L’Umbria non è l’Ohio e Luigi di Maio non ha colpe ma solo il ‘complesso di popolarità a debito’

In principio parlano i voti assoluti. In Umbria ha stravinto la coalizione di centro-destra, con la Lega che tiene la percentuale altissima conquistata alle elezioni europee e Fratelli d’Italia che raddoppia i consensi. A prima vista sembrerebbe che la scelta di Matteo Salvini di aprire la crisi di governo con il Movimento 5 Stelle, in linea con la volontà di capitalizzare il sentimento popolare degli italiani che lo vede in testa ai sondaggi, sia giusta, anche se questa sfida era piuttosto facile (senza nulla togliere alla campagna elettorale perfetta del leader della Lega).

L’Umbria uscita dallo scandalo targato PD sulla sanità, si presentava insieme ad un Movimento 5 Stelle indebolito, sulla scia di una manovra finanziaria tutt’altro che seducente sul piano comunicativo ed elettorale. Bastava farsi un giro sui profili social di Matteo Salvini per vedere come sarebbe andata a finire, eppure i partiti di governo hanno scelto, sbagliando, di perdere insieme quando sarebbe stato più intelligente perdere divisi. Non a caso Matteo Renzi a Narni non c’era per la foto di gruppo. L’Umbria non è l’Ohio ma così hanno offerto sul piatto d’argento dell’opposizione l’argomento degli argomenti: “andare alle elezioni subito”.

Nei ranghi del Movimento 5 Stelle è subito caccia al colpevole. Insomma “uno vale uno” solo quando vince. La realtà è che Luigi Di Maio, pur essendo il capo politico, non ha nessuna responsabilità sulla sconfitta. Anzi. Luigi Di Maio è stato l’unico – insieme ad Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone – al momento delle consultazioni a voler tenere il forno aperto con la Lega, peraltro con grandi capacità di mediazione e negoziazione, con lealtà e dignità, ma fu messo in minoranza dai suoi (che hanno deciso di seguire la volontà di Beppe Grillo, Giuseppe Conte e Roberto Fico).

Infatti lui stesso ha preferito andarsene al Ministero degli Affari Esteri, prendendosi comunque la delega all’export italiano per onorare il lavoro iniziato al Ministero dello Sviluppo Economico, così da accreditarsi all’estero e preparare un’eventuale uscita di scena. Luigi Di Maio non è responsabile ma una vittima sacrificale del governo giallo-rosso che merita rispetto.

Altro che “bibitaro”, tutti quelli che lo hanno conosciuto ammettono di aver davanti una persona brillante, instancabile, studiosa, ambiziosa quanto basta per rispettare i propri impegni con responsabilità e senso di appartenenza alle istituzioni. Ma come tutti gli eletti del Movimento 5 Stelle soffre “del complesso di popolarità a debito”: senza Beppe Grillo non sarebbero nessun deputato sarebbe mai diventato così influente per cui la notorietà individuale viene messa al servizio della comunità.

«Era un esperimento. Non ha funzionato. Il patto Pd-M5S è una strada impraticabile» (il commento di Luigi Di Maio dopo l’uscita dei risultati in Umbria).

Ad ogni modo i risultati del voto in Umbria seguono perfettamente l’andamento elettorale tracciato dalle europee di maggio. Matteo Salvini cresceva nei consensi da Ministro degli Interni, e ha sigillato quei consensi anche all’opposizione grazie ad un populismo formale-comunicativo (caudillo, comiziante, espressione del sentimento popolare) più che sostanziale-programmatico (rimane pro-Euro, pro-Nato, pro-mercato).

Dal punto di vista elettorale e sociologico la Lega si iscrive in continuità col Partito Comunista Italiano (andate a chiedere per chi hanno votato in massa gli operai delle acciaierie di Terni), perché già come spiegano il filosofo Jean Claude Michéa e il sociologo francese Christophe Guilly “nelle democrazie occidentali le classi popolari e quelle medie impoverite non votano più a sinistra”. E qui si pone un problema per il medio e lungo periodo.

La coalizione di centro-destra è destinata a implodere se non risolve la questione ideologica interna. Citando una frase di Alain De Benoist pronunciata in questa terza edizione di Libropolis: “quei liberali, nazionalisti o conservatori, dovranno capire prima o poi che è impossibile voler difendere quel sistema di mercato capitalista e allo stesso tempo i valori tradizionali che quel sistema di mercato capitalista non smette di distruggere da decenni”.

 

Sebastiano Caputo

Barbara Lezzi e la Questione meridionale tra Gramsci e Carlo Levi

Barbara Lezzi, quarantaseienne leccese, diplomata all’Istituto Tecnico “Grazia Deledda” della città barocca, impiegata, già senatrice del Movimento 5 Stelle nella XVII legislatura, vicepresidente per la commissione permanente di bilancio e membro della commissione permanente per le politiche europee, si appresta ad affrontare una delle sfide più cocenti della storia della Repubblica Italiana: Ministro del Sud nel Governo Conte, un consesso politico formato al 50% da pentastellati e al 50% dalla Lega Nord.

Barbara Lezzi ha il compito di svincolare il Meridione da una serie empia di stereotipi apparentemente anestetizzata. La storiografia nazionale ha dimostrato come il processo di annessione (intempestivo) del Regno delle due Sicilie alla Casa Sabauda abbia creato le basi di un dualismo economico in cui il Nord è ritenuto “norma di rendimento” e il Sud “anomalia di rendimento“, con una forbice sociale dilatata a favore del Settentrione. Fino al 1915 l’Italia non è mai stata Unità: Antonio Gramsci afferma come ci sia voluta la Prima Guerra Mondiale per amalgamare realmente il Paese, con scambi totali a livello linguistico e socio-culturale. Negli anni successivi il Sud è stato indebolito dalle battaglie economiche e belliche del regime fascista, per essere poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, a ogni piè sospinto verso uno sviluppo pilotato dagli States. Riforma Agraria e Cassa del Mezzogiorno furono le strategie degasperiane che portarono risultati altalenanti. Lo storico Salvatore Lupo chiarisce il dualismo di rendimento tra Nord e Sud attraverso il Pil pro-capite, eludendo le nubi di misticismo che da decenni avvolgono la Questione: «Quello dei meridionali tra il 1871 e il 2009, è cresciuto di dieci volte a fronte di una media italiana di tredici volte, e in età repubblicana è cresciuto di 6,4 volte a fronte di una media italiana del 5,6. Ciò significa che il Mezzogiorno, tra momenti di divergenza e convergenza con il Settentrione, ha partecipato del cento cinquantennale trend di sviluppo del paese nel suo complesso. […] Il Mezzogiorno va considerato, al pari di qualsiasi luogo di questo mondo, come un frammento della modernità».

Il Ministro Lezzi si ritroverà a maneggiare nodi magmatici per l’economia del Meridione: la Tap, l’affaire Xylella, il carbone a Cerano e il cancro Ilva. Questioni probanti all’interno della Questione meridionale, che confermano la debolezza politica di un vasto territorio: il popolo rifiuta l’installazione del tubone Tap a Melendugno – che porterà gas azzero in altri Paesi e nel nostro sarà solo di passaggio –, ma lo “deve” ingoiare amaramente, prendendo mazzate dinanzi al cantiere dorato. Il popolo rifiuta l’eradicazione degli ulivi infetti da Xylella, poiché convinto che questi si possano curare in loco. Il popolo muore per l’inquinamento portato dal carbone di Cerano e dagli acciai dell’Ilva e combatte silente tale condanna – perché diversamente migliaia di lavoratori vanno con il culo per terra –. Si ritrova tout court denudato di voce e dignità.

La Ministra dovrà affrontare anche un’altra piaga zampillante della sua terra: una disoccupazione che tallona il 20% e che nelle file dei giovani rischia di raddoppiare il proprio numero. Colpa anche di un fenomeno ritenuto “estinto o in forte decrescita” da molti luminari della società italiana, mentre in Campania, Calabria, Sicilia e Puglia – con il foggiano in forte crescita – è una spada di Damocle perenne: la mafia. Lo storico Francesco Barbagallo ci chiarisce le idee in merito alla camaleontica problematica: «L’esclusione dei giovani dal lavoro e dal futuro in tutta Italia e specialmente nel Sud, che è un fenomeno diffuso anche in altri paesi europei, si accompagna da noi a un blocco totale della mobilità sociale. Il tramonto della politica nell’ultimo trentennio ha favorito in Italia il predominio totalizzante di una sorta di familismo dei clan, che impedisce l’affermazione delle qualità personali in qualsiasi ambito. La selezione in Italia, salvo rare eccezioni, non avviene per confronti di merito, ma per relazioni personali, familiari, di clan».
Edward Banfield sessant’anni fa sottolineava come il “familismo amorale” attanagliasse le mente dei meridionali. Oggi lo stesso sentimento si è trasformato in “familismo di clan“. Una proiezione filosofica che trova terreno fertile a causa della “disgregazione sociale” che affligge da più di un secolo il Sud, malcostume teorizzato splendidamente da Antonio Gramsci, profondo accusatore degli intellettuali meridionali, sempre pronti a valorizzare il proprio tornaconto – andando in braccio all’élite dominante – e mai a lottare per salvaguardare il bene comune.

I capitani della Lega Nord portano in saccoccia le tesi di un altro storico che ha messo bocca sulla Questione meridionale, Robert Putnam. Egli sostiene la dicotomia civic-uncivic: storicamente il Settentrione sarebbe intriso da un forte senso di civicness, grazie all’esperienza dei Comuni durante il Medioevo. Mentre, d’altro canto, il Meridione sarebbe un organismo sociale uncivic, per colpa del feudalesimo medievale e dell’autocrazia vissuta negli anni successivi.

Il “fondamentalismo politico” si può vincere, anche in Italia, con una granitica preparazione scientifica, umana e politica.
Ecco cosa chiede tutto il Sud a Barbara Lezzi: curare i mali che lo affliggono ed essere rispettato dai suoi “sputatori sadici” dell’ultimo trentennio. Per analizzare, criticare e migliorare il Sud, bisogna prima capirlo. Ad aiutarci a farlo è Carlo Levi, un vero intellettuale che fece fermare nella dissonante dolcezza di Eboli il vip dei vip, Gesù Cristo: «Le lotte e i contrasti qui sono cose vere, il pane che manca è un vero pane, la casa che manca è una vera casa, il dolore che nessuno intende un vero dolore. La tensione interna di questo mondo è la ragione della sua verità: in esso storia e mitologia, attualità e eternità sono coincidenti».

 

Annibale Gagliani

L’ora più buia della nostra politica, Sergio Mattarella e il colpo di stato tecnico

L’ora è buia più che mai: in Italia stanno letteralmente tremando i pilastri dello Stato democratico e quanto accaduto nella serata di ieri è di una gravità assolutamente senza precedenti nella storia libera del nostro paese. Chi non riconosce la brutale violenza anti istituzionale operata dal colle è uno sciocco o semplicemente in malafede. A proposito di questo è necessario sin da subito esprimere il più sentito e disgustato sdegno rispetto al mondo della stampa e dell’informazione che, in massima parte, colpevolmente ha assunto in queste ore un atteggiamento pavido e subdolo, asservito alla Presidenza della Repubblica mediante argomentazioni vuote, ridicole, meschine. L’ora è buia. Siamo stati noi i primi, in una lunga analisi di ieri, a paventare il rischio di un ricorso all’art.90 della Costituzione, quello relativo alla messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica. Oggi ne parlano tutti. E su queste stesse righe adesso, con la stessa identica convinzione, lanciamo un allarme che vogliamo sia percepito come il più drammatico urlo di terrore: il rischio, adesso, è quello di gravi disordini pubblici. Lo stesso Salvini, in serata, si è definito preoccupato in tal senso e ha speso se stesso, forse anche strategicamente, come garante della pace civile in questi momenti di fortissima tensione e concitazione. Il responsabile di tutto questo è il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale nel suo discorso, guardacaso, non ha fatto altro che parlare di Borsa e spread.

È un colpo di Stato e, attenzione, non stiamo ricorrendo ad un’espressione volutamente enfatica e giornalisticamente forzata. Per noi è in corso un vero e proprio colpo di Stato in senso tecnico. Il 4 marzo scorso gli Italiani sono andati al voto con una legge elettorale promulgata dal Presidente della Repubblica e hanno scelto di dare forza a due organizzazioni politiche con idee precise sull’Europa: Movimento 5 Stelle e Lega Nord. Queste due formazioni hanno deciso di costituire una maggioranza parlamentare e si sono legittimamente candidate a guidare il paese, forti di una precisa e netta legittimazione popolare. In Italia la sovranità risiede nel popolo e il popolo ha conferito vigore a queste due forze politiche. Il Presidente della Repubblica ha di fatto impedito a questa maggioranza parlamentare di andare al governo del paese: è un atto politicamente gravissimo, violento e dittatoriale. Non era mai accaduto un fatto del genere: i paragoni a veti del passato, quale quello di Scalfaro su Previti, non c’entrano assolutamente nulla. La dittatura peraltro è un istituto ben preciso, giustificato in alcuni ordinamenti giuridici del passato a fronte di circostanze gravi e impellenti, che fuori dalla legittimazione delle norme configura una tirannide: è il nostro caso.

Andiamo con ordine. Partiamo dal presupposto che questa crisi sul nome del prof. Savona, uno degli economisti più autorevoli del mondo e orgoglio italiano, sia stata ingenerata dallo stesso atteggiamento maldestro di Mattarella. Era assolutamente prevedibile, e infatti anche questo avevamo scritto, che Lega e Movimento 5 Stelle non avrebbero mai potuto cedere: chi darebbe mai fiducia ad un Governo del cambiamento che non sia nemmeno in grado di scegliersi i propri Ministri? Se poi si vanno ad analizzare le ragioni del veto a Savona si resta veramente allibiti: Savona è un mite economista, peraltro a nostro avviso fin troppo moderato, il quale da europeista convinto si è permesso, in talune circostanze, di esprimere delle critiche ad una Europa non più votata allo spirito dei suoi Padri Costituenti. Pertanto il veto è stato espresso non per il pericolo che Savona avrebbe potuto rappresentare, anche perché non è affatto un uomo pericoloso e anzi da sempre si dimostra fedele alle istituzioni, ma semplicemente per il suo pensiero, per le sue idee, per il semplice fatto di essersi permesso di esprimere delle critiche all’Unione Europea e di non aver mai parlato, come dicono alcuni per giustificare la decisione di Mattarella, di uscire dall’Europa, come se si uscisse dall’oggi al domani.

Qualcuno scherzando ha ipotizzato una partecipazione troppo attiva di Mattarella a “cantine aperte”. Qualcun altro suggeriva a Mattarella di dare l’incarico di governo direttamente alla Merkel, la quale continua a guardare a Berlusconi come garante dell’europeismo italiano. Lo stesso Berlusconi che, nonostante le smentite, pare l’abbia chiamata culona inchiavabile. Ironia a parte, però, davvero il comportamento del Presidente della Repubblica ha dell’incredibile e lo ripetiamo fino alla nausea: la Costituzione non gli riserva la facoltà di valutare politicamente i Ministri, ma solo di garantire della loro onorabilità ai sensi della Costituzione medesima. Difatti il Governo giura nelle mani del Presidente della Repubblica prima ancora di presentarsi in Parlamento a chiedere la fiducia politica. I due momenti sono volutamente distinti: il primo è etico e morale; il secondo è politico. Mattarella si è preso tutto e adesso è proprio il caso di dirlo: la paura fa 90. Ai sensi dell’art.90 della Costituzione, è dovere delle forze politiche cui è stato inibito l’accesso democratico e legale al governo del paese quello di mettere sotto stato di accusa il Presidente della Repubblica.
Vedete, fa bene qualche viscido giornalista che in TV chiede provocatoriamente quali siano le prove di un condizionamento internazionale su Mattarella. Fa bene perché tale condizionamento è assolutamente irrilevante: che abbia agito sua sponte o no, resta il fatto che Mattarella ha attentato alla Costituzione e deve lasciare il Quirinale. È il solo e unico responsabile: se vuol bene all’Italia deve dimettersi immediatamente, quantomeno per non aver saputo gestire la crisi nonostante ci fosse una maggioranza parlamentare disponibile ad assumersi l’onere di governare.

Facciamo una cosa: fingiamo per un attimo che tutti questi costituzionalisti da bar sportivo abbiano ragione e che in effetti l’art.92 della Costituzione riservi delle valutazioni politiche da svolgere presso la Presidenza della Repubblica. Ammesso e fortissimamente non concesso il punto, a rileggere le parole pronunciate da Mattarella viene comunque la pelle d’oca: sono la celebrazione funerea della definitiva subordinazione delle istanze democraticamente affermate da un popolo in difficoltà alla tenuta delle borse, ai mercati finanziari, allo spread, al tasso dei mutui. Questa vicenda ha dell’incredibile, del surreale. Siamo in presenza di un comportamento al limite del reazionario puro. Poi gli stessi molli giornalisti si domandano se ne sia valsa la pena: se davvero Salvini e Di Maio abbiano fatto bene a intestardirsi così sul nome di Savona facendo saltare tutto il progetto di governo. Hanno fatto benissimo. A prescindere dal fatto che Savona rappresenti la condensazione dell’accordo tra i due, il veto posto dal Quirinale per pregiudiziali politiche pone un problema sistemico ben più importante di Savona medesimo: la democrazia italiana stessa. Savona è diventato un emblema, una battaglia democratica da combattere a tutti i costi perché un uomo non può essere escluso per il suo pensiero, per le sue idee.

Esiste una sola ideologia politica inammissibile alla guida del paese ed incompatibile col regime democratico e sono le Disposizioni Transitorie e Finali della Costituzione ad individuarla al capo XII: quella fascista, tanto è vero che viene dichiarata illegale la costituzione di un partito con tale vocazione. E allora, se il veto politico di Mattarella è rispettoso della legge, ne deriva necessariamente e logicamente lo scioglimento immediato di qualsiasi partito politico vagamente euroscettico: come minimo il Movimento 5 Stelle, la Lega Nord e Fratelli D’Italia. Se tale scioglimento non dovesse avvenire, allora è Mattarella a non essere nell’alveo della legalità e quindi va messo immediatamente in stato d’accusa dal Parlamento. A questo punto non è più una facoltà assembleare, bensì un dovere.

La verità è che siamo difronte ad una impalcatura che sta collassando e il Governo giallo/verde mette in pericolo il sistema nel suo complesso: è una intera struttura di potere politico, economico, finanziario e mediatico ad essere in pericolo. È assolutamente fisiologico che un sistema lotti per la sua autoconservazione e, tanto grave è la minaccia, più forte sarà la sua reazione. Fino a giungere all’atto criminale perpetratosi ieri. Adesso il Quirinale ci impone letteralmente un Governo tecnico e di minoranza, nonostante ci fossero tutti i presupposti per un Governo politico e di maggioranza alla guida del paese, consumando uno stupro della Carta costituzionale, sputando in faccia al popolo italiano e spalancando le porte a poteri esterni che marciano con i loro lucidi stivali neri nei corridoi delle nostre istituzioni. Si poteva fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: sarà un po’ estremo, vi apparirà un po’ colorito, ma se ieri Mattarella dal suo pulpito avesse pronunciato queste parole la differenza sarebbe stata certamente minima. Una cosa è certa: il voto e la volontà degli italiani non hanno contato nulla.

 

Savino Balzano

Risposta dei sindaci M5S ai nubifragi di questi giorni

In numerose parti d’Italia si sono registrati negli ultimi giorni diversi incidenti causati dalle abbondanti piogge. Spiccano tra le varie città Roma e Livorno, dove gli allagamenti, le devastazioni e le vittime hanno reso la situazione particolarmente pesante. I rispettivi sindaci giocano allo scarica-barile per la mancata messa in sicurezza di molte zone dei comuni da loro governati oltreché per la lentezza nei soccorsi, ricorrendo così a un costume della politica italiana vecchio ma sempre di moda.

Di Maio surrealista

Durante un’intervista rilasciata a Vanity Fair il candidato premier per il Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio ha affermato che il suo modello politico è Sandro Pertini. Le reazioni, soprattutto sui social, improntate a un ironico e impietoso confronto tra l’amato presidente della repubblica degli anni ’80 e l’attuale deputato, non si sono fatte attendere…

Dal maggioritario al proporzionale: l’intesa tramontata sulla nuova legge elettorale

Pur non riuscendo a realizzare l’accordo sulla legge elettorale, il modo in cui tale accordo era stato possibile getta luce sui suoi protagonisti, è dunque interessante analizzare i motivi profondi che hanno spinto tutti a mettersi d’accordo sulla legge proporzionale.
Nessuno vuole il proporzionale, quindi? Quindi lo fanno. L’unico accordo fattibile, si potrebbe logicamente pensare, è escludere fin dal principio il proporzionale. Le dinamiche sottese a questo cambio di rotta permettono di far vedere se una classe dirigente sia o no Politica.

In sintesi cos’è il proporzionale concettualmente: esso prevede che in base ai voti che prendi, si ha proporzionalmente un numero di rappresentanti in Parlamento. Ottimo, detto così è democrazia pura, salvo poi avere magari tutti partiti, ipotesi, al 30%, così nessuno vince, tanto da avere la maggioranza del 50 più 1 per cento e governare. Che fare? Il maggioritario, che prevede un premio di governabilità, fa diventare maggioritario colui che vince e/o supera una certa soglia, dandogli cioè un sovrappiù di parlamentari per raggiungere la maggioranza e governare, altrimenti si potrebbe rivotare di nuovo, ma se il risultato non dovesse cambiare, si ritornerebbe al caos, quindi di nuovo al voto, quindi di nuovo al caos etc… Per il maggioritario la governabilità vale quanto e più della rappresentatività, perché il contrario, il caos, è più pericoloso di un premio aggiuntivo.

Tutto inizia con la fine della Prima Repubblica (dove c’era il proporzionale) e il referendum in cui la stragrande maggioranza degli italiani vota per un sistema maggioritario. Così si formano due poli, centro destra e centro sinistra, si alternano, e questa alternanza maggioritaria, seppur limitata dai ricatti dei piccoli partiti, era uno dei pochissimi e invisibili lasciti positivi del berlusconismo. Ecco il nostro prima attore, Berlusconi e Forza Italia, da sempre schierati per il maggioritario e da esso a loro volta supportati. Quando però iniziano a perdere consensi (più del 50%!), allora, sapendo di non vincere, Berlusconi, un idealista maggioritario, inizia a dire che vuole il proporzionale. Cioè poiché non vince lui, allora non vuole vinca nessuno, per diventare poi fondamentale per offrire i proprio voti al più potente non vincitore e fare insieme un governo (larghe intese). Non c’è male per uno dei fondatori del maggioritario in Italia. Va anche detto, a favore dell’azione di Berlusconi, che qualora rinunciasse ad essere lui l’ago della bilancia, lascerebbe nel suo campo un vuoto politico colmabile da attori potenzialmente peggiori. Sopravvivere può dunque non essere solo egoismo politico, ma avere un effetto, forse non voluto ma positivo, di riaggregazione futura e moderata del centro-destra.

Renzi e il PD. Renzi, lo ricordiamo tutti, fa approvare l’italicum, probabilmente la legge elettorale più marcatamente maggioritaria che la Repubblica italiana abbia mai avuto, tanto da farsi accusare di autoritarismo implicito etc… Lui conferma questa impostazione dicendo che non avrebbe mai fatto il leader di un governo destinato a stare a galla, perché senza vera maggioranza non sarebbe stato possibile riformare il Paese. Ora il proporzionale con i tre poli attuali al 30% porterebbe proprio a questo. Ma lui si è accorto che non è in grado di ottenere la maggioranza, non lo era più neppure con l’italicum, ormai comunque parzialmente bocciato dalla corte costituzionale, non lo è sicuramente ora, dove i successi del suo governo sono, a livello costituzionale ed economico, approssimativi, momentanei, superflui, forse neppure effettivi. Ora, visto che non può vincere, ma non se ne vuole andare, preferisce comunque rimanere a galla che sparire, preferisce rinnegare il maggioritario, e fare di tutto per essere uno degli attori della futura ingovernabilità, piuttosto che andarsene dignitosamente, dopo essere stati sconfitti lui e la sua (evidentemente falsa) volontà maggioritaria. Se non può far parte dell’ordine vuole far parte del caos, in un nuova declinazione dell’importante è partecipare, proprio da chi sembrava non voler far altro che vincere. Anche per Renzi va dato atto che un tentativo maggioritario, seppur scomposto, discutibile e bocciato, è stato cercato, e che nel suo eccessivo leaderismo, ha però confermato una certa vocazione maggioritaria. Non è escluso che possa in futuro ritentare la strada di un maggioritario, accettando per ora il gioco proporzionale, perché impossibilitato a imporre il maggioritario.

Come ultimo partito del vecchio sistema troviamo la Lega, la vecchia maggioritaria Lega. Salvini, suo leader, esperto di complessità, di fronte al problema del futuro probabilissimo caos con il proporzionale, invece di cercare di spingere per il maggioritario, ha detto di accettare qualsiasi cosa pur di andare a votare. Convinto che gli italiani apprezzino le risposte semplici (semplicistiche) e chiare rispetto ai problemi. Da un lato questa determinazione può dargli l’immagine di una determinazione e un orientamento al risultato che non pochi italiani potrebbero apprezzare, ma è anche vero che se dietro tale semplicità, non ci fosse la chiarezza ma piuttosto l’assenza di una visione complessa, il problema tornerebbe nel momento in cui dovesse governare. E’ pur vero che Salvini è il più piccolo degli attori parlamentari per ora in gioco, sa di non poter influire su quale sistema varare, ma solo assecondarlo, quale che sia, e velocizzare il voto. E’ una strategia, forse pragmatica, forse miope. Si deve attendere per capire.

Si arriva ora al Movimento 5 stelle. Non si deve pensare ai 5 stelle del 2013-15 per capire cosa vogliono dalla legge elettorale. Bisogna pensare ai 5 stelle dopo la vittoria di Virginia Raggi come sindaco di Roma. A prescindere dai meriti e/o demeriti effettivi di questa giunta, è emerso tuttavia ai leader dei 5 stelle la consapevolezza che una maggiore preparazione in vista di un possibile futuro loro governo nazionale sarebbe necessaria. Certo hanno, soprattutto la base, un’idea della rappresentanza che si sposa molto meglio con il proporzionale che con il maggioritario, ma alla luce di quanto appena detto, è anche vero che la possibilità di non vincere li aiuterebbe ad avere altri anni a disposizione per formarsi come forza di governo preparata e sicura di sé. Poco credibile appare la formula d’emergenza da loro proposta: il governo di minoranza parlamentare. Per definizione un governo non è della minoranza, perché per governare gli serve la maggioranza, così, ammesso che riescano a vararlo in Parlamento (dove avrebbero solo la minoranza dei voti per la fiducia) su ogni legge dovrebbero chiedere il voto a qualcuno (ma loro non li chiedono) e per averli dovrebbero trattare (ma loro non trattano) e scambiare qualcosa nella scrittura delle leggi, perché coloro a cui si chiedono i voti vorranno giustamente partecipare alla stesura (ma loro non scambiano). E’ chiaramente emerso un problema di selezione della loro classe dirigente. Tra loro sono infatti emersi, grazie ad un sistema piuttosto precario, sia leader capaci che pessimi, ma è un difetto che una forza di governo deve limitare al massimo. La selezione è la base della futura azione di chi sarà selezionato. Per ora il rischio è di sprecare le intenzioni e le energie positive con leader che forse non sanno esprimerle. E’ tuttavia vero che il movimento è forte, al contrario degli altri partiti, a prescindere dai suoi leader, escluso Grillo, ma per l’idea di innovazione che è riuscito a trasmettere.

Questa è la nostra classe politica, che non ha classe, non è Politica, ma purtroppo sì, è la nostra. Nostra vuol dire che viene da noi, fa parte di noi, e finché gli italiani saranno quello che saranno, lo sarà anche la classe politica e viceversa. Non è un circolo irreversibile, ma è il circolo che c’è ora.

Lo scrittore Erri De Luca, il governatore della Campania Vincenzo De Luca e la pentastellata Valeria Ciarambino di fronte al potere

Vincenzo De Luca: Entri, entri.

Erri De Luca: Grazie. – si ritrova in un’enorme sala affrescata con le gesta di… guarda meglio, raffigurazioni in stile rinascimentale di Vincenzo De Luca contro i titani, De Luca domatore di cavalli come Ettore, e poi De Luca e… la fondazione di Salerno, con sottoscritto a.D. 0.

Vincenzo De Luca: Lo so cosa si sta chiedendo.
Ma Erri è come inebetito.

Vincenzo De Luca: A. D. 0. Non sta per anno Domini, ma per anno De Luca.
Erri De Luca: Eh!!?? Veramente poi ero perplesso su tutto.
Vincenzo De Luca: Sì, sotto c’erano dipinti barocchi etc… sa, quelle borbonate assurde, non so se capisce il riferimento, ma i Borbone sono spagnoli, mica napoletani, almeno credo, e comunque il mondo è cambiato, ci sono io, non loro, quindi dipinti miei, non loro, li ho fatti coprire con queste nuove opere d’arte. Anche l’arte deve progredire.

Erri De Luca: Non so se gli invasati si possano definire geni.
Vincenzo De Luca: Non cerchi di offendermi, io sono un tipo calmo, non rispondo con insulti, ma non si approfitti.
Erri De Luca: No, non risponde, lei comincia proprio con gli insulti.
Vincenzo De Luca: Non l’ascolto, piuttosto pensi a Van Gogh, un pazzo, si tagliò l’orecchio, ma dipinse da genio.

Erri De Luca: Lei sarebbe come van Gogh?
Vincenzo De Luca: Ahaha, non cadrò nei suoi giochi di parole, voi scrittori le usate perché non avete altro.
Erri De Luca: Che strano, lo avrei detto dei politici?
Vincenzo De Luca: Si sbaglia, dietro le nostre parole c’è altro, ben altro…
Erri De Luca: I secondi fini?
Vincenzo De Luca: Il popolo, che è con me!
Erri De Luca: Quello camorrista sicuramente…
Vincenzo De Luca: Una minoranza quasi inesistente, e poi non ho chiesto io i loro voti. Comunque si sieda davvero. Le offro qualcosa e le dico perché l’ho fatta chiamare. Ecco sì, prenda pure. – e gli avvicinò un bicchiere…

Erri De Luca beve ma poi… sputa tutto: Ma che è?
Vincenzo De Luca: Aceto, un piccolo omaggio al suo libro Aceto, arcobaleno, dove parla di quei tre. La vita è aceto, dolore.
Erri De Luca: Non solo, è senso.
Vincenzo De Luca: E’ la politica a dare senso alla vita delle persone.
Erri De Luca: La politica o il potere?
Vincenzo De Luca: E’ la stessa cosa.
Erri De Luca: E comunque se crede di aver fatto un riferimento colto si considera troppo.
Vincenzo De Luca: No, non c’è n’è mai abbastanza di me, mi creda, c’è troppo poco De Luca in questa regione.

Erri De Luca: Ho un altro parere.
Vincenzo De Luca: Sì lo so, lei è sempre contrario, non importa chi sta al potere, lei odia il potere, ho letto il suo libello, Parola contraria, interessante mescolanza di stupidità mal scritta e invidia fin troppo evidente, lei mi sembra un rancoroso ormai idiota.
Erri De Luca sta per esplodere: Lì parlavo del diritto al dissenso contro la Tav al nord. Sono sicuro del resto che l’idiozia la riconosce come in uno specchio.
Vincenzo De Luca: Comunque vorrei confrontarmi con lei su che cosa sia la politica, proprio partendo dal quest’ultimo libro.

A Erri De Luca parve quasi che ci fosse la possibilità di non dover buttare all’aria proprio tutto delle intenzioni di quell’uomo: – Va bene.
Vincenzo De Luca: Perfetto, inizierei da questo. – Vincenzo De Luca si piega e si rialza con un sanpietrino in mano che tira in testa a Erri De Luca, dicendo – Questo incita a fare lei in quel libro, vero?
Erri De Luca ormai a terra tramortito, nella confusione mentale che lo prende, gli sembra di vedere addirittura una foto in bianco e nero di Salerno dietro il governatore. Sopra c’è Salerno a. D. per dire ante De Luca: tutto bosco, sotto Salerno a. D. per dire anno De Luca 0: una metropoli simile a Berlino. – Io non dico questo, non incitavo alla violenza, infatti sono stato assolto.
Vincenzo De Luca: Anch’io, ma…
Intanto sentono bussare alla porta.

Vincenzo De Luca: Oh, l’onorevole regionale Ciarambino, la nostra chiattona, che ci fa qui? Ha fame? Se vuole può mangiarsi De luca, lo scrittore ovviamente.
Valeria Ciarambino si avvicina velocemente alla scrivania del governatore, ma la stanza è lunga…
Vincenzo De Luca: Ha ricevuto il mazzo di fiori?
Valeria Ciarambino: Come no, li ho portati con me.
Vincenzo De Luca: Come mai?
Ma lei lo ignora.
Vincenzo De Luca: Risponda! Cos’è, non ci vede più dalla fame?
Valeria Ciarambino: Io ho fame della verità!
Vincenzo De Luca: E allora, bella chiattona mia, non sarai mai sazia, a voi grillini la verità basta solo se la cucinate voi.
Ma ormai la Ciarambino è addosso a De Luca.
Vincenzo De Luca: Ma che fai!?
Lei lo prende per la testa e gliela sbatte ripetutamente sulla scrivania fino a ucciderlo.
Erri De Luca cerca di fermarla ma…
Valeria Ciarambino: Sei dalla parte del potere forte, dovevo immaginarlo che eri un’ipocrita – e afferra anche lui, che per un attimo, guardando la Ciarambino urlare a bocca aperta ha davvero paura che lei possa mangiarlo, ma lei si limita a … uccidere anche lui.

Non andò nessuno a reclamare i corpi delle vittime, né il popolo per Vincenzo De Luca, né i no tav per Erri De Luca, così nell’ignoranza più completa, i becchini che leggono solo che il cognome di entrambi è lo stesso, li seppelliscono insieme, come fossero parenti.
Sulla lapide il marmista, che deve incidere nomi e date, non sa che lì sono seppellite due persone, pensa ce ne sia una sola, così invece di scrivere, come gli era stato detto:
Erri e Vincenzo de Luca, A.D. 2017
scrive:
Eri Vincenzo De Luca, A.D. 2017

Valeria Ciarambino mai scoperta come assassina di entrambi, diventa governatrice della Campania e nel discorso d’insediamento dice: Il popolo campano è libero da un governatore infame, che ha voluto uccidere il suo omonimo, prima di suicidarsi.

5 anni dopo la stanza del governatore è affrescata con la Ciarambino che sconfigge i titani, doma i cavalli…

Movimento 5 stelle. L’inesperienza e il sistema sono giustificazioni?

Il Movimento 5 stelle non è riuscito a cambiare l’alleanza al Parlamento europeo: voleva passare dall’alleanza con lo UKIP, United kingdom indipendent party, di Nigel Farage dentro il gruppo EFDD, Europe of freedom and direct democracy (anti-europeisti), all’ALDE, Alleanza dei democratici e liberali per l’Europa, di Guy Verhofstadt (europeisti). L’ALDE, tramite il suo leader, ha rifiutato l’alleanza. Alessandro di Battista, uno dei leader del direttorio del Movimento 5 stelle, ha reagito affermando, o meglio riaffermando, poiché lo dice ad ogni smacco, che è colpa del sistema che non ha voluto i 5 stelle. Tale presa di posizione non è però più giustificabile a gennaio 2017.

Prima di un commento politico, si possono citare alcuni detti popolari a cui fare appello e che anche semplici persone di buon senso – non serve essere politici – avrebbero potuto tenere presenti, per evitare il fallimento dell’alleanza con l’ALDE, cioè “non dire gatto se non l’hai nel sacco”, oppure “non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso”. Questi detti aiutano a sottolineare che rigettare l’alleanza con l’EFDD prima di avere un accordo di ferro con l’ALDE è di un’ingenuità tale, che neppure un lavoratore qualsiasi avrebbe commesso: non si lascia un lavoro, senza averne prima un altro già firmato, figuriamoci se un errore del genere può commetterlo un politico. La politica è un’arte in cui la scaltrezza e la diffidenza, può non piacere, ma fanno parte del gioco, proprio perché gli attori in campo rispondono e perseguono interessi diversi.

Come secondo motivo non si può predicare la trasparenza e poi svegliarsi la mattina e, senza aver mai intavolato una discussione sulla nuova strategia europea, lanciare la proposta di un cambio totale (passare dagli antieuropeisti agli europeisti) e indire immediatamente una consultazione per ratificarla, senzache chi all’interno del movimento fosse stato contrario, avesse avuto la possibilità di esprimere le ragioni opposte a quelle di Beppe Grillo, e solo poi mettere ai voti. Quello che i 5 stelle giustamente predicano, la trasparenza, pare essere dunque la prima cosa che razzolano male, perché in democrazia il solo fatto di votare non esaurisce il campo della libertà: prima ancora del voto, è il confronto su ciò che si vota a dare quella consapevolezza ai votanti, che è il vero vento che spinge il voto verso il compimento della libertà democratica.

Altro motivo è che, probabilmente con realismo, i 5 stelle giudicano le categorie destra e sinistra ormai non più utilizzabili: esiste ormai il sistema e l’anti-sistema, l’establishment e l’anti-establishment, europeisti ed anti-europeisti, ma allora fare finta che anche le nuove categorie non esistano, dopo averle assecondate e averci costruito il proprio consenso è di nuovo un errore grave. Come ci si può alleare con gli anti-europeisti e poi cercare all’improvviso l’alleanza con uno dei gruppi storicamente più europeisti del Parlamento europeo? A Grillo potranno non importare le categorie e i valori politici, ma solo i singoli obiettivi di volta in volta perseguibili, ma se agli altri a cui si vuole unire invece quelle categorie importano, ne avrebbe dovuto tenere conto. Non farlo significa pensare di comandare in un mondo di stupidi, purtroppo chi in politica ragiona così, scopre poi che i presunti stupidi ti sconfiggono con un semplice no.

Ancora, come è possibile fare un errore del genere dopo due anni e mezzo di esperienza al Parlamento europeo? E’ gravissimo. In un qualsiasi posto di lavoro la prova dura un mese, e se proprio è un lavoro nuovo, si fanno dei tirocini di 6 mesi – forse un anno! -ma dopo due anni e mezzo commettere un errore tale da soli, è di unatale gravità,che qualsiasi datore di lavoro avrebbe licenziato il dipendente. Loro invece accusano il sistema, ma poiché hanno fatto tutto da soli, dopo due anni e mezzo non è l’inesperienza ad averli sconfitti, ma l’assenza di capacità, che si ha o non si ha.

Quanto nuovamente alla democraticità, forse Grillo, abituato a calare dall’alto le decisioni, pur dopo aver propagandato la libertà nuova e riconquistata del cittadino contro il sistema, si aspettava che Verhofstadt, altrettanto cinico, dopo aver stretto un accordo con lui, potesse altrettanto autoritariamente calarla dall’alto al suo gruppo e questo, come dentro i 5 stelle, avrebbe accettato. Non è successo perché in un gruppo di liberi, se il capo propone una cosa del tutto contraria a quello che è lo spirito del gruppo, il gruppo non obbedisce e respinge l’accordo. Inoltre in politica Grillo e i suoi esperti di due anni e mezzo di Parlamento europeo non sanno che un accordo è di ferro non solo perché i vertici si stringono le mani, ma anche perché i membri dei gruppi sono d’accordo. Lo avrebbe saputo se avessero conosciuto cos’è un movimento di gente libera. Pare, da come è andata, che non sappia nessuno cosa siauna vera libertà politica nei 5 stelle.

Gli errori dei 5 stelle

Il prezzo che i 5 stelle stanno pagando per questo errore sono la perdita della co-presidenza dell’EFDD, l’accettazione, dettata dallo UKIP, di indire un referendum in Italia sulla permanenza nell’area euro (legittima l’idea del referendum, non che siano gli inglesi a decidere cosa si fa in Italia tramite la sottomissione di una forza politica italiana che obbedisce), l’abbandono di due dei 17 membri del gruppo. Ogni europarlamentare 5 stelle ha firmato un contratto che prevede una penale in caso di abbandono del gruppo. Se Grillo sapesse che né in Europa né in Italia esiste il vincolo di mandato e che un contratto del genere è nullo, perché gli eletti rispondono agli elettori e non ad un’azienda privata, la Casaleggio Associati, se si fossero preparati meglio…

E per un movimento che si prepara a voler governare il Paese intero, per ora c’è solo la certezza che non ha né il sostrato culturale, né la preparazione politica, né la competenza tecnica, né un coerente gruppo di obiettivi per affrontare questo impegno. Forse vinceranno, ma vincere non necessariamente dimostra di essere i migliori, dimostra solo che la maggioranza delle persone lo crede. Credere ed essere sono una differenza che forse costerà cara al nostro Paese.