Gonnelli Casa d’Aste di Firenze. Stampe, Disegni e Dipinti – Libri, Manoscritti e Autografi, dal 1 al 3 dicembre

Dal 1° al 3 dicembre 2020 appuntamento con la Gonnelli Casa d’aste di Firenze con un’asta online dedicata a libri e grafica antica e moderna. Nelle tre giornate d’asta saranno posti all’incanto oltre 1000 lotti suddivisi in tre sessioni d’asta.

 

Stampe, disegni e dipinti antichi e moderni all’asta Gonnelli

Gli oltre 200 lotti che comprendono questa sezione saranno messi all’incanto martedì 1° dicembre dalle ore 10.00.

Tra questi segnaliamo vari fogli di Albrecht Dürer, tra i quali Cristo si congeda dalla madre, xilografia dall’edizione del 1511 con il testo latino, de La Vita della Vergine (base d’asta 900 euro), la Cattura di Cristo da La grande passione su legno, in un’ottima impressione della variante Meder b (base d’asta euro 1200). Un album contenente 9 dei Paesaggi con la Fama di Ercole Bazzicaluva (base d’asta euro 1500). Ancora fogli di Rembrandt quali Il ritorno del figliuol prodigo (base d’asta euro 1200) e Re David in preghiera (base d’asta euro 1000).

Da segnalare anche un rarissimo esemplare del frontespizio delle Carceri piranesiane in I stato, dalla I tiratura della I edizione (base d’asta euro 3000). Di Francisco Goya sono presenti un bel foglio dalla II edizione di Los Caprichos (base d’asta euro 480), una tavola della Tauromachia (base d’asta euro 400) e la serie completa e omogenea di Los Proverbios nella II edizione su 9, stampata nella Calcografia per la Real Academia nel 1875 (base d’asta euro 5000).

Tra i disegni un foglio attribuito a Giovan Battista Tiepolo per le Tentazioni di Sant’Antonio (base d’asta euro 1200), un altro per la Vergine col Bambino sulle nuvole riferito a Giandomenico (base d’asta euro 380) e un album giovanile di Francesco Baratta (base d’sta euro 800).

Tra i dipinti antichi una piccola Crocefissione su rame di Marcello Venusti (base d’asta euro 800) e, tra i dipinti moderni, una Madonna, raro saggio giovanile di Silvestro Lega risalente al periodo purista (base d’asta euro 1200), opere di Mariano Fortuny y Madrazo e Domenico Induno (Vecchia paesana e sua figlia, base d’asta euro 3800). Inoltre tre preziosi dipinti su vetro di fattura sartoriana ispirati a La morte del cervo di D’Annunzio (base d’asta 1500 euro).

Lotto 54, Giovanni Battista Piranesi, invenzioni capric di carceri all acqua forte datte in luce da Giovani Buzard in Roma Mercante al Corso, 1749-50

 

Stampe e disegni moderni

 Nel pomeriggio di martedì 1° dicembre, dalle 14, spazio agli oltre 300 lotti che compongono la sezione dedicata a Stampe e Disegni Moderni.

Tra questi segnaliamo incisioni di autori italiani come Umberto Brunelleschi, Felice Casorati, Fortunato Depero, Giovanni Fattori, Renato Guttuso, Gino Severini, Adolfo Wildt e molti altri. Tra le opere grafiche di artisti stranieri spiccano la cartella completa Katarsis di Magdalena Abakanowicz (base d’asta euro 2000), Il bacio di Peter Behrens (base d’asta euro 1000), Eva, il diavolo e il peccato di Otto Greiner (base d’asta euro 1200), una rara puntasecca erotica di Frantisek Kupka (base d’asta 1200 euro) e l’Odissea di Sigmund Lipinsky (base d’asta euro 2200). Di quest’ultimo sono presentate anche varie incisioni singole, tra cui la ricercatissima Calma marina, in esemplare unico di primo stato (base d’asta euro 1300).

Nella sezione disegni si segnalano una composizione di Fortunato Depero (base d’asta 4800 euro) e un sensazionale pastello, Sorriso infernale del 1919, di Alberto Martini (base d’asta euro 4000).

 

Manoscritti – Autografi – Fotografie – Documenti musicali

La giornata di mercoledì 1° dicembre sarà dedicata interamente ai 240 lotti che compongono questa sezione.

Tra i manoscritti segnaliamo una eccezionale pergamena, lunga oltre 7 metri, relativa alle vertenze tra alcuni monasteri benedettini in Umbria e Marche (datata 1330). Top lot della sezione uno splendido libro d’ore del XV secolo realizzato a Cremona miniato nella Firenze rinascimentale (base d’asta 18.000).

La sezione autografi comprende oltre 100 lotti con importanti nomi italiani e stranieri: Napoleone I, Paul Valéry, Hermann Hesse, Prampolini, Mino Maccari (con disegni), Victor Hugo, Alessandro Manzoni, ecc.

Una corposa parte è dedicata a Gabriele D’Annunzio, all’impresa di Fiume e al volo su Vienna (con lettere, manifesti, fotografie ecc.) E a documenti della dittatura nazista e fascista (lettere autografe di Mussolini, Hitler, Rommel ed esponenti di spicco di quegli anni).

La sezione fotografica contiene, tra l’altro, nudi di Wilhem von Gloeden (basi d’aste 300-400 euro), alcuni celebri scatti realizzati da August Alfred Noack raffiguranti zone della Liguria, una interessante raccolta di fotografie di moda degli anni ʼ20-ʼ40 (basi d’aste 100-500 euro), una raccolta di fotografie della Grande Guerra, un album di fotografie di Dresda di inizio ‘900, fotografie di Napoli di fine XIX secolo ecc.

La sezione musicale comprende una raccolta di arie manoscritte del XVII secolo, la maggior parte delle quali sconosciuti, un documento con firma autografa di Atto Melani (uno dei più celebri castrati del ‘600 e spia alla corte di Luigi XVI. La sua vita avventurosa ha ispirato molti romanzi).

 

Libri dal XV al XX secolo, Scienze tecniche e matematiche, Libri d’artista

 La sezione include oltre 300 lotti che verranno messi all’incanto nella giornata di giovedì 3 dicembre.

Tra i top lot una splendida copia in coloritura dell’Atlas coelestis del 1742 di Doppelmayr (base d’asta euro 15000), le prime tre parti (relative alle popolazioni native americane) delle Collectiones Peregrinationum in Indiam Orientalem et Indiam Occidentalem di Theodor De Bry (base d’asta euro 13000) e una raccolta di oltre 200 vedute delle piazze, fontane e territori di Roma eseguita da Giovanni Battista Falda, Marco Saedeler, Giovanni Maggi e Francesco Villamena (base d’asta euro 6500).

Si segnalano inoltre la prima, rarissima edizione con dedica autografa di Montale di Ossi di seppia, uno dei più importanti libri del Novecento italiano (base d’asta euro 2800), una bella edizione del 1749 dell’Histoire naturelle di Buffon in legatura coeva (base d’asta euro 4500) e la prima edizione italiana del 1548 della Geografia tascabile di Tolomeo (base d’asta euro 6000).

Top lot della sezione Scienze tecniche e matematiche la più importante opera di Daniel Bernoulli, Hydrodynamica del 1738 (base d’asta euro 1600), considerato il padre della moderna idrodinamica e Méchanique analitique di Joseph Louis Lagrande del 1788 (base d’asta euro 2000), entrambe in prima edizione.

Inoltre il curioso Théorie de la double réfraction de la lumière dans les substances cristallisées di Etienne Louis Malus (base d’asta euro 2400).

La sezione Libri d’artista accoglie riviste d’arte (Derriere Le Miroir, xxe Siècle) arricchite da litografie e illustrazioni originali di Miró, Tal-Coat, Palazuelo, Giacometti, Chagall, Kandinsky, Braque.

Tra i top lot numerose opere illustrate da Salvador Dalì: i 24 temi del surrealismo, con splendide illustrazioni originali (base d’asta euro 3000); una Biblia del 1967 con 105 tavole (base d’asta euro 4600) e la celebre Divina Commedia del 1964, qui proposta sia nella versione in tre volumi con la legatura sbalzata (base d’asta euro 2200) che in sei volumi e brossura (due copie, cadauna euro 1600). Ancora L’Odyssée illustrata da André Masson (base d’asta euro 1000) e lo splendido Souvenirs et portaits d’artiste per Mourlot, con le illustrazioni dei più importanti artisti del XX secolo: Picasso, Miró, Cocteau, Chagall, Buffet solo per citarne alcuni (base d’asta euro 480).

 

 

‘Il peccato’ di Giovanni Boine: la necessità di peccare per immergersi nella Vita e arrivare alla purezza

Il peccato (1913) è il romanzo d’esordio dello scrittore italiano Giovanni Boine, morto di tisi a soli 30 anni, che tratta un amore peccaminoso nella provincia ligure: lui artista, lei novizia in procinto di prendere i voti. L’amore è visto da Boine come spaesamento, conflitto interiore, peccato.

Struttura e tematiche del Peccato

Micro-romanzo di formazione diviso in tre parti – «Il limbo», «La qualunque avventura», «Il tormento» -, Il peccato è il racconto del processo di umanizzazione del protagonista, B., intellettuale ventiseienne che, attraverso l’amore per una giovane novizia – il peccato appunto -, distrugge le catene dell’astrattezza, che lo tenevano legato, vincolato a una dimensione asettica, sterile, gelida, iperuranica dell’esistenza, e assume consistenza fisica, carnale, sanguigna, passionale, immergendosi finalmente nel tumulto della vita. Il peccato si configura così come una sorta di esortazione alla vita, ma la vita vera, disinquinata dalle categorie aristoteliche e dai tradizionali lacci morali, riportata alla sua dimensione originaria, primordiale e barbarica quasi, che affonda le radici, tra gli altri, nel Nietzsche più puro e autentico – non il Nietzsche ridicolo e semplicistico, dozzinale feticcio, di D’Annunzio -, in cui è possibile ravvisare numerose analogie con alcuni degli esiti filosofico-letterari più importanti dell’epoca, dalla Persuasione e la rettorica di Michelstaedter al Mio Carso di Slataper.

Oltre ai temi, ciò che colpisce leggendo Il peccato è il modo in cui essi sono espressi. La scrittura di Boine è un vero e proprio fenomeno letterario: franta, spaccata, lacerata, spericolatamente funambolica, riproduce con incisività le spaccature, le lacerazioni e le acrobazie interiori del soggetto, rinunciando a qualunque mediazione – la punteggiatura stessa viene spesso abolita – e imponendosi così come uno degli esiti migliori di quel fenomeno raro che è l’espressionismo letterario italiano.

Boine non ricerca il bello stile, non ricerca la pulizia, la compostezza, la placida fluidità, l’artificiosa scorrevolezza. Boine ricerca l’efficacia e lascia che la personalità del protagonista – la sua personalità, vista l’indiscutibile portata autobiografica del racconto – e la vita irrompano sulla pagina liberamente, inondandola e travolgendola.

L’alterità

All’inizio del Peccato Boine evidenzia subito lo stato di alterità – condizione tipica dell’artista nella modernità, da Baudelaire in poi, rappresentata con grande efficacia, restando sempre nell’ambito della letteratura italiana alternativa del primo Novecento, da Campana e Sbarbaro – in cui si trova il protagonista all’interno della piccola e gretta realtà paesana, nella quale è rientrato al termine degli studi universitari, senza un lavoro stabile, comodo «nell’agio noncurante e discreto di una famiglia di patrizi antichi». Del giovane B. la gente del paese ha «un certo diffidente rispetto come per uno che è d’altra razza che noi», i politicanti del consiglio comunale lo giudicano un «originale».

Né socialista né anti-socialista, oppure entrambe le cose, non prende parte alle conversazioni nei caffè, non gioca, non ha una donna: le «compagnie allegre», composte da quei «giovanotti che capiscon la vita e come si deve […] se la godono», lo hanno «in concetto tra di “prete” e babbeo». Per quanto riguarda le amicizie, B. si circonda di originali come lui, individui più o meno emarginati estranei alla beghina e angusta logica paesana: «ragazzi di diciassette diciotto anni senza un soldo, ragazzi di liceo smilzi a passeggio con sotto il braccio un libro; un giovane capitano di mare che chissà perché aveva piantato il mestiere d’un tratto, specie di matto solitario tutto il giorno a leggere libri […], tutto il giorno in un canto al sole a legger pallido, torvo i suoi libri in disparte…

B. se ne sta in disparte, «come non degnandosi», e per questo suo atteggiamento di distacco, d’indifferenza e per le sue amicizie originali è vittima della «grettezza maligna di una città di provincia e contrasti grotteschi».

In realtà il degnarsi non c’entra, il protagonista non è «di quelli che fanno i “puah!” schifiltosi ad ogni cosa fuori di regola»; partecipa alle questioni cittadine, ai dibattiti, si esprime attraverso i giornali, ma l’incomprensione dei concittadini – «ma con chi è? ma cos’è dunque lui per suo conto?» si domandano questi ultimi perplessi leggendolo, proclamando un giorno la sua fede socialista, il giorno dopo rinnegandola – lo porta alla conclusione «ch’era meglio star zitti in disparte.

Non c’era presa, non c’era glutine fra lui e questi altri d’intorno. E forse che in ultimo il torto era suo. Chi lo sa? Affondata così com’era nella sua torbidità elementare chissà che questa gente non avesse un suo più sicuro senso di vita, un suo fiuto a condurla diritta, che non lui maculato d’astratto e di poesie sebbene poi a parole sdegnasse la poesia e l’astratto».

Come tutti i giovani B. è «assoluto», agogna la perfezione, «ma le cose del mondo son di loro natura imperfette e perciò non andate d’accordo». L’«idealità» giovanile non è frutto dell’esperienza, ma «presa fatta e come artificialmente aggiunta sulla iniziale coscienza morale loro. Non ci son giunti vivendo, togliendo, aggiungendo, vivendo. Non l’han fatta in loro, l’han di colpo affermata». Per questo motivo, perché priva della prova fondamentale della vita, l’«idealità» dei giovani è astratta e inconcludente, nient’altro che un cliché. Essi «ipostatizzano l’istinto morale, ne traggon l’essenza assoluta e la fan metro del mondo». Vogliono l’eroismo e detestano qualunque forma di compromesso.

Peccare per giungere alla Vita

B. dice di odiare l’astrattezza, la poesia, esorta se stesso e gli altri a mescolarsi «alla vita degli uomini così come viene», «ma in verità gli piaceva il guardarla come da una specola alta dal mezzo di questo suo cenacolo […] di strambi scontenti e di giudicarla inattivo e da lontano invece che farla, viverla tormentosamente ogni giorno».

In questi passi, in questa aspra critica – e autocritica – della giovinezza è racchiuso il senso del racconto di Boine, il senso della vicenda del suo protagonista ovvero il passaggio, attraverso il peccato – definito tale perché definito e giudicato tale dalla morale pubblica, incatenata a vecchi e stantii pregiudizi che l’autore esorta a scardinare -, dalla «purità della morte» alla «purità della vita», l’emancipazione dall’astrattezza, dall’«idealità», l’uscita dal limbo in favore della vita, del fare la vita, vivendola «tormentosamente ogni giorno».

Dimostrazione di quanto l’astrattezza sia radicata in B., rappresentando la sua condizione esistenziale, è la scelta di tornare, terminati gli studi universitari, nella casa natale, che ama nel profondo, con tutto se stesso, e che rappresenta il rifugio ideale nel quale invecchiare tranquillamente, placidamente – invecchiare è il pensiero del protagonista ad appena ventisei anni, non gioire, non soffrire, non odiare, non temere, vivere insomma, ma invecchiare -, immerso nel silenzio, nel vuoto, nella sottile malinconia antica, decadente. Ma ecco che giunge l’«avventura», subdola, insinuante a stravolgere completamente i suoi piani:

«[…] amava la sua casa tranquilla, lo zittire dormiente della sua grande casa dove fin da bimbo era cresciuto su solitario (penombra per tutto, eco di vuoto, sottile odore di antico ed anche fuori, chiassuoli deserti nella calda quiete del sole); amava i suoi libri ordinati ed anche questo qualcosa di triste come un dolore sotterrato, affondato negli anni, nel pur placido e semplice viso della madre affettuosa. Amava starsene in pace qui e chissà? anche lui distillare pian piano qualche discreta dissertazione, qualche commentario alla maniera dei mistici tutto polposo, tutto buono di vita modestamente profonda e disperderlo anche lui come il nonno, qui, fra i testamenti e gli atti a far meditare e sognare qualche lontano nipote…

La conoscenza di Suor Maria

B. riesce finalmente a conoscere Suor Maria, alta, «gli occhi nel viso ovale grandi, maravigliati neri, ridenti». I due parlano, mentre addobbano l’altare con fiori freschi, odorosi, il parroco accaldato assopito in un angolo, ed è come se si conoscessero da un pezzo. La donna racconta di sé: è in convento da tre anni, ne ha ventuno ed è novizia da un anno; vi è entrata dopo la morte del padre – non le resta che una zia, badessa nell’Ordine, che l’ha convinta a farsi suora.

Durante il racconto della donna è «come se quel che di stilizzato disumano e lontano ch’è in una figura ammantata dall’abito sacro, si disciogliesse pian piano, si rimpolpasse di buona vita vicina, si rifacesse comprensibile e vivo». Della sua conoscenza con Suor Maria B. non parla con nessuno: «Fu, ch’egli, senza volere, s’era dentro creata come una nicchia di segreto romantico dove ci stava in un religioso ondeggiamento d’armonium una figura di giovane monaca da nessuno conosciuta e solo da lui».

Insomma, è come se la conoscenza della novizia, e la novizia stessa, fossero un frutto della sua immaginazione, una piacevolissima fantasia, o meglio, un piacevolissimo sogno nel quale rifugiarsi a occhi aperti, tra una riflessione e l’altra. Il narratore stesso sottolinea l’aspetto sognante, onirico dell’avventura: «la cosa, un po’ strana, gli pigliò dentro l’aspetto vago di un sogno a cui egli cedesse nel torpore della estiva calura». Tra i due giovani intanto si sviluppa una «curiosa amicizia», «amicizia tutta riguardose delicatezze quasi fanciullesche, fatta di cento cosette tollerate-proibite, ma infine ingenua ed onesta».

B. scivola così, giorno dopo giorno, in un perenne stato di ebbrezza in cui tutto vibra di vita, tutto vive, ogni singolo oggetto inanimato, morto, acquisendo un significato misterioso, come un geroglifico: «era come in una sconfinante ricchezza, come in un gorgogliante abbondare di sentimento su ad invadergli la netta intelligenza, a parlargli di vita gli oggetti e le più consuete cose». L’armonium di Suor Maria, ascoltato – precipitasse il mondo – quotidianamente, agisce sul protagonista come una droga, come hashish, come oppio, eccitandolo, fumigandogli la fantasia, mentre il mondo s’arricchisce, tripudia «abbondante e più vasto al di là della geometricità definita».

Il Peccato: due prese di coscienza

La prima parte del Peccato si conclude con la presa di coscienza, da parte di B. e della novizia, del sentimento profondo – troppo profondo -, passionale – troppo passionale, per entrambi, aspiranti asceti – sbocciatogli dentro, inesorabilmente, dopo un lento processo interiore lungo un intero anno, e l’ultima esecuzione di Suor Maria all’armonium risuona angosciante e disperata, lacerante come «un grido, un grido umano d’aiuto», seguito dal tonfo sordo dello sgabello rovesciato e dal rumore dei passi della donna «precipitosi in fuga». Qualcosa in entrambi si è strappato per sempre.

Boine cattura sulla pagina quel «vario tumultuare dell’universale vita», da lui percepito violentemente in tutta la sua caotica fluidità, che si allinea all’ampiezza disomogenea e totalizzante dello spirito. Quanto più la distinzione tra interno ed esterno si potenzia, tanto più i confini tra le due parti si assottigliano fino a scomparire nel risultato artistico: c’è nel suo mondo, che mostra sincronicamente «cento miliardi di variissime vite armonicamente viventi», anche il foglio stesso impiegato da Boine e la sua idea concepita nell’atto della scrittura. Il suo mondo è una ‘vallata chiusa’, come quella in cui si svolge la vicenda del signor B. e di Suor Maria, una cavità in cui gli echi interiori e quelli della realtà si intrecciano sonoramente: «la mia vita è amalgama, è pienezza aggrovigliata e commossa di pensiero e d’immagine».

Allo scrittore non interessa raccontare una storia, ma denunciare il dramma della sua anima, colma di contrasti insanabili. La necessità di compiere il peccato, per immergersi nella vita, è denunciata alla quarta pagina del romanzo, quando ancora la storia non è iniziata e lo scrittore è impegnato a presentare la scenografia: i giovani, dice, «non sanno il peccato: hanno la purità della morte, non la purità della vita».Boine è consapevole che arriva alla «purità sostanziosa» soltanto chi ha molto peccato: fare, vivere, salire, provarsi e risolversi – «dobbiamo fare»– rappresentano le tappe di un percorso evolutivo che è negato a chi non si concede di affondare le mani nel fango della vita e decide di permanere nel ‘limbo’ della realtà, vergine e reso forte dalle illusorie sicurezze che consentono una severità giudicante.

Giovanni Boine, «Il peccato»: dalla «purità della morte» alla «purità della vita». Introduzione e prima parte

‘Di qua al monte’, il romanzo introspettivo di Ugo Cirilli

Di qua dal monte è un romanzo di Ugo Cirilli, scrittore toscano classe ’85, che vive in Versilia. Laureato in Psicologia Cognitiva
Applicata presso l’Università di Bologna, Cirilli si occupa di content writing per siti web e testate. Attualmente collabora con un’azienda della grande distribuzione organizzata e con il giornale web Toscana Today. Nel tempo libero si dedica alle sue passioni, in particolare alla lettura e alla scrittura. È autore di diversi romanzi, due dei quali editi: “Di qua dal monte”, disponibile gratuitamente sul sito web ugocirilli.it
e “Un accordo maggiore in sottofondo”, pubblicato dalle edizioni “Luci della notte” in formato cartaceo.

Ivan, giovane psicologo, viene contattato da Luca, un ragazzo tormentato dai dubbi legati a una scelta di lavoro. Ben presto la situazione si rivelerà molto più complicata: ad affliggere il paziente è un intreccio oscuro di problematiche, le cui radici affondano nell’ombra dell’interiorità più segreta.

Per Ivan, aiutare Luca significherà anche confrontarsi con una questione che ha sempre relegato in un angolo della mente: la fede religiosa. Fortunatamente, lo psicologo riceverà un aiuto insperato da parte di un singolare personaggio. Ambientato in una Versilia soleggiata all’avvicinarsi dell’estate, “Di qua dal monte” è quasi un giallo dell’anima, in cui le atmosfere primaverili e il mistero della psiche
creano un continuo gioco di chiaroscuri. La soluzione del caso sarà la ricerca di un nuovo equilibrio, da raggiungere collegando pochi indizi sfuggenti.

Il romanzo affronta il tema della fede religiosa in relazione alla psicologia che è una pseudoscienza e lo stesso titolo rimanda al celebre di discorso della montagna di Gesù, nonché al significato stesso di questa parola assunta come metafora della vita. Un monte da scalare, dalla cui sommità si possono capire le cose veramente importanti facendoci apparire problemi che prima sembravano indistricabili, lontani.

Un romanzo di formazione interiore dunque che si presenta come un giallo in quanto indaga sui “delitti” che avvengono nella nostra psiche.

 

Sì, si disse, siamo tutti di qua dal monte, senza poter vedere di là. Ma è questo che ci avvicina.

‘Gelsomina in quarantena’ di Salvatore Puzella, un racconto per aiutare le strutture sanitarie del Sannio

Un racconto per regalare un sorriso ai lettori e raccogliere fondi destinati alle strutture sanitarie del Sannio, impegnate a gestire la lotta al Covid-19. Questo il progetto che sta portando avanti Salvatore Puzella, scrittore sannita, con Gelsomina in quarantena: una bambina di dieci anni che si ritrova, suo malgrado, a vivere una lunga convalescenza. L’esperienza, affrontata inizialmente con atteggiamento passivo, si rivelerà un episodio non privo di risvolti positivi. Sarà per Gelsomina un momento di crescita personale, un’occasione per scoprire nuove passioni e ritrovare l’affetto dei suoi cari.

Il racconto è ambientato nel Sannio, terra di cui è originario l’autore, otto anni dopo la pandemia da coronavirus che ha messo in ginocchio il mondo nel 2020. La scrittura è diretta, scanzonata e con incursioni dialettali che colorano il testo. Poco più di venti pagine che regalano un sorriso e un messaggio di speranza. Oltre ad aiutare chi ci aiuta.

Gelsomina è una bambina di 10 anni che si ritrova, suo malgrado, a vivere una quarantena forzata a causa di uno sfortunato incidente, che la costringe a letto per un mese intero. In questo periodo, le sue giornate sono occupate dalla noia e dal tentativo di combatterla attraverso il cellulare e i social network.

È sua sorella Angela, diciannovenne intelligente e carismatica, a fornirle un efficace antidoto e a raccontarle una storia che Gelsomina, per la sua tenera età, non può proprio ricordare: quella di un’altra quarantena che, qualche anno prima, ha costretto a casa ben più di una bambina e ha avuto conseguenza nefaste per la popolazione mondiale. È in quel momento così complicato che Angela, rinchiusa tra quattro mura per via dell’emergenza Covid-19, ha letto il suo primo libro e si è innamorata della letteratura. Come a voler continuare una tradizione familiare, consiglia a Gelsomina di leggere quello stesso romanzo. La protagonista intraprende, così, un’esperienza totalmente sconosciuta sino a quel momento, ma che si rivela, ben presto, un punto di svolta per la sua crescita personale.

Uno sguardo innocente, dunque, sull’emergenza che stiamo vivendo, e che mai avevamo conosciuto prima che potrebbe essere anche il nostro in modo tale da farci scoprire nuovo orizzonti e riassaporare cose che pensavamo di aver dimenticato durante questa quarantena.

Al termine della lettura, Gelsomina fa proprio il messaggio della storia e lo rielabora, con il candore e la vivacità che la contraddistinguono, riuscendo, così, ad aiutare e a consigliare Angela, e dimostrando, ancora una volta, quanto sia trasversale e fluido il potere della letteratura.

Gelsomina in quarantena è pubblicato da Amazon sulla piattaforma Kindle Store ed è disponibile al prezzo di € 2,99, in versione eBook, e € 5,19, in versione cartacea (qui il link). Le royalty dell’autore saranno devolute agli ospedali che stanno contrastando il coronavirus nel Sannio.

 

 

‘Tutto ciò che abbiamo amato’: il romanzo apocalittico di Jim Crace

L’America come la conosciamo non esiste più. Le macchine si sono fermate, la popolazione è stata decimata da una misteriosa epidemia, il terreno contaminato da tossine, e in questo scenario di morte e dolore è cominciata la grande emigrazione: i sopravvissuti si muovono verso est, verso la speranza e la possibilità di un imbarco per l’Europa. Ferrytown è una stazione di transito, che sopravvive proprio su questo incessante, disperato flusso migratorio. Ed è qui che arrivano Franklin Lopez e suo fratello Jackson, pellegrini verso l’oceano. Franklin ha un dolore a un ginocchio e si ferma sulle colline, mentre il fratello scende a Ferrytown per vedere di guadagnare qualcosa. In una casupola sulle colline Franklin incontra una donna, Margaret, febbricitante e isolata da tutti. Insieme i due intraprenderanno il cammino attraverso quest’America distrutta, aiutandosi a vicenda e trovando anche la forza di un amore inaspettato.. Questa la trama del romanzo di Jim Crace, Tutto ciò che abbiamo amato, 2007.

In un futuro non meglio precisato, l’America è ridotta a un campionario di vestigia arrugginite e fatiscenti, le città sono cocci di un’antica umanità che spuntano in un paesaggio da Nuova Frontiera. Due fratelli, Jackson e Franklin, partono a piedi dalla fattoria dove vivono con la madre alla volta della costa, dove si dice salpino navi in grado di attraversare l’oceano dirette in Europa, un vecchio continente misterioso dove a quanto pare non mancano opulenza e ricchezza.

A loro basta fuggire dalle ristrettezze di un’America tornata alla vita rurale, alla fatica di vivere per un minimo di sussistenza. Poco dopo la partenza, però, si separano: Jackson, corpulento e avventuriero, si dirige verso una cittadina che funge da snodo di transito per i numerosi viaggiatori che si arrischiano a percorrere le pericolose strade infestate da banditi spietati. Franklin è costretto a fermarsi perché di costituzione fragile, con una gamba malmessa, e si rifugia in una baita apparentemente abbandonata.

In realtà, la casupola ospita Margaret, una ragazza con la testa rasata per evitare il contagio di un morbo mortale, forse la causa mai rivelata della fine della civiltà per come la conosciamo. La ragazza sopravvive, e lentamente instaura con Franklin un rapporto di fiducia che si trasforma in un sentimento molto profondo, assimilabile all’amore ma anche alla necessità di aiutarsi a vicenda, a suo modo più sincero e puro.

Anche il loro idillio è destinato a essere interrotto. Franklin viene catturato da un gruppo di predoni e tenuto in schiavitù, fino a quando non riesce a fuggire tentando di raggiungere Margaret. La ragazza trova ospitalità in una specie di comune organizzata da monaci – uno strano culto che vieta il possesso di oggetti di metallo, materiale considerato impuro perché retaggio del mondo precedente, votato all’autodistruzione.

Dopo una serie di peripezie, i due riusciranno a ritrovarsi e proseguire il viaggio. Ma siamo sicuri che al di là dell’oceano, in una terra dove si parla una lingua sconosciuta – potrebbe essere francese, oppure si lascia sottinteso che in America non si parli più inglese – la vita sarà migliore? Nonostante il romanzo condivida un’atmosfera post-apocalittica e reminiscenze con La strada di McCarthy, il romanzo di Crace non potrebbe essere più diverso della descrizione di un’umanità dedita al cannibalismo e alla barbarie.

Ha più elementi in comune con La peste scarlatta, splendido racconto di Jack London del 1911 senza il quale forse non esisterebbe nemmeno il celebre libro di McCarthy. Tutto ciò che abbiamo amato (in originale The Pesthouse, “Il lazzaretto”) è un romanzo di esplorazione geografica e sentimentale, privo di violenza e cupezza considerato che a suo modo rientra nel genere “apocalittico”. A fine lettura, rimane un senso di possibilità che si addice più a una storia d’amore che a un resoconto di speranze infrante.

Come ha argutamente scritto Francine Prose recensendo il libro per il New York Times, è leggermente frustrante leggere di un futuro d’inferno provando la dannata sensazione di esserci già stati.

Gli editori italiani al tempo del self publishing

Nonostante le statistiche e i numeri forniti da alcune associazioni di editori che riportano una crescita complessiva delle vendite, il mercato del libro sta soffrendo un crollo epocale che non riguarda soltanto il calo dei lettori, ma la crisi dell’oggetto-libro in quanto media, che oggi deve competere con videogiochi, televisione, film, Facebook, Instagram, Wikipedia, Netflix, siti di informazione gratuiti e una sterminata serie di altre realtà. Non è un caso se in questi ultimi tempi assistiamo alla decimazione delle nostre librerie.

Insieme alle librerie di catena (nell’ultimo anno due Feltrinelli hanno chiuso i battenti nella Capitale), ogni anno chiudono centinaia di librerie storiche, come è il caso della Libreria del Viaggiatore in via del Pellegrino a Roma, o quello ancora più recente della torinese Paravia, che aprì per la prima volta la saracinesca nel 1802.

Questa emorragia viene però annualmente offuscata sia dai risultati di affluenza di pubblico ai grandi eventi fieristici inerenti al libro, che dai dati di crescita (+ 2% del fatturato nel 2019, sic!) riportati dall’AIE (Associazione Italiana Editori), senza contare però che c’è un calo esponenziale dei lettori forti e che ogni nuovo nato è un consumatore digitale e non di carta stampata. Ma a chi possiamo imputare la colpa di questa crisi, che ha portato le librerie a perdere nell’arco di un decennio il 10% delle vendite del mercato, passando dal 79% nel 2007 al 69% nel 2018?

Da un lato c’è chi dà la colpa alla “gente che non legge più”, quindi a quello che i più colti chiamano analfabetismo di ritorno, un problema legato ad una crisi di cittadinanza, al fallimento del nostro sistema culturale ed educativo. C’è chi invece dà la colpa ad Amazon, ai prezzi troppo competitivi che si può permettere questa piattaforma (eliminando di fatto l’intermediario librario dalla filiera) e ai vantaggi fiscali che il suo sterminato potere gli concede di fronte alle pressioni, anch’esse deboli, dei governi. Chi dà la colpa ai distributori, che si mangiano fette enormi dei proventi sul libro. E c’è chi, in definitiva, dà la colpa ai librai stessi, incapaci di gestire la libreria come si farebbe con una qualsiasi altra impresa. Qualcuno invece dovrebbe dare la colpa agli editori, che invocano la crisi permanente elencando i motivi sopracitati ma senza mai soffermarsi sul problema ontologico che riguarda la loro stessa professione.

A cosa serve, oggi, un editore? Oggi che esiste il selfpublishing, e che ognuno può pubblicare i propri contenuti online, oggi che il lettore è diventato un prosumer, un creatore di contenuti, prima che un suo fruitore? Oggi che ci sono più scrittori che lettori? Oggi che il 90% dei libri immessi sul mercato editoriale vende meno di 100 copie? Se questo “dannato” prodotto libro non si vende più, perché obsoleto, costoso, di scarsa qualità, perché non competitivo rispetto ad altri media, o per qualsiasi altro valido motivo, la colpa è anche, e in misura maggiore, dell’editore, il produttore stesso di quel bene che sul mercato trova sempre meno posto.

Non è forse l’offerta editoriale italiana a essere in crisi? Sicuramente questo mercato soffre di una crisi di sovraccumulazione. In Italia, rispetto alle percentuali di lettori (solo il 60% della popolazione legge almeno un libro all’anno), si pubblicano troppi libri. E pochissimi superano le centinaia di copie vendute.

Questa discrepanza genera un turnover incessante nelle librerie, che ogni settimana vengono stravolte dall’immensa mole di novità che immediatamente si perde negli scaffali fino a sparire una volta arrivato il carico di novità successive. L’ampiezza sterminata dell’offerta spaventa il cliente che entra in libreria per comprare un libro per scopi ludici, di intrattenimento, oppure a scopi culturali, ed esce più spaesato e scoraggiato di prima.

E se il problema fosse anche la scarsa qualità dell’offerta? Se in questa immensa mole di pubblicazioni gli editori non riuscissero ad intercettare e selezionare qualcosa di veramente valido che susciti un reale interesse sul mercato? A parte i casi isolati di best-seller (citiamo ad esempio la Ferrante) che da soli hanno contribuito a mettere il segno positivo sulle vendite di libri degli ultimi anni, questo gioco a ribasso dell’editoria, che insegue il trend di impoverimento culturale della popolazione, non è forse un cane che si morde la coda?

Gli editori, oggi, per competere con le altre piattaforme digitali summenzionate, non cercano strade alternative, ma vanno dietro ai loro nuovi competitor. Non si cerca di incentivare una lettura forte, solitaria, ma una lettura interconnessa, frammentaria e interstiziale, come se il libro fosse un videogioco o una serie TV, questo perché come scritto dal rapporto dell’AIE, i più giovani preferiscono
storie brevi o contraddistinte da trame e personaggi forti e facilmente riconoscibili, ritmi narrativi veloci e l’immagine rispetto alla parola scritta. La dimensione del mercato deve confrontarsi con un altro indicatore: il nostro Paese si colloca all’ultimo posto per il livello di comprensione dei testi.

 

Lorenzo Vitelli

Luca Sciortino, autore del libro Ritratto dell’anima del mondo: ‘L’artista crea norme per trasformare la realtà’

Luca Sciortino è uno scrittore con la passione per la fotografia le cui ricerche filosofiche sono concentrate sull’epistemologia storica e in particolare sui diversi modi di conoscere che sono emersi nel corso della storia del pensiero umano. In tal senso è nato il libro Ritratto dell’anima del mondo. Saggio sulla realtà in pensieri e immagini”, presentato lo scorso 8 dicembre presso la Galleria RArte, edito da “Il Torchio”, con prefazione di Ludmilla Barrand, docente di Teoria dell’Arte all’École Nationale Supérieure des Beaux-arts di Lione.

La mostra cerca di tirare le fila dei punti salienti della storia del pensiero filosofico riguardo l’essere umano e l’universo, per cui se l’anima di un uomo può essere pensata come la totalità dei tratti che formano la sua personalità, allora anche quella dell’universo può essere immaginata come un complesso di tratti distintivi e disposizioni rintracciabili nel mondo dei fenomeni.

Gli scatti della mostra catturano l’anima del mondo attraverso momenti di vita quotidiana, atmosfere e luci che irradiano o rendono più misteriose le nostre città, panorami, paesaggi che infondono nell’animo di chi li ammira una bellezza sena tempo. D’altronde è sempre una questione di sguardo come sostiene anche Sciortino, bisogna partire dallo sguardo e dalla nostra capacità di cogliere l’armonia nel mondo.

Lago Big Almaty, Kazakhstan 2016

Quando è nata l’idea di questo libro?
In un certo senso, il libro “Ritratto dell’anima del mondo” è nato riflettendo su una frase del filosofo e psicanalista James Hillman. Secondo quest’ultimo ci sono eventi che rivelano l’anima mundi, l’anima dell’universo. Una vita “ricca” è quella capace di cogliere questi eventi: per Hillman dovremmo attraversare il mondo come un cacciatore tribale, o un botanico, o un cercatore d’oro, cioè dovremmo scrutare le cose attentamente e coglierne l’anima, il riflesso dell’anima del cosmo. Ho immaginato quest’ultima come un complesso di tratti distintivi dell’universo, tratti che in qualche modo lo caratterizzano, proprio come un certo carattere caratterizza una persona e non un’altra. Mi sono quindi chiesto: quali sono gli eventi che ne suggeriscono o rivelano alcuni dei tratti? In che senso differiscono da altri eventi che si perdono nel flusso indistinto e ininterrotto del tempo? Come facciamo a individuarli? E perché ci emozionano? Nel libro, la risposta si articola in parole e immagini: alcune fotografie di viaggi e reportage mi hanno aiutato a identificare alcuni dei modi di rivelarsi di un qualcosa che potremmo chiamare di volta in volta un frammento dell’anima del mondo. E così in alcune immagini certi alberi rivelano un carattere distintivo dei fenomeni: la volontà, la brama di oggettivarsi, manifestarsi, vivere, che pervade il cosmo. In altre il mare si offre come metafora stessa di un universo dotato di anima. In altre ancora si nota la presenza di gesti che sono uguali ovunque nel mondo e dunque ne rivelano un’anima. Insomma, nel libro mostro in parole e immagini come certe cose o eventi suggeriscono l’esistenza di un’anima del cosmo. Si potrebbe dire che il libro parla dei modi di rivelarsi della bellezza e della nostra capacità di coglierla.

Cos’è per lei l’Arte?
Sperando di non semplificare troppo, direi che l’artista trasforma la realtà secondo norme che lui stesso crea, così da esprimere particolari emozioni o idee. La mostra fotografica e le singole fotografie che la compongono sono il frutto di un’operazione di questo tipo. Per esempio, il gesto di una madre che aggiusta il cappello al proprio bimbo sorridendo, scattata in un paesino della campagna ucraina, è un gesto che si ritrova in ogni cultura. La foto che lo ritrae è una trasformazione della realtà in immagine digitale che vuole mostrare un modo di rivelarsi dell’anima del mondo, attraverso gesti che sono universali. Poi, la mostra fotografica nella sua interezza assembla diverse immagini in un certo particolare modo per esprimere un’idea, quella che l’anima del mondo si rivela a noi in molti modi.

Quali sono le foto della mostra che secondo lei meglio rappresentano lo spirito del nostro tempo?
Penso per esempio alla foto di una famiglia di profughi sugli scogli vicino Beirut di fronte al mare al tramonto. Quella famiglia sognava l’Europa. Questo sogno, il sogno comune alla specie umana di andare verso altri luoghi per cercare la propria felicità è un altro tratto dell’anima del mondo. Ed è un tratto che appare ancora più evidente in questa epoca di migrazioni.

L’anima del mondo può essere dunque colta meglio dalla fotografia piuttosto che da un pennello?
No, non direi. Mi sembra che un fotografo, se vuole rivelare modi di rivelarsi dell’anima del mondo, debba necessariamente cercarli ed essere capace di scattare nell’attimo giusto. Ma sono tutti gli artisti a essere attenti a cogliere certi attimi: questa per esempio è la qualità distintiva dei poeti, come ho mostrato nel libro.

Banksy, uno degli artisti più discussi ed influenti di questo periodo, sostiene che la fotografia ha ucciso la pittura, è d’accordo con questa affermazione?
Sono state dette molte cose sul rapporto tra fotografia e pittura. Mi sembra indubitabile che la fotografia ha conquistato parte del territorio della pittura candidandosi a essere capace di rappresentare la realtà in maniera più realistica. Ma questo non è stato un male: la pittura si è liberata di un compito gravoso ed è divenuta più astratta e dunque più concettuale. La fotografia ha cambiato la pittura e a sua volta la fotografia è stata cambiata dalla pittura. Perché in fondo nella postproduzione la fotografia digitale subisce trasformazioni un tempo inconcepibili. Insomma pittura e fotografia sono cambiate. Abbiamo scoperto che hanno una storia, che non sono statiche, che mutano.

Jaipur,India, 2011

Chi vede più correttamente l’essere umano? La fotografia, la pittura, l’arte concettuale, digitale?
Credo che esistano diverse prospettive dalle quali guardare all’essere umano tutte quante plausibili e necessarie. Ci sono probabilmente cose sull’essere umano che si possono dire soltanto usando un linguaggio artistico piuttosto che un altro. L’antropologo Gregory Bateson amava ripetere una frase della danzatrice statunitense Isadora Duncan: “If I could tell you what it meant, there would be no point in dancing it” (“Se potessi dirti che cosa significa non avrei bisogno di danzarlo”). Ho corredato il mio saggio “Ritratto dell’anima del mondo” con fotografie per poter esprimere quello che non potevo dire con la scrittura o perché era utile giustapporre la raffigurazione alla narrazione.

I suoi prossimi impegni?
Per adesso portare in giro per l’Italia il mio progetto “Ritratto dell’anima del mondo”, che si compone di una serie di mostre fotografiche e della presentazione del libro, e poi continuare a insegnare e a scrivere libri.

Il suo più grande desiderio in relazione al saggio realizzato?
Trasmettere al lettore l’importanza dello sguardo. Dal nostro modo di guardare il mondo dipende il nostro rapporto con esso e dunque la capacità di rispettarlo. Pensi alla Natura stessa. Non è mai stato così necessario come oggi costruire con essa un nuovo rapporto. Questo non può che partire dallo sguardo.

Da viaggiatore quale è, secondo lei, le città con le loro architetture finiscono per assomigliarsi a tal punto che le differenze si perdono?
Sì, assolutamente. C’è una tendenza verso l’omologazione che mi fa paura. Rendere i luoghi tutti uguali fra loro significa distruggerli, privarli del loro genius loci, che è il loro spirito.

Quali scatti della mostra l’hanno emozionata di più? A quali sente di appartenere più profondamente?
Una foto ritrae un gruppo di bambine che corrono ridendo su una sponda del Gange con il sole che sorge alle loro spalle. Non so da dove arrivassero, spuntarono all’improvviso da un orizzonte a me ignoto, alle prime luci dell’alba. Tutt’intorno c’erano i roghi dei defunti, i mendicanti bambini, i sofferenti. Quella corsa, quel venire come… in essere… all’improvviso, mi sorprese. Ecco, l’apparire tutto a un tratto, l’irrompere sulla scena, il decuplicarsi di colpo delle forze vitali con impeto eccezionale caratterizza un particolare modo in cui i fenomeni si presentano in particolari momenti. È come se l’universo tramasse per sorprenderci, come se avesse una sua anima che si esprime a un certo punto senza che ce lo aspettiamo.

 

Il libro è in vendita su Amazon, Ibs e Mondadori Store o su www.editriceiltorchio.com.

 

Fonte:

Luca Sciortino. L’artista crea norme per trasformare la realtà

‘La precisione dell’acqua’, i racconti ‘straordinari’ di Chiara Novelli

La precisione dell’acqua (Nardini editore, collana Iena reader, 2015, seconda edizione 2019 Amazon) è un’opera delle scrittrice toscana Chiara Novelli, autrice dell’intricato romanzo L’assonometria del caso, e di due sillogi poetiche: “Paradisi fragili” e “Il cerchio occidentale”.

Dopo la poesia, dunque, Chiara Novelli si confronta con il racconto, ancora una volta con un titolo accattivante ma che non è uno specchietto per le allodole, bensì un richiamo all’acqua come elemento vitale e capacità di adattarsi ad ogni situazione, cercando di catturare, di fissare uno stato d’animo frequente e comune agli esseri umani nella quotidianità. La precisione dell’acqua ci consegna una scrittura prosastica matura e asciutta, per cui l’autrice fiorentina si affida ad immagini realistiche che richiamano alla mente le opere di Edward Hopper e ad una costruzione lirica della narrazione per fotografare la solitudine dei protagonisti dei suoi racconti e la loro lotta con la vita.

L’autrice ritrae noi stessi sospesi tra quotidianità e situazioni paradossali in cui emergono inevitabilmente i tratti più nascosti della nostra personalità, le nostre peculiarità, le nostre contraddizioni da leggere ora con ironia, ora con drammaticità.

Questa la sinossi della Precisione dell’acqua:

La salita sulle montagne russe dei racconti – un’ardita miscela fra l’autobiografico nascosto fra le pagine e la narrativa di pura evasione che inaspettatamente diventa riflessione sul rapporto fra uomo e donna, fra il Divino e il quotidiano, fra la fantasia e la cruda realtà, e la discesa nel buio totale dell’animo umano – si snoda attraverso numerosi scandagli del proprio pensiero, ciascuno posto a profondità o altitudine diversa, con l’arte come elaborazione e via di fuga. Racconti brevi, asciutti e moderni alcuni, altri più vicini alla soglia del romanzo fantasy, talvolta per indagare l’aridità dell’animo e sempre per stupirsene: l’autrice la combatte contrapponendole pura poesia a inframmezzare le scene, riflessioni che mettono in surplace la storia lente discese nel profondo del proprio sé che preparano impetuose risalite. Chiara Novelli riesce a partecipare al gioco della narrativa mai banale, delle atmosfere cariche di angoscia o di leggerezza che diventano, nelle pagine successive, allegria e subito tensione emotiva e sensuale, storie (quasi) vere che diventano specchi da risalire nella totale illusione.

Il filo rosso dei racconti di Chiara Novelli sembra essere il tentativo di sublimazione della dimensione terrena di situazioni comuni; l’amore unito alla ricerca di una propria identità che possono colmare la solitudine di uomini e donne descritta dall’io-narrante.

La stasi, il desiderio di introspezione e di sbrogliare il continuo flusso di coscienza per mettere un punto anche se provvisorio al senso di malessere e disagio, anche attraverso le illusioni, costituiscono il sostrato concettuale che anima i 17 racconti de La precisione dell’acqua che figurano come allegorie fiabesche le quali ci dicono quanto un ricordo possa provocare felicità, sebbene essa sia transitoria, e quando l’illusione possa essere concreta, la realizzazione di un sogno.

Attraverso l’utilizzo della fiaba, Chiara Novelli racconta quello che accade ogni giorno conferendo un’impronta ancora più realistica alla narrazione, rendendo partecipe la natura agli accadimenti, ai pensieri, alle riflessioni, ai propositi umani che spesso hanno la meglio sulla volontà d’azione:

Penso di raggiungere degli amici, ma mi fermo. Arrivo al locale, rimango fuori a osservarli. Vedo bocche e abiti indossati, fatti per ingannare il corpo. Ne indovino le parole e i gesti mossi in sequenze prevedibili. E mentre sono lì, giuro che mi sforzo di entrare, di superare quella repulsione che si sta versando dentro me a colmarmi. Ripercorro tutta la strada con la gioia di essere ormai sola, anche senza un impegno, una vita altrove.
Prendo a correre verso un supermercato, voglio comprare dei cereali. Entro e subito sono parte di quelle persone che scelgono in mezzo agli scaffali. Loro sì che sono me, il mio luogo, le gambe che mi sostengono. Mi piace mangiare quel cibo così pulito.
Mi sono spostata sui miei passi, il presente e la memoria si fondono inesorabili, rotolano sui minuti di quel tempo che abito, invecchiata di frasi, di lunghi amori senza sogni, che vivono quieti sulla pelle del corpo, creature altre di una visione dolorosa a partorirsi, ma poi possibile, quasi buona. Spero, di nuovo.
La luna è calante in questi giorni, lo spazio si trasforma a ogni oscillazione, ai suoi comandi, e io respiro il tempo come un sincero fratello immobile: mi ricorda che tutto finirà in un momento esatto, e nel frattempo devo affrontare e chiedere perdono. La verità è che, nonostante tutto, sono dentro a un disagio senza fine. Tiro le corde delle pazienze altrui. Ci vivo sopra da anni.

Ma l’azione può essere serena e disinvolta solo se la mente e l’animo sono liberi da pensieri inquinanti e paralizzanti che minano la nostra capacità di distinguere il vero dal falso. Scandagliando l’animo umano, Chiara Novelli coinvolge il lettore con disarmante sincerità e chiarezza narrativa senza perdersi in costruzioni linguistiche troppo artificiose (i periodi sono costituiti da frasi brevi ed incisive, pochi dialoghi e immagini evocative), nella banalità, nelle frasi fatte, toccando tematiche fondamentali della nostra esistenza, sfumando i sentimenti e gli stati d’animo: cupio dissolvi, voglia di oblio, ricerca della propria memoria e radici, desiderio di afferrare la Verità, la rivolta contro il mondo, il concetto di eternità, il rapporto con il Divino, la complicatezza della vita, per cui scrivere è diventata quasi una maledizione.

Tra i racconti più interessanti e riusciti spicca senza dubbio la ‘fabulae’ La tessitrice e il burattinaio e L’inserviente e la sua lotta contro la vita. Se nel primo si fa riferimento al tempo e all’attesa che può lenire il dolore attraverso l’immagine del burattinaio capace di ascoltare le voci di una notte particolare, quella degli incantesimi, e di una storia che forse non cominciava proprio in quel momento. Un meraviglioso sogno dove il mondo agli occhi dei due protagonisti appare ai primordi: straordinario e silenzioso; nel secondo si narra della lotta di un uomo  per diventare nulla per il mondo.

Con La precisione dell’acqua, Chiara Novelli si conferma un’autrice di grande talento, abile nell’aver realizzato una raccolta di racconti omogena e nel destreggiarsi tra fantasy, mito, romanzo terminale, realistico, un po’ maledetto (alla Céline di Viaggio al termine della notte), poesia. Poesia, sguardo lirico, come rimedio alle angosce e della vita, la quale si palesa attraverso scene che offrono qualcosa di straordinario che ci rende leggeri, capaci ancora di provare quello stupor mundi di cui la nostra società contemporanea avrebbe bisogno di recuperare.