Mario Vargas Llosa. Leggere è protestare contro le ingiustizie della vita

Nato ad Arequipa, in Perù, il 28 marzo 1936, Vargas Llosa è scomparso oggi, all’età di 89 anni. A soli otto anni scrisse la ‘Lettera a Gesù Bambino. Il rapporto difficile con il padre, incontrato quando aveva 10 anni, lo segnò profondamente e influenzò il suo lavoro. Fu su sua insistenza che entrò in una scuola militare, la Leoncio Prado di Lima, dove subì una dura disciplina che si rifletté in ‘La città e i cani (1963), romanzo bollato come “comunista”. Finì la scuola superiore alla scuola San Miguel di Piura. Nel 1953, all’età di 17 anni, tornò a Lima, dove studiò Letteratura e Giurisprudenza all’Università Nazionale di San Marcos e si laureò in Filosofia e Letteratura. Due anni dopo, a 19 anni, sposò la zia acquisita Julia Urquidi, di dieci anni più grande di lui, dalla quale si sarebbe separato nel 1964.

Mario Vargas Llosa tenne un discorso a Stoccolma il 7 dicembre 2010 in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura. Questo discorso si tiene presso l’Accademia Reale delle Scienze di Svezia a Stoccolma. Ci si sofferma, in primo luogo, sul titolo del discorso. La prospettiva in cui lo scrittore sudamericano si pone è quella del lettore, egli infatti parla di lettura e non di letteratura. Questo titolo contiene un’endiadi (=termine della retorica classica, si usa per indicare un concetto unitario espresso attraverso l’uso di due sostantivi). Ciò che ci dice è che egli è diventato uno scrittore per la passione nutrita nei confronti della letteratura.

Il termine “finzione”, il suo corrispondente italiano sarebbe “invenzione”. Si può citare, a questo proposito, lo scritto di Alessandro Manzoni sullo stimolo del giudizio di Goethe sui Promessi Sposi.

Goethe aveva letto la prima edizione (1827) e la aveva molto elogiata, sollevando alcune obiezioni sul troppo peso della parte storica. Manzoni pubblica nel 1850, all’interno della raccolta Opere varie, questo saggio intitolato Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e di invenzione. Con questo titolo si intendono una serie di componimenti che abbinano fatti realmente accaduti a fatti inventati dalla fantasia del romanziere. Il termine finzione ha molto successo anche per la somiglianza con il termine inglese “fiction”. La fiction si distingue, in inglese, dalla non-fiction. Quest’ultimo termine indica una categoria che comprende opere di carattere
storico, biografico, documentario. Tutto quello, quindi, che non si fonda sulla creazione dell’immaginazione. Il termine fiction, invece, tende a significare “narrazione” in generale.

“Leggere è protestare contro le ingiustizie della vita, così come scrivere. Chi cerca nella finzione ciò che non ha, dice, senza la necessità di dirlo, e forse senza neanche saperlo, che la vita così com’è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto. E che dovrebbe essere migliore”.

Il discorso si apre con Vargas Llosa che parla di come abbia imparato a leggere all’età di cinque anni, nella classe di fratel Justiniano, nel Colegio de la Salle, a Cochabamba in Bolivia. Si pone insistenza su questo evento antichissimo, in quanto MVL lo definisce come la cosa più importante che gli sia mai successa nella vita. Llosa sostiene che i libri hanno arricchito la sua esistenza, abbattendo le barriere del tempo e dello spazio.

I ricordi dell’infanzia possono essere considerati di secondo grado: non ci si ricorda tanto dei fatti in sé ma, più che altro, dei racconti su di essi (es. i fatti che riguardano la nostra infanzia tendiamo a ricordare maggiormente i racconti dei nostri genitori circa alcuni episodi
che ci sono accaduti da bambini). Un esempio in favore di questo riguarda i ricordi della mamma, la quale ha raccontato a Vargas Llosa che da bambino cambiava i finali dei racconti che leggeva perché gli dispiaceva che finissero o per cambiargli il finale. Il lettore desidera, in questo senso, farsi autori, collaborare alla creazione. Tra i libri che da bambino hanno arricchito la sua esistenza cita:

Ventimila leghe sotto i mari (Jules Verne), I tre moschettieri (Alexandre Dumas), I miserabili (Victor Hugo). Mentre per quanto riguarda la madre, dice che ella era solita commuoversi leggendo Amado Nervo e Pablo Neruda.

Vargas Llosa definisce la scrittura come “passione, vizio e meraviglia”. Si può notare, a tal proposito, come nei discorsi si ricorre spesso alla cadenza ternaria (= utilizzo di tre parole), in quanto conferiscono al discorso una particolare incisività. Il termine “passione” è un termine ambivalente: deriva dal verbo patire infatti significa anche “sofferenza”. Lo stesso termine però può anche essere utilizzato come sinonimo di “amore”. Lo scrittore in questo caso, utilizza il termine soprattutto come un impeto, un trasporto. Il termine “vizio”, invece, ha di solito una valenza negativa. Nella migliore delle ipotesi è una cattiva abitudine, un difetto o una debolezza. Alla luce di queste considerazioni, i due termini utilizzati congiuntamente possono significare qualcosa che eccita, che esalta le facoltà ma che allo stesso tempo ha un risvolto di debolezza.

Il termine “meraviglia” deriva del verbo mirare, cioè guardare. Si prova meraviglia di fronte a ciò che stupisce e incanta. Questo è il miracolo di trasformare “il sogno in vita e la vita in sogno”. Llosa celebra la capacità della letteratura di trasformare la nostra percezione della realtà attraverso l’esercizio della fantasia, così da rompere i vincoli di tempo e spazio. La letteratura è magia che traduce le parole in immagini. Attraverso l’immaginazione, accesa dal testo che si legge, la vita si arricchisce. La letteratura crea quindi una vita parallela dove rifugiarsi dalle avversità. Fa diventare “normale ciò che è straordinario e straordinario ciò che è normale”. Ci sono due cose da notare: la letteratura come rifugio, come tregua rispetto alla vita quotidiana che evidentemente è spesso fonte di delusioni, frustrazioni, sofferenze, ecc. e poi c’è la letteratura come volo fantastico.

La finzione è l’inizio dello spirito critico. “Leggere è protestare contro le ingiustizie della vita”. Llosa evidenza l’esistenza di un nesso fra l’invenzione letteraria e lo spiritico critico. Tutto questo si può cogliere nel fatto che i regimi dittatoriali instaurano sempre controlli, censure, reprimono la libertà espressiva. Come lo spirito critico si sviluppa? La risposta che emerge da questa conferenza può così essere sintetizzata: l’invenzione letteraria, la finzione (e solo essa), rappresenta realtà diverse da quella che ci circonda, ci fa vivere mondi immaginari.

Ma se è possibile immaginare mondi diversi è possibile anche modificare la realtà esistente. Il pregio insostituibile della finzione è
quello di introdurre nella nostra coscienza la dimensione della possibilità. Per cui la realtà così com’è non è scontata né necessaria e inevitabile. È soltanto una delle possibilità esistenti, ma ne esistono anche altre. È possibile non accontentarci del mondo così com’è. La letteratura, sostiene lo scrittore peruviano, è una rappresentazione fallace della vita che però ci aiuta a capirla meglio e ci aiuta a orientarci. Il discorso sul valore della finzione è svolto all’inizio e alla fine della conferenza.

La letteratura, inoltre, tende ponti tra diverse persone: al di là delle lingue, del credo, degli usi e dei costumi, dei pregiudizi. La letteratura, in questi termini, crea una sorta di fratellanza all’interno della diversità umana ed eclissa le barriere erette dall’ignoranza, dalle ideologie, dalle religioni e lingue altre.

Si considera il pregio e il carattere delle opere letterarie che ad un certo punto finiscono, sono delimitate, e questo ci consente di interpretarle. Rispetto alla nostra vita, dove siamo attraversati da un flusso costante di emozioni, parole e stati d’animo, i romanzi che leggiamo sono storie chiuse e il fatto che ci sia una fine ci permette di poter fare una riflessione. Quello che noi impariamo leggendo delle storie inventate è il dare senso agli avvenimenti. Questa propensione la possiamo applicare anche alla vita reale. Leggendo, alle volte, ci succede di incontrare delle parole che sembrano scritte appositamente per noi. I grandi romanzieri riescono a dire di noi cose che
nemmeno noi stessi saremmo in grado di dire.

Noi abbiamo bisogno di dare un senso a tutto quello che ci succede. L’insensato ci disorienta e ci mette ansia. Usiamo le parole per umanizzare il mondo e la letteratura rientra in questa fenomenologia. Giacomo Debenedetti scrisse che la letteratura serve a battezzare le contingenze esistenziali, serve a dare un nome a nodi di vita. Si può pensare, a tal proposito, quanti nomi di personaggi sono poi diventati comuni: da Boccaccio, boccaccesco; da Kafka, kafkiano (=neologismo che indica una situazione paradossale e in genere angosciante. Si usa di solito per descrivere una situazione in cui non ci si riconosce e dove non si capisce ciò che sta succedendo).

‘Avventure della ragazza cattiva’ di Vargas Llosa. Ossessione d’amore tra Europa e America Latina

Nella prima parte è un continuo procedere per accumulo, non ci sono sviluppi nel romanzo del 2006, Avventure della ragazza cattiva dello scrittore peruviano naturalizzato spagnolo Mario Vargas Llosa, a metà fra il picaresco e la storia d’amore. Solo nella seconda parte ci si appassiona alle vicende di Lily, femme fatale trasformista e di Ricardo, anonimo interprete peruviano, un uomo medio senza ambizioni.

Nel 1950 il giovane Ricardo scopre di essere innamorato di una ragazza cattiva, una niña mala che lo fa impazzire con il suo charme ma gli dice sempre di no. Quando le loro strade si separano, Ricardo si trasferisce a Parigi. Ma anche qui la niña mala riappare, in una nuova versione: una militante del Mir in partenza per Cuba, dove verrà addestrata alla guerriglia. Da allora, nella vita di Ricardo, si alternano il lavoro di interprete e i tormenti che la ragazza cattiva gli infligge, in un crescendo che porterà il protagonista ad affrontare il suo vero sogno: scrivere. Un ritratto palpitante del mondo europeo e latinoamericano, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, un’ispirata rievocazione condotta senza nostalgie ma con lucida intensità, sostenuta da una scrittura che si fa sempre piú limpida e rarefatta. Con protagonisti ed eventi reali e altri di fantasia, che insieme congiurano a creare l’affresco illuminante di un’intera stagione.

Stai diventando una huachafita [donnetta sentimentale, n.d.r.] anche tu, niña mala, – la baciai sulle labbra. – Dimmene un’altra, un’altra, per favore.

Lily, però, non giganteggia su Ricardo, non ha fascino e carisma perversi, risulta ripetitiva e prevedibile nella sua inaffidabilità. Ed è proprio quo che risiede l’aspetto più sorprendente e riuscito del romanzo: il premio Nobel Losa non rende la protagonista l’eroina della storia, semmai il personaggio più riuscito risulta Ricardo, con la sua umanissima e comprensibile debolezza, con la sua pazienza, col suo amore che sembra non subire mai un rallentamento. Ricardo è umile, è un uomo che lavora per vivere, che ama la letteratura e le lingue straniere, soprattutto il russo. È un uomo non bello, ma costante e stabile. E sembrano risiedere proprio qui la sua forza e straordinarietà che fa da contraltare alla “banalità” della cattiva ragazza che intontisce l’uomo ordinario, destinato prima o poi a soccombere.

Vargas Llosa riesce a costruire un intreccio narrativo di grande effetto puntando sulla personalità dei personaggi, in cui lo stesso Ricardo, il Niño Bueno, racconta in prima persona le proprie pene d’amore, la sua vita costellata dalla presenza-assenza della femme fatale (“Ero sicuro che l’avrei amata sempre, per mia felicità ed anche per mia infelicità”).

L’autore peruviano tuttavia non si limita a raccontare una storia di amore e di ossessione, inducendo il lettore ad empatizzare con il protagonista, evidenzia infatti la sua capacità di emersione dalle “paludi” di un paese dell’America Latina, il Perù, ancora molto, troppo povero, afflitto da tensioni e instabilità politiche tali da non garantire condizioni di vita dignitosi per il suo popolo, arricchendo così il contenuto di questa opera di riflessioni extra sentimentali.

Llosa infatti conduce il lettore in un’Europa in pieno fermento, partendo da Parigi, città affascinante e piena di opportunità, centro nevralgico della vita culturale europea e culla delle rivolte studentesche sessantottine, per poi spostarsi in oltremanica, in una Londra hippie anni settanta, centro di avanguardia artistica, capitale mondiale di una rivoluzione psichedelica fatta di droga, rock’n’roll e amore libero, passando per per Tokio, dove all’ordine e al rigore che traspaiono dalle strade durante il giorno, si contrappone la perversione della vita notturna. Nei cangianti (come le identità di Lily), contesti storico-geografici si muovono le disavventure amorose di due protagonisti legati da un rapporto viscerale tra Europa e America Latina.

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