‘Amarcord’, un racconto relazionale di Davide Morelli

Proponiamo un racconto d’amore e di illusione dal titolo Amarcord di Davide Morelli.

Lei dormiva accanto, abbracciandolo. Il suo respiro era così leggero che quasi non la sentiva. C’era solo la luce della luna che entrava dalle inferriate. Nessun altra luce. Solo il rumore di fondo delle macchine che passavano sulla circonvallazione. Tutti i loro amici e le loro amiche erano andati a dormire. Tutto il mondo sembrava assopito. A lui sembrava trascendere il tempo quando l’abbracciava.

Nessuno di loro si sentiva mai solo in quel tempo. Nessuno può considerarsi solo quando si ha una caterva di amicizie. Lei era bella e non usava mai truccarsi. Era bella al naturale. Così tonica e con i suoi capelli a caschetto castani. Indossava jeans e un piumino. Era così semplice! Entrambi erano coperti da un semplice plaid. Dormivano vestiti da diverse notti. Niente altro. Si sentiva alle volte giovane per sempre ed altre volte immortale quando le dormiva accanto.

A tratti carezzava la sua nuca e la sua chioma. A tratti le teneva la mano. Lei diceva che erano solo buoni amici. Lui aveva paura di dichiararsi e di perderla per sempre perché lei voleva innanzitutto la sua libertà. Lei prima aveva pianto raccontandole del suo ex che l’aveva trattata male e lasciata senza preavviso. Adesso lei voleva essere libera. Aveva venti anni, era una universitaria fuori sede e voleva sentirsi libera. Non voleva impegni. Non voleva legami né catene. Non voleva vivere delusioni. Non voleva soffrire. Amava l’ebbrezza del vino in quelle notti. Amava cantare e stonare canzoni in quelle notti. Adorava strimpellare la chitarra.

Lui le faceva da confessore e amava ascoltare alcuni suoi piccoli segreti. Si erano raccontati le loro vite. A volte pensava di leggerle nel pensiero, altre volte sembrava che lei gli leggesse nel pensiero. Che cosa era quello struggimento e quello stringersi forte? E quelle conversazioni fitte e quel filosofeggiare su tutti gli aspetti della vita? Si frequentavano da giorni. Facevano parte da due settimane della stessa comitiva. Lui si sentiva a proprio agio. Sembrava che si conoscessero da una vita. Apparentemente tutto sembrava procedere senza contrasti.

Ognuno naturalmente aveva i suoi difetti e le sue contraddizioni. Tutto sembrava combaciare, anche se sapevano entrambi che l’idillio non esisteva. Tutti sembravano essere in armonia con il mondo, nonostante le gravi ingiustizie e sperequazioni del mondo. Lei sembrava essere particolarmente spontanea.

Lui faticava a prendere sonno con lei accanto. Scorrevano nella sua mente le immagini della giornata. Ripensava a tutte le parole, le espressioni, i movimenti di lei. L’aveva messo in conto che un giorno la felicità sarebbe sgusciata via e sarebbe dopo spuntata la morte. Ma preferiva non pensarci. Con lei accanto non pensava mai alla morte. Forse era fisiologico a quella età. Avevano venti anni e quelle notti così vissute non li stancavano mai, anzi erano contenti di fare le ore piccole e non erano mai spossati per aver dormito troppo poco. Lui l’aveva consolata ma nessuno avrebbe mai consolato lui quando lei se ne sarebbe andata, dopo avergli detto di no. Ogni volta che giungeva l’alba ed entrava la luce nella stanza entrambi si alzavano per farsi un caffè con la moka. Alle volte si recavano al bar più vicino a prendere una brioche.

Tutto quello che si dicevano in quelle notti a lui allora sembrava così importante ma con il tempo e con gli anni avrebbe capito che erano solo semplici sciocchezze: banalità giovanili. Un giorno lui l’avrebbe cercata, ma lei non l’avrebbe più considerato e non avrebbe più voluto saperne nulla di lui. Lui sarebbe morto scapolo, mentre lei si sarebbe sposata ed avrebbe fatto figli. Lui si sarebbe chiesto più volte nel corso degli anni il senso del loro incontro, ma poi avrebbe pensato che la giovinezza è una cosa che non ha senso.

Le loro esistenze si erano intrecciate così casualmente. Si chiedeva se avesse compiuto degli errori, ma probabilmente era inutile chiederselo. Poi sarebbero stati tutti errori di gioventù! Chiaramente tutto questo molto più in là nel tempo. Un giorno lontano naturalmente. Che strana cosa la giovinezza in cui si finisce per dare così tanta importanza a quel sentimento così altalenante che chiamano comunemente amore! Un giorno lontano lei sarebbe stata solo un ricordo sciocco da scacciare dalla mente.

Ma in quelle notti lei respirava leggero accanto a lui e a lui sembrava di essere il suo ragazzo, anche se il tempo gli avrebbe insegnato che era tutta una illusione. Con il tempo lui avrebbe imparato che ci sono persone che non si incontreranno mai nella nostra vita e persone che non si incontreranno mai più nella nostra vita. Ma avrebbe anche imparato che essere uomini consiste anche nel non pensare mai o molto raramente a queste cose perché non si può vivere di rimpianti o di vite immaginarie. Con il tempo chiaramente avrebbe imparato questo ed altro.

Addio ad Arthur Hiller, regista di ‘Love Story’

Arthur Hiller, regista canadese figli di immigrati ebrei polacchi, si è spento ieri a Los Angeles all’età di 92 anni. Il mondo del cinema piange dunque uno dei suoi registi più romantici, passato alla storia per la pellicola strappalacrime Love Story (1970) con Ali MacGraw (Jim, l’irresistibile detective, La ragazza di Tony, Getaway!) e Ryan O’Neal (Paper moon, Barry Lyndon, Vecchia America, Quell’ultimo ponte). La trama è arcinota: lui, studente di buona famiglia in un college che s’innamora di una ragazza di origine italiana e non benestante. Convolano a nozze contro la volontà dei genitori di lui. La ragazza muore di leucemia su un letto d’ospedale pronunciando le celeberrime ed indimenticabili parole rivolte al suo amato: “Amare significa non dover mai dire mi dispiace”.

Alla sua uscita Love Story (1 Oscar e 6 nominations) venne bollato da gran parte della critica come uno dei momenti più convenzionali e retrivi del sentimentalismo cinematografico, ma agli spettatori il film piacque molto e riscosse un grande successo al botteghino e probabilmente Arthur Hiller è stato molto più profondo e sensibile di quanto si possa pensare, intendendo raccontare l’amore vero, senza tattiche, tra due giovani universitari che si amano e basta e l’ottusità di una ricca famiglia piena di pregiudizi, cui importa solo la reputazione e l’apparenza. Senza dubbio Love Story poggia su una narrazione poco consistente e stereotipata che la rendono un prodotto ben confenzionato, per qualcuno ricattatorio (data la malattia di lei), farcito di frasi ad effetto, con lo scopo di commuovere e far piangere. E ci riesce, a meno che non si abbia un cuore di pietra.

Arthur Hiller ha diretto più di 70 film dal 1957 fino al 2006 spaziando da commedie, a film drammatici, passando per storie di guerra, satire e musical, tra cui meritano particolare menzione Non guardarmi, non ti sento, Le ali della notte, una strana coppia di suoceri, Un provinciale a New York, e portando cinque diversi attori alla nomination per l’Oscar: O’Neal, MacGraw, George C. Scott, Maximilian Schell e John Marley. Il regista ha vinto per volte l’ambita statuetta dorata.

Arthur Hiller ha avuto i primi contatti con il mondo dello spettacolo proprio grazie ai suoi genitori, che avevano fondato un’organizzazione teatrale per spettacoli in Yiddish. Sua moglie Gwen Hiller, conosciuta sui banchi di scuola, se n’era andata lo scorso giugno all’eta di 92 anni. Il romantico Hiller le aveva chiesto di sposarlo quando aveva otto anni e la loro unione è durata ben 68 anni.

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