconta sulla sua pelle e denuncia con forza morale enorme lo scotto dell’edonismo morboso tanto in voga oggi: se il godimento viene liberato da ogni salutare limitazione, diventa ingordo ed insaziabile, inquina amicizie e rapporti, ci porta a dimenticare gli altri e la realtà e a piegarci al narcisismo, ci fa smarrire il senso profondo delle cose e delle relazioni, ci inaridisce e ci immiserisce.

La vera scoperta, accanto ai limiti e alle brutture del piacere smodato, che Wilde fa in prigione è invece il carattere necessario e fecondo che nella vita di ciascuno hanno il dolore, la privazione, la sofferenza. Oggi, nell’Europa opulenta dei due terzi di garantiti, questo è ancora un messaggio irricevibile, e anche noi facciamo fatica ad accoglierlo senza sentirci inadeguati, impreparati, non all’altezza. E però questa è una verità che ciascuno di noi ha provato sulla sua pelle, ha avvertito profondamente dentro di sé almeno una volta: quando proviamo una sofferenza, pur piccola che sia, una volta che l’abbiamo superata il mondo ci sembra più leggero, le nostre priorità sono riordinate, i nostri rapporti con chi ci ha visti inermi e vulnerabili diventano più sinceri e profondi. Ma ancora, l’ansia di dover sempre apparire o di essere sempre perfetti ed impeccabili svanisce, si diventa più maturi, si intuisce l’importanza davvero relativa delle nostre vicende, personali e individuali, rispetto alla vita nella sua vastità: spesso, ci si rende disponibili a mettere la nostra piccola esistenza al servizio di qualcosa di più grande, che ci trascende e ci sovrasta.

Qui Wilde tocca un tema che scandagliò con singolare profondità Nietzsche in “Al di là del Bene e del Male”, ma che è anche onnipresente in Dostoevskij: ovvero la necessità per ciascuno di portare la propria croce, di passare dalla sofferenza per arrivare ad una forma di amore più vero, che non si arresti alla superficie, alle apparenze, alle tendenze. Wilde, con una franchezza ed onestà morale che ce lo fa sentire vicino, ammette anche che, durante la sua vita prima dell’arrivo in carcere, aveva vissuto infantilmente come se il dolore e la sofferenza non esistessero, aveva voluto provare, secondo una mania molto in voga oggi, ad abolire la croce dalla sua vita, vivendo una vita in cui ci fosse solo il piacere:

Insuccessi, infamia, povertà, dolore, disperazione, sofferenza, le lacrime persino, le parole spezzate che mormorano le labbra di chi soffre, il rimorso che lastrica di spine ogni cammino, la coscienza che giudica e condanna, l’avvilimento che punisce, l’infelicità che si cosparge il capo di cenere, l’angoscia che si avvolge nell’abito di sacco e versa fiele nel suo bicchiere: tutto ciò mi spaventava.

Oggi la società dei consumi e dello spettacolo ci prospetta sempre più spesso la favola di un mondo depurato dal dolore, in cui ci siano solo il piacere, lo svago, la dissolutezza gaia, il divertimento: a volte anche noi ne siamo sedotti, ammaliati e tentati. Ma quello che c’insegna Wilde è che questo mondo, senza croci e sacrifici, è un mondo falso, che ci porta a non conoscere veramente nessuno a fondo, neppure noi stessi, e in cui finiamo solo per adeguarci alle maschere, alle pose ed ai comportamenti preconfezionati che la società ci propone. Scrive Wilde, in una frase che dà il senso più pieno della sua conversione letteraria ed esistenziale, di una bellezza ed una forza spaventose:

La sofferenza, al contrario del piacere, non porta la maschera

In tutto questo, è quasi naturale che Wilde additi Gesù come modello non solo per ogni vita ma anche per ogni arte. “Riconosco una più intima ed immediata connessione tra la vera vita di Cristo e la vera vita dell’artista […].” In questa meravigliosa accettazione del mondo “al di là del bene e del male”, in questo amor fati, Wilde arriva anche a formulare una sua personale teodicea: egli dice che Dio, pur essendo buono, permette il dolore perché è solo mediante al dolore che si può pervenire all’amore:

[…] se il mondo è stato, come ho già detto, costruito sul dolore, le mani dell’amore ne sono state l’artefice: l’anima dell’uomo, infatti, per cui il mondo è stato creato, non avrebbe potuto in nessun altro modo raggiungere le vette della sua perfezione. Piacere per il corpo bello, ma dolore per l’anima bella.

È un messaggio difficile da ricevere oggi: che ne sappiamo, noi figli del benessere, di che sia la vera sofferenza? Ma tentare di accettare ed affrontare la vita, anche nei suoi rischi e nelle sue privazioni; cercare di mostrarsi anche con le proprie fragilità e le proprie ferite è forse l’unico modo di vivere davvero, di essere davvero se stessi, di dare un senso ai propri giorni ed ai propri incontri, di non circondarci solo di persone che ci abbandonerebbero se non fossimo più “su un piedistallo”. È questa anche l’esortazione suprema e finale che fa Wilde a Lord Douglas, il ragazzo che pure l’aveva così vergognosamente amareggiato: di non eludere né scansare le preoccupazioni e le difficoltà, rinchiudendosi nella protezione della madre o nel suo delirio narcisistico, infantile ed isterico, ma affrontare queste difficoltà, attraversare “la polvere”, per scoprire la sua vera identità, per conoscere finalmente se stesso, oltre alle maschere e alle apparenze dietro cui si nascondeva. Forse così anche il loro rapporto, così misero ed infelice, avrebbe potuto assumere un senso nella comprensione di quest’eredità profonda.

Venisti da me per conoscere i piaceri della vita e i piaceri dell’arte. Forse io sono destinato a insegnarti una cosa assai più splendida: il significato del dolore, la sua bellezza.

 

Luca Gritti-L’intellettuale dissidente

Cinema Letteratura e Diritto – Alla Suor Orsola tutti i martedì fino al 12 Dicembre

La condizione femminile nei Paesi connotati da un forte integralismo religioso. È questo il fil rouge della dodicesima edizione della rassegna di “Cinema Letteratura e Diritto” ideata dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Insegnare il diritto agli studenti, discutere di diritto con la comunità dei giuristi non solo con il codice alla mano, ma anche attraverso le immagini e le suggestioni del cinema e della letteratura è l’obiettivo del nuovo ciclo di incontri ideato con il coordinamento scientifico del filosofo Gennaro Carillo e con la collaborazione organizzativa dell’associazione “Astrea. Sentimenti di giustizia”.

“Del diritto non parlano solo i giuristi, i sacerdoti depositari dei suoi molti misteri – spiega Gennaro Carillo, professore ordinario di Storia del pensiero politico al Suor Orsola – e lo scarto tra il linguaggio giuridico e quello comune non ha mai impedito ai profani di rappresentarsi il diritto, di immaginarselo, magari in maniera distorta, amplificando a dismisura la potenza delle sue formule. Ed a questo gioco di specchi tra il diritto e la vita, l’astratto e il concreto, è dedicata la nostra rassegna che ha per titolo “Davanti alla legge. Immaginare il diritto”, con l’obiettivo di assumere la moltiplicazione dei punti di vista della rappresentazione del diritto come una ricchezza didattica per gli studenti ed i giuristi”.

Come da tradizione della rassegna il diritto sarà raccontato anche attraverso letture meno ‘canoniche’ come quelle che vengono dai fumetti. Martedì 28 novembre il fondamentalismo islamico sarà al centro del dialogo tra il filosofo Davide Grossi e l’amministrativista Aldo Sandulli animato dagli spunti della graphic novel “Persepolis” (poi divenuta anche film d’animazione) della regista ed illustratrice iraniana Marjane Satrapi.

Da “Mustang” a “La bicicletta verde”: il programma della sezione cinematografica della rassegna

Piatto forte della rassegna di quest’anno  è sicuramente la sezione cinematografica con un osservatorio internazionale sulla condizione femminile nelle latitudini dove ancora regnano situazioni di sottomissione patriarcale, culturale e giuridica della donna. Dalla Turchia all’Arabia Saudita un viaggio con un cinema tutto di regia femminile alla scoperta dei luoghi dove i diritti femminili attendono ancora piena tutela.

Dopo l’anteprima di ottobre con “Viviane” della regista israeliana Ronit Elkabetz martedì 14 e martedì 21 novembre sempre alle 15.30 sullo schermo della Sala Villani dell’Università Suor Orsola Benincasa ci saranno le proiezioni di “Mustang” della regista turca Deniz Gamze Ergüven e de “La bicicletta verde” della regista saudita Haifaa al-Mansour.

Due gli appuntamenti speciali di quest’anno. Giovedì 7 dicembre alle 15.30 nel complesso di Santa Lucia al Monte, sede della Facoltà di Giurisprudenza del Suor Orsola, uno sguardo al futuro per parlare di biodiritto attraverso la cinematografia cyberpunk in un suggestivo dialogo tra i giusprivatisti Carlo Venditti e Lucilla Gatt, direttore scientifico del Master in Diritto di Famiglia dell’Università Suor Orsola Benincasa. E martedì 12 dicembre nell’aula magna del Suor Orsola il gran finale con “Diritto e Teatro” in collaborazione con il “Festival del Diritto e della Letteratura Città di Palma”. In ‘scena’ al Suor Orsola “Processo immaginario a Oscar Wilde” per riflettere sull’omofobia con Fabio Canino e i magistrati Vincenzo Piscitelli e Antonio Salvati.

Gli obiettivi della rassegna: davanti alla legge, immaginare il diritto

La Facoltà di Giurisprudenza del Suor Orsola Benincasa, sede dell’unico corso di laurea magistrale in Giurisprudenza a numero programmato del Mezzogiorno (aperto soltanto a 150 studenti all’anno) ha voluto fortemente anche nell’anno accademico 2017-2018 il ritorno della rassegna “Cinema Letteratura e Diritto” con un duplice obiettivo: rafforzare i percorsi formativi integrativi all’interno dei corsi di laurea ed avere un momento di incontro sui temi del diritto e della giustizia per la comunità dei giuristi ed in particolare per i giovani studiosi della città di Napoli.

Si tratta di un’iniziativa assolutamente originale nel panorama accademico nazionale sperimentata per la prima volta in Italia nel 2006 proprio all’Università Suor Orsola Benincasa ed ora riproposta anche in altre università italiane, che, come spiega, il Preside della Facoltà di Giurisprudenza del Suor Orsola, Aldo Sandulli “persegue il fine di integrare la didattica ordinaria con un ampliamento del bagaglio culturale degli studenti, in grado di aumentarne la sensibilità e il senso critico nello studio del diritto”. “L’obiettivo della nostra rassegna – spiega Aldo Sandulli – è quello di fornire agli studenti di Giurisprudenza, ma anche alla comunità dei giuristi e non solo, gli strumenti critici per una riflessione più ampia e complessa sul ‘diritto’ e le sue trasformazioni, contribuendo alla formazione di un giurista ‘colto’, capace di problematizzare gli specialismi collocandoli in una campitura culturale decisamente più vasta”.

Orwell e Huxley, distopie per un futuro dispotico

Le distopie sono il termometro delle paure di una società, ma oggi uno stato rigidamente controllato e ordinato non ci sembra più una minaccia credibile. Le cose stanno davvero così?

Si deve a Thomas More il termine “Utopia”, dal nome dell’opera in cui tratteggia una società ideale in un non-luogo o luogo felice (a seconda di quale etimologia si preferisca). Nel corso del ‘900 è stato codificato un genere chiamato, invece “distopia”, dove vengono rappresentati in modo grottesco i tratti più disumani e crudeli di una società immaginaria. Le distopie mostrano un mondo assolutamente antiutopico con intento polemico, per mettere in guardia i lettori contro i pericoli futuri. Le due più famose, probabilmente, sono “1984” di George Orwell e “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley. Ciò che accomuna tutte queste opere, in ogni caso, è il movente delle loro rappresentazioni: la paura. Le distopie mostrano le paure dell’autore, che si fa portavoce di un sentire più grande, circa il futuro della società.

Le due opere citate, pur mostrando due società praticamente opposte, hanno in comune l’elemento di assoluto controllo da parte dello stato. Il clima novecentesco in cui sono state scritte tali opere traspira da ogni pagina. I totalitarismi erano dilaganti negli anni di pubblicazione, l’informazione (come del resto ogni contenuto psicologico, scientifico e filosofico) perdeva la sua verità monolitica per mostrarsi più sfaccettata e – per questo, manipolabile- il mito della natura umana vista come “buona” rovinava sotto i colpi degli avvenimenti storici. La tecnica si metteva al servizio dei sistemi di polizia a fini di controllo e le ideologie avevano ancora delle forme aguzze,  non scendendo a compromessi con la realtà. La paura di finire incasellati, controllati, ridotti a macchine era l’incubo per eccellenza nei paesi liberali. Si può dire che, in generale, questi autori non avessero torto. Queste due opere sono figlie del loro tempo, la loro funzione critica era legittima ed era condivisa da molti. Si è fatto, soprattutto di “1984”, un culto vero e proprio, segno che i timori espressi non erano aria fritta (al di là della strumentalizzazione politica liberale di quest’opera).

Perché, tuttavia, molti film o libri distopico-fantascientifici di oggi non ci spaventano minimamente? Pensiamo a due celebri libri-pellicole di successo come quella di Hunger Games e Divergent. Entrambe presentano una società rigidamente organizzata, non troppo distante da quelle delle grandi distopie del novecento, in cui uno o più eroi sovvertono quest’ordine. Ovviamente l’impostazione narrativa è differente, visto che l’attenzione è concentrata molto più sulla protagonista rispetto a ciò che la circonda. Il target di pubblico è diverso, la complessità è molto inferiore. Tuttavia è lecito chiedersi il perché di queste scelte e perché questi fanta-mondi non siano più spaventosi.
La verità è che queste opere non hanno intento polemico, non denunciano un processo di controllo e incasellamento in atto, pertanto il loro sfondo distopico è più un artificio letterario per proporre una morale di sicuro successo (viva la Libertà, meglio star peggio, ma liberi, che controllati da qualcuno) che un’esasperazione di una tendenza in corso. La morale di queste opere è proprio un rafforzativo dei valori democratico-liberali che non ha quasi più bisogno dello spauracchio totalitario, ma a cui basta l’elevazione dell’individuo a valore in sé (da cui la centralità della vicenda del protagonista).

Che la verità storica stia nei termini sopra enunciati è dubbio. Quelle distopie non ci fanno paura perché noi non crediamo possibile un controllo statale assoluto, non avvertiamo questo timore all’orizzonte, ma questo non vuol dire che il problema non sussista. Grazie soprattutto al progresso tecnico, oggi il controllo può essere totale. La registrazione in un social network consegna tutte le nostre informazioni ad aziende che le sfruttano per proporci cose che potrebbero interessarci, ogni nostra conversazione può essere controllata, i telefoni che abbiamo in tasca sono dei localizzatori e la nostra identità è sparsa per dei database. Per il momento abbiamo molte “licenze”. Sono queste a darci una parvenza di libertà. Ci sono strumenti di consenso più raffinati che la violenza o la coercizione.
Una vera distopia, ad ogni modo, deve denunciare questo, deve essere coerente con il suo tempo come lo sono state in passato quella di Orwell e quella di Huxley.

La libertà è premessa indispensabile della vita intellettuale di un paese: “i filosofi, gli scrittori, gli artisti, persino gli scienziati, non hanno solo bisogno di incoraggiamento e di un pubblico: hanno anche bisogno di costante stimolo degli altri. E’ quasi impossibile pensare senza parlare. (…) se si elimina la libertà di parola, le facoltà creative inaridiscono”. (G. Orwell)

 

Fonte: l’intellettuale dissidente