Renzi scafista

L’ex ministro Bonino in una recentissima intervista rilasciata al giornale locale di Brescia ha ammesso che fu il governo Renzi a stringere accordi perché gli sbarchi di profughi, richiedenti asilo e migranti avvenissero tutti in Italia, anche a costo di scavalcare le disposizioni internazionali sancite a Dublino.

Al via il congresso Pd tra veleni, scissioni e un Paese che annaspa

Fissata ormai da tempo la data ufficiale del Congresso Pd, i candidati alla segreteria scaldano i motori per una campagna elettorale che si preannuncia tutt’altro che pacata.

In pole position troviamo Matteo Renzi, segretario uscente ed ex presidente del Consiglio, che è appoggiato dalla flotta di tutti quelli che si sono pronunciati nel corso della campagna elettorale referendaria in un perentorio “se vince il no abbandono la politica”. Insomma un gruppo che anziché autorottamarsi cerca di riprendersi la segreteria del partito. In seconda posizione sui nastri di partenza troviamo Michele Emiliano, magistrato con alle spalle l’esperienza di sindaco di Bari e attualmente Governatore della Regione Puglia. Da renziano, la sua maggioranza in consiglio regionale è figlia dello spirito ecumenico dell’ammucchiata pur di vincere, si ritrova ora a fronteggiare l’ex amico e sodale Matteo.

Più defilato troviamo Andrea Orlando, attuale Ministro della Giustizia del Governo Gentiloni, che è un po’ il candidato a sorpresa che vuole giocare un ruolo da outsider nella corsa all’ambita poltrona di segretario. Sinora Orlando è stato appoggiato da una schiera di personaggi che ricorda vagamente la composizione del primo Ulivo e che lascia sperare i molti nostalgici del grande centrosinistra.

Ora tra doppio ruolo di premier e segretario, capilista bloccati e scissioni comincia il tritacarne mediatico del Congresso Pd. È interessante osservare i posizionamenti in attesa del voto del 30 aprile che, lo ricordiamo, non sarà riservato esclusivamente agli iscritti. La vera anomalia del PD sta in questo. I partiti di sinistra, nella loro storia, hanno lasciato scegliere il proprio segretario ai tesserati che vivevano con trepidazione i momenti legati al congresso.

Oggi no, decidono i cittadini che, a prescindere dalla propria collocazione politica partecipano al Congresso Pd e scelgono il rappresentante di un partito. Ma a chi risponderà poi il segretario? È questa la domanda che dovrebbe porsi l’elettore medio del Pd. Che senso ha ancora la militanza?

A questa domanda hanno risposto tutti quelli che hanno deciso di non tesserarsi. Sì perché il PD, tra le polemiche, ha annunciato la chiusura della campagna di tesseramento con dati molto preoccupanti per un partito che vuole essere di massa.

La speranza di tutti gli osservatori, che vivono l’Italia che annaspa, è quella di non assistere ad un dibattito personale, ma comprendere quali sono le linee guida credibili che seguiranno i possibili segretari in particolare in materia economica, sociale e nei rapporti con l’Europa.

Dall’altra parte i movimenti e i posizionamenti periferici, quelli dei comuni e delle realtà di provincia, con spostamenti e affiancamenti ai leader nazionali lasciano intuire che, nella sostanza, cambierà poco se non qualche nome sulle liste alle prossime elezioni, meglio se con un sistema proporzionale e meglio se non si deve esprimere una preferenza. Perché in fondo oggi il partito è visto solo come lo strumento per raggiungere il potere. Poco importa se poi il potere non lo si sa gestire.

Congresso PD: ultima chiamata per un partito senza identità

Non c’è pace in casa PD e dopo una direzione infuocata si è scelta la strada del congresso per cercare di trovare stabilità ed equilibrio persi da tempo. L’impressione è che tra ipotesi di scissioni, segretari in pectore, reggenti e tesi annacquate, in realtà non se ne ricaverà nulla di nuovo. Il segretario uscente, dopo aver clamorosamente fallito alla guida del Paese, si ripresenterà e vincerà a mani basse.

Sì, perché la novità del partito della rottamazione sta proprio nel fatto che nonostante il fallimento di una classe dirigente, a dire il vero non particolarmente brillante, non c’è alcun cambio di direzione. Dopo la bocciatura del referendum più pasticciato della storia repubblicana, che rappresentava il vero core business del vecchio governo, Matteo Renzi avrebbe dovuto mollare, dando seguito a quanto aveva sin lì sbandierato. Nulla di tutto questo è avvenuto.

Così il treno del PD, che era già deragliato alla Leopolda, continua a non imbroccarne una e continua a preferire il clima salottiero alla radice di sinistra che dovrebbe essere la vera ragion d’essere della forza politica.

La sinistra del partito, complice nel voto di numerosi provvedimenti antipatici, ora dichiara guerra ed è pronta ad andare via, ma verso cosa? In realtà il quesito è tutt’altro che banale. Nell’ipotesi che all’indomani del congresso “precoce” si consumi la scissione e nasca una nuova forza politica, potrà mai allearsi con l’ex nemico di congresso?

Lo scenario non è affatto idilliaco e, mentre a destra si consumano le corse a chi la spara più grossa e i grillini si interrogano sul sesso degli angeli e sulla beatificazione della Sindaca di Roma, gli italiani corrono il serio rischio di non avere un Parlamento agibile politicamente neanche nella prossima legislatura. Per togliere le castagne dal fuoco al PD occorre un congresso serio ed un passo indietro significativo di colui che è stato l’artefice dell’implosione del partito.

In caso contrario militanti e elettori resteranno tutti in fila alla Leopolda ad osservare un binario morto mentre attendono l’arrivo di un treno che non esiste più.

Quella certa idea di politica che manca tanto alla sinistra

Mentre nel mondo si addensano fosche nubi e gli equilibri internazionali rischiano di saltare definitivamente, qui in Italia a sinistra si cerca di trovare il bandolo della matassa e una identità che da troppo tempo sembra essere smarrita.

Sgomberiamo subito il campo da possibili equivoci o fraintendimenti: non è il momento storico per pensare a scissioni o alla nascita di nuovi soggetti politici di sinistra. Il tempo stringe e alle porte si affacciano scenari che non promettono nulla di buono. È bizzarro che oggi a pensare ad una possibile scissione dal PD siano proprio coloro che nel lontano 2007 si ostinarono a voler dare vita, mediante quella che all’epoca fu definita una vera e propria fusione fredda, ad un organismo che racchiudesse al proprio interno i DS e la Margherita.

Da allora sono trascorsi 10 anni durante i quali la politica è cambiata profondamente. I Ds nel 2007 erano il primo partito in Europa per numero di iscritti, se ne contavano poco più di 615 mila, mentre la Margherita contava al suo interno, secondo le statistiche ufficiali, circa 430 mila iscritti. Dalla fusione dei due partiti nasceva, dunque, un soggetto da più di un milione di militanti.

Le statistiche implacabili ci raccontano invece di un PD che oggi non raggiunge neanche i 400 mila tesserati. È importante riflettere su questi numeri perché quando si parla di congressi, primarie, politiche di governo e di politica in generale non si può non pensare che i primi interlocutori debbano essere gli iscritti che si devono poter riconoscere nelle scelte del proprio partito.

All’indomani delle vocazioni maggioritarie, dei patti del Nazareno, delle politiche economiche poco chiare, dei provvedimenti contro i lavoratori e dei governi trasversali, il cittadino non trova più un modello di sintesi nel partito e vive un senso di smarrimento, incarnato suo malgrado dal rottamatore Renzi.

Un tempo il partito, nella sua rigidità dogmatica, rappresentava una risposta affidabile in grado di narrare una visione del mondo che poteva essere condivisibile o meno, ma rappresentava qualcosa di unico a cui moltitudini di uomini e donne dedicavano la propria vita.

Oggi tutto questo non esiste più. È difficile, ad esempio, capire quale sia esattamente la linea economica che guida il governo, o comprendere le esatte strategie in materia di sviluppo. Il manifesto dell’inadeguatezza della classe dirigente sta tutto in un ministro dell’economia che non conosce il prezzo di un litro di latte. Siamo ai titoli di coda dove traspare l’immagine di un PD salottiero molto più orientato agli accordi sotto banco che alla ricerca di un vero consenso.

L’incapacità, l’approssimazione e l’incompetenza, che hanno infettato tutte le forze politiche, hanno partorito il mito della casta e generato la voglia di fuga dei cittadini alla ricerca di un altrove al di fuori dei partiti che purtroppo non può esistere. Nel frattempo si sono distrutte le sentinelle presenti sui territori con figure inadeguate che ricoprono ruoli di primo piano nella vita delle comunità e che incarnano alla perfezione la mediocrità del sistema partitico nazionale. Un rampantismo inedito, in particolare a sinistra, che ha spazzato via scuole di formazione e la salita nei gradi della struttura partitica per lasciare spazio a giovani arroganti assetati di potere.

Ora è il momento della responsabilità. Il PD ha il dovere di rimettersi in carreggiata e di fare una scelta definitiva di campo aprendosi a tutte le forze della sinistra democratica. Un tempo le tesi congressuali servivano a questo. Tutto il resto è una commedia chiamata Leopolda.

Di fatto, la democrazia per funzionare ha bisogno dei partiti e i partiti per esistere necessitano della militanza. Se mancano questi elementi il sistema si collassa e nascono forze antisistema che sono destinate ad assumere una rilevanza sempre maggiore.

Vittoria del No, Renzi si dimette. La superbia partì a cavallo e tornò a piedi

La maggioranza dei cittadini italiani aventi diritto, ha detto No alla riforma costituzionale e al premier Matteo Renzi che ha personalizzato oltremodo questo referendum. L’Italia si sveglia con un governo che si prepara alle dimissioni dopo mille giorni di permanenza, e con il presidente del Consiglio che, in seguito ad un dignitoso discorso che ha tenuto ieri sera, subito dopo aver appreso l’esito del referendum, ha rimesso il proprio mandato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha però sottolineato, già dopo un’ora di colloquio con il premier durante il pomeriggio che ci sono “impegni e scadenze di cui le istituzioni dovranno assicurare in ogni caso il rispetto, garantendo risposte all’altezza dei problemi del momento”. Il passo indietro di Renzi è stato congelato fino all’approvazione della Legge di Bilancio. Renzi dunque resta ancora in carica fino alla fine della settimana a causa di questa impellenza, co buona pace degli avvoltoi.

Il dato definitivo del referendum dice che l’affluenza in tutte le regioni ha superato il 50%, sebbene non ci fosse il quorum, al No è andato oltre il 59% dei voti, mentre al Sì il 40,4%. I favorevoli l’hanno spuntata solo in Trentino Alto Adige, Emilia Romagna e Toscana (dati del Viminale). Una batosta per Renzi e il suo governo che su questa riforma avevano puntato tutto.

Possibili scenari dopo le dimissioni di Renzi

Tra le ipotesi per il dopo Renzi, c’è che Mattarella decida di privilegiare la continuità tra passato e presente, incaricando un ministro del governo PD (i nomi che circolano sono quelli dei ministri dell’Economia Padoan, quello delle Infrastrutture Delrio e quello della Cultura Franceschini. Non c’è chiarezza per quanto riguarda la maggioranza e in riferimento a questo aspetto, il compito potrebbe essere affidato anche a una figura istituzionale, come quella del presidente del Senato Pietro Grasso. Il M5S e la Lega chiedono elezioni, ed in effetti questa legge elettorale attualmente favorirebbe i pentastellati ma c’è il problema di una legge elettorale da fare, perché l’Italicum vale solo per la Camera. Diversa la posizione di altre forze politiche, tra le quali Forza Italia che chiede di rimettere totalmente alla legge, così come Sinistra Italiana che dall’Italicum è penalizzata. A ciò si aggiunge il freno della Corte costituzionale che non si pronuncerà prima di gennaio. Di sicuro le forze politiche uscite vincenti da questo referendum premeranno affinché non si vada al voto il prima possibile.

La schiacciante vittoria del No e il ridimensionamento ontologico di Renzi e company

Ma tornando a ciò che è accaduto ieri sera, alla schiacciante vittoria del No e al discorso privo di innalzamento di toni che aveva caratterizzato la campagna referendiaria per il Sì di Renzi, il quale si è permesso di tutto e di più (persino strumentalizzare le malattie) con l’appoggio della maggior parte dei giornali nostrani, i quali, se al posto di Renzi ci fosse stato Berlusconi, avrebbero gridato allo scandalo, è ancora una volta utile e importante sottolineare come anche stavolta, dopo la Brexit e la vittoria di Trump, la realtà abia superato la narrazione del governo, della finanza, delle oligarchie economiche, degli opinionisti parrucconi che affermavano che qualora avesse vinto il no, l’Italia non sarebbe mai uscita dalla palude in cui versa e che a votare no erano solo conservatori, e ancora: della Rai e dei giornalisti servili verso Renzi, dei personaggi dello spettacolo e degli esponenti della politica estera. Nulla hanno potuto Roberto Benigni, il premio Strega Francesco Piccolo e Michele Santoro. Ancora una volta il popolo ha votato con la propria testa, senza lasciarsi sedurre da facili slogan e convincere che i promulgatori del no fossero un’accozzaglia e rappresentassero “la casta”. Nulla hanno potuto i provvedimenti e riforme del governo Renzi attuate durante questi mille giorni, tutti in direzione dell’esito positivo del referendum di ieri.

Matteo Renzi e i suoi yes-men and women sono partiti a cavallo e tornati a piedi, sembrano essere già lontani i giorni in cui arroganti ed irridenti (come dimenticare l’ormai celebre l’hashtag “Ciaone” di Ernesto Carbone in seguito al mancato quorum del referendum sulle trivelle), esponenti del Pd come Romano, Migliore, Morani, Boschi presenziavano in TV con la sicurezza stampata in volto che avrebbe vinto il sì, prevedendo scenari apocalittici in caso di vittoria del no e usando provvedimenti giusti come il superamento del bicameralismo paritario, il taglio delle poltrone in Parlamento e l’abolizione del CNEL come specchietto per le allodole, coprendo l’intero pasticcio quale era la riforma costituzionale, scritta, tra gli altri, da personaggi come Verdini. Insomma: i nuovi 100 senatori sarebbero stati eletti in gran segreto dalla casta politica all’interno dei Consigli regionali, che attualmente sono quasi tutti nelle mani del PD e con l’attuale legge elettorale per la Camera, gli italiani non avrebbero potuto più eleggere nemmeno una buona parte dei deputati, poiché sarebbero stati gli stessi partiti ad indicare il nome del primo degli eletti in ogni collegio. Inoltre la riforma prevedeva l’abbassamento della soglia dei voti necessari per l’elezione del Presidente della Repubblica da parte dei parlamentari, consentendo in questo modo ad un unico partito (in questo momento storico il PD di Renzi) di controllare anche la nomina della più alta carica dello Stato. In sintesi, Renzi avrebbe governato indisturbato per altri venti anni.

La maggioranza degli italiani ha preferito mantenere la Costituzione di Parri e Calamandrei

La maggioranza degli italiani, che da alcuni radical chic ed intellettualoidi  saranno ovviamente etichettati come “populisti”, ha preferito mantenere la Costituzione di Calamandrei e Parri. Tuttavia sarebbe bastato modificarla davvero solo in quei pochi aspetti che avrebbero semplificato e sburocratizzato il sistema, e la maggior parte avrebbe votato positivamente, mentre si è preferito smantellarla dando l’immunità parlamentare ai consiglieri regionali che avrebbero risposto agli interessi del partito piuttosto che a quelli del loro territorio, non facendo più votare i cittadini per il Senato. Molti cittadini italiani questo lo hanno capito, essendosi informati a dovere, soprattutto sul web, nel merito della riforma.

La campagna referendaria di Renzi è stata al limite dell’indecenza (come quella dei suoi adepti, una su tutti Maria Elena Boschi, la fatina dal sorriso sempre pronto, depositaria della narrazione renziana, che ha affermato che chi avrebbe votato no sarebbe stato come Casa Pound, e che i veri partigiani avrebbero votato sì), consegnandoci un Renzi diverso da quello che in molti ha trasmesso speranza, delle primarie, un Renzi accentratore, troppo sicuro di se, onnipresente in TV, bugiardo e arrogante.

Le dimissioni di Renzi da Capo del Governo concludono un breve ciclo cominciato con la sua nomina con un tweet, con un accordo interno al ceto dirigente italiano e sostenuto dalla finanza, e terminato con un voto su una riforma (scritta male e divisiva per il Paese, nella quale invece, tutti dovrebbero riconoscersi) invocata da una banca d’affari, senza mai passare per un’elezione. Senza contare, essendo stato quello sul referendum anche un voto al governo, che molto poco, se non nulla, è stato fatto per contrastare disoccupazione, precariato e austerità. Il PD sembra davvero aver dimenticato la propria base sociale. Non a caso chi ha votato massicciamente No sono stati proprio gli under 35. Che sia l’inizio di una nuova Storia, e che la data del 4 dicembre 2016 venga fissata bene nella mente di chi ha in mente di stravolgere anche lui in futuro la Carta Costituzionale, chiunque egli sia. L’invasione delle cavallette non c’è stata e non ci sarà, sebbene alcuni esponenti del PD renziano pensino che dopo di loro ci sarà il nulla e che siano ancora l’unica alternativa possibile.

Riforma costituzionale: un referendum pensato male e proposto peggio

Si comincia a discutere sulle regole quando le cose non vanno e non si ha la forza – il coraggio, l’intelligenza – di confrontarsi di più sulle idee. Il referendum del 4 dicembre è diventato nel corso di quest’anno l’espressione evidente di un paradosso politico: di fronte a una disaffezione sempre più clamorosa per i partiti e per tutti i cosiddetti corpi intermedi, si è pensato di mettere in scena un derby sulla costituzione, con una mobilitazione di massa che forse avrebbe meritato migliori cause.

Dallo ius soli alla riforma delle carceri, dalla legalizzazione della cannabis all’introduzione del reato di tortura, ci sono tantissimi temi su cui lo spirito riformatore di questo governo si è dimostrato molto meno innovativo di quanto continua a dichiarare a parole, senza contare che anche quelle riforme su cui ha investito di più – come il jobs act o la Buona scuola – stanno rivelando, già dopo un anno, tanti dei limiti di efficacia che ne evidenziavano i loro critici.

Matteo Renzi è anche riuscito a imporre una separazione del campo politico in un modo inedito rispetto alla polarità della seconda repubblica – ossia centrosinistra versus centrodestra – e l’ha fatto usando una consultazione che avrebbe dovuto provare invece a unire ideologie contrapposte.

Questo referendum nei fatti è un’elezione politica: da una parte è schierato il Partito democratico di fede renziana e qualche partitino che appoggia questo governo (l’Ala di Denis Verdini e l’Ncd di Angelino Alfano), dall’altra una compagine articolatissima (minoranza Pd, buona parte della sinistra parlamentare ed extraparlamentare, quel che resta di Scelta civica, la Lega, il Movimento 5 stelle).

La divisione è anche nella società: per esempio Confindustria e Cgil hanno fatto dichiarazioni di voto opposte, la prima schierandosi per il sì e la seconda per il no.

Referendum: contestazioni di metodo

Così qualunque sarà l’esito del 4 dicembre, le sue conseguenze renderanno eclatante quanto non sia stata una buona idea politicizzare e rendere così divisivo un referendum costituzionale.

È sicuro che la disinvoltura – diciamo l’azzardo – di Matteo Renzi sia stata evidentemente calcolata: il proposito di legittimare il suo governo attraverso tre eventi che sono diversi da un’elezione parlamentare. Ed ecco che abbiamo avuto la vittoria alle primarie del Pd, poi il voto europeo e ora il referendum. E le voci che suggeriscono le sue eventuali dimissioni in questa settimana confermano solo questa idea pokeristica del potere renziano.

Questa è la prima contestazione di metodo che si può fare; è pure vero che se il sì dovesse perdere con una percentuale significativa – per esempio il 40 per cento – da un punto di vista del consenso nei confronti di Renzi sarebbe addirittura un risultato comunque alto.

La seconda contestazione di metodo è la speciosità di un quesito che sulla scheda è posto in modo molto netto e accattivante, ma che non riflette la complessità e certe ambiguità del testo della riforma. Ci sono state parecchie obiezioni su questo punto – addirittura ricorsi. Si può citare un giurista di valore come Luigi Ferrajoli sul tema: “Questa lettura e questa conoscenza saranno impedite ai cittadini dal quesito ingannevole e accattivante su cui saranno chiamati a votare, trasmesso ossessivamente in televisione e perciò in grado di compromettere l’autenticità del voto: ‘Approvate… il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi’ della politica e altre piacevolezze. I contenuti della legge sono infatti, come i pochi informati ben sanno, assai più gravi e certamente diversi. […] Ciò su cui i cittadini voteranno non è il titolo della legge di revisione, ma le norme in essa contenute”.

La fine del bicameralismo perfetto lascia davanti a sé un vuoto normativo e politico

Un terzo elemento distorsivo – di metodo anche questo – è il testo confuso della riforma. Si deve votare sì o no avendo davanti un testo con molti elementi disomogenei: si potrebbe essere in disaccordo, per dire, sulla diminuzione del numero dei senatori, ma d’accordo sulla revisione del titolo quinto. È abbastanza lampante che il referendum propone delle modifiche strutturali che rendono davvero impegnativo farsi un’opinione sulle conseguenze per la vita democratica futura dell’Italia (la riforma del senato, appunto), e altre modifiche più marginali (la soppressione del Cnel, per esempio) che si potevano ottenere con l’azione legislativa del parlamento, se il governo avesse lavorato per costruire una maggioranza più ampia, quella dei due terzi necessaria per non indire il referendum.

Un quarto elemento di ambiguità di questo referendum – sempre di metodo parliamo – è che la fine del bicameralismo perfetto, o paritario che dir si voglia, lascia davanti a sé un vuoto normativo e politico e i promotori della riforma non hanno proposto molto per colmarlo. Al senato resteranno alcune prerogative legislative (secondo il comitato del sì si tratta di nemmeno il 3 per cento delle leggi), il che induce alcuni a pensare come sia inutile questo senato; altri – compreso chi scrive – a quanto sia stato poco preso in considerazione un sistema di checks and balances (pesi e contrappesi istituzionali); altri ancora a sottolineare quanto sarà complicato gestire i contenziosi tra le competenze della camera e del nuovo senato.

Dobbiamo osservare con un sano scetticismo la bizzarria di una campagna elettorale accanita

Le obiezioni di metodo potrebbero essere ancora molte. Una, quasi didascalica, riguarda il nome del senato: avrebbe ancora senso chiamare così una camera dove potrebbero essere eletti anche dei diciottenni? Un’altra è quella sollevata da Michele Ainis riguardo a una contraddizione nascosta tra le pieghe del testo Boschi: il ridimensionamento dei poteri regionali (la parte sul titolo quinto) lascia fuori le autonomie regionali, che anzi – in virtù di una legge del 2015 che impedisce di legiferare sulle regioni a statuto speciale senza il consenso delle stesse – uscirebbero ulteriormente rafforzate da questa riforma costituzionale, in un paradosso per cui le leggi delle province autonome di Trento o di Bolzano conterebbero più della costituzione italiana.

Si potrebbe continuare elencando i dubbi sul “merito” della riforma – il più consistente è quello secondo cui forse non è vero che avere due camere che fanno lo stesso lavoro rallenta il ritmo dell’approvazione delle nostre leggi, o ne riduce il numero. I dati di Openpolis ci dicono che nell’ultimo anno solo il 20 per cento delle leggi approvate ha richiesto due letture, che le leggi proposte dal governo hanno avuto una gestazione parlamentare media decisamente breve (156 giorni) e che in Italia si producono molte più leggi che in Francia e in Germania.

Oppure potremmo adeguarci allo stile del dibattito soprattutto delle ultime settimane che ha cercato di legittimare lo status di strumentalizzazione politica di questa consultazione. Ma forse la mossa migliore da fare in questa scacchiera del referendum è quella del cavallo, ossia provare a osservare dall’esterno, con un sano scetticismo, la bizzarria di una campagna elettorale accanita, violenta, polarizzata, in una fase in cui la crisi della politica è a uno dei suoi massimi storici. E porci qualche interrogativo.

Alle elezioni politiche del 1948 (le prime con la costituzione italiana) andò a votare il 92,2 per cento degli aventi diritto, nel 1992 eravamo scesi all’87,3 per cento, nel 2008 al 78,1, nel 2013 al 72,2: davvero il problema principale di questo paese è la governabilità e non la rappresentanza e la partecipazione?

Una crisi politica è stata trasformata in una crisi costituzionale

Quando nel 2013 l’attuale presidente del consiglio Matteo Renzi conquistò la segreteria del Partito democratico poteva contare su 539mila iscritti, nel 2015 sono stati 385mila (nel 2009, al momento della fondazione, erano 831mila). L’ambizione di rinnovamento di un partito – la rottamazione e via dicendo – ha coinciso con la disaffezione.

Le cose non vanno meglio nelle altre formazioni politiche: Forza Italia e la Lega dichiarano entrambi poco più di centomila iscritti, Sel solo 3.600 ossia addirittura meno di Possibile (il movimento di Pippo Civati) che ne ha 4.800, il Movimento 5 stelle non dà dati ufficiali – l’ultimo a tirare fuori un numero è stato Roberto Casaleggio un anno fa che diceva 130mila. In Italia meno di un milione di persone è militante di un qualche movimento o partito: davvero il problema principale di questo paese sono le regole e non l’impegno attivo, la costruzione del consenso?

Questa fragrante crisi non sarà risolta attraverso la modifica del testo costituzionale, ma cominciando ad analizzarne e a contrastarne le ragioni sociali economiche e politiche. Sul suo blog, il senatore Walter Tocci, coordinatore da anni del Centro studi di iniziative per la riforma dello stato (Crs), ha scritto una lunga disamina su questo voto, sottolineando come sia proprio il misconoscimento della crisi della democrazia a far immaginare soluzioni che invece sono solo sintomi.

L’equivoco estremo

Se si rimuovono le cause storico-politiche, il riformismo istituzionale diventa una metafisica senza tempo e senza realtà. Tutto è cominciato quando sono finiti i vecchi partiti, che nel bene e nel male avevano governato il paese, sia in maggioranza sia dall’opposizione. Da allora il ceto politico non ha saputo o non ha voluto rigenerare le strutture politiche adeguandole ai nuovi tempi e ha scaricato tale incapacità sulle istituzioni. Una crisi politica è stata trasformata in una crisi costituzionale. Alcuni politici si sono dati l’alibi dicendo che volevano spostare le montagne ma le procedure parlamentari lo impedivano. “Da molto tempo l’Italia non riesce ad aprirsi al mondo nuovo, non accede alla società della conoscenza, eppure il discorso pubblico di destra e di sinistra si occupa di un piccolo problema di tecnica parlamentare, fino a ingigantirlo come il principale ostacolo da rimuovere sulla via del progresso”.

L’estremo equivoco, dunque, è quello in base al quale bisognerebbe votare sì a questo referendum per senso di responsabilità, per evitare il tracollo di un paese indebitatissimo e che precipiterebbe nell’instabilità economica e quindi politica e poi sociale, e sarebbe spazzato da un’onda di speculazione internazionale; avvisaglia di quest’eventualità spaventosa sarebbe già l’aumento dello spread e il calo in borsa delle azioni di varie banche più esposte tra cui il Monte dei Paschi di Siena in quest’ultima settimana. È l’allarme del Financial Times, ed è l’ennesima versione del ricatto che l’autonomia politica, e addirittura quella costituzionale, finisce con il subire da elementi contingenti.

Sarebbe insomma davvero un brutto scenario se l’esito del voto – nel merito costituzionale e nel suo significato politico – fosse comunque ignorato come è accaduto al referendum greco dell’estate del 2015, in nome di un dover essere della storia che è davvero la fine della politica come l’abbiamo conosciuta: l’abdicazione a quella “nuova ragione del mondo” come la definiscono Pierre Dardot e Christian Laval, che nel loro ultimo libro appena uscito in Italia, Guerra alla democrazia, immaginano che le proposte di modificare le costituzioni in Europa saranno costanti nei prossimi anni.

Fonte: Internazionale

Referendum Costituzionale: tra comunicazione e incomunicabilità

Siamo solo alle schermaglie iniziali, il voto è previsto per il prossimo 4 dicembre, ma le strategie di comunicazione messe in campo dagli opposti schieramenti sul Referendum Costituzionale appaiono già molto ben delineate.

Da una parte troviamo schierata compatta la maggioranza di governo, contraddistinta dal linguaggio spiccatamente social del suo leader e presidente del consiglio Matteo Renzi, dall’altra le opposizioni, frastagliate e disomogenee che abbracciano politicamente leader antisistema,  sinistre non allineate ed uno spicchio significativo del ceto intellettuale italiano.

Quello che emerge è un dialogo, o meglio dire uno scontro, a due velocità che più che testimoniare una divergenza di idee certifica modi differenti di rapportarsi al mondo. Emblematico è stato il confronto della settimana scorsa, tra il Presidente Matteo Renzi e l’illustre costituzionalista Gustavo Zagrebelsky andato in onda lo scorso venerdì nel salotto di Enrico Mentana. Da una parte l’arroganza giovanile fatta di semplificazioni e di linguaggio immediato, dall’altra la cattedratica affabulazione di chi è sicuro delle proprie tesi ed è convinto delle proprie ragioni.

Giornali, blog e opinionisti si sono scatenati per stabilire chi avesse vinto il confronto riguardo al Referendum Costituzionale, ma in realtà non c’è stato alcuno scontro. Il tema referendario è rimasto sullo sfondo per lasciare spazio ad un dibattito generazionale fine a se stesso che sembra incarnare la rivolta degli ultimi della classe contro i secchioni e i docenti. L’impressione è che alla gente le parole interessino sempre meno e che al prossimo referendum la maggioranza schiacciante continuerà ad essere quella del non voto. La totale sfiducia nei meccanismi democratici rappresenta la più grave minaccia per il futuro del nostro Paese e solo un profondo cambiamento del sistema partitico può invogliare i cittadini ad appassionarsi alla politica.

La consapevolezza che, a prescindere dal proprio voto, le condizioni generali non muteranno non è una illusione propagandistica dell’antipolitica, ma una consapevolezza dell’incapacità dei partiti di mettere in moto meccanismi virtuosi capaci di dare una prospettiva al Paese. Da queste prime schermaglie possiamo allora già stilare il de profundis per il prossimo, inevitabile, flop elettorale dove tutti avranno vinto. Gli unici a perdere saremo soltanto noi.

Ponte sullo Stretto e Giochi Olimpici: il futuro delle città e un nuovo spirito economico

Stiamo vivendo giorni confusi sospesi tra il no romano ai Giochi Olimpici ed un ritorno di fiamma per il progetto faraonico e un po’ fantascientifico del ponte sullo Stretto di Messina.
Entrambe le questioni, oltre a fornire il pretesto per una miriade di sterili polemiche, sono una occasione preziosa per discutere, finalmente, del futuro delle città e del nostro rapporto con l’ambiente.

Le città che conosciamo e viviamo quotidianamente sono state costruite per rispondere ad esigenze differenti rispetto a quelle dettate dal nostro contemporaneo. In altre parole viviamo in luoghi del passato il nostro presente e da qui pensiamo di poter costruire il futuro. Le città non hanno bisogno di un semplice adeguamento, ma di una vera e propria rivoluzione. Non si possono più concepire luoghi, che in realtà sono diventati nonluoghi a causa del progressivo deterioramento delle singole identità, che ospitano al loro interno milioni di persone interconnesse ma con crescenti incapacità relazionali.

Date queste premesse è ovvio che non è ipotizzabile uno sviluppo incentrato esclusivamente sulla estensione della superficie che conduce solo alla creazione di nuove periferie/ghetto. Occorre progettare un nuovo modello che vada esattamente nella direzione opposta, cioè incentrato sulla diffusione, capace di spezzare le densità dei centri con una maggiore integrazione con l’ambiente.
Non un semplice no al cemento, ma un nuovo patto con ciò che ci circonda in modo da limitare, per quanto possibile, l’impatto del nostro stile di vita che, inevitabilmente, dovrà essere ridimensionato.

Solo partendo da una riduzione ed un adeguamento degli spazi per le città sarà possibile adempiere alle funzioni brillantemente elencate da Lewis Mumford nel suo fondamentale volume La Città nella Storia: “la funzione principale di una città è di trasformare il potere in strutture, l’energia in cultura, elementi morti in simboli viventi di arte, e la riproduzione biologica in creatività sociale”.
In questo contesto il progetto del ponte sullo Stretto appare ancora di più come un’opera fuori dal tempo che ha un impatto terribile sull’ambiente e che procede in una direzione totalmente contraria a quella indicata da buonsenso.

Il no alle Olimpiadi del cemento, così come definite dalla Sindaca Virginia Raggi, e al ponte sullo Stretto di Messina non sono la rinuncia ad investimenti in grado di cambiare la situazione economica generale, ma semplicemente lo stop ad una azione speculativa che non avrebbe alcuna capacità di incidere al di fuori del breve periodo.
Se si vuole investire dei capitali per rilanciare l’economia si potrebbe cominciare dalle bonifiche delle aree che risultano devastate dallo scriteriato abbandono dei rifiuti e sulle troppe ‘terre dei fuochi’ con cui siamo ormai rassegnati a convivere.

La rivoluzione economica parte dalla capacità di non pensare più l’ambiente solo come mezzo, ma renderlo un protagonista attivo nello sviluppo dell’economia e del benessere collettivo.
Il passaggio dall’Homo Oeconomicus all’Homo Ecologicus non può però passare solo dall’investimento in interventi strutturali, è necessario puntare su formazione e cultura perché è da qui che nasce tutto. Tutto il resto è fuffa.