“Nessuno si salva da solo”: l’abulimia dei sentimenti

“Nessuno si salva da solo” (2015), Alle spalle di un amore finito: il lungo flashback matrimoniale ingoiato durante una cena.

Delia e Gaetano si conoscono per caso. Quando si incontrano lui pratica la boxe, è un sognatore indefesso. Lei invece è una nutrizionista rigida e scontrosa, lavora nella palestra in cui Gaetano si allena. Inizia la traboccante passione, che divora ogni altra cosa rende i due dolci schiavi di se stessi. Vivono ogni momento con intensità e sincerità reciproche e fanno progetti. Questo almeno all’inizio. L’amore intenso si tramuta in promessa d’eternità quando i due si sposano. Nascono due bimbi: Cosmo, il più grande, e Nico. Dopo innumerevoli dolori e il tradimento clou, i due si separano. Il film si condensa in una lunga cena che, tramite flashback, ripercorre gli episodi centrali di una storia di sentimenti fulgidi e laceranti.

Nessuno si salva da solo è l’ultimo frutto dell’alleanza strategica (ma non sempre del tutto efficace) tra Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini, scrittrice ormai acclamata e amata dal pubblico. Dopo gli ottimi risultati di Non ti muovere (2004) e Venuto al mondo (2012), la coppia sforna ancora un discreto film in cui si descrive amaramente e tramite metafore visive evidenti il drammatico epilogo di un matrimonio tra due quarantenni. Grazie al soggetto di Mazzantini la rievocazione della lunga storia d’amore e di rancore tra i protagonisti è sintetizzata nelle scene di rabbia, liti, ma anche passione travolgente che trascinano il pubblico nel vortice della irrevocabilità del dolore. Come i due giovani sposi si affacciano alla nuova vita insieme, così facciamo tutti, come il mare porta e trae con sé ogni cosa trovi sul suo scialabordare. Castellitto realizza un prodotto cinematografico che potrebbe essere accusato di “muccinismo” per l’esiguità della trama: non si racconta che tramite stralci di ricordi, frasi, episodi esistenziali dei due protagonisti. Manca però l’incisività della scena madre; probabilmente frutto di una scelta intenzionale del regista che riesce comunque ad emozionare il pubblico, anche se spesso a suon di grida e concitati recosoconti.

La cena, fulcro della narrazione cinematografica, è la regina del film ma non regge per molto la sua forza. I flashback che rievocano il passato dei due spengono la forza d’impatto sul pubblico, perché parlano di una relazione sbiadita, svanita nell’armadio dei ricordi. Come se non ci fosse possibilità di scelta per i due, il futuro è una condanna alla catatonia emotiva. La fine è decisa, quasi scontata. Il soggetto di Mazzantini favorisce l’intensità voraginosa degli scambi verbali, tuttavia la pellicola non convince del tutto, permane di tanto in tanto la sensazione del già visto, già sentito. Eppure non manca la marca d’autore. Gli attori sono per lo più convincenti: vince Jasmine Trinca su Scamarcio, quest’ultimo a tratti mostra un’interpretazione un po’ spaesata e semplicistica. La regia di Castellitto non basta raccontare un dramma familiare: l’anoressia di lei, la madre-amica, i genitori hippy di lui, le promesse fatte nella passione rovente dei primi anni, la delusione cocente del dopo matrimonio, la debolezza ansiogena della protagonista, l’edonismo artistico di Scamarcio. Non è sufficiente. Si avvicendano sguardi profondi e comunicativi, momenti di alto, sinuoso e non troppo realistico erotismo, musiche congeniali come quelle  di Arturo Annecchino, e una speciale presenza attoriale di Roberto Vecchioni, uomo saggio innamorato della vita. Non mancano i richiami sostanziali come quello a Pier Paolo Pasolini: un uomo sensibile che adorava sua madre, ottima scelta in questo caso perché ci fa comprendere come Castellitto abbia puntato tutto sulla dimensione sentimentale, interiore della storia.

Con la metafora del cibo Castellitto riesce a rammentare che l’umanità è fatta di solitudini vaganti, affiancate da altre mille solitudini in strada, in pizzeria, dal medico. Ovunque siamo soli e insieme ad altri nella stessa condizione di umana impotenza. Ecco che il regista riesce in questa operazione grazie ai  primi piani sugli occhi scavati dalla depressione, dall’ansia del domani, con inquadrature infilzate nel cibo dalla famelica seduttività o inzuppate nel sarcasmo patologico del gelato in faccia, piuttosto che sui denti inferiori “mangiati” dall’anoressia. Si deduce da una scelta simile una condizione di bulimia affettiva. In effetti, il cibo è uno dei personaggi principali della vicenda. Perlomeno tratteggia l’evolversi della storia tra i due: si va dai bigné alla crema, alle carote e sedano per i bimbi per concludere con una (magra) cena-analisi. Il piatto di spaghetti sul finale sancirà poi la rinascita psicofisica di Delia, l’abbandono al presente. La cena in effetti sembra essere la misura dell’amore durante la quale rabbia, rancore, affetto, repulsione ed attrazione fisica si alternano bruscamente. Si ingoia prima l’amore, e il male che porta con sé, e poi si vomita tutto, dopo aver fatto ingordigia di schifezze. In tal caso Delia e Gaetano si svuotano di un amore terminato, per ricominciare daccapo.

Mangiare sentimenti per divorare l’anima delle persone che amano. Questo fanno Delia e Gaetano. Non si nutrono di ciò che serve per mandare avanti un rapporto di coppia ma eccedono in ogni manifestazione d’amore, strappando l’uno l’altro l’ultimo brandello di serenità. Un film sincero, perché sbatte in faccia allo spettatore dei personaggi che sono prima di tutto persone in cui può immedesimarsi. Perché siamo tutti Delia e Gaetano. Insicuri, fobici, maniacali, soli, estremisti coltivatori di attenzioni, frigidi, imbecilli e un po’ depressi, perennemente condannati alla fragilità dei tempi. Nessuno si salva da solo è il ritratto un po’ manieristico e, dal punto di vista stilistico, autoreferenziale (difetto abbastanza frequente del cinema d0autore italiano) di una generazione che: “Non ha inventato niente”, sbatte la testa ovunque per non ammettere a se stessa un fallimento inevitabile. Però Delia lo riconosce: “Siamo due falliti”.

Ma si tratta solo di questo? Una generazione destinata al più estremo nichilismo? Castellitto ha cercato di sfondare un muro già aperto: quello delle famiglie che non parlano ma urlano, guardando la tv e i nuovi o vecchi eroi (come Mike Tison), stanno ore su facebook, fabbricano idoli nocivi per l’anima. Il film è anche il quadro delle coppie che non sanno più fare l’amore, quello che si adempierebbe solo rinunciando al banale che non conta. Gli amori di questo Castellitto sono finiti ma anche sviscerati, malandati, evirati: manca loro l’equilibrio di un grande affetto che cancella ogni sopruso o vessazione che l’amante pratica all’altro. Questo film è, forse inconsapevolmente, un inno alla famiglia ormai “rubata” dall’effimero.

 

Venuto al mondo, di Margaret Mazzantini

Il viaggio della speranza. Penso di nuovo a quelle parole che mi sono cadute negli occhi, per caso. Penso a Pietro. La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso.

Ci sono storie che ascoltiamo di continuo, per quanto drammatiche e moralmente scomode, altre invece che la stampa, il tempo e il corso della Storia hanno contribuito a mettere da parte. Sappiamo tutto o quasi del dramma della Shoah, degli orrori dei campi di sterminio e della politica di concentramento e poi di distruzione del popolo ebraico da parte del Terzo Reich, ma non conosciamo pressoché nulla del secondo olocausto del Novecento, quello consumato nell’assedio di Sarajevo dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Margaret Mazzantini nel suo romanzo Venuto al mondo (Mondadori, 2008 e Premio Campiello 2009) racconta la verità scomoda e urticante di un popolo in ginocchio, osservato dal punto di vista dell’italiana Gemma, partita per Sarajevo prima per fare delle ricerche per la sua tesi di laurea, dopo per aiutare gli amici che vi aveva lasciato. Durante il primo viaggio incontra quelli che saranno insieme a lei i protagonisti della storia: Gojko, poeta burbero, innamorato della sua terra, di sua madre e della sorellina Sabina, che si infatua di Gemma sin dal principio, ma che reciterà la parte del migliore amico fino alle ultime pagine del romanzo; e Diego, fotografo genovese, esuberante, eterno Peter Pan, una personalità hippy che affascina e attrae irrimediabilmente l’animo borghese, pacato e prevedibile di Gemma, che è ormai alle soglie del matrimonio con un uomo che non è certa di amare. Scoppia la passione fra Gemma e Diego, ma il tempo per il loro amore non è ancora arrivato. L’indecisione porta la donna a fare delle riflessioni su se stessa e sulla sua vita:

Pesci, pensai, non siamo altro che pesci… branchie che si gonfiano e si chiudono… poi viene un gabbiano che dall’alto ci prende e mentre ci smembra ci fa volare, forse questo è l’amore.

Gemma, piena di dubbi e contraddizioni, torna a Roma dove sposa il suo fidanzato, cercando di tornare alla sua vita di sempre. Ma il destino vuole che i due si rincontrino tempo dopo e che il matrimonio di Gemma fallisca. Tra Gemma e Diego nasce un rapporto fuori dalle righe, passionale e moderno, i due prendono in affitto un loft e presto vanno a vivere assieme. Gli anni passano e quella che sembrava un’avventura di passaggio si trasforma nell’amore di tutta una vita, ma l’insoddisfazione è sempre dietro l’angolo. Il dramma di Sarajevo farà da cornice a un altro dramma, quello personale di Gemma che vuole diventare madre ma non può. Lei, da donna sterile qual è, non fa che voltarsi e vedere in giro donne arrotondate dalle forme della gravidanza e si sente irrimediabilmente una donna a metà, come si evince da questo passo del libro:

Non ho più il ventre di una madre, è bene che mi ci abitui, sarò un’amante tutta la vita. Una creatura adatta a un sesso senza conseguenze.

Comincia così il lungo travaglio di visite mediche e di speranze disilluse, anche per la possibilità dell’inseminazione artificiale. Il desiderio di Gemma diventa ossessione e, trascinandosi dietro anche Diego, più immaturo e meno pronto di lei, porta alla decisione estrema di una gravidanza surrogata. L’occasione perfetta si presenta a Sarajevo, siamo nel 1992 adesso, otto anni dopo il primo incontro fra Diego e Gemma, quando la disperazione e gli scontri armati portano all’estremo molte donne in cerca di denaro e di una via di fuga dalla città. Una di queste è Aska, una “madonna punk” come viene descritta, che accetta di consumare un rapporto con Diego e di generare un figlio verso il quale non potrà accampare nessun diritto dopo la nascita. Il figlio nasce, Gemma riesce a scappare dall’assedio insieme al piccolo e Diego, ormai cambiato, distrutto dalla guerra e dall’eroina, decide di restare e poco dopo vi troverà la morte. La narrazione si sposta così vent’anni dopo, Gemma dopo essere rimasta vedova si è risposata ed è madre del giovane Pietro, che noi sappiamo non essere davvero figlio suo. Viene contattata dal vecchio amico Gojko per tornare a Sarajevo e assistere all’apertura di una mostra fotografica delle opere di Diego. La donna parte e costringe il figlio a seguirla. Sarà un viaggio di riscoperta della memoria e dei segreti del passato.

La narrazione di Venuto al mondo si articola su tre archi temporali, che vengono alternati grazie a flashback e flashforward, tra il 1984, il 1992 e gli anni 2000, in un gioco che mira a tenere il mistero centrale del libro, ovvero di chi in realtà è figlio Pietro, celato fino alla fine. La prosa molto forte e spesso prolissa, della Mazzantini, cruda e drammatica ed intrisa di struggente lirismo, trova rappresentazione nell’esaltazione di alcune scene e nel carattere bohémien dei personaggi nel film omonimo di Sergio Castellitto del 2012 (non all’altezza del romanzo), che vede una matura e sensibile Penelope Cruz nel ruolo della complicata Gemma, e l’attore statunitense Emile Hirsch nei panni di Diego, che viene rappresentato non come un fotografo genovese ma americano, probabilmente per sottolineare la sua esuberanza e l’incontrollabile e genuina voglia di vivere che attraggono da subito Gemma.

Introduzione al Premio Campiello: breve storia

Esempio di come la forza dell’arte e della letteratura, in particolare, possa risiedere nel particolare rapporto tra lettori e autori è il Premio Campiello, che prende il nome dall’omonimo simbolo Culturale Veneziano. Nasce nel 1963 ad opera dell’impegno della famiglia Valeri  Manera, impegno che ben presto coinvolge l’intera società industriale del Veneto. Nello stesso anno, il premio riceve uno dei migliori battesimi possibili: a vincere il premio della prima edizione è il mirabile romanzo“La Tregua”, di Primo Levi.

Caratteristica peculiare del premio, come si diceva, è la particolare modalità attraverso la quale esso interagisce con i comuni lettori. In effetti, il primo intento dell’evento è sempre stato, a detta dei suoi ideatori, “creare nuovi lettori”; e quale modo migliore di lasciar scegliere ad essi il vincitore? Selezionare i cinque finalisti del concorso è responsabilità di una giuria tecnica preposta, ma a stabilire quale sia l’unica opera degna del Campiello è una selezione di 300 lettori, quanto più eterogenee e variegati
possibile. Tra alcuni dei maggiori vincitori ricordiamo:

Questa Specie d’amore” di Alberto Bevilacqua; L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone e altre numerose opere degne di novero, finanche al trasposto in versione cinematografica “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini.

Il Premio Campiello deve probabilmente la propria fama alla sua innovativa formula, che lascia trasparire la sincera fiducia con la quale esso intende coinvolgere sempre più lettori, lasciando alla loro sensibilità l’onore di erigere il podio.