‘Il prezzo del tempo’. La percezione del fattore temporale secondo Ilaria Marchioni

Ne “Il prezzo del tempo, così come si evince dal titolo, Ilaria Marchioni propone un’attenta riflessione su quella che è la percezione del fattore temporale da parte dell’uomo di oggi, figlio della tecnologia e della modernità caotica, soffermandosi su tutti quei meccanismi inconsci che ci inducono ad allontanarci dalle cose realmente importanti e dagli obiettivi che razionalmente vorremmo raggiungere.

Ponendo l’attenzione sull’importanza del momento presente, sul valore di ogni singolo istante, sulla capacità dell’essere umano di auto-osservarsi e sulla consapevolezza di sé che ognuno dovrebbe acquisire, l’autrice suddivide l’opera in tre capitoli inerenti ai tre pilastri sui quali si basa la nostra esistenza vale a dire: i pensieri, le emozioni e il corpo, una triade che non solo costituisce il nostro essere ma che ci pone in collegamento con l’altro.

Ogni capitolo è a sua volta strutturato in paragrafi in cui vengono elencate, in termini di prezzo da pagare, le cause e le credenze inconsce responsabili della perdita di tempo. Riflessioni supportate, a fine paragrafo, da tre sezioni relative a domande di autoconsapevolezza, a strumenti pratici o spirituali per una trasformazione da attuare in autonomia, e ad apprendimenti, decisioni e nuove azioni da appuntare e consultare quando se ne avverte la necessità.

Nel capitolo dedicato ai pensieri si evidenziano, in particolar modo, quei condizionamenti familiari, educativi e religiosi, oltre a quelli legati alla percezione del passato, del futuro e del denaro, che ci impediscono di utilizzare il tempo in modo produttivo.

Analogamente in quello dedicato alle emozioni, si pone l’accento su quegli atteggiamenti e stati emotivi controproducenti, come ad esempio il rancore, l’orgoglio, la paura, la rabbia e le illusioni che, se non gestiti in modo consono, possono vanificare tutti i buoni propositi per una trasformazione interiore. Nella parte relativa al corpo, invece, vengono menzionate le più comuni cattive abitudini tipiche del nostro tempo quali, ad esempio, la fretta, la pigrizia e le dipendenze da cibo spazzatura e farmaci di sintesi che, se prese alla leggera e reiterate nel tempo, possono recare seri danni sia a livello fisico che interiore.

Avvalendosi dunque di una importante esperienza personale e professionale, nonché di concetti appartenenti a discipline come la fisica quantistica, la psicologia, le neuroscienze, le tecniche di rilassamento e meditazione, unitamente ad uno stile di scrittura chiaro e scorrevole, Ilaria Marchioni propone una panoramica dell’argomento molto ben articolata ed esaustiva, in grado di offrire al lettore esempi concreti, ottimi spunti di riflessione e suggerimenti che, se applicati in modo costante e consapevole, possono davvero instradare verso la realtà desiderata: “Il tempo è il nostro migliore alleato per vivere la vita che davvero vogliamo. Allora va difeso, protetto, costruito, indirizzato”.

 

 

Titolo: Il prezzo del tempo

Autore: Ilaria Marchioni

Genere: Saggistica

Pagine: 264

Prezzo: 14,90 €

 

 

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‘Storie irrilevanti’ di Matteo Deraco, EDILab Edizioni

Matteo Deraco, spinto dalla passione per la scrittura studia sceneggiatura cinematografica, per poi arrivare alla narrativa che è, ancora oggi, il suo strumento di espressione preferito.

Dopo anni di concorsi dedicati ai racconti decide di mettersi alla prova e raccogliere i suoi scritti pubblicando “Racconti di storie irrilevanti” con EDILab Edizioni.

A fare da sfondo a questa raccolta di racconti è la città di Roma. Dopo anni passati a bramare la solitudine Matteo si interroga su quanto il mondo intorno a lui sia cambiato, e cerca un posto in cui finalmente essere sé stesso, libero dai preconcetti e dai giudizi degli altri. Nel primo racconto l’autore si chiede giustamente quale sia il prezzo per diventare grandi. Il racconto “Pornoerotico” ha un ottimo finale a sorpresa. Il racconto “Puzza di inchiostro” è un’ottima descrizione dei premi letterari italici. Ma in ogni racconto vi sono cose molto interessanti ed aforismi,  che ricordano quello che Raboni scrisse della poetessa Vivian Lamarque, ovvero che le sue intuizioni erano delle coltellate oltre ad essere illuminanti.

Questo non è un libro ispirato dalla paura della morte, dalla precarietà dell’esistenza, da una cifra trascendente, ma in esso vi è sottotraccia, implicito  un autentico atto di fede nei confronti della vita. La vitalità trasuda da ogni pagina. Non è un libro filosofico sull’essere e il nulla, ma è un’opera che riguarda i problemi veri dei giovani. Deraco è un ottimo compagno di viaggio, che parla col cuore in mano. È una raccolta di racconti ben scritta, ma in cui Deraco non ricerca la letterarietà a tutti i costi. Non c’è la ricerca spasmodica della descrizione puntigliosa né dell’intreccio avvincente.

Le storie vengono definite “irrilevanti” dall’autore per modestia e non perché lo sono veramente. Ogni racconto è un exemplum. Roma non viene descritta ossessivamente, ma solo alcuni episodi della vita giovanile romana. Forse l’autore definisce le sue storie “irrilevanti” perché a Roma niente scandalizza e fa notizia, come sintetizzava egregiamente Flaiano con la storia dell’avvento di un marziano nella città eterna, che dopo qualche ora non se lo filava più nessuno.

Infatti le storie di Deraco non sono scritte tanto per stupire, ma per chiarire a sé stesso e al lettore certe dinamiche della vita. Sembra quasi che l’essenza stessa dell’opera stia nei fitti dialoghi e nelle considerazioni sempre interessanti sull’esistenza, che non diventano mai elucubrazioni cervellotiche. Lo scrittore rifugge da ogni intellettualismo e trova leggi generali della vita. Non ha retaggi nei confronti del “secolo breve”. Ha i piedi ben piantati nel duemila.

Non rispolvera il vecchio né lo rimpiange. Parla di sesso ma non in modo volgare. Il suo è un punto di vista maschile senza essere maschilista. Non è centrato su sé stesso, ma orientato verso gli altri. Il dettato è sempre trasparente. È sempre chiaro e se qualcuno volesse disquisire sul discrimine chiarezza/oscurità bisogna ricordarsi che lo hanno già fatto magistralmente Fortini e Parise sulle pagine del Corriere della Sera nel 1977.

Nei racconti di Deraco assistiamo ad una pluralità di voci. Se prendiamo i canoni di Alfonso Berardinelli riguardanti lo stile dell’estremismo  (retorica dell’oltranza,  ontologia, prevalere della teoria sui fatti) Deraco non si adegua al conformismo autoriale. È un libro equilibrato, agrodolce; le riflessioni in esso contenute hanno un certo spessore gnomico. È anche un libro sincero perché Deraco non ha mai paura di mostrare la sua baldanza né la sua vulnerabilità. Sicuramente sono sottintese due cose in questa opera: 1) la parola può risarcire quasi ogni ferita della vita, la può risanare. 2) il mondo è un teatro come in Pirandello e Schopenhauer.  L’autore mette in scena autenticamente sé stesso o gran parte.

Questa è una narrativa adeguata alla realtà,  ma che non si adegua ideologicamente ai tempi. Deraco non è figlio della sua epoca, la sua ricerca lo porta al di fuori del mainstream,  del pensiero dominante; si libera invece dagli idoli senza cadere preda di irrazionalismi.  Tondelli scriveva che leggiamo letteratura moderna per “ritestualizzare il nostro mondo” ed in effetti con Deraco ci aggiorniamo sul mondo italico, soprattutto quello giovanile. Inoltre il cristianesimo è Dio che si fa uomo ed allora perché non leggere un libro che diverte e allo stesso tempo tratta delle nostre debolezze umane? Concludendo, questo libro si può riassumere efficacemente con le parole di Antonio Machado, che diceva di cercare assieme a lui la verità.  Deraco vuole coinvolgere il lettore non solo emotivamente  ma anche dal punto di vista conoscitivo ed esistenziale. Alla fine con lui si approda anche a delle verità umane ed esistenziali. Ciò non è affatto poco. Ecco alcuni estratti molto convincenti del libro:

“Perché penso che diventeremo come tutte le coppie che parlano solo di lavoro e con l’andare del tempo smettono di sorridersi, ma si rifugiano nell’altra persona solo per vomitare rotture di coglioni. Poi, per non sentirci più, ci ritroveremo su un divano

ognuno con il proprio cellulare in mano a scorrere su e giù le pagine internet senza nemmeno vedere quello che stiamo guardando.”

“Non so per quale motivo, ma a un certo punto le persone semplicemente cambiano, per un periodo vesti di blu poi, di punto in bianco passi al verde poi, dopo un po’ di tempo passi al rosso, cose del genere. Fa parte della natura di ognuno. Perlomeno di chi è normale, perché poi c’è anche chi, semplicemente, passa da un estremo all’altro, senza coerenza. Rinnegare sembra essere la moda del 2020. Rinnegare la fede politica, rinnegare la fede calcistica, rinnegare la fede, rinnegare gli amici, rinnegare la famiglia, rinnegare l’amore, rinnegare l’odio, rinnegare i propri sogni. Alla fine si finisce per rinnegare se stessi.”

“L’aria di Roma mi schiaffeggia e io resto un po’ imbambolato. L’odore di schifo mi entra nelle narici. Sa di merda e di vomito, di smog e di cimitero.Mi stranisce. Mi fa vacillare.Eppure mi piace sempre.”

“Vado avanti così, un pezzo separato dall’altro, e io separato da tutto, cercando di tenere tutto insieme, ed è questo che rende la cosa logorante, estenuante. È questa

la parte dura: dover tenere tutto insieme, ed è dura proprio per la mia incapacità di legare le cose.Tutto assomiglia a un fottuto puzzle, con dei pezzi che creano il quadro generale solo quando sono separati. Non ci riesco a metterli insieme quei maledetti pezzettini, e renderli parte della mia vita, li vivo separatamente, in maniera disgiunta gli uni dagli altri.”

 

‘Le due vite di Tu’, il romanzo di formazione di Aldo Cernuto

Solo dalle ferite può uscire un respiro vitale, che coincide con un cambiamento esistenziale che ha il sapore di una pacificazione familiare: è questo uno dei messaggi che contiene il romanzo di Aldo Cernuto, copywriter e direttore creativo in network pubblicitari, dal titolo Le due vite di Tu, romanzo di formazione sotto forma epistolare che non risparmia al lettore un doppio finale.

Le due vite di Tu racconta i due momenti contrapposti della vita del protagonista: nella prima parte l’autore si concentra sulla nascita fino all’adolescenza di un bimbo in apparenza ritardato, figlio di genitori separati.

E’ il padre a rivolgersi a suo figlio, facendo mea culpa e spiegandogli le cose della vita, affinché cresca forte e consapevole. Al momento T segue il momento U che si svolge ai giorni nostri: il protagonista, ormai realizzato professionalmente, fa un bilancio della propria vita, bilancio che lo condurrà verso una resa dei conti finali toccante e drammatica.

Il romanzo è un tirare le somme della propria esistenza fatta di errori più o meno deliberati, indispensabili per avere quel coraggio che basta per prendere per mano il proprio figlio e condurlo sulla strada della maturità. L’uomo ricorda le tappe decisive della vita del figlio con dolcezza e precisione quasi avesse un diario sotto gli occhi:

“La svolta della tua vita, o perlomeno l’abbrivio verso la curva decisiva, avvenne un venerdì sera, nel mese d’aprile del 2011. Rientravi da una giornata trascorsa distribuendo volantini in centro: cinque euro all’ora per promuovere un candidato alle imminenti elezioni comunali. Data la misera retribuzione, l’avresti detta una campagna non tanto in suo favore, ma contro di lui. Rientrato a casa con i piedi a bollore, trovasti un solo studente: gli altri erano tornati alle proprie famiglie per il weekend. Fu proprio lui, intento a curare con aria assente delle uova strapazzate, a parlarti di un’offerta di lavoro vista online: pensava potesse interessarti perché, disse testualmente, cercano uno che sa scrivere”.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è rappresentato dal ruolo, dalla funzione salvifica della scrittura, che come sosteneva Aharon Appelfeld può diventare la porta d’ingresso per quel mondo che sta nascosto dentro di noi. La parola scritta ha la forza di accendere la fantasia e illuminare l’interiorità.

In tal senso l’uomo, rendicontando la propria esperienza e riflettendo sulla genitorialità, mette a frutto due grandi doti dell’essere umano, la “parola” che dà  suono ai pensieri, e la “scrittura” che conferisce loro un senso nel tempo.

 

Genere: Narrativa/Romanzo di formazione

Pagine: 241

Prezzo: 16,64 €

 

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Brunella Giovannini autrice dell’avvincente romanzo ‘L’essenza del tempo’

Brunella Giovannini è nata a Reggiolo (Re).  Nel 2015 ha  esordito con il romanzo “Un volo di farfalle” e si è aggiudicata il terzo premio nella 40° Edizione del “Premio Città di Fucecchio”. Nel 2016 sempre Edizioni Leucotea ha pubblicato il suo secondo romanzo intitolato “Tra i segreti di Villa Aurelia” e ha conseguito il terzo premio per la narrativa edita nell’ottava edizione del Concorso Letterario promosso dall’Associazione “Club della Poesia” di Cosenza.  “L’arcano degli angeli”, suo terzo romanzo, ha ottenuto una menzione d’onore nella XXI Edizione del Premio “Emozioni e magie del Natale” di Piacenza. “L’essenza del tempo” è il suo quarto romanzo. L’autrice ha conseguito anche numerosi consensi e premi in ambito poetico.

L’essenza del tempo: trama e contenuti del romanzi di Brunella Giovannini

Ombretta, la protagonista, dopo il dissesto economico della famiglia, che risiedeva in un podere nella bassa padana, è costretta a trasferirsi negli anni settanta nell’hinterland milanese. Qui suo padre lavora alle dipendenze di un conte gentile. La bambina fatica ad ambientarsi, ma trova due amiche piene di vitalità, originarie del Sud.

Ombretta con le amiche  nel giorno del suo ventitreesimo compleanno viene investita da una auto pirata, che la riduce per sempre invalida su una sedia a rotelle. Una di queste amiche perde la vita. E dire che tutto sembrava andare per il meglio ad Ombretta, che lavorava in una fabbrica di profumi grazie a quel galantuomo del conte Montenuovo!

Il titolo del libro prende proprio il nome da un profumo di quella ditta, ma è meglio non spoilerare troppo. Ombretta assumerà come badante una donna che è stata in carcere per un delitto, ma essa è una persona nuova ormai, ha capito i suoi sbagli, è avvenuta la sua redenzione etico-religiosa. Dopo tanti anni Ombretta ritrova un amico di vecchia data ed è amore. Penseranno insieme al futuro. Progetteranno insieme il futuro, nonostante alcune contrarietà.

Il romanzo ha una trama avvincente. È meglio non raccontarlo tutto. L’intreccio è complesso, fantasioso senza finire nel fantastico. Come in ogni trama avvincente non mancano i colpi di scena. Alcuni colpi di scena scaturiscono dai salti di luogo e di tempo. Perché una trama desti attenzione nel lettore secondo Todorov bisogna che ci sia una piccola perturbazione nel plot, un elemento che spezzi l’ordinarietà, il quotidiano.

Anche secondo Propp, sebbene lui tratti le fiabe, c’è in ogni trama che si rispetti la rottura di un equilibrio iniziale e poi le peripezie, le vicissitudini del protagonista. In questo romanzo abbiamo l’incidente stradale che causa la disabilità alla protagonista. È questo il cambiamento di rotta, il twist plot come direbbero gli americani.

Tutto è ben congegnato, ben architettato. Secondo alcuni studiosi si può scrivere un romanzo anche senza una trama e secondo altri studiosi una trama vale l’altra. Secondo questi letterati l’importante è l’invenzione linguistica, lo shock verbale, la narrazione. Secondo altri è inutile esercitare l’immaginazione perché la vita la supera sempre, ci sorprende sempre, è sempre più creativa della nostra mente.

Un romanzo avvincente

Secondo la recente critica letteraria un buon racconto deve essere straniante, mentre un romanzo deve essere polifonico (come scrive  Michail Bachtin). Questo romanzo, che è di pregevole fattura, rappresenta una eccezione alla regola. Esistono i capovolgimenti di fronte, anche se non ci sono rovesciamenti di punti di vista (straniamento), né rotazione o carrellata di punti di vista (polifonia). In questa opera non è importante la prospettiva, non ci sono i cosiddetti paradossi prospettici.

Qui è determinante invece la storia. La cosa più importante in prosa è avere una storia da raccontare. Un conto è tutta la teoria della letteratura. Un conto è disquisire sugli ingredienti che dovrebbero costituire un capolavoro ed un altro è scrivere un romanzo. Inoltre un altro pregio del libro oltre al fatto di non essere costruito a tavolino secondo certi canoni letterari è che non è assolutamente un romanzo saggio.

Il romanzo di Brunella Giovannini non è reale ma è realistico. Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale, ma tutto potrebbe essere vero. La scrittrice non vuole interpretare la vita, spiegarla, decodificarla, chiarirla, ma vuole solo raccontarla; è la cosa più difficile perché la Giovannini deve estraniarsi dalle congetture intellettuali ed aderire alla realtà, pur rimanendo giocoforza nell’ambito della fiction.

In questa opera si avvicendano i personaggi, che sono ben tratteggiati. Ogni figura ha la sua funzione nell’economia del libro. L’essenza del tempo è la dimostrazione che una trama molto interessante insieme ad una buona narratività possono rendere più che dignitoso un libro. È la dimostrazione che per essere romanzieri ci vuole una ideazione spiccata, bisogna anche sapersi inventare storie oltre che saperle narrare.

L’essenza del tempo è la conferma che una storia originale (senza scadere nel surreale, nel surrealismo, nel realismo magico, così abusato) può diventare esemplare. L’autrice ha qualcosa da raccontare a differenza di molti narratori, che sono soporiferi. La lettura è piacevole e non annoia mai.

La rielaborazione del reale

Inoltre ogni letteratura anche quella più fantastica si ispira al reale e ad essa è strettamente connessa. La scrittrice però ha saputo trasfigurare, rielaborare il reale. Di certo trattare anche della bassa padana è una scommessa, una sorta di sfida. Può essere a seconda dei gusti un punto di forza o un punto debole perché la bassa padana rievoca nella mente dei lettori le atmosfere magiche, lunatiche di Cavazzoni, Bevilacqua, D’Arzo, Delfini.

Ma ciò ricorda anche un celebre film come Novecento di Bertolucci. Di certo la Giovannini sa scrivere. È ancorata alla tradizione. Non cede alle lusinghe dello sperimentalismo. I personaggi, i fatti, i luoghi, le circostanze, le vicende sono descritte ottimamente. Niente è lasciato al caso.

L’autrice è esauriente e non si sofferma mai troppo. Non è mai sciatta per voler essere a tutti i costi scorrevole. I periodi sono elaborati ma mai involuti. Cura i dettagli, è attenta e scrupolosa nel linguaggio. Ha ottima proprietà di linguaggio. Non è nemmeno  troppo prolissa per far vedere quanto sa padroneggiare la lingua italiana.

Un romanzo come questo necessita di una buona mano e anche di qualche stesura. Probabilmente diversi sono stati i ripensamenti, le aggiunte, i tagli. Ma alla fine tutto è stato calibrato e ponderato. È stata soppesata ogni parola, ogni frase. Viene da chiedersi perché una scrittrice talentuosa non sia assurta alla cronaca nazionale?

Ebbene moltissimi scrivono al mondo di oggi. Pochi leggono. Poi certe tematiche possono interessare ed altre no. Sono molteplici i fattori in gioco. Un tempo gli scrittori avevano consensi e popolarità. Come scrisse Stanisław Jerzy Lec un tempo gli dei erano immortali. Oggi nessuno è più immortale.

L’aspetto più rilevante del L’essenza del tempo è la possibilità di riscatto della badante, che ha avuto dei precedenti penali, ha addirittura commesso un omicidio, ha pagato il fio e viene presa a lavorare, nonostante iniziali perplessità, dalla protagonista Ombretta. Sorge spontanea una domanda cruciale: come rapportarsi di fronte ad una persona che ha sbagliato? Sarebbe saggio riconoscere le nostre fratture che ci potrebbero portare anche noi a sbagliare e poi cercare di dare un’altra possibilità alla persona che si è macchiata di una colpa.

Secondo una regola di vita condivisa l’importante è non fare favore né ricevere favori da chi delinque, ma allo stesso tempo non bisogna discriminare chi ha già sbagliato e pagato. Una cosa che viene da chiedersi, dopo aver letto il libro, è se la vita si riveli di più nel suo svolgimento lineare, nel solito tran tran oppure in alcune anomalie straordinarie.

Forse la Giovannini ci vuole ricordare che nel corso di ogni vita c’è qualche incrinatura, qualche punto di rottura. Bisogna farci i conti. Infine un’altra cosa fondamentale è lo spiraglio finale che apre. La protagonista è speranzosa, può ripartire, può ricominciare. Alla base di tutto come in ogni storia che si rispetti c’è un trauma, così come di solito è un trauma che spinge a scrivere, a sublimare la propria sofferenza. Jung nel “Libro rosso” scrisse: “Le cose che accadono sono sempre le stesse”.

Non è sempre uguale invece la profondità creativa dell’essere umano. Le cose di per sé non significano nulla, assumono un significato soltanto dentro di noi. Siamo noi a dare significato alle cose. Il significato è ed è sempre stato artificiale. Siamo noi a crearlo”.

Secondo Adler, fondatore della psicologia individuale, l’uomo per dare un senso alla propria vita deve risolvere il problema occupazionale, il problema sociale e deve trovare l’amore. Infatti la protagonista del libro si realizza soltanto dopo aver risolto queste problematiche. Questo libro è una buona lettura, per i più piccoli potrebbe essere edificante, per cui non si potrebbe parafrasare la celebre espressione di Baudelaire “ipocrita lettore, mio simile, fratello”.

In ogni caso questo libro può comunque riguardare ognuno di noi perché ad ognuno di noi possono accadere queste cose: come dicevano gli antichi “de te fabula narrator”.

 

Davide Morelli

 

 

‘Il tradimento dei chierici’ di Benda. Quando intellettuale vuol dire cialtrone

La gracilità del pensiero, la sua debolezza, consiste soprattutto nell’acritica uniformità al reale, nella resa incondizionata al sopruso del presente. La sua inanità si palesa col grido strozzato per convenienza e opportunismo, per quello che la vile bruzzaglia chiamerebbe il “tirare a campare”. In questo tempo in cui finanche stringere la mano di un amico è considerato un atto sconveniente, in cui il contagio virale sembra aver avvolto ogni cosa di ombre o da un precoce crepuscolo, l’intellettuale ha adeguato la sua retorica all’innocenza e le sue esibizioni allo spensierato passatempo; lo scienziato ha vestito la livrea del lacchè per fare inchini e salamelecchi in programmi televisivi di terz’ordine e lo scrittore, infine, ha condito delle solite facezie i libercoli che si vanta di presentare a questa o a quell’altra fiera estiva della vacuità.

Il chierico, invece, ossia l’intellettuale, colui che con accanito sprezzo della modernità e disgusto per la gregaria dipendenza dall’accolita dei tromboni, purtroppo appartiene a un evo lontano. Questo guerriero che un tempo si serviva delle asprezze del pensiero come testuggini lanciate contro la mediocrità dell’imbelle marmaglia, oggi, come direbbe Julien Benda, ha tradito il suo mandato e si è seduto alla ricca mensa del compromesso. Il chierico, scriveva Max Weber in La politica come professione,

“[…] era estraneo alla dinamica dei normali interessi politici ed economici e non cadeva nella tentazione di aspirare per sé e per i suoi discendenti a un potere politico autonomo di fronte al signore, come invece avveniva nel caso del vassallo feudale”.

Il chierico, insomma, non lustrava le scarpe ai potenti, né blandiva gli scranni della politica. Egli si piegava, sì, ma soltanto a colpi di frusta o a beveroni di cicuta. Il suo perenne stato di avversione per la mostruosa canea di coloro che si azzannavano per un titolo o una prebenda, lo proteggeva come un’impenetrabile armatura.

L’intellettuale dei nostri tempi, un uomo da corvée dominato da meschine passioni, si concede invece a qualsiasi tribuna o arena in cui, per lo più, ogni amena conversazione sfocia in lite o nel volgare tafferuglio da trivio. Per un vitalizio, una pubblicazione o una cattedra invaderebbe la Polonia.

Dove un tempo Erasmo si difendeva dalle lusinghe dei suoi adulatori con il concedo nulli, il motto che era diventato la sua panoplia, e Michelangelo bruscamente ordinava al papa di uscire dalla Sistina nella quale disturbava il suo lavoro o Spinoza rifiutava con garbato sdegno la cattedra di filosofia offertagli dall’Elettore del Palatinato, questi miserabili figuri non aspettano altro che qualcuno schiocchi le dita per dare prova del loro infimo giullarismo. Uno spettacolo indegno, una mostruosità assoluta.

La vile trahison perpetrata dai chierici che hanno abdicato al loro ruolo di fustigatori di coscienze, di assoluti servitori dell’intelletto e dello spirito, di accusatori dell’ignominia e del sopruso, per sedersi invece dalla parte degli oppressori, dei malfattori, ruffiani e malversatori, sarà ricordata come la pagina più triste di questo periodo di contagiosa ossessione pandemica.

Il loro vergognoso silenzio, la colpevole afasia, l’incomprensibile balbettio, accenderà una luce di lugubre vergogna sui loro pensierini vaccinati, sulle azioni sterilizzate, sui loro libriccini innocui, sulle loro esistenze inutili e parassitarie. L’urlo di quei pochi esempi di resistenza intellettuale, invece, è vox clamantis in deserto.

Intanto, il discorso para-sanitario, come una ciarla, domina le nostre giornate angustiate dai bollettini medici e dai protocolli di sicurezza. Del metodo della scienza, ossia ciò che fece di Cartesio e di Galileo i padri putativi della modernità, si sono perse le tracce. Oggi, così ci viene detto, “della scienza bisogna avere fiducia” perché la sua verità è nei dati, nelle statistiche, nei risultati. Eppure, si dimentica facilmente ciò da cui Benda nel Il tradimento dei chierici ci mise in guardia:

“[…] il valore morale della scienza non è nei risultati, che possono fare il gioco del peggiore immoralismo, ma nel metodo, proprio perché questo insegna l’esercizio della ragione in spregio a ogni interesse pratico”, giacché “[…] la scienza è un valore clericale solo nella misura in cui cerca la verità per se stessa, prescindendo da ogni considerazione pratica”.

 

Vincenzo Liguori

‘Cosa rimane’ di Rita Pacilio: l’esordio narrativo della poetessa beneventana

Cosa rimane, edito da Augh Edizioni, segna l’esordio narrativo della poetessa e scrittrice Rita Pacilio.

Rita Pacilio, classe 1963, è una poetessa, scrittrice, sociologa, mediatrice familiare beneventana. Si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz.

Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra, Quel grido raggrumato, Il suono per obbedienza, Prima di andare, Al polso porto catene, La venatura della viola. Per la prosa poetica: Non camminare scalzo, L’amore casomai. Per la saggistica: Pretesti danteschi per riflettere di sociologia. . Pubblicazioni di letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi, Cantami una filastrocca, La favola dell’Abete, La vecchina brutta e cattiva.

Cosa rimane: Sinossi

Il romanzo Cosa rimane è uscito lo scorso Aprile per la collana Frecce.

“… avresti dovuto vedermi davanti allo specchio… io e la tua voce nelle cuffiette… come mi toccavo. Come oltre a dirtelo, lo
facevo…”.
Lorena legge. Occhi sbalorditi. Un concentrato di emozioni le danno un bruciore alla nuca. Sta lì, muta e seduta nella sua
poltrona da cui il collo spunta esile come il gambo di un fiore dal vaso. Fa risalire velocemente il cursore sulla “x” e richiude la mail salvata nella cartella “Tua per sempre”.

Duecentoventicinque sottocartelle, con duemilanovecentosessantasei file: la vita di Clara in un file zippato. Sente nello stomaco una voce che vuole risalire fino alla gola. Non esce nessuna parola. Al lato delle labbra si apre un solco scuro, una semplice compostezza come quella che portano sul viso le donne di altre generazioni. Si alza di scatto. Fa cadere la maglia dallo schienale. Non la raccoglie. Con la mano sinistra abbassa in fretta lo schermo del portatile: Ma perché non me lo hai detto? La vista si incolla al vuoto della parete di fronte. Si ammucchiano i pensieri in cui Clara appare un piccolo sole, immobile e dorato, in bilico tra l’oscurità e il chiarore dell’alba. Clara, la sua amica. Clara malata, così fragile, così triste. Clara, l’amante di una donna.

Lorena è una donna abituata a fare i conti con i sentimenti eterni: l’amore, la rinuncia, la paura, l’umiliazione, la vergogna, la privazione. L’incontro con Clara dà inizio a un’analisi degli avvenimenti del suo passato, che ora rilegge illuminati da una nuova coscienza. Clara, in punto di morte, le affida la sua borsa, in cui c’è una pennetta USB e un grande segreto. Entrano in scena personaggi come Luca D., l’uomo ombroso conosciuto in rete, gli amici del Centro di ascolto, Mirna, padre Alfonso e Luca, il senzatetto in fuga da un fallimento familiare che la saluterà con una lettera.

Lettera che sembra l’ultimo tassello di una storia di migliaia di missive, di scritti, di testimonianze d’amore che ora Lorena riconosce come ipotetici sviluppi del resoconto della propria vita. Sarà un video di Clara a metterla di fronte a una decisione molto importante: una caccia al coraggio per dare valore alle sue storie passate, al suo presente che, nonostante tutto, continua a essere carico di sorprese e colpi di scena.

Tradotta nel corso della sua carriera letteraria in greco, romeno, francese, arabo, inglese, spagnolo, catalano, georgiano e napoletano, con questa storia ambientata tra il Nord e il Sud dell’Italia negli ultimi anni Duemila, ma con rimandi storici che vanno dagli anni Cinquanta ai Novanta, l’autrice attraverso la protagonista Lorena e i personaggi collaterali affronta tematiche fondamentali quali l’inclusione, la diversità e l’incontro virtuale, toccando sentimenti forti in cui riconosciamo nitidamente l’amore, la rinuncia, la paura, l’umiliazione, la vergogna e la privazione.

“Ci sono voluti anni di poesia e memoria, sentimenti e incontri per fare l’esperienza del romanzo – ha dichiarato la scrittrice Rita Pacilio. Potrei definire Cosa rimane un osservatorio sulla storia, ma anche sulla contemporaneità. Vicende umane e destini che aderiscono a ferite aperte intrise di metafore malinconiche e al tempo stesso fiduciose. Fede, pathos e speranza animano la coscienza della protagonista, Lorena, che è la spia luminosa intorno a cui ruotano significati simbolici, personaggi e avventure”.

 

http://www.aughedizioni.it/prodotto/cosa-rimane/

 

Cosa sappiamo veramente di alcune espressioni contenute nei Vangeli? Il libro del teologo Aniello Clemente fa chiarezza

Quante volte anche persone che poco conoscono le Sacre Scritture utilizzano frasi bibliche per far colpo sul proprio interlocutore? E quante volte persone credenti danno un significato errato ai versetti dei Vangeli?

Il professor Aniello Clemente, docente di teologia, eclettico studioso e personaggio istrionico, fa chiarezza in un piccolo libro intitolato Quello che forse non sai… , Editrice Domenicana, su quello che crediamo di conoscere in merito al Vangelo, affinché l’insegnamento della religione cristiana, già considerato trascurabile se non assolutamente evitabile, si svolga in conformità con gli obiettivi formativi della scuola e con la metodologia adeguata, per offrire uno specifico contributo alla formazione integrale della personalità di chi impara.

Come recita la prefazione al libro, la lettura attenta dei quattro Vangeli porta a dei risultati sorprendenti. Molte delle convinzioni sulla storia di Gesù non hanno fondamento biblico, ma nascono da tradizioni religiose che nel corso dei secoli si sono sovrapposte a testi sacri fino a trasformarsi in cosiddette credenze popolari giunte fino a noi.

Quello che forse non sai… è un bisogno di una conoscenza storica più seria e documentata che un semplice libro per soddisfare delle curiosità.

Si prenda ad esempio la nascita di Gesù, i Vangeli non dicono nulla data, ma la storia ci può aiutare. La Palestina era sotto il dominio dei romani. Nel 63 a.C. Pompeo l’aveva conquistata e Gesù nasce mentre a Roma c’è Augusto. Questo dato lo ricaviamo dai Vangeli e nello specifico dai censimenti In Palestina ne fu stilato uno il VI-VII SEC d.c., quanto tal regione passò in mano ai Romani. In tale occasione divampò la rivolta del galileo Giuda. Di ciò è conservata traccia negli Atti degli Apostoli.

Gesù è morto sotto il successore di Augusto, Tiberio, l’attuale era cristiana fu stabilita dal monaco scita Dionigi il Piccolo, per unificare i vari calendari esistenti e per indicare che Gesù fu l’iniziatore di un’era nuova e il centro della storia. Secondo alcuni studiosi moderni Dionigi avrebbe commesso un errore, ovvero quello di ancorare l’era cristiana  al primo gennaio 754 a.C., senza accorgersi che alla data stabilita per la nascita di Gesù il re Erode era già morto.

Questi studiosi ritengono che la nascita di Gesù vada anticipata come minimo di sei-sette anni e collocata probabilmente al 6/7 a.C., ciò ovviamente vuole dire che alla sua morte il Messia aveva 37-38 e non 33.

Altra credenza da sfatare: la caduta di San Paolo da cavallo. Tutto ciò che sappiamo su San Paolo lo desumiamo dagli Atti degli Apostoli e dalle Lettere a lui attribuite. Saulo è figlio di genitori ebrei della tribù di Beniamino ed eredita la cittadinanza romana dal padre. Studia a Gerusalemme e diventa parte integrante del gruppo dei Farisei ed assiste alla lapidazione di Santo Stefano.

Ancora una volta l’iconografia può venirci in aiuto e Caravaggio ha centrato con il suo dipinto che raffigura il possente cavallo di Saulo che quasi schiaccia con il suo zoccolo il folgorato uomo che giace a terra. Ha centrato in quanto il grande artista dà senso alla costruzione delle Chiese, erette per i poveri, per far comprendere meglio il senso delle omelie attraverso i dipinti.

Tuttavia non c’è mai stato nessun cavallo: “Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi non vedeva nulla; e quelli conducendolo per mano lo portarono a Damasco” (At 9,8).

Nella società in cui viviamo è sempre più importante educare una persona, nel senso di generarla nella pienezza della sua umanità affinché il progetto culturale non venga distrutto dal relativismo e dallo scetticismo.

‘La saggezza del lupo’, la salvazione secondo Alessandro Venuto

Alessandro Venuto è nato nel 1983 a Chiavari (Genova) e vive a Milano dal 2011, nel quartiere Casoretto. Sposato con due figli, lavora come educatore in una comunità per la cura delle dipendenze e una per i minori. Si è occupato di meditazione in carcere; ha collaborato con Dario Fo ed autori Einaudi e Mondadori. Ha conseguito alcuni premi letterari ed ha ricevuto molti consensi critici. Ha poi esordito nel 2020 con il romanzo “In direzione opposta” (Edizioni Montag). Il suo nuovo libro, un romanzo di formazione, si intitola “La saggezza del lupo”, pubblicata sempre con le Edizioni Montag.

L’attività di Alessandro Venuto

Breve parentesi sull’attività lavorativa dello scrittore, il quale si occupa anche di tossicodipendenti, stigmatizzati ancora oggi e giudicati in modo particolarmente severo da certi moralisti. Poco importa sapere se la tossicodipendenza sia una fuga, la ricerca di un paradiso artificiale. Poco importa sapere se il tossicodipendente abbia iniziato per noia, senso di vuoto, trasgressione, automedicazione, autodistruzione, senso di impotenza, conformismo con il gruppo dei pari, culto dello sballo o per avere un momento di felicità.

Probabilmente esiste una concomitanza di fattori, ma non è questo che conta. Quel che conta è che oltre alle cure disintossicanti ci vuole la terapia della parola, la cura dell’animo. È questa la missione quotidiana dello scrittore ed è particolarmente meritevole aiutare ad uscire dal tunnel della droga. Un tempo veniva punito anche il semplice consumatore di droga.

Soltanto con il Testo Unico 309 del 1990 si legifera la non punibilità di chi detiene sostanze stupefacenti per uso personale, che viene solo segnalato dal Prefetto e riceve delle sanzioni amministrative. Un passo avanti nella legge. Ma prima di puntare l’indice su chi si droga bisogna ricordare che è solo il Ministero che stabilisce di volta in volta cosa considerare droga e cosa no.

Così come va ricordato che anche l’alcool è una sostanza psicotropa, nonostante la nostra cultura mediterranea lo tolleri e lo consideri un alimento quotidiano con cui pasteggiare. Queste sono tra le ragioni per cui leggere il primo romanzo “In direzione opposta”.

La saggezza del lupo: trama e contenuti

Invece ne “La saggezza del lupo” il protagonista è Luca Amato, cresciuto per strada e legato dalla adolescenza ad un gruppo criminale, con cui rompe dopo essersi messo con una prostituta cinese. La criminalità è una strettoia. È molto ridotto il margine di scelta. Eppure nonostante certi vincoli il libero arbitrio esiste sempre. È questo che vuole dirci Venuto, anche se come cantava De Gregori gli stessi malavitosi “sono giovani vite dentro una fornace”.

La criminalità minaccia, spara, uccide. Ha le sue regole, la sua logica spietata, non c’è mai niente di giusto. La criminalità potrebbe essere la chiave di volta per analizzare l’intera società di massa occidentale. Lo scrittore Paul Goodman paragonò la nostra società ad una stanza chiusa, dove i cittadini sono come dei topi che fanno una corsa, girando a vuoto. Per molti intellettuali non c’è via di uscita.

Eppure ognuno, anche i più disperati, hanno la possibilità di cercare un varco o quantomeno uno spiraglio, un ancora remota di salvezza: questo è il pensiero di Venuto. Successivamente infatti il protagonista finisce in carcere dove cambia completamente prospettiva delle cose e cerca appunto il riscatto: decide di smettere con la criminalità e vuole diventare scrittore, grazie all’aiuto di due formatori.

L’evoluzione umana nella letteratura

I riferimenti letterari di Venuto, nonché i suoi maestri di vita, diventano Jack London, Dostoevskij, Tolstoj, Knausgard. Lo scrittore ci dice che si può cambiare. Chiunque può cambiare, nonostante mille difficoltà e le più grandi resistenze al cambiamento. Cambiare significa affrontare l’ignoto con i rischi che comporta, ma può significare anche evolvere, come avviene ne La saggezza del lupo.

Con entrambi i romanzi, l’autore genovese vuole comunicarci che per uscire da qualsiasi tunnel di questa vita bisogna riconoscere la propria irripetibilità ed unicità; così come è di particolare aiuto, una sorta di agente catalizzatore, la liberazione dei propri impulsi creativi.

La saggezza del lupo è un romanzo è ben scritto, lo stile è fluido e scorrevole, privo di segni criptici; una prosa cristallina e diretta, orchestrata da talento e perizia,  allo stesso tempo contrassegnata da una autentica intellettualità e da un retroterra culturale solido, che spesso indaga su uno dei più grandi misteri umani, ovvero la creatività artistica

Tra letteratura e sociologia

Pensando ad entrambi i romanzi viene in mente la frase di un manuale di sociologia di Ferrarotti: “Non si dà l’individuo senza società, né c’è società senza individuo”. Una certa fiction o certi noir ci presentano la devianza brutale e crudele, prevalentemente con il segno meno.

Allo stesso tempo altra narrativa oltre alla Saggezza del lupo, affronta questi temi civili con retorica e sentimentalismo, sfruttando la fisiologia delle lacrime. Invece Venuto  ci vuole dire che anche in questa realtà sotterranea esiste il lato umano ed il riscatto, senza mai essere strappalacrime e senza addossare la colpa quando al sistema o quando all’individuo, come fanno i pressapochisti.

Ogni uomo può indagare se stesso, riflettere su stesso e salvarsi. Non importa che la redenzione sia etica, filosofica o religiosa. L’essenziale è che avvenga, indipendentemente dalla forma e dalla modalità.

Venuto con la sua opera ci lascia una testimonianza di vita ed al contempo smuove la coscienza del lettore con la sua denuncia sociale. Infine ogni incontro può aiutarci in questo nostro cammino, può facilitarci. In ogni incontro esiste “un filo conduttore” come scriveva Paulo Coelho ed è per i suddetti motivi che ne consiglio caldamente la lettura.

 

Di Davide Morelli

 

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