Nomine UE: nessun cambiamento

Le recenti elezioni e le nomine ai vertici delle istituzioni UE hanno posto la parola fine a ogni velleitaria speranza di modificare l’UE dall’interno. Nata per dare sfogo al sub-imperialismo commerciale tedesco e per garantire il controllo nordamericano sul Vecchio Continente, questa “Unione” si è inevitabilmente ridotta a un agglomerato di Stati, privi di sovranità, che cercano disperatamente di fare ognuno i propri interessi favorendo, più o meno inconsciamente, le progettualità geopolitiche di potenze extra-continentali.

L’UE e il Trattato di Versailles

Più o meno un mese dopo l’inizio della Prima Guerra Mondiale, il cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Hollweg, nel celeberrimo “Programma di settembre”, intravide la necessità di fondare un’associazione economica mitteleuropea attraverso comuni convenzioni doganali che includesse Francia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Austria-Ungheria, Polonia ed, eventualmente, Italia, Svezia e Norvegia. Questa associazione, nella prospettiva del cancelliere, avrebbe dovuto sancire il predominio tedesco sull’Europa centrale ponendo, al contempo, la Francia in una condizione di dipendenza economica dalla stessa Germania.

Tale progetto, tanto geopolitico quanto soprattutto geo-economico, si dissolse con la sconfitta della Germania e con l’umiliazione che questa dovette subire a seguito del Trattato di Versailles. Un’umiliazione che spianò la strada all’ascesa del nazionalsocialismo, le cui aspirazioni al dominio e alla ricerca di uno spazio vitale e di una profondità strategica per la Germania ad Est, comunque, differivano, nella pratica e nell’approccio ideologico, da quelle del Secondo Reich. Laddove non riuscì la Germania guglielmina, sconfitta militarmente e ideologicamente dal mercantilismo industrializzato anglo-americano, ha invece avuto successo, seppur nel ruolo da comprimaria di potenza sub-imperialista, la Germania odierna.

Di fatto, nei primi anni ’90 del secolo scorso, a seguito dell’implosione dell’Unione Sovietica e del cosiddetto “blocco socialista”, la preponderante influenza nordamericana sul continente europeo determinò una spinta senza precedenti all’accelerazione dei processi di unificazione economico-monetaria e all’espansione dell’allora Comunità Europea verso Est, in modo da includere al suo interno Paesi ex membri del Patto di Varsavia o dell’URSS, come le Repubbliche baltiche. Il noto stratega statunitense (di origine polacca) Zbigniew Brzezinski, a tale proposito, ebbe modo di affermare:

Qualunque espansione del campo di azione politico dell’Europa, è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata ed una NATO allargata serviranno gli interessi a breve ed a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente.

Nell’istante unipolare seguito al crollo dell’URSS, il disegno egemonico nordamericano non contrastava, come oggi potrebbe sembrare, con quello tedesco. Anzi, si riteneva che il progetto della moneta unica, costringendo la Germania riunificata a rinunciare al marco, avrebbe in qualche modo evitato un suo nuovo ed eccessivo rafforzamento.

In questo contesto, come contropartita per il suo ruolo attivo nel processo di unificazione europea sotto le direttive di Washington, la Germania ottenne l’inclusione dell’Europa dell’Est all’interno del proprio blocco geo-economico.

Non solo, orientando la propria geopolitica in termini essenzialmente commerciali, la Germania ebbe un ruolo di non poco rilievo anche nel processo di parcellizzazione della Jugoslavia. Questo, teoricamente, avrebbe dovuto concederle il controllo contemporaneo dei bacini marittimi del Baltico e dell’Adriatico e, dunque, di uno spazio che potenzialmente avrebbe dovuto costituire il terminale per il trasferimento delle risorse energetiche dell’Asia centrale.

Tav

A ciò si aggiunga che i cosiddetti “corridoi paneuropei”, proprio nel medesimo periodo, vennero studiati e progettati per garantire, ancora una volta, tanto il predominio economico-commerciale tedesco sull’Europa quanto il controllo strategico-militare degli USA sul Continente. Non sorprende, in tal senso, che il progetto del corridoio V (a cui appartiene il famigerato TAV Torino-Lione, fortemente voluto dalle forze atlantiste italiane) parta da Lisbona ed arrivi fino a Kiev: l’ultima frontiera dell’espansione atlantista a Est.

Sfruttando il ruolo concessole dai garanti d’oltreoceano dell’UE, la Germania attuale è stata capace di creare un enorme e integrato blocco manifatturiero che include tutte le regioni industriali ad essa vicine.

Ha approfittato e tratto vantaggi notevoli dai cambi depressi, rispetto all’euro, vigenti nei Paesi dell’Est e ha scaricato su di essi e sull’area mediterranea il costo della moneta unica favorendo al contempo le esportazioni tedesche. In breve, è riuscita a sviluppare una struttura geografico-merceologica tale da permetterle di esercitare sul Continente europeo un’influenza simile a quella che possedeva prima del 1914.

Gli strateghi di Washington non furono in grado di prevedere una simile evoluzione. Oggi il surplus commerciale tedesco e le più o meno velleitarie aspirazioni all’emancipazione dal controllore nordamericano (progetto russo-tedesco per il raddoppio del gasdotto North Stream e crescenti legami commerciali con Pechino) rappresentano una seria minaccia per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti, già alle prese con le nuove sfide lanciate dalle forze multipolari.

L’aggressività mostrata dall’amministrazione Trump nei confronti dell’UE, dunque, ha ben poco di ideologico. E non potrebbe essere altrimenti visto che, a prescindere dagli slanci propagandistici anti-liberali e protezionisti, ha impostato la sua dottrina economica su una sorta di neoliberismo di stampo reaganiano.

La suddetta aggressività è dettata essenzialmente dal fatto che gli Stati Uniti, in modo da salvaguardare la “globalizzazione americana” (o quantomeno una posizione di dominio nel futuro ordine multipolare), debbano per necessità richiamare all’ordine la colonia dall’altro lato dell’Atlantico.

Per fare ciò, lungi dal voler smantellare completamente quella che in buona parte rimane una loro creazione, gli USA hanno optato per la tradizionale strategia di potere del divide et impera. L’obiettivo non è disgregare l’UE ma semplicemente fare in modo che rimanga una mera e inconcludente istituzione tecnocratica sovranazionale, priva di una reale integrazione politica: ovvero, una colonia.

Le quattro Europe

Ad oggi, di fatto, si potrebbero contare almeno quattro Europe, o forse più:

1) L’area britannica, storicamente ostile a ogni forma di reale unificazione continentale, e oggi alle prese con la difficile trattativa per la Brexit che, con tutta probabilità, verrà affidata a Boris Johnson (uomo capace di mentire al mondo intero sul cosiddetto caso Skripal);

2) L’asse (più presunto che reale) franco-tedesco che rivendica le proprie prerogative sub-imperialiste ma che, a prescindere dal Trattato di Aquisgrana, difficilmente avrà un seguito concreto;

3) I Paesi dell’Est e del Gruppo di Visegrad: la periferia industriale della Germania il cui ruolo geopolitico (studiato per essi dagli USA) è da sempre quello di fare da cuscinetto per evitare qualsiasi condivisione di confini tra Mosca e Berlino (incubo reale delle moderne potenze talassocratiche);

4) L’area mediterranea, contraddistinta da una serie di Nazioni che svolgono alternativamente il ruolo di laboratorio politico (l’Italia) o di laboratorio economico-finanziario (la Grecia).

Queste fratture vengono ulteriormente acuite dalla quotidiana propaganda. I presunti sovranismi e populismi mostrano il loro vero volto nel momento stesso in cui si rivelano incapaci di elaborare una piattaforma unitaria contro l’élite tecnocratica, oppure quando, per fare ciò, fanno affidamento su agenti di Washington sul territorio europeo.

L’Italia

Il caso italiano, in questo senso, è emblematico. Il governo giallo-verde, appiattito (soprattutto nella sua componente leghista) sulla dottrina Trump, al momento ha soltanto subito gli effetti negativi di tale alleanza ineguale: mancata promessa sulla cabina di regia congiunta USA-Italia sulla crisi libica; dazi sui prodotti italiani; miliardi di commesse volati via con la brusca interruzione dei rapporti con l’Iran a causa delle sanzioni statunitensi.

Nonostante ciò, come nel caso della recente visita del ministro dell’Interno Matteo Salvini, continua a fare bella mostra del proprio servilismo nei confronti di Washington, nella speranza che la Casa Bianca difenda l’Italia da ciò che gli USA stessi hanno contribuito a creare.

L’Europa è destinata a rimanere ostaggio di uno scontro, presentato come lotta tra sovranismo e globalismo ma che, in realtà, non è altro che una sfida tra due modi diversi di intendere il globalismo e la globalizzazione.

Le nomine UE

Le nomine ai vertici delle istituzioni europee, in questo senso, hanno il mero obiettivo di ricercare un equilibrio tra queste due fazioni. I nomi indicati, da Christine Lagarde (nota per le mattanze in Grecia e Argentina in qualità di presidente del FMI) al vertice della BCE, a Ursula Von der Leyen (ex ministro della Difesa della Germania e convinta sostenitrice del golpe in Ucraina) alla presidenza della Commissione europea, rappresentano quella perfetta sintesi tra atlantismo e ordoliberismo “utile” per guidare l’attuale Europa a trazione tedesca in quella fase di transizione (si veda la decadenza di Angela Merkel) che la riporterà sotto diretto e totale controllo nordamericano.

Appare evidente che nulla cambierà anche per ciò che concerne la politica estera, con Josep Borrell (osteggiato da alcuni media israeliani per aver definito il primo ministro Benjamin Netanyahu come “bellicoso”) che cercherà timidamente di muoversi sulla falsa riga di Federica Mogherini, cercando di costruire limitati margini di autonomia.

Anche la speranza di normalizzazione dei rapporti con l’unico Stato dell’UE realmente sovrano, la Russia, è ridotta a un lumicino. Una frattura che ha dimezzato in pochi anni il volume degli scambi commerciali tra l’Oriente e l’Occidente europei.

Se è vero che gli USA non hanno alcun interesse a disgregare l’UE che loro stessi hanno contribuito a creare, e che il loro obiettivo reale è semplicemente la restaurazione di un controllo totale sull’Europa, è altrettanto vero che neanche la Russia, nonostante certa retorica atlantista e le speranze dell’ala russofila del sovranismo, ha il minimo interesse a smantellare l’UE.

Semmai, potrebbe avere interesse a fare in modo che quest’ultima agisca realmente come entità sovrana, e non come surrogato sub-imperialista di una potenza d’oltreoceano.

 

Daniele Perra

Perché i tassisti sono una lobby

Si sta consumando da giorni uno sciopero dei tassisti, motivato dalla protesta contro una mancata regolamentazione del settore di chi, pur usando la macchina per portare in giro i clienti, non ha però un taxi, ma usa la propria auto, oppure offre servizi di noleggio con conducente.

Sia il taxi che queste alternative hanno ragione di esistere nella misura in cui offrono un servizio. Tra i motivi per scegliere un servizio c’è ovviamente, e tanto più in un momento di crisi, un criterio economico. Dunque un cliente valuta quanto costa un taxi e quanto un non-taxi. Chiunque sa che il primo costa uno sproposito. Tutto qua. I tassisti, invece di incolpare la libera concorrenza di chi offre un medesimo tipo di trasporto, però ad un prezzo a volte anche enormemente inferiore, e protestare cercando di far imporre dalle istituzioni un tariffario più alto (alla faccia della tutela del cliente, fanno una battaglia perché il cliente paghi di più) dovrebbero accettare di rinunciare alla loro lobby-monopolio che occupa l’intero settore dell’offerta e può quindi stabilire un prezzo a tavolino, senza che nessuno possa fare concorrenza. E’ questo quello che vogliono i tassisti: un monopolio che permetta loro di mantenere prezzi altissimi.

Altro motivo del contendere è che i tassisti hanno acquistato la licenza ad un prezzo alto per poter lavorare, mentre i conducenti di non-taxi no. A loro sembra un’ingiustizia aver pagato mentre altri non dovrebbero farlo, quindi la soluzione per loro è far pagare anche gli altri, non piuttosto invece smettere di pagare tutti. Non si potrebbe per esempio più razionalmente elaborare un’alternativa: far pagare una minima, davvero minima, quota di entrata a chi diventa conducente alternativo e con queste quote restituire una parte del costo della licenza inizialmente pagato da chi è diventato tassista con la vecchia regola? No, preferiscono mantenere la loro casta: mercato chiuso, prezzi alti e risentimento.

Alcuni tassisti più razionali, invece che cercare di fermare uno degli effetti positivi della globalizzazione dei servizi, hanno deciso invece di assecondarla iscrivendosi a uber taxi, con cui chi vuole dall’app di uber può scegliere il servizio taxi e non il più comune ed economico uber pop. Ma anche qui si ritorna al punto d’origine: il costo, che in un mercato libero è determinato dalla concorrenza. Non piace? Si può andare in Corea del Nord, oppure rimpiangere l’Unione Sovietica, ma una delle cose positive del liberismo è che il cliente conta. Liberismo, non capitalismo selvaggio ovviamente. Perché è certo che le alternative ai taxi debbano avere un quadro normativo di riferimento, è ovvio: la discussione parlamentare in proposito è stata rimandata, non eliminata. Ma qui si protesta non perché il rimando potrebbe indicare assenza di regolamentazione concorrenziale, piuttosto perché non si è messo una regola repressiva a tutto ciò che taxi non è.  E dunque infine una repressione contro i clienti, rei di voler risparmiare.

Come ha affermato giustamente un anonimo conducente di queste alternative, tutti coloro che usufruiscono di servizio alternativo al taxi, non userebbero i taxi, se queste alternative non ci fossero: si deve mettere in testa che il taxi costa troppo, quindi o si paga di meno il trasporto in auto, o non si prende proprio l’auto. Dunque neppure questa concorrenza sta rubando in realtà così tanti clienti ai tassisti, perché non erano loro clienti.

Un esempio valga più di mille parole. Sono di Roma. Dovevo andare alla stazione termini partendo da Roma nord. Per chi non è di Roma, informo che sono venti km scarsi di percorso: costo benzina verde all’epoca era diciamo 1.65 euro al litro a Roma, con la mia macchina che fa circa 18 km al litro avrei speso praticamente il costo di un litro di benzina, se invece avessi preso l’autobus, avrei pagato 1,50 euro di biglietto. Il taxi mi è costato 40 euro.

In generale si può dire che una corsa con uberpop (il servizio low cost di uber) va dai 5 ai 10 euro di media. Quand’è che capita un costo così con un taxi? Spesso poi i taxi non accettano pagamento elettronico, i taxi non fanno preventivi e in ogni caso la spesa è fuori controllo, nel senso che più ci mettono a portare il cliente, più si paga, mentre con uber si può richiedere un preventivo e con quello decidere e se si accetta, poi quello è il costo, a prescindere dalle variabili a cui sarà soggetta la corsa. E’ questo il tipo di servizi che rendono il servizio taxi sempre più obsoleto.

L’evoluzione dei mezzi digitali e della globalizzazione dei servizi ha, nelle alternative ai taxi, una sua interessante e moderna applicazione. Forse questo farà totalmente sparire il servizio taxi tradizionale, ma la soluzione non è fermare il progresso, quanto piuttosto reimpiegare e reinventare chi da quel progresso viene più colpito che aiutato, cioè i tassisti. Da sempre la modernità fa scomparire qualcosa e comparire un’altra, più comoda per le presone e in questo caso per le loro tasche. Il gas farà scomparire i carburanti tradizionali, internet ha infinitamente rafforzato il telelavoro, l’automazione sostituirà certi lavoratori. E allora? Non sempre si deve dire “viva il progresso”, il progresso va misurato sulla base dei criteri molto pratici: sostenibilità ecologica, economica, comodità, benessere generale della persona. Quando tutto questo è rispettato, allora combatterlo è sia antistorico che antisociale. Combattere è mancanza di vergogna, tipico delle caste.

Trump presidente, anche Reagan faceva paura. Ma chi temeva disastri fu smentito

Washington, 10 novembre 2016 – Il cow boy e il loose cannon! Nel vocabolario della sinistra il cow boy era Ronald Reagan. Ora il loose cannon, cannone libero o mina vagante, è Donald Trump. Reagan fu eletto nel novembre 1980. Poveri noi, si leggeva, ha il dito sul grilletto. È un anticomunista viscerale, un nemico della coesistenza pacifica. Farà scoppiare la terza guerra mondiale.

Sì, una guerra ci fu. Fredda, non calda. La vinse senza sparare un colpo. A Berlino crollò il muro. L’Europa dell’Est ritornò libera. L’impero del male si disintegrò. Il comunismo finì nella spazzatura della storia: sopravvisse nel revisionismo cinese, che copiando il capitalismo rinnegò se stesso.

E Trump? Un pazzo, un irresponsabile. Davvero sarà un pericolo per la pace? Sconforto e allarme regnano sulle due sponde dell’Atlantico. Giornali, televisioni, le intellighenzie universitarie, gli sponsor delle multinazionali globalizzate e dei trattati commerciali ammoniscono ad aspettarci il peggio. Sarebbero loro in esclusiva i garanti della stabilità e della sicurezza, anche quando, come sotto Obama, hanno contribuito a rendere il mondo più e non meno pericoloso, meno e non più sicuro, meno e non più prospero. Le analogie si fermano qui. Il 40esimo presidente non era solo il cow boy di mediocri western. Era stato un ottimo governatore in California. Dunque aveva quell’esperienza di governo che manca al 45esimo presidente. E anche il suo conservatorismo era diverso. Per rilanciare l’economia del dopo Carter, Reagan si riferiva a Milton Friedman, al monetarismo, alla supply side economy, alla deregulation amministrativa e sociale.

Trump ha idee meno dogmatiche. Il suo liberismo appare pragmatico, in linea con il suo elettorato: popolare non populista, in rivolta contro la globalization, contro la finanza speculativa, contro i poteri forti degli apparati, contro le multinazionali, contro l’immigrazione clandestina, contro il multiculturalismo, il buonismo, il politically correct, la refrattarietà a chiamare il terrorismo islamico con il suo nome. Non un elettorato conservatore, ma contrario alla conservazione dello status quo.

È l’elettorato bianco, ma sorprendentemente per un quarto anche ispanico. Medio-basso, feroce contro le élite newyorkesi. Dunque da Trump verrà un sì alla deregulation senza toccare il pubblico nell’assistenza e nella previdenza. Il che non toglie che l’Obamacare sarà annullata. Quella pasticciata riforma, la sola eredità di Obama, ha fatto esplodere i costi della sanità, senza peraltro coprire l’intera popolazione. E inoltre sarebbe incostituzionale.

Fonte: Quotidiano.net

Marco Pannella santificato

Marco Pannella si è spento lo scorso 19 maggio, all’età di 86 anni a Roma accompagnato dalla solita retorica che accompagna un defunto, come se la morte nobilitasse anche battaglie più discutibili ed esecrabili, spacciandole per civili, di quando era in vita. Senza dubbio Pannella è stato un grande protagonista della politica italiana, tuttavia secondo il filosofo Costanzo Preve, Pannella, insieme alla Bonino, non hanno rappresentato una forza politica, ma un elemento culturale di profonda corruzione civile e umana, avanguardia di un individualismo estremo e anomico. In effetti non risulta alcuna convinzione o idea in materia economia e in politica estera da parte di Marco Pannella; certo, il divorzio, la difesa del caso Tortora, la battaglia per avere carceri più umane sono condivisibili, ma ci si dovrebbe preoccupare anche delle vittime dei carnefici.

Pannella è stato paladino dei cosidetti diritti civili che hanno scardinato dalle radici la societa’ italiana, dimenticandosi dei diritti sociali, perché è più facile affossare, distruggere proporre una cultura della morte, piuttosto che nuove idee, elevarsi a Esseri Umani propugnatori di nuove opportunità, di vie d’uscita dalle situazioni più drammatiche della vita. Riportiamo un articolo dell’intellettuale Marcello Veneziani il quale, senza retorica, ci ricorda chi è stato davvero Marco Pannella, ormai in odore di beatificazione e che negli ultimi tempi pare fosse vicino a Papa Francesco, ma probabilmente solo perché attratto dal simile che scorgeva in Bergoglio, nel suo pauperismo e populismo.

 

“Questa volta ha fatto sul serio, anche se con l’aiuto di Qualcuno. Per più di mezzo secolo Marco Pannella ha giocato con la morte. Col digiuno a oltranza, con l’aborto, con la droga libera, con l’eutanasia. Ora che è morto sento di dover esprimere tre cose: il rispetto per una persona che muore, l’omaggio a un grande leader passato alla storia d’Italia e la convinzione che abbia contribuito – con la purezza radicale degli Impuri Dichiarati – a rendere peggiore l’umanità, la società e le leggi bioetiche di questo Paese.

Marco Pannella è stato un Predicatore Istrione che nel naufragio della politica italiana ha grandeggiato come un Mago Merlino. La sua aggressiva dolcezza, i suoi sorrisi feroci, la sua infrenabile oratoria, vittimista e protestataria… Da tempo i grandi temi etici, civili e incivili, che animano la politica italiana ed europea sono i temi che Pannella da decenni ha imposto all’attenzione della gente: l’aborto, la droga, l’eutanasia, il libero sesso, le unioni civili, l’omosessualità, i transgender, le separazioni, le manipolazioni genetiche, la pena di morte, il garantismo, l’animalismo, l’obiezione di coscienza, l’ingerenza della Chiesa, e via dicendo. Tanti anni fa il filosofo Augusto del Noce prevedeva il suicidio del comunismo e al suo posto la nascita di un partito radicale di massa. È esattamente quel che è avvenuto, con una sinistra che modula la sua battaglia etica sui temi civili indicati dai radicali di Pannella, magari riveduti e corrotti dal cinismo politico e dal politically correct. Se il partito radicale di massa è nato a sinistra – anche se trova simpatizzanti pure sul versante opposto – non è giusto tributare omaggio al suo precursore, il radicale Pannella? Portate in trionfo la sua salma, dal Colosseo ai Fori Imperiali. Non è stato lui a cogliere i frutti del sessantotto e a mutare la rivoluzione sociale ed economica, la lotta di classe, nella rivoluzione sessuale e dei costumi? Non è stato lui il capofila dell’Italia radical e individualista, libertina e permissiva?

Marco Pannella: l’antagonista numero 1 dell’Italia

Marco Pannella è stato l’antagonista principale dell’Italia e della sua tradizione; il vangelo radicale è molto più nichilista, irreligioso e laicista di quello comunista. Pannella fu la sintesi tra Savonarola e Pietro l’Aretino, profeta piangente di una società gaudente. Quasi tutte le sue campagne corteggiavano la morte. Pannella è stato lo shaker di Eros e Thanatos, liberalizzazione del sesso e della morte, ma con grande afflato ideale. Spacciatore di individualismo tra i collettivisti, marcotrafficante di un liberismo applicato alla vita, alla morte e al sesso, primo denigratore del Parlamento dove mandò gente come Cicciolina e latitanti come Toni Negri, Pannella attraversò e sfasciò i poli di destra e di sinistra. Gettò per decenni il suo cadavere virtuale sulla bilancia della politica italiana, si lamentò in continuazione e fece la vittima, salvo poi mettersi all’asta tra i poli. Riuscì a far avere alla radio radicale tanti soldi pubblici sia come servizio pubblico che come giornale di partito (ovvero, la Rai e l’Unità messe insieme..).

Tuttavia non si può negare che fosse l’ultimo dei grandi leader carismatici e l’ultimo dei grandi oratori e predicatori laici, se non blasfemi. Ha avuto interlocutori come Pasolini e Sciascia, solo per dirne un paio. Con la Bonino fu la coppia reale di quest’Italia che non fa figli, promuove gli aborti e le separazioni, liberalizza la droga, il sesso e l’eutanasia. E’ stato anche un vero garantista e ha combattuto anche giuste battaglie contro la giustizia faziosa, la discriminazione politica e la partitocrazia. Ricordo pure una sua splendida orazione a un congresso del vecchio Msi dove usò l’argomento più formidabile contro il partito d’Almirante: non lo accusò, come tutti, d’essere fascista ma di non essere all’altezza del fascismo, che a suo dire fu grande, seppur di una grandezza tragica, ed ebbe giganti come Rocco, Gentile, artisti, scrittori, ministri ed eroi. Il testacoda di Marco Pannella costrinse Almirante a dire che il fascismo è ancora qui, in questo partito; una dichiarazione di continuità vivente mentre cercava in quegli anni di storicizzare il fascismo. Nei dibattiti televisivi Pannella sapeva usare armi demagogiche, aggressioni verbali e anche astuzie da venditore di tappeti. Una volta con la Bonino saltarono un dibattito in Rai perché i due non volevano che tra gli interlocutori ci fossi anch’io che li avevo criticati apertamente, pubblicando le foto di aborti da loro praticati. Perché è permesso far vedere in tv i condannati alla pena di morte e non gli aborti?

Marco Giacinto passerà alla storia, ma una storia brutta, che non ci piace. Ha rappresentato al meglio il peggio degli italiani, ha dato dignità ideale alla divinità cinica ed egoista di Kazzimiei. La beffa finale è l’ossequio unanime a lui tributato da partiti e istituzioni, la simpatia del Papa e dei vecchi marpioni democristiani. Ma soprattutto la beffa di passare da profeta della trasgressione a Santo Patrono del peggior conformismo dei nostri tempi, quello bioetico e antifamilista, a colpi di omolatria e pedofobia. Chi oserebbe oggi contraddire i dogmi di Papa Pannella? Fece il miracolo di tramutare i peccati in virtù. Santo subito. Portatelo in processione sotto una campana di vetro, come le madonne e i padri pii. San Marco Giacinto, patrono di un’Italia radicale e sradicata, conformista nella trasgressione, bigotta nel turpiloquio”.

Di Marcello Veneziani http://www.marcelloveneziani.com/pannella-santificato.html

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