Piero Bigongiari: “Vetrata”, il tempo che passa

Piero Bigongiari è tra le personalità letterarie più di rilievo del novecento italiano, che ha accompagnato la sua attività di poeta a quella di traduttore, nonché di autore di studi critici, tra i quali spicca Poesia italiana del Novecento (1960). La sua figura gode di grande autorevolezza in quanto è  considerato uno dei più importanti poeti ermetici toscani, insieme a Mario Luzi e Parronchi. Interessato all’arte in ogni sua forma, Bigongiari  include nella sfera delle sue amicizie poeti di grande rilevanza come Leone Traverso, Giuseppe Ungaretti, Carlo Emilio Gadda, Elio Vittorini, Alfonso Gatto, Vasco Pratolini, Mario Luzi.

Piero Bigongiari pubblica nel corso della sua vita lavori che riguardano la poesia e l’arte, sia moderna che contemporanea come La figlia di Babilonia (1942, prima pubblicazione poetica), Le mura di Pistoia (1958), La torre di Arnolfo (1964), Col dito in terra (1986), Nel delta del poema (1989). Tra le opere critiche ricordiamo Poesia italiana del Novecento (1960), Leopardi (1962), La poesia come funzione simbolica del linguaggio (1972) ed altri lavori. Per quanto riguarda l’arte: Il Seicento fiorentino (1975),  Dal Barocco all’Informale (1980).

La sua poetica va ad incontrare pienamente lo spirito ermetico che si era diffuso per il periodo, infatti essa è intrisa di un misticismo onirico e adornata da un codice di parole sguscianti e di difficile approccio. Per quanto riguarda questa caratteristica, in Bigongiari si possono distinguere due periodi di crescita: il primo periodo, quello maggiormente “astrattista”, dove la parola crea un sentiero di biforcazioni infinite che definisce una realtà mutevole e inarrivabile, (periodo che va dal 1942 ai primi anni 70′) e il periodo più maturo e “realista” dove la parola diventa di per sè legata alla realtà indissolubilmente, divenendo essa stessa parte reale del reale.

I temi trattati da Piero Bigongiari vanno dalla vita di tutti i giorni alle riflessioni più intime e profonde, rivisitate sempre in chiave simbolica, un esempio ne è la poesia Vetrata, contenuta nella selezione antologica Autoritratto poetico del 1985, dove il poeta esprime attraverso un linguaggio semplice ma labirintico, il tema della memoria e del tempo che passa.

Vetrata

O memoria, la terra è il tuo ritorno
negli occhi, le magnolie
in un torno di gridi dai cortili
traboccano, sui lividi ginocchi
spunta l’età più grande come un’alba.
Una febbre rimuove dagli stipiti
la madre dolcemente: là trasporta
simile a luce le vele dal porto:
afosa muove sulle braccia a chi
non scorda. Mentre un lampo rosa inonda
la finestra, l’attesa: una tempesta
di caldo, un bacio che fa vana ressa.
E i cani spenti di una festa delirano
di viola se grappoli di nulla
pendono già a un oriente.

La poesia parla con chiarezza e oscurità nella stesso tempo, l’invito iniziale è diretto, o memoria, come se si parlasse di un carme celebrativo. Di qui in poi la poesia si colora di immagini sfocate di una perduta infanzia: grida dai cortili, ginocchi lividi e spensieratezza, una madre in apprensione, legata allo stipite della porta a sorvegliare. Dopo l’immagine iniziale inizia a prendere forma il presente, che compone la seconda parte dell’opera. La madre scompare dolcemente come la luce viene a mancare poco a poco ” là trasporta simile a luce le vele dal porto” 

Seppur il presente non sia il passato, di esso resta un ricordo che non svanisce e che resta, tanto da desiderare un ritorno, l’attesa di un bacio antico nel riposo della memoria. L’attesa però si consuma senza realizzarsi così il passato svanisce nel delirio tanto che se dall’oriente (il passato) non nasce più nulla, il futuro non ha più speranze.

Di per se è interessante anche analizzare il titolo dell’opera di Piero Bigongiari. La vetrata è quel luogo dal quale si osserva, ed è forse questo il personaggio che maggiormente risalta nella poesia, quella di un osservatore senziente che osserva il passato e il futuro combinarsi in un sogno da cui la realtà è all’oscuro e per cui essa è incompleta. La “visione” della vita viene perciò resa vana e delirante perché insufficiente a vedere se stessa. La vita è nascosta dietro una vetrata.

La visione poetica mistica di Cristina Campo

Eccellente traduttrice, ispirata e dall’originale pensiero, Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo, è stata una tra le più importanti poetesse del novecento. Di indole solitaria, Cristina Campo nasce a Bologna nel 1923 per poi trasferirsi nel 1928 a Firenze, città che la influenza nella sua formazione letteraria. Qui conosce personalità come Leone Traverso, Mario Luzi e Gianfranco Draghi. Sono incontri, questi, che ella ricorderà a vita e che influenzeranno il cammino letterario della Campo per condurla alla scoperta di Simon Weil, filosofa etica da cui l’autrice bolognese trae ispirazione e dalla scrittrice Margherita Pieracci Harwell che ne curerà le opere postume.
Cristina Campo si trasferisce a Roma nel 1955 dove conosce Elémire Zolla, Ernst Bernhard e altre personalità di spicco. Muore a Roma nel 1977.

Cristina Campo: tra creatività e misticismo

La condizione di poetessa del novecento di Cristina Campo le permette un confronto con lo spirito letterario dell’epoca, un’epoca influenzata dallo spirito pessimista del disfacimento dell’esistenza individuale e dai falsi ideali, promotori di un bene illusorio. In questa condizione così densa di domande e di riflessioni si inserisce il pensiero della poetessa. Nella sua vita ella entra in contatto con svariate personalità della poesia e della filosofia (Andrea Emo, Elémire Zolla, Ernst Bernhard) e di altre ne studia il pensiero (Simon Weil, Dostoevskij, Proust, Thomas Eliot). Dalla sintesi personale di questi incontri e studi nasce la sua originale poetica che la influenza in tutto: nella traduzione, ad esempio, che ella interpreta come un atto prettamente creativo e mistico più che trascrittivo. La traduzione si interessa del più profondo spirito della parola e non della parola stessa. Nel suo personale cammino spirituale troviamo traccia di quest’influenza che porta l’autrice a lodare l’ortodossia, giudicando migliore il rito bizantino, ritenuto più rispettoso e umile rispetto ad altri riti religiosi.

Per quanto concerne la poesia ella resta a lungo nascosta come autrice e viene riscoperta maggiormente nel tardo novecento, postuma alla sua morte, grazie ai suoi amici e intimi colleghi. La sua ricerca metafisica la conduce a dare una risposta ai mali del suo tempo, attraverso una visione che penetri nell’essenza delle cose, ricercandone un fine nascosto, evitando il superfluo e tutto ciò che Cristina Campo ritiene ovvio. Ne è un chiaro esempio la poesia Moriremo lontani, che parla della morte e dei legami umani da vari punti di vista.

Moriremo lontani

Moriremo lontani. Sarà molto
se poserò la guancia nel tuo palmo
a Capodanno; se nel mio la traccia
contemplerai di un’altra migrazione.

Dell’anima ben poco
sappiamo. Berrà forse dai bacini
delle concave notti senza passi,
poserà sotto aeree piantagioni
germinate dai sassi…

O signore e fratello! ma di noi
sopra una sola teca di cristallo
popoli studiosi scriveranno
forse, tra mille inverni:

«nessun vincolo univa questi morti
nella necropoli deserta»

La morte viene vista come il silenzio del corpo e la migrazione dell’anima verso mete ignote. La morte è intesa come un viaggio al di là della quale non si conservano i rapporti umani terreni, i quali verranno dimenticati col tempo, tuttavia non verrà persa la dimensione individuale dei singoli. La frase finale”nessun vincolo univa questi morti” parla di una divisione umana attraverso la morte e il tempo. Questa visione pessimista impregnata del comune senso disfattista del novecento, viene interpretata dall’autrice attraverso i versi precedenti.

“Dell’anima ben poco sappiamo. Berrà forse dai bacini delle concave notti senza passi, poserà sotto aeree piantagioni germinate dai sassi…”

Questi versi ci presentano forse l’idea dell’autrice, sebbene la morte porterà via i corpi e il tempo spazzerà via i ricordi, dell’anima noi poco sappiamo. Ed è proprio l’anima la continuazione della vita degli uomini e della propria esistenza. Una teoria di sapore platoniano; tuttavia va osservato che questa anima sembra comunque una viaggiatrice sterile, che resta legata al corpo o vicina ad esso, si poserà sui sassi che ricoprono le tombe, che col tempo potranno essere sostituiti da piantagioni e poi dal vuoto nelle notti senza passi. Ma in ogni caso l’anima è lì, continuazione dell’esistenza.

La poetica e in generale il pensiero poetico dell’autrice bolognese viene a sintetizzarsi attraverso la ricerca di una verità pura e sottile nascosta sotto i pensieri e le influenze della morte dell’esistenza. La ricerca di una purezza sacra in cui rifugiarsi o con cui illuminare l’esistenza stessa.

 

La poesia italiana del Novecento tra parola cifrata e colloquio solidale

Montale, Ungaretti, Luzi

Il critico piemontese Giacomo Debenedetti ha riflettuto a lungo sull’origine e sull’originalità dell’ermetismo italiano, sorto in un contesto europeo, occidentale; Mallarmé ne è il dato originario, fondante, insuperato che è utilissimo per comprendere al meglio i testi italiani. Debenedetti dunque uno o pochissimi brani di ogni scrittore e li sottopone ad una lettura che si basa sulla molteplicità dei riferimenti.

Le cause dell’oscurità di Mallarmé sono ricondotte ad una contraddizione ontologica: la poesia è il solo strumento per raggiungere l’Assoluto, che però coincide con il nulla e dunque, in questo senso, la poesia si rivela fallimentare ed è per questo che il poeta parla di naufragio. L’uomo a cui solo tocca, attraverso il linguaggio, l’arduo compito della poesia, è poi abolito da questa stessa poesia che nulla ha più di <<riconoscibilmente umano>>, contraddizione in cui è osservabile <<il tipico paradosso di tutte le imprese mistiche>>. Non a caso si parla proprio di un naufragio nel testo di Mallarmé, A la nue accablante tu, Al nudo travolgente, dove l’immagine del naufragio è costruita da elementi reali ma l’intonazione sacrale ci avverte che la poesia allude a qualcosa che compromette il senso stesso della vita per il poeta e per tutti: si tocca un tragico destino. La poesia fallisce l’impresa di impadronirsi dell’Assoluto, ma l’oscurità con cui ci è trasmessa evoca al tempo stesso il bisogno dell’Assoluto: il tormentato destino del poeta teso ad afferrare la matrice ultima è lo stesso del critico, combattuto tra volontà della ragione e la resistenza dell’evento originario, è l’arcaico destino dell’uomo.

Debenedetti prende in esame come primo poeta Eugenio Montale, cogliendo nelle Occasioni una “crisi della presenza”; la poesia di Montale diventa ermetica quando non constata più gli aspetti comuni del mondo, quando attribuisce all’apparire “una significanza emblematica dei suoi momenti individuali. Soprattutto nell’Elegia di Pico Farnese sono riscontrabili i caratteri tipici dell’ermetismo mallarméano: la chiarezza delle singole notazioni insieme all’oscurità del significato generale, un sovvertimento dei valori razionali e grammaticali del linguaggio. Dunque è lecito razionalizzare il testo montaliano e in genere tutta l’arte moderna? Se si volesse seguire la posizione di Vico “Verum ipsum factum”, la risposta è affermativa, d’altronde l’opera d’arte è creazione dell’uomo e perciò non può non essergli comprensibile.

La molteplicità dei significati in Montale implica una non garanzia e molteplicità del senso; questo progredire dell’ermetismo deriva dalla scomparsa della figura del padre nella società borghese: il poeta si sente orfano e taglia tutti i rapporti visibili e riconoscibili tra il suo Io e la sua persona storica concreta. L’Io del poeta diviene alla maniera di Rimbaud un‘opera fabuleux, una scena in cui si susseguono eventi e spettacoli senza che nessuno ne abbia stabilito il programma.

Anche la poesia di Ungaretti certifica l’estraniamento del poeta come personaggio, teorizzando la scomparsa dell’io empirico e biografico del poeta e anche del lettore. Nella poesia metafisica Lago Luna Alba Notte della raccolta Sentimento del tempo, emerge una straordinaria forza di apparizione dell’oggetto senza rapporti con un prima o un poi, rimuovendo tutti i legami logici, gli eventi annunciano un senso senza spiegarlo e si giunge all’istanza sentimentale e drammatica di una poesia dell’esperienza umana. Nel finale degli appunti ungarettiani l’analisi del linguaggio di Lago Luna Alba Notte porta ad identificare un altro debito rimbaudiano del poeta, quello con la formula “Je est un autre”, collegandosi alle riflessioni di Montale.

La stessa frantumazione dell’Io che emerge nel periodo ermetico di Ungaretti è attestata anche in Mario Luzi; nell’Imminenza dei quarant’anni è assente infatti una linea biografica. Vi sono solo attimi slegati, momenti che non hanno un perché, viene simulato il racconto di una storia  che denuncia il “rifiuto di raccontare”. In questa situazione di smarrimento, di incertezza esistenziale, il poeta di aggrappa alla religione cristiana, per trovare un senso nel mondo.

 

Bibliografia: A. Borghesi, La lotta con l’angelo.

Traducendo Brecht, il ruolo della poesia secondo Fortini

La seconda e la terza sezione di Una volta per sempre, raccolta poetica dell’autore fiorentino Franco Fortini, sono intitolate rispettivamente Traducendo Brecht I e Traducendo Brecht II. L’attività di traduttore dell’opera brechtiana ha rappresentato per Fortini un’esperienza che andava della semplice operazione tecnica ; egli infatti vedeva nel drammaturgo tedesco “il più vero e probabilmente l’unico poeta morale del realismo”. L’intera raccolta ha in sé un messaggio definitivo, come se fosse una dichiarazione finale e acquista un valore “irripetibile” e “assoluto”. La concezione poetica che sottende ai versi della raccolta concede ora, in contrasto con le posizioni precedenti del poeta toscano, un largo spazio alla metafora, intesa soprattutto come potere della poesia di dire senza dire; ciò porta anche ad un cambiamento dell’intonazione delle liriche, per le quali diminuiscono le ispirazioni di occasioni, mentre prevale una linea meditativa e di riflessione morale. Dal punto di vista sintattico e metrico, Una volta per sempre ricalca le forme post-ermetiche di Mario Luzi

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

 

I versi liberi di Fortini presentano una riflessione sul ruolo della poesia nella società contemporanea; il poeta confronta la propria condizione con quella di Brecht e scopre di aver perso le illusioni che animavano l’opera del poeta tedesco, i suoi versi di cemento e di vetro che denunciavano il male della società. Per noi, sostiene Fortini, la voce di Brecht non ha più lo stesso valore, è mutata perché sono cambiate le forme di oppressione che sono diventate più subdole. Per questo, alla fine della poesia, il poeta è costretto a riconoscere il fallimento del progetto brechtiano: la poesia non muta nulla, non è capace di dare una zampata efficace sullo sviluppo della società e della civiltà.

Tuttavia al pessimismo di tale conclusione, si contrappone la scelta di continuare a scrivere (da notare l’imperativo scrivi che apre e chiude la seconda strofa). Se, come lo stesso Fortini scrive altrove: “La maggior caratteristica ideologica delle forze economicamente e politicamente oggi in Italia dominanti è l’assorbimento o la neutralizzazione di qualsiasi contestazione o negazione che si presenti come tendenzialmente universale”, allora non resta altra possibilità se non quella di testimoniare con fermezza, senza farsi illusioni; scrivere, dunque, non per cambiare qualcosa, ma perché non si perda ciò che potrà servire ad un mutamento futuro. Rifiutando una concezione “pura” della poesia,  il poeta resta convinto dell’importanza di resistere e di testimoniare, di non cedere alle lusinghe dell’odio cortese.

Per quanto riguarda l’aspetto formale, la lezione brechtiana è evidente nella ricerca di un verso martellato, privo di musicalità, allungato al di fuori di ogni schema tradizionale. Il carattere riflessivo e argomentativo della poesia è dimostrato anche dalla sintassi “difficile”, spesso contorta che esprime la difficoltà di analisi e dell’autoanalisi del poeta che nella seconda strofa assume la forma del dialogo con se stesso.

“Toccata”: la musicalità di Luzi

La lirica Toccata (in settenari con due endecasillabi e due ottonari sdruccioli legati da rime e assonanze), risale al 1932 e testimonia dei modi del primo Mario Luzi, anche se fu raccolta nel volume La barca non alla prima edizione del 1935, ma alla seconda, del 1942. L’occasione sembra scaturire dall’osservazione della natura, colta nel trapasso stagionale dall’inverno alla primavera, ma i riferimenti alla realtà sono molto labili e servono più che altro a concretizzare uno stato d’animo che è di sospensione e di indecisione. L’incertezza che caratterizza la poesia riguarda i modi di manifestarsi della vita stessa e il suo senso segreto: di fatto la poesia, celata da un tono di apparente constatazione, contiene un interrogativo esistenziale, ci comunica un’ansia di conoscenza che è al fondo di tutta la ricerca ermetica, quella più autentica.

Ecco aprile, la noia

dei cieli d’acqua di polvere,

la quiete della stuoia

alla finestra, un tocco

di vento, una ferita;

questa aliena presenza della vita

nel vano delle porte

nei fiumi tenui di cenere

nel tuo passo echeggiato dalle volte.

 

Il titolo della lirica sottolinea la forte ricerca di musicalità intrapresa da Mario Luzi, che si rifà alla poesia simbolista francese (in particolare a Mallarmé) e a quella di Eliot: la “toccata” infatti è una composizione per strumento a tastiera del periodo barocco, di andamento libero e di carattere improvvisato. L’ermetico Luzi qui sperimenta strumenti nuovi come dimostra l’introduzione di due versi parissilabi (gli ottonari) all’interno di un tessuto di settenari ed endecassilabi: i due ottonari non solo trovano posizione in maniera simmetrica, ma sono entrambi sdruccioli. Tutti i versi, tranne il quarto, sono interessati da rime (noia/stuoia; ferita/vita) e assonanze (porte/volte). Dal punto di vista strutturale, la pausa alla fine del verso 5 divide nettamente la poesia in due parti: la prima è caratterizzata da un ritmo irregolare e da molti enjambement (la noia/dei cieli d’acqua di polvere e la quiete della stuoia/alla finestra); la seconda invece vede protagonista una sostanziale coincidenza tra metrica e sintassi, come sottolinea il parallelismo degli ultimi tre versi: nel vano…nei fiumi…del tuo passo.

Gli elementi formali sottolineano una bipartizione che è anche significato; la prima parte è infatti dedicata  alla descrizione di alcuni aspetti della realtà: aprile, i cieli piovosi e polverosi, la stuoia immobile alla finestra, ecc… La seconda parte fa riferimento alla realtà meno individuabile, il cui valore simbolico è evidenziato non solo dalla presenza di una forte analogia (fiumi tenui di cenere), ma soprattutto dal contenuto dei versi 4-5: il tocco/di vento diventa infatti una ferita, con un passaggio dal fisico al psicologico, dal reale al simbolico, tipico della poesia ermetica; il verso 6 spiega  perché il colpo di venta si configura come una ferita: esso è un segno di vita e al poeta, che dalla vita si sente tenuto fuori, tale presenza appare aliena ed inquietante.

 

 

Premio “Astrolabio 2014”: letteratura, arte e scienza

un’immagine dell’autrice Valeria Serofilli

Il premio internazionale “Astrolabio 2014″giunge alla sua sesta edizione, dedicato alla memoria di Renata Gianbene, è presieduto e diretto da Valeria Serofilli, poetessa e critica letteraria. L’evento è inserito nel calendario degli eventi di Pisa per l’anno Galileiano 2014, patrocinato anche dall’assessorato alla cultura del comune di Pisa. Il premio è indetto per le poesie, le fiabe e i racconti inediti per bambini e ragazzi. Lo scopo di questo premio è innanzitutto promuovere e “muovere” la cultura, invogliare i giovani a presentare le proprie opere per lasciare spazio alla poesia e alla narrativa. In questa edizione il premio sarà anche un momento per ricordare e commemorare degli anniversari importanti come il 450˄ anniversario dalla nascita di Galileo Galilei, il centenario della nascita del poeta Mario Luzi e inoltre i novecentocinquant’anni dall’inizio della costruzione della cattedrale di Pisa. Si riuniscono dunque delle eccellenze italiane, in un trio di scienza, letteratura e architettura. Un trio che ha parte attiva anche all’interno del concorso stesso. Oltre alle quattro sezioni a tema libero, gli autori possono inviare delle composizioni dedicate alle tre ricorrenze. Un omaggio a Galileo dunque con una poesia, o un racconto o una fiaba inediti, un omaggio alla cattedrale di Pisa, ed un omaggio a Mario Luzi.

Le altre quattro sezione del concorso sono così articolate:

 

  • volume edito di poesia per un’opera pubblicata a partire dal 2007.
  • Silloge di almeno 20 poesie inedite.
  • Poesia singola a tema libero.
  • Fiabe e racconti inediti per bambini e ragazzi.

La giuria è composta da scrittori, giornalisti, e critici ed è affiancata da un comitato d’onore che vanta trai i suoi membri oltre a personalità che ricoprono cariche istituzionali come il vicesindaco della città di Pisa e l’assessore alla cultura, anche il critico letterario e scrittore Giorgio Barbieri Squarotti, e il poeta Dante Maffia.

Un premio che punta dunque sulla condivisione dei saperi e della cultura e che cerca di schierare la bellezza contro la dilagante sottocultura che sempre più invade e pervade la nostra quotidianità.

Valeria Serofilli: omaggio a Mario Luzi

l’autrice Valeria Serofilli

Sensualità,  intensità e sottile umorismo caratterizzano le suadenti e sorprendenti raccolte di poesie come “Amalgama”,e “Nel senso del verso”, che l’autrice Valeria Serofilli ha dedicato al grande poeta Mario Luzi ( pare che sia morto con  il  libro “Tela di Eràto”della Serofilli sul  comodino). L’infinitezza della poesia, la sua bellezza è contrapposta all’evanescenza e alla noia del quotidiano affidandosi ad un linguaggio essenziale, ricco di metafore e richiamo alla classicità. Il lettore esce da questo viaggio appassionato, estasiato e profondamente suggestionato da questo straordinario momento creativo.  Ne Riportiamo alcuni passi :

<<…Aperto / Così t’era / il suo libro / stato gioiosamente offerto, / perché tu ne leggessi il leggibile, / il nero, il bianco, / il testo, i suoi intervalli …>> M. Luzi, Auctor La volta che mi sorpresi La volta che mi sorpresi/ a sfogliarmi il nero il bianco lo spazio i miei intervalli bilicante rimasi sugli spalti Se continuare o se incerta / fermarmi La consapevolezza solo più tardi. Sono l’impasto Sono l’impasto / da gustare piano pagina a pagina, riga inchiostro pelle carta di guscio che t’incanta molle lievito amalgama / caricato a molla Adombra il rischio di pensieri imberbi Trapianto bulbo che ti accresca, se mi sfogli mano tesa e cogli / acini essenza pane seme mosto Il più ambito frutto in quest’inchiostro. (Testi tratti dal volume “Amalgama”, Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2010)

Gli ulivi abbacinavano il sentiero l’imperlustrabile enigma del pensiero di cui il corso / ricordo / ed il ricorso di quando fummo / ed ora a serpeggiarne il senso che di contro me ne riporta il segno Abbacinanti ulivi sul sentiero a riflesso dell’inenarrabile percorso di foglie luce, senso / gioco argenteo d’impegno preso in prestito dal pugno di noi assuefatti – dici – ed è riflesso e nel ricordo mi rituffo indenne Urga – ti prego – il brivido parola ed esclami alto e deliri lei lei sola Parola / brivido imperscrutabile del tutto che sia anima, luce e non certo triste lutto L’irripetibile dato della vita nell’oblìo di risalita / leggo che ritmiche scandiscono le dita per non tuffarmi nel risucchio del già detto Questa un’ipotesi un mio trasalimento. (Gli ulivi abbacinavano il sentiero Omaggio a Mario Luzi: alla lirica “Vola alta parola” e alla raccolta Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985 ) 

 Non dichiarano poetiche – dici i poeti veri Si dimena / il loro fare, segmento di lucertola in vortice eterno / eterno movimento all’unisono col pensiero / oltre il tormento, (tormentato canto) Lucertola in segmento, la poetica mulinello d’idee / forza centripeta che genera catarsi, sacrificio funzionale alla rinascita Staccata coda che rinasce reincarnato incanto / metamorfosi a oltranza E alla lucertola al sole / non rincresce di avere della coda solo un mozzicone perché tanto sa che le ricresce / anima pineale / luce rudimentale punto oltre da sé, da cui diparte / obbligato distanziamento che ne accresce la nostalgia di muro: prezzo che è ben valso il suo futuro.( Resoconto in morte di Mario Luzi)

L’eredità non so del mio strano rapporto con la vita o meglio / il suo diporto Ora / altro poco conta, caro né più né meno di come ti ricordo Col vivere si versa / al vivere un acconto ma sempre infine ti si riversa il conto in scomodo ritardo, prolisso contrattempo Fili di carrucola dipanano, strane circostanze / meccanismi ricordi a branchi / brancolano il buio ed io qui in attesa di dire – cosa? – Quello che è stato, o quel ch’essere poteva? Qui con i miei fantasmi / (a) tracimare sciogliendo il giusto, il vero dal superfluo scandagliandone il ritmo ed il meandro scindendo l’essere dal non / l’ora dal quando Lo strano riversarsi / lo strasogno tra annichilimento e resoconto / catarsi a summa del percorso, quel tuo darsi – strano a dirsi – in fogli sparsi / aspersi di consenso, di non detto Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e sui ricorsi il pessimismo / bicchiere mezzo vuoto l’ottimismo, se è bicchiere mezzo pieno l’altra metà è fine del sentiero Ed ora qui / a riflettere se è vero, se esista un senso al verso del pensiero, o se tutto è già scritto, falso e vero Se è nel libro che ti addossi contro / in quel palmo riverso nascita e mescita, rimescolìo d’intenti / fraintendimenti E noi assuefatti (ad) ossigeno e certezze, in bilico tra un se stessi e il niente… Ah! Se potessi / al vivere non dover mai / dare un resoconto! (da “Amalgama”-La parola e la cura”, puntoacapo Editrice 2010)

Per leggere altre poesie visitate il sito www.valeriaserofilli.it

Mario Luzi: poeta “d’elezione” e “della pienezza”

Mario Luzi nasce a Castello di Firenze il 24 Ottobre del 1914. Dopo l’infanzia trascorsa nel luogo d’origine, si trasferisce a Siena, dove vive un breve periodo della sua vita e poi a Firenze, anni in cui frequenta il liceo classico e si diploma. Successivamente, si laurea in letteratura francese e da questo momento in poi stringe rapporti con numerosi intellettuali dell’epoca, dedicandosi al lavoro presso alcune riviste d’avanguardia, come Campo di Marte e Paragone.
La sua prima raccolta di poesie, intitolata La barca esce nel 1935. Pochi anni dopo, insegna alle scuole superiori di Parma e nel ’45 al liceo scientifico di Firenze. Durante questo periodo, vengono pubblicate le sue più importanti raccolte poetiche : Studio su Mallarmé, Onore del vero, Quaderno Gotico, Un brindisi. Durante questo periodo, insegna letteratura francese alla facoltà di scienze politiche.
Tra gli anni che vanno dal 63 alla fine degli anni 70 pubblica diverse opere tra cui Nel Magma, Reportage, Semiserie.

Mario Luzi viene nominato senatore a vita da Ciampi, il 14 Ottobre del 2004, proprio nel giorno del suo compleanno. Muore dopo qualche mese a Firenze, il 28 Febbraio 2005. Considerato sicuramente uno scrittore ermetico, le tematiche a lui più vicine sono quelle che riguardano l’autobiografia e ciò che pone l’uomo in conflitto con se stesso e con ciò che lo circonda. Possiamo dividere la poetica di Luzi in tre fasi.

La prima viene fatta cominciare con La barca nel 1935 e finisce con Quaderno gotico; ora il suo interesse è rivolto al cristianesimo e si rifà a determinati modelli sia per ciò che riguarda lo stile che i contenuti, come Mallarmé ma anche Dino Campana. A metà possiamo collocare Avvento notturno, dove è forte l’influenza del surrealismo e del decadentismo liberty.

La seconda fase della produzione poetica di Mario Luzi comprende le raccolte Onore del vero, Primizie del deserto, Dal fondo delle campagne e Su fondamenti invisibili.

Mosso dalla costante inquietudine che caratterizza i suoi lavori e da un pessimismo di fondo, approda alla terza fase, che vede alla luce Nel magma, Per il battesimo dei nostri frammenti e Al fuoco della nostra controversia; opere dove è chiaro il rimando al periodo dell’infanzia e dell’adolescenza. Sono gli stessi anni in cui, grazie alla poesia Fuoco della controversia vince, ricordiamo, il Premio Viareggio.

Per alcuni resta il poeta “della pienezza”, per altri ”d’elezione” , introverso e mite, per la sua predilezione per le poche parole che raccontano  la  salvezza da una vita apparentemente priva di ogni significato; in un continuo rinnovarsi di pensieri e prospettive,  emblema del tardo Novecento, come dimostra con le seguenti liriche:

Da Avvento notturno, Avorio:

Parla il cipresso equinoziale, oscuro e montuoso esulta il capriolo, dentro le fonti rosse le criniere dai baci adagio lavan le cavalle. Giù da foreste vaporose immensi alle eccelse città battono i fiumi lungamente, si muovono in un sogno affettuose vele verso Olimpia. Correranno le intense vie d’Oriente ventilate fanciulle e dai mercati salmastri guarderanno ilari il mondo. Ma dove attingerò io la mia vita ora che il tremebondo amore è morto? Violavano le rose l’orizzonte, esitanti città stavano in cielo asperse di giardini tormentosi, la sua voce nell’aria era una roccia deserta e incolmabile di fiori.

Da Al fuoco della controversia, Ridotto a me stesso?

Ridotto a me stesso? Morto l’interlocutore? O morto io, l’altro su di me padrone del campo, l’altro, universo, parificatore… o no, niente di questo: il silenzio raggiante dell’amore pieno, della piena incarnazione anticipato da un lampo? – penso se è pensare questo e non opera di sonno nella pausa solare del tumulto di adesso…   Natura. La terra e a lei concorde il mare e sopra ovunque un mare più giocondo per la veloce fiamma dei passeri e la via della riposante luna e del sonno dei dolci corpi socchiusi alla vita e alla morte su un campo; e per quelle voci che scendono sfuggendo a misteriose porte e balzano sopra noi come uccelli folli di tornare sopra le isole originali cantando: qui si prepara un giaciglio di porpora e un canto che culla per chi non ha potuto dormire sì dura era la pietra, sì acuminato l’amore.

Dal periodo dell’assenza della realtà e della storia  caratterizzato da un linguaggio prezioso a quello del manierismo della sublime eloquenza, dall’esistenzialismo intriso di inquietudine e di ricerca dell’identità, alla speranza per la l’immortalità dell’anima; il poeta d’elezione e di lungo corso Mario Luzi ha attraversato tutte le stagioni dell’anima, senza conoscere pigrizia, un vero modello di civiltà.