Mari-Murgia: l’ipocrisia e la letteratura ridotta a invettiva sociologica

C’è qualcosa di irresistibilmente vitale, nella recente levata di scudi che ha travolto lo scrittore in lizza per il Premio Strega 2026, Michele Mari reo di aver detto che << la scrittrice sarda era «intransigente e violenta, perché brutta, e sfogava così la sua rabbia>>. L’autore ha litigato con la collega Teresa Ciabatti, la quale ha subito spifferato tutto ai giornali scatenando una campagna di delegittimazione contro chi ha osato criticare una sua amica ritenuta intoccabile, sfruttando la difesa pubblica di un’amica per cercare di estromettere mediaticamente il suo diretto avversario al premio.

Subito si è attivato il tribunale del politicamente corretto e del progressismo da salotto, pronto a decretare l’anatema: come si permette Mari di profanare il simulacro della scrittrice sarda, assurta a icona progressista pop della militanza civile?

Eppure, a guardare la vicenda con la lente della storia della letteratura — e non con quella del tweet d’indignazione quotidiana —, la reazione a Mari rivela un gigantesco equivoco culturale. Difendere Michele Mari non è solo un atto di giustizia critica; è una difesa della letteratura stessa contro la sua riduzione a pamphlet sociologico.

Dagli anni Sessanta in poi, la critica strutturalista con Barthes ha propinato la comoda favola della “morte dell’autore” per cui l’opera vive di vita propria; il testo è autonomo, il biografo è un guardone. È una teoria accattivante finché non si incontra un autore vero.

Perché la verità è che a volte l’autore e l’opera coincidono in modo totale, ossessivo. Chiunque abbia sfogliato “Tu, sanguinosa infanzia” o “Verderame”, sa che la sua scrittura è la sua nevrosi, la sua vasta cultura filologica. Mari non “produce testi”, si estroflette sulla pagina.

Quando Mari, probabilmente l’unico scrittore valido candidato allo Strega, critica Murgia, sta difendendo un’idea di mondo e di lingua. Se l’autore coincide con l’opera, allora la scrittura sciatta, militante per contratto, semplificata per essere digerita dall’algoritmo dei social — quella che Mari rintraccia in certa produzione murgiana — non è solo un limite estetico: è un limite antropologico.

Ma quanti pensano quello che ha detto Mari su Murgia? Per Leopardi non è ancora in voga la vulgata per cui se non fosse stato brutto e con la gobba non sarebbe stato pessimista? Murgia usava un linguaggio di odio contro Israele, diceva di pensarla come Hamas. Nessuna indignazione. Perché se Murgia diceva di odiare i bambini facendosene quasi un vanto, veniva quasi incensata? Perché il suo linguaggio di odio era sinonimo di una intellettualità libera e sincera mentre quello di Mari è offesa misogina e bodyshaming?

Chi si scandalizza per le parole di Mari farebbe bene a ripassare la storia della letteratura, che è da sempre una fiera delle vanità e un mattatoio verbale. Gli scrittori si odiano, e si odiano benissimo. La differenza tra l’insulto di un letterato e quello di un utente medio su Facebook risiede nella qualità della sintassi e nella ferocia della metafora.

 

Premio Campiello 2014: ecco i cinque finalisti

Oggi  nell’Aula Magna Galileo Galilei dell’Università degli Studi Padova a Palazzo del Bo la Giuria dei Letterati ha selezionato i cinque romanzi finalisti del Premio Campiello Letteratura.
I cinque scrittori che rientrano nella rosa dei finalisti sono:
Michele Mari con “Roderick Duddle” ed. Einaudi
Mauro Corona con “La voce degli uomini freddi” ed. Mondadori
Giorgio Fontana con “Morte di un uomo felice” ed. Sellerio
Fausta Garavini con “La vita di Monsù Desiderio” ed. Bompiani
Giorgio Falco con “La gemella H” ed. Einaudi.
La Giuria che ha votato i finalisti quest’anno è composta dalla presidente Monica Guerritore, Riccardo Calimani, Philippe Daverio, Paola Italia, Nicoletta Maraschio, Luigi Matt, Salvatore Silvano Nigro, Ermanno Paccagnini, Silvio Ramat, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo.
Quest’anno  il premio “Opera prima” è andato a Stefano Valenti per “La fabbrica del panico” edito da Feltrinelli.
Il meccanismo, evidentemente efficace, ideato per proclamare il vincitore è rimasto immutato dall’esordio del Premio: una duplice giuria, una tecnica ed una popolare. La prima preposta a nominare i cinque finalisti, la seconda giuria invece, che varia ogni anno ed è composta da 300 lettori, è chiamata a scegliere il vincitore. Il Premio Campiello ha costruito la sua identità e la sua forza proprio sull’idea della doppia giuria ricavandone almeno due vantaggi: ha inaugurato per primo la formula di una giuria popolare, formula adottata in seguito da altre manifestazioni e l’essere considerato in breve tempo uno dei premi più prestigiosi.
Il premio fu istituito infatti nel 1962 dagli industriali veneti da sempre predisposti ad offrire il loro contributo alla promozione e alla diffusione della narrativa italiana e ad incentivare il piacere per la lettura. La prima edizione si svolse nel 1963 a Venezia nell’isola di San Giorgio e vide premiato il romanzo di Primo Levi “La Tregua”. In seguito il Premio fu ospitato nei luoghi più rappresentativi della storia e della cultura della città come il teatro La Fenice e il Palazzo Ducale. Da anni il premio si impegna a segnalare al grande pubblico di lettori autori e romanzi degni di attenzione.

 


Oggi il Premio è ritenuto non solo tra i più prestigiosi ma tra i più importanti nel panorama editoriale italiano.
Il nome “Campiello” in onore della commedia di Carlo Goldoni vuole evocare la Venezia settecentesca delle calli e dei campielli, col suo mondo affollato da personaggi di ogni ceto sociale di cui l’autore seppe ben rappresentare storie vizi e virtù. Il campiello nelle città veneziane è una piazzetta ristretta, più piccola di un campo appunto, nella quale sboccano le calli. Di solito, sebbene piccoli, erano un punto focale di incontro delle persone, centri della vita sociale di un quartiere. E spesso nei campielli si trovava “la vera da pozzo” fondamentale per la città in quanto unica fonte di approvvigionamento d’acqua potabile. Ed è per questo che il Premio che viene attribuito al vincitore è la riproduzione in argento di un pozzo veneziano. Sulle prime sembrerebbe un’idea bizzarra eppure l’idea di associare la letteratura ed i libri ad una piazza centro pulsante di vita non è certo un caso. E l’effige del pozzo di acqua potabile ci ricorda che la letteratura, nonostante tutto, rimane l’unica fonte di “approvvigionamento” che possiamo avere.

 

Di Michela Iovino.

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