15 anni senza Alberto Sordi, fenomeno tutto italiano, intraducibile all’estero, il cui riso che suscita nello spettatore scaturisce da una deviazione dell’infantilismo

Oggi potremmo ancora ridere con Alberto Sordi? Esistono ancora, gli italiani raccontati da Albertone? Facile rispondere di no, e del resto Sordi stesso, almeno negli ultimi 25 anni di carriera, raramente era riuscito a produrre maschere potenti: l’ultima volta con i due funerali della commedia all’italiana, Un borghese piccolo piccolo e I nuovi mostri; poi, solo Monicelli lo aveva recuperato con un ruolo all’altezza, archeologico e riassuntivo, Il marchese del Grillo (1982). Oggi gli italiani alla Sordi, i finti moralisti o i commercianti d’armi, gli arrampicatori sociali e i mezzibusti è difficile ritrarli con un briciolo di simpatia. Per fare delle commedie è quasi impossibile non scantonare verso la fiaba o verso il demenziale.

Sordi, si è detto, fa ridere solo in Italia. Un critico francese, guardando un suo film, chiese una volta ai colleghi italiani: “Ma come è possibile ridere del Male?” Il che, a suo modo, è un riconoscimento grandissimo. Eppure la figura di Sordi conosce una sua evoluzione, a partire da una vena più lunare verso una aderenza maggiore al proprio tempo. I suoi anni felici sono quelli del boom economico e quelli immediatamente precedenti.

Tra Un americano a Roma (1954) e il suo esordio alla regia, Fumo di Londra del 1966, ci sono oltre 50 film, di cui almeno un terzo memorabili. È l’unico momento in cui il meschino italiano di Sordi è anche un modello positivo, o trova un riscatto: e i finali di film come Tutti a casa (1960) o Una vita difficile (1961), con lui che trova la morte imbracciando le armi contro i nazisti, o prende a schiaffi il commendatore simbolo del benessere, sono esempi indimenticabili. Dopo, la sua maschera diventerà più amara che feroce, spesso declinando nella variante passiva-aggressiva della Vittima (Detenuto in attesa di giudizio, Bello onesto emigrato Australia…) che magari è anche un Mostro o può diventare tale (La più bella serata della mia vita, ancora Un borghese piccolo piccolo).

Alberto Sordi, da Nando l’americano a Roma al soldato in La grande guerra

Negli anni 80 l’attore unì i suoi personaggi in un filo unico, nella lunga trasmissione Storia di un italiano. L’idea era di porsi come personaggio esemplare dell’italiano nel ‘900: un esempio, se non integralmente positivo, almeno da guardare con indulgenza. In effetti, i film da lui interpretati sono stati proprio questo, in maniera più o meno cosciente. E va aggiunto che “Alberto Sordi” è anche l’opera collettiva di grandi sceneggiatori e registi: Rodolfo Sonego ovviamente, e poi, ognuno col suo mattoncino, Monicelli, Risi, Comencini, Age e Scarpelli, Zavattini, Steno, Scola, Fulci, Fellini.

Tutti a casa, il capolavoro restaurato di Comencini nella sezione Classici

Eppure la grandezza di Sordi non è solo nella sua forza di rispecchiamento, ma anche nel suo opposto. È la storia di un italiano, la sua, ma ancor meglio la storia di un iper-italiano, nel senso dell’ipperrealismo: un’imitazione allucinata, che diviene disturbante. Monicelli racconta che all’inizio della carriera, sul palcoscenico, Sordi lasciava tutti sconcertati, suscitava reazioni scomposte, come un autentico provocatore, che non si era mai visto prima.

Alberto Sordi, i premi e gli onori di un ‘italiano medio’

In seguito, questo comico anarcoide trova una perfetta coincidenza con l’italiano medio: ma sotto sotto continua a raccontarlo in maniera parossistica, non-realistica, inserendo una vena atroce in ogni apparizione. In un bellissimo saggio-patchwork sull’attore, Alberto Sordi. L’Italia in bianco e nero (Mondadori), Goffredo Fofi lo vede come una serie quasi caleidoscopica di influssi e di incroci, ma all’inizio, come prologo, racconta un incontro simbolico: quello, nella Roma ottocentesca, tra Nikolaj Gogol e Giuseppe Gioacchino Belli. Ecco, piace immaginare che alla nascita dell’attore trasteverino abbiano presieduto questi due astri, di umor nerissimo, conservatori e anarchici come lui.

L’opinione di Pasolini

In un intervento di Pasolini su Il Reporter del 1960, si legge a proposito di Sordi:

Vediamo un po’: in fondo il mondo della Magnani è, se non identico, simile a quello di Sordi: tutti due romani, tutti due popolani, tutti due dialettali, profondamente tinti di un modo di essere estremamente particolaristico (il modo di essere della Roma plebea ecc.). Eppure la Magnani ha avuto tanto successo, anche fuori d’Italia: il suo «particolarismo» è stato subito compreso, è diventato subito, come si usa dire, universale, patrimonio comune di infiniti pubblici. Lo sberleffo della popolana di Trastevere, la sua risata, la sua impazienza, il suo modo di alzare le spalle, il suo mettersi la mano sul collo sopra le «zinne», la sua testa «scapijata», il suo sguardo di schifo, la sua pena, la sua accoratezza: tutto è diventato assoluto, si è spogliato del colore locale ed è diventato mercé di scambio, internazionale. È qualcosa di simile a quello che succede per i canti popolari: basta trascriverli, aggiustarli un po’, toglierci la selvatichezza e l’eccessivo sentore di miseria, ed eccoli pronti per lo smercio a tutte le latitudini.
Alberto Sordi, no. Parrebbe intraducibile. Lo si direbbe un canto popolare che non si può trascrivere. Ce lo vediamo, ce lo sentiamo, ce lo godiamo noi: nel nostro mondo «particolare.

Ha ragione Pasolini, Sordi è un fenomeno tutto italiano, comprensibile solo a noi italiani perché il genere di riso che suscita Sordi un po’ ci fa vergognare, in quando ridiamo dei nostri vizi, delle nostre viltà, del nostro qualunquismo e delle nostre ipocrisie. Ma lo comprendiamo perché è un tipo di riso che scaturisce da una deviazione dell’infantilismo come sostiene il grande intellettuale e che invece di produrre bontà come in Anna Magnani o in Charlot, produce vigliaccheria, egoismo ed opportunismo. Tuttavia questa cattiveria commuove noi italiani perché in fondo sappiamo cosa si cela dietro: una necessità improrogabile, il doversi adattare a questo mondo, che non consente di vedere i bisogni e i sentimenti degli altri. Ecco perché l’italiano piccolo-borghese perdona i personaggi di Sordi. Conclude Pasolini:

Questa comicità di Sordi piccolo-borghese e cattolica, fondamentalmente senza nessuna fede, senza nessun ideale, non urta e non urterà mai la censura italiana: urta e urterà sempre chi possiede una sensibilità civica e morale, cioè la media dei pubblici francesi e anglosassoni. Non vorrei che questa potesse parere una eccessiva «stroncatura» di Sordi: in fondo, probabilmente senza rendersene conto, il tipo che egli così intelligentemente e vividamente ha inventato, era necessitato fuori da lui, dalla società in cui egli vive in assoluta acribia. Per diventare un vero grande comico, «universale» (come si dice) gli ci vuole un po’ di senso critico: un po’ di cattiveria intellettuale, finalmente, dopo tanta cattiveria viscerale! C’è infatti la possibilità di inserire nel suo personaggio quel tanto di pietà, cioè di conoscenza di sé e del mondo, sia pure irrazionale e sentimentale, che gli manca. Egli deve essere meno ellittico, meno ammiccante: noi, che ci siamo in mezzo, lo capiamo subito, gli stranieri (cioè il mondo, cioè lo spettatore in assoluto), no. Egli deve rendere esplicita quell’estrema ombra di pietà che nel suo infantilismo pure permane e può commuovere, malgrado le mostruosità di cui è capace.
E dico che tutto questo è possibile perché due volte Sordi c’è riuscito: una volta per merito del dialogo, una volta per merito del regista. Intendo riferirmi a una particina indimenticabile, a una specie di «a solo» che Sordi ha eseguito nel Medico e lo stregone; e, soprattutto, alla Grande guerra. In questi due casi, finalmente, Sordi vive di due elementi, entrambi operanti: il Sordi bebé antropofago, cattivo, amorale, e il Sordi poveraccio morto di fame sostenuto suo malgrado da una forza morale, dalla pietà che in infinitesima parte sente e per il resto incute.
Se in Sordi entrasse definitivamente questa contraddizione, se egli capisse che non si può ridere se al fondo del riso non c’è della bontà – pur esercitata o repressa in un mondo nemico – la sua comicità finirebbe di essere uno dei tristi fenomeni della brutta Italia di questi anni, e potrebbe, nei suoi modesti limiti, contribuire almeno a una lotta riformistica e morale.

 

 

http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2018/02/23/news/15_anni_senza_alberto_sordi-189475632/

Sei battute di “Amici Miei”, capolavoro della commedia italiana, per ricordare l’attore Gastone Moschin

Firenze, 4 settembre 2017 – “Amici miei” è una commedia amarissima e divertente, un film cult entrato nella storia del cinema italiano, amatissimo ancora oggi, a tanti anni di distanza. Gastone Moschin, scomparso lo scorso 4 settembre in Umbria, dove viveva da diversi anni,  fu presente in tutti e tre i capitoli, nel ruolo dell’architetto, dalla contagiosa risatina Rambaldo Melandri. Per quanto tutte le battute del film siano da antologia (e vale la pena di ricordare che fra gli sceneggiatori c’erano  Leo Benvenuti e Piero De Bernardi), alcune di quelle fatte pronunciare al Melandri sono davvero rimaste nella memoria e nel parlato comune, basti pensare ad espressioni non-sense come Antani, Supercazzola, Supercazzola con scappellamento, Confaldina…

Come non ricordare, nell’atto primo, di Amici Miei, capolavoro della commedia italiana, diretto sia nel primo che nel secondo atto da Mario Monicelli, il Melandri ricoverato in ospedale insieme ai compagni di zingarate mentre ripete ossessivamente “Ho visto la Madonna, ho visto la Madonna!”. Aggiungendo: “E neanche vestita di bianco… con una pelliccina…”. Poi si scoprirà che di apparizione si tratta, ma non mariana, bensì molto terrena, della bellissima moglie del primario Sassaroli, interpretato da Adolfo Celi, che poi il Melandri porterà a casa con scarsi risultati. E quando, in preda a una crisi nervosa, gli amici lo faranno scappare da lei, portandolo alla stazione per la scena culto degli schiaffi ai viaggiatori, lui, rinfrancato, correrà con loro chiedendosi: “Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini! Ma perché non siamo nati tutti finocchi?”.

E nell’atto secondo è lui che Gastone Moschin pronuncia un’altra frase storica: “Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione”. Sempre nell’atto secondo, è il Melandri che guarda la desolazione lasciata a Firenze dall’alluvione del ’66 e si chiede: “Ragazzi, ora che si fa?”. Al che il Perozzi gli risponde: “Lo sci d’acqua!”. Ma nell’atto secondo, il Melandri spopola quando decide di battezzarsi dopo essersi invaghito di Noemi Bernocchi, sorella del sacerdote che celebra il rito. Ma la stessa non si vorrà concedere fisicamente a Melandri, durante un incontro a casa di lei proprio mentre l’Arno allaga Firenze. E se l’architetto, fino a quel momento in preda a un fervore spirituale quantomeno ostentato, pensa soprattutto ai danni materiali che l’alluvione gli starà provocando “I miei incunaboli… i tromoncini del ‘500…”), lei vede l’alluvione come un gesto divino volto a preservare la sua castità. E per tutta risposta il Melandri getta la maschera e, prima di tuffarsi dalla finestra per raggiungere casa a nuoto (“Rambaldo, dove vai?!?”. “Vo a casa!”), dice a Noemi: “O brutta imbecille! E Dio, per far restar vergine una come te… affoga tutta Firenze?!?”.

Nel terzo capitolo di Amici Miei, diretto da Nanni Loy e sicuramente inferiore agli altri due soprattutto per incisività ed originalità, Gastone Moschin tiene banco nei panni del Melandri quando si innamora e vuole sposarsi con Amalia Pecci Bonetti, incontrata alla casa di riposo dove anche l’architetto (come ci ricorda Tognazzi nell’atto primo: “trombato, ma per pochi voti, all’assessorato ai lavori pubblici“) si è ritirato, salvo poi scoprire l’infedeltà dell’anziana amante. Appena la vede rimane incantato e chiede alla suora chi sia quella bellezza (un po’ stagionata): al che Rambaldo commenta, sognante: “Due cognomi… e gli occhi azzurri come la fata di Pinocchio”.

 

Fonte: La Nazione

 

 

 

 

 

Un borghese piccolo piccolo e la parodia come memento


Un borghese piccolo piccolo (un titolo ch’è un programma) è quel capolavoro d’esordio del 1976 di Vincenzo Cerami (1940 ˗ 2013), che può essere annoverato, non a torto, tra le cose letterarie più ‘rumorose’ ed osservate del panorama culturale italiano. Italo Calvino, in una nota alla prima edizione, fece notare l’abilità dell’autore (alunno prediletto di Pier Paolo Pasolini) nel rendere, una storia d’impiegati, un grandioso e crudo susseguirsi di fatti romanzeschi.

Severgnini, in un commento dei primi del Duemila, lodò le grandi doti da sceneggiatore di Cerami, evidenziando come, prolisso dove consentito, l’autore riuscisse ad “asciugare” le frasi, rendendo, con lapidaria concisione, i momenti tragici di Un borghese piccolo piccolo. Monicelli ne estrasse un film fedele e degno, in cui un Alberto Sordi in gran forma interpretò divinamente l’enigmatico protagonista, che valse tre David di Donatello e quattro Nastri d’argento.

Arduo, scrivere di questo di Un borghese piccolo piccolo, senza finire per raschiare il fondo d’un barile di banalità. Imprescindibile, però, l’illustrazione, almeno sommaria, dei momenti salienti del racconto.

Un borghese piccolo piccolo: quel misero bisogno di arrivare

Dà il la alla narrazione. Non a caso, probabilmente, la brutale uccisione di un pesce, durante una battuta di pesca tra il protagonista, Giovanni Vivaldi (nome deliziosamente colmo di sonorità), e suo figlio, Mario. Giovanni, in un sublime e futurista andamento leopardiano, sconta la pensione sbrigando pratiche pensionistiche presso il ministero. Da perfetto piccolo borghese, suo unico obbiettivo è “sistemare” Mario, appena diplomato alla ragioneria, nello stesso luogo, aspirando però, per il giovane, ad un ruolo più alto. Compagna di Giovanni è la sterile Amalia. Ella, pur storcendo il naso, fiancheggia il marito anche quando questo, per aiutare il figlio a superare un provvidenziale concorso (esattamente al ministero), segue il consiglio del suo capufficio ˗ il dottor Spaziani ˗ e “si fa massone”. Il placido scacchiere della narrazione viene ribaltato magistralmente, e con violenza improvvisa, quando il giovane, subito dopo aver sostenuto la prova del concorso, viene coinvolto erroneamente in una sparatoria, morendo sotto gli occhi impotenti ed assenti del padre, che riesce comunque a riconoscere il delinquente. Da qui, la via per il finale che non ci si aspetterebbe, fatto di tragedia e di sorprendentemente aspra vendetta.

Si potrebbe indugiare sulla peculiarità di un Neorealismo giammai stucchevole ed artificiale; si potrebbe rallentare sui costrutti semplici, e dunque d’alta fattura; si potrebbe assaporare e svelare il labor limae insospettabile, dietro quest’opera. Si potrebbe. Anche al costo di risultare tediosi, ridondanti, pedanti.

Una delle caratteristiche di Un borghese piccolo piccolo, infatti, è proprio la descrizione di un’intera, goffa cerimonia d’iniziazione all’Ordine. La vicenda comincia quando, alla richiesta d’aiuto per il concorso al ministero, il dottor Spaziani consiglia a Vivaldi: “Hai mai sentito parlare di Massoneria? […] Bene. . . fatti massone”. Ciò pone in essere una sorta di reclutamento fondato non sulla vocazione e la predisposizione ai precetti massonici, ma sul misero bisogno d’arrivare.

Quando Vivaldi, non avendo ben chiara la portata dell’Istituzione, accetta comunque di getto, inizia l’indottrinamento (che, in ambito massonico, prevede un altro elegantissimo termine specifico) tramite una serie di opuscoletti e di libri, che Spaziani consegna al protagonista, perché impari il tutto in gran segreto. Dopo una serie di stereotipi e di luoghi comuni imbarazzanti, la preparazione termina, e giunge il giorno dell’iniziazione, in una loggia abilmente celata all’interno di una comune casa cittadina: “Arrivò finalmente il giorno della prova per il padre. L’appuntamento era fissato per le ventuno e trenta nel seminterrato di una casa, nei pressi del vecchio sambuco”.

Vivaldi vi si reca trepidante, non senza prima concedersi un ultimo istante d’esitazione e di intimità con l’Altissimo, nel “cesso” di casa, lontano dagli occhi della moglie. Inizia la cerimonia. Qui, Cerami dà la prova di quanto sappia essere generoso di parole ed abile di satira, indugiando in particolari curiosi, esasperando descrizioni, parodiando questo e quel gesto sacro, sbagliando i paramenti dei funzionari dell’iniziazione. Elargisce colori, sensazioni, odori, ed entra nel vivo del glossario massonico (“Chi è? [. . .] È un profano che chiede la Luce!”), portando tutto ad un trionfo di ebbra e bizzarra solennità, come la curiosa risposta alla domanda di rito riguardo ad un punto cardine della Massoneria, la Libertà:

“La Libertà. Dunque, per me la Libertà è fare quello che mi pare. . . È essere libero. È. . .  È. . . È la libertà di stampa e di pensiero. . . È. . .  come posso dire?!. . . È una bella cosa. . . peccato che ce ne sia troppa!”.

Giovanni compila un modulo che precede l’inizio dei lavori, ne controlla “la forma e la punteggiatura” e si presta, placido e timoroso, alle prove rituali. Le supera tutte, ma fallisce la principale: a cerimonia conclusa, la Fratellanza si riunisce per  andare alla cena rituale, ed uno degli astanti avvicina il protagonista, chiedendogli mille lire come aiuto per la sua situazione disgraziata di disoccupato con moglie incinta a carico; Giovanni torna ad essere “un borghese piccolo piccolo”, e nega d’avere il portamonete a portata di mano, facendo precipitare la situazione in un teatrino imbarazzante, con il giovane interlocutore che inveisce:

“Non vuole darmi mille lire. . . Fratelli, Fratelli. . . [. . .] L’unica prova vera non l’ha superata. . . Le prove del cerimoniale erano tutte simboliche, ma questa, questa delle misere mille lire non l’ha superata [. . .]”.

L’unica preoccupazione di Giovanni è d’essere ugualmente accolto tra i suoi fratelli (non esserlo, significherebbe perdere il concorso), ma subito capisce che la cosa non ha avuto ripercussioni sul suo cammino in loggia, e subito torna la serenità. Il giovane Mario riuscirà a sostenere la prova del concorso, ma morirà subito dopo esser uscito in strada, senza che il suo povero padre ˗ piccolo ma di grande ingegno e di insospettabile carisma ˗ possa far niente.

Monito a ricordare quanto sia deleterio forzare le cose con scaltrezza, dunque. Quasi un memento verghiano, ottimamente congegnato, e ritratto in un romanzo che ad altro non potremmo accostare, se non ad una gialla ed odorosa polaroid della società italiana (tremendamente attuale). Una polaroid scattata, quasi certamente, per mettere in guardia dai terribili effetti collaterali delle cattive azioni. Un ritratto realizzato da un autore che dimostra di conoscere bene la Massoneria ed il suo ambiente lodevole, ma che decide comunque di mostrarne il lato più assurdo e l’impotenza dinanzi al destino di ognuno di noi, a ricordare come essere l’uomo sbagliato, col giusto farmaco in mano, non porti lontano.