“Chissà..” la ballata di Ernesto Bassignano che è un canto della speranza

Le note più autentiche non cercano un rifugio nell’anima di chi ascolta. “Chissà..” si presenta proprio così, delicata, intensa e destinata a restare. II nuovo singolo di Ernesto Bassignano, appartiene a questa seconda categoria, è una ballata intensa e delicata che sceglie la via della dolcezza per raccontare la malinconia, trasformando la fragilità in una forma autentica di resistenza emotiva. Definita da qualcuno come “una musica dolce per una canzone triste”, l’opera si muove con eleganza tra memoria e speranza, regalando all’ascoltatore una melodia sospesa, quasi impalpabile, che accompagna parole capaci di toccare corde profonde. È il racconto di un’umanità ferita che continua, nonostante tutto, a cercare la pace e a credere nell’amore come ultimo rifugio.

In un’epoca segnata da guerre, distanze e sofferenze che sembrano consumarsi davanti ai nostri occhi senza più confini, “Chissà..” diventa una dichiarazione d’affetto verso il mondo, un invito a non smettere di provare compassione. Il testo affronta con sincerità il peso del presente, parlando di sangue versato, di silenzi e di un dolore collettivo che attraversa i continenti, ma lo fa con il linguaggio universale della poesia. La tradizione della grande scuola cantautorale romana incontra arrangiamenti raffinati, costruendo un paesaggio sonoro intimo nel quale la voce di Ernesto Bassignano si intreccia con il pianoforte di Edoardo Petretti e con il violoncello di Giovanna Famulari, due collaboratori storici che contribuiscono a rendere il brano una piccola opera di rara sensibilità. Le note sembrano rincorrere i ricordi, mentre le parole si fanno confessione e carezza, parlando a chi ha ancora il coraggio di fermarsi ad ascoltare davvero. Storico protagonista del Folkstudio accanto a Francesco De Gregori, Antonello Venditti e Giorgio Lo CascioErnesto Bassignano continua a raccogliere le emozioni della strada trasformandole in canzoni che custodiscono uno straordinario valore umano e civile. Con “Chissà..” conferma ancora una volta la sua capacità di unire impegno sociale e delicatezza poetica, dimostrando come la canzone d’autore possa ancora raccontare il nostro tempo senza rinunciare alla bellezza.

Lo stesso artista presenta il nuovo lavoro con la schiettezza che lo contraddistingue: “Nonostante stia finanziariamente tranquillo rispetto a tanti colleghi che, di questi tempi, sono costretti ad accettare posti e cachet avvilenti (grazie a Dio sono un pensionato Rai), ormai mi muovo sempre meno e ho sempre meno intenzione di spendere grandi cifre per realizzare un album nuovo. Come forse saprete, i miei ultimi cinque lavori sono stati molto apprezzati dalla critica ma, nonostante ciò, hanno contato poco o nulla per farmi salire nella classifica dei cantautori d’autore di indole poetica. Oggi, infatti, il momento per noi poeti civili in musica non è certo dei più fertili. Ed è così che, a tre anni da SIAMO IL NOSTRO TEMPO, premiato sul Corrierone con un bel 9 dal giornalista e critico musicale Mario Luzzato Fegiz, ho pensato, pur senza avvilirmi né lasciare il campo, di accontentarmi di pubblicare un singolo ogni tanto, quando mi prendono l’uzzolo e l’ispirazione. Ed eccomi qua con il mio nuovo “CHISSÀ..”, del quale davvero si dice un gran bene, forse più del solito, un brano sulla pace che tutti attendiamo, dopo un Covid e quattro anni di guerre crudelissime che ci hanno prosciugato occhi e cuore. I miei complici sono sempre i due grandissimi maestri Edoardo Petretti, arrangiatore e pianista, e Giovanna Famulari, con il suo magico violoncello. Ecco tutto. Fatemi sapere che ne pensate. Ad maiora, e speriamo in tempi culturalmente, politicamente e musicalmente davvero migliori.”                                                                                 Le sue parole raccontano il desiderio di continuare a creare senza inseguire classifiche o mode, affidandosi soltanto all’ispirazione e alla necessità di dare voce ai sentimenti. In questo senso “Chissà..” è una lettera aperta alla pace, una dedica romantica alla speranza e alla capacità dell’uomo di continuare ad amare anche quando il mondo sembra aver dimenticato come si fa. Con la leggerezza di una nuvola e la profondità di un abbraccio inatteso, Ernesto Bassignano consegna al pubblico una canzone destinata a lasciare il segno, ricordandoci che le melodie più dolci sono spesso quelle nate dalle ferite più profonde e che, proprio nel tempo del disincanto, la poesia può ancora diventare il luogo dove il cuore ritrova la propria casa.

L’autore

Ernesto Bassignano Nasce a Roma il 4 aprile del 1946. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Roma, conosce Gian Maria Volontè e per tre anni fa, con il suo gruppo il “Teatro di Strada”, o di provocazione politica. Nel 1969 arriva anche al Folkstudio (lo storico locale nel cuore di Roma) e fonda con Giorgio Lo Cascio, Antonello Venditti e Francesco De Gregori “I giovani del folk”. Lavora per la direzione del Pci e comincia una serie infinita di Feste de l’Unità, campagne elettorali e ogni altro tipo di spettacolo politico in tutto il Paese. Nel 1979 entra nella redazione spettacoli de “Il paese sera” e fa il critico musicale fino all’89, anno della chiusura del giornale. Pubblica alcuni libri tra cui “Canzoni, pennelli, bandiere e supplì” nel 2016 con Les Flaneurs Edizioni (che poi è il riassunto delle sue infinite esperienze culturali) e “MI PARE IERI!” nel 2025 (Edizioni Minerva). Lavora per Radio Rai sino a che viene assunto al Gr1 nel 1991. Su Rai Radio 1, dal 1999 al 2011, ha presentato, insieme al giornalista sportivo Ezio Luzzi, la trasmissione di satira sociale “Ho perso il trend”. Dal 19 settembre 2011 Ernesto Bassignano conduce su Radio Città Futura la trasmissione “Radio Bax, nel paese degli struzzi” e, nella stagione 2012-2013, la trasmissione “Rodeo” insieme con Pierluigi “Piji” Siciliani. Oggi è in pensione, ma non hai mai dimenticato l’amata chitarra e di incidere un disco ogni tanto.

‘Punto e a capo’. L’esordio di Milena Melchiorre tra introspezione e canzone d’autore

“Punto a Capo” è il primo album di Milena Melchiorre, cantautrice abruzzese nata nel 2004 e originaria di Giulianova, che si affaccia con decisione e delicatezza al panorama della nuova canzone d’autore italiana. Pubblicato il 10 dicembre 2025 dall’etichetta Cinemusica Nova srls, con il contributo di Nuovo IMAIE, il disco è disponibile su tutti i principali store digitali, mentre il formato CD audio può essere richiesto direttamente attraverso il sito ufficiale: http://www.ideasuoni.com/.

Sei brani soltanto, ma sufficienti per delineare una visione artistica chiara, coerente e sorprendentemente matura. “Punto a Capo” è una dichiarazione di intenti, è fermarsi, ripartire, rimettere ordine nelle emozioni e nelle parole. In un’epoca musicale spesso dominata dalla sovrapproduzione e dalla velocità, Milena Melchiorre sceglie il gesto controcorrente dell’ascolto, dell’essenzialità e della sincerità. Le canzoni nascono come confessioni intime, senza filtri, dove la fragilità non viene nascosta ma trasformata in linguaggio artistico. Tutti i brani dell’album sono scritti, musicati e interpretati dalla stessa Milena Melchiorre, elemento che rafforza il carattere autoriale del progetto. La produzione musicale è affidata a un team di grande esperienza: gli arrangiamenti portano la firma del chitarrista romano Stefano Zaccagnini, figura di riferimento della scena musicale italiana, capace di accompagnare la voce dell’artista senza mai sovrastarla, ma valorizzandone ogni sfumatura emotiva.

Accanto a lui, un gruppo di musicisti che contribuisce in modo decisivo alla profondità sonora del disco: Alessandro Sanna al basso, Gianni Aquilino al pianoforte e alle tastiere, Pino Vecchioni alla batteria e Giovanna Famulari al violoncello. Ogni strumento trova il proprio spazio, costruendo un sound elegante, intenso e mai ridondante, in perfetto equilibrio tra cantautorato classico e sensibilità contemporanea. L’album si apre con “Guance”, brano dall’atmosfera onirica e sospesa, in cui una carezza diventa simbolo di protezione ma anche di vulnerabilità. È un inizio che invita subito l’ascoltatore a entrare in una dimensione emotiva intima, quasi sussurrata.

Con “Mare”, la scrittura si allarga verso immagini più ampie: il mare diventa metafora dell’ignoto, dell’infinito che attrae e spaventa, luogo di resa e accettazione della propria umanità. “Istanti” racconta invece una generazione giovane, sospesa tra silenzi, messaggi non inviati e playlist notturne. È una fotografia delicata del modo di amare oggi, fragile eppure autentico. “Dentro un lunedì” porta la riflessione nella quotidianità: una giornata qualunque diventa lo spazio per interrogarsi sul tempo, sulla crescita precoce e sul desiderio di rallentare. Con “Mondo defibrillatore” il ritmo accelera, restituendo la sensazione di una realtà che corre troppo in fretta, lasciando dietro di sé emozioni irrisolte e domande senza risposta.

A chiudere l’album è “Mi sono permessa”…, una canzone di resa consapevole che si trasforma in conquista: il tempo non si combatte, si vive. Oltre alla dimensione discografica, Punto a Capo vivrà anche sul palco. A partire da gennaio 2026, Milena Melchiorre sarà protagonista di numerose serate live nelle principali città del centro Italia, occasioni preziose per scoprire dal vivo la forza interpretativa e la sensibilità scenica dell’artista. Studentessa di Filosofia presso l’Università La Sapienza di RomaMilena Melchiorre porta nella sua musica una naturale inclinazione all’introspezione e all’analisi del sé. Scrive fin dall’infanzia, trovando nella parola uno strumento per dare ordine ai pensieri, e nella chitarra una compagna costante del proprio percorso creativo. Negli ultimi anni ha partecipato a eventi e festival, tra cui il Festival Mogol Battisti, dove ha presentato un brano inedito.

Punto a Capo è, a tutti gli effetti, un nuovo inizio, un album che invita ad ascoltarsi, a fermarsi e a riconoscere nella fragilità una forma di forza e di amore autentico.

 

La verità sulle piattaforme musicali streaming. Parte prima

È disco d’oro! È in vetta alle classifiche FIMI, è il più ascoltato su Spotify, il più scaricato da I tunes! Quante volte leggiamo e sentiamo questi annunci? Perché sono sempre i soliti nomi di cantanti a scalare le classifiche? Come funzionano davvero le piattaforme musicali streaming, una su tutte, Spotify?

Iniziamo a rispondere a queste e ad altre domande partendo col dire che una casa di produzione musicale indipendente affronta diverse sfide per affermarsi e rimanere competitiva nel mercato, tra difficoltà che una major nemmeno conosce, quali

Risorse limitate

Concorrenza con major

Distribuzione e promozione

Gestione dei diritti d’autore e royalties

Reperimento di talenti

Adattarsi alle tendenze del mercato

Creazione di una rete di contatti

Bilanciare arte e business

Nonostante queste sfide, molte case di produzione indipendenti riescono a ritagliarsi un proprio spazio nel mercato e a supportare artisti emergenti in modo autentico e innovativo, come quella del produttore musicale fonte di importanti e dettagliate rivelazioni sul settore discografico italiano.

La questione rispetto al 2020 è peggiorata di molto, come ci assicura il nostro producer: prima c’era proprio chi faceva business con gli ascolti finti mettendo giù veri e propri piani di routine con VPN e tanti artisti creati ad hoc, oggi invece siamo allo sbando sempre più senza regole.

Spotify che minaccia di fare multe agli artisti, quando si lancia un brano, inizia ad arrivare a 600 ascolti per poi di colpo tornare a 400. Stanno creando artisti fantasma per riempire le playlist e quindi non far ruotare (e pagare) gli artisti. Mancano regole proprio basilari.

Il producer stesso ha inviato, invano, PEC ad Amazon per chiarimenti.

 

Problemi riscontrati dall’artista indipendente nella distribuzione e promozione musicale

L’artista indipendente, sulla base della propria esperienza personale e delle collaborazioni con altri artisti, ha evidenziato le seguenti criticità relative al settore della distribuzione e promozione musicale:

  • Costi elevati e scarsa trasparenza nei guadagni: La produzione musicale richiede investimenti significativi, ma i ricavi derivanti dagli ascolti sulle piattaforme di streaming spesso non riflettono adeguatamente gli sforzi e le spese sostenute dagli artisti.
  • Distributori e piattaforme poco chiari: Sebbene alcune piattaforme come Spotify, Amazon e Apple forniscano strumenti di monitoraggio per gli artisti, altre come Tidal, YouTube, Qobuz e Napster risultano poco trasparenti. I report sugli ascolti non sempre corrispondono ai pagamenti erogati dai distributori.
  • Pagamenti irregolari e ritardi: Molte piattaforme inviano report con cadenza trimestrale o semestrale, talvolta con ritardi ancora maggiori, complicando la gestione e la programmazione finanziaria degli artisti.
  • Differenze nei compensi: I pagamenti variano considerevolmente in base alla piattaforma e al distributore, senza una chiara spiegazione riguardo alle tariffe applicate o alle trattenute effettuate.
  • Assenza di strumenti di promozione: La maggior parte delle piattaforme non consente agli artisti di autopromuoversi; solo Spotify offre strumenti a pagamento a questo scopo, mentre le altre limitano fortemente la visibilità degli artisti emergenti.
  • Concorrenza sleale: L’assenza di regole chiare e di strumenti promozionali penalizza gli artisti indipendenti rispetto a quelli più affermati, limitando le opportunità di diffusione.
  • Comportamenti poco corretti da parte di alcune etichette: Alcune etichette emergenti trattengono percentuali elevate (fino al 50%) senza fornire un reale supporto promozionale o servizi concreti agli artisti.
  • Albo degli artisti indipendenti: Considerando la distinzione tra artisti sotto etichetta e artisti totalmente autonomi, sarebbe auspicabile istituire un albo ufficiale degli artisti indipendenti “verificati”. La verifica potrebbe basarsi su parametri quali il deposito di un brano presso SIAE o Soundreef e la sua effettiva distribuzione.
  • Radio: Le emittenti medio-grandi tendono a trascurare gli artisti indipendenti. Considerata l’elevata produzione musicale, per accedere alle radio o essere valutati, dovrebbe essere obbligatorio disporre di un editore, come avviene da sempre. Una possibile soluzione potrebbe essere l’introduzione di una quota obbligatoria di passaggi per musica indipendente e in lingua italiana.

L’artista ritiene dunque necessaria una regolamentazione che garantisca maggiore trasparenza, equità nei compensi e accesso a strumenti di promozione per tutti gli artisti.

Perché queste criticità non le si affrontano seriamente? Come iniziare a risolverle?

 

 

Continua….

 

 

Lucio Corsi, il mondo poetico e la campagna come ‘locus amoenus’

Un artista delicato, dolce, onirico, un cantautore ispirato come ormai non se ne incontrano quasi più. Ascoltare Lucio Corsi oggi è rivivere un tempo quasi dimenticato. Una Madeleine di Proust, un ricordo felice che si ripresenta; l’estetica vagamente ispirata a Ziggy Stardust di David Bowie, l’universo musicale che ha sfumature di Ivan Graziani, forse Lucio Dalla e Randy Newman pur mantenendo una linea originale netta. Lucio Corsi piace perché, come i cantautori di un tempo, non si vende al mercato dell’infallibilità ma fa poesia cantando la natura che lo circonda.

I suoi testi sembrano avvolti da una sorta di realismo magico e antropomorfismo: popolati da animali e scenari bucolici, come una favola di Esopo o Fedro, i brani di Corsi raccontano la natura, la campagna, il mondo contadino e le tradizioni legate a un tempo ormai dimenticato. Altalena Boy/Vetulonia Dakar è la raccolta dei suoi primi due EP, in cui mescola l’ambientazione bucolica a sfumature fantastiche, mentre Bestiario Musicale è il primo album dell’artista dove la dimensione favolistica è centrale; i testi, apparentemente scanzonati, celano invece significati profondi e ricordano a tratti la poetica di Gianni Rodari.

Bestiario musicale

Nel disco Cosa Faremo Da Grandi, azzardando un parallelismo, si riscontra ancora una sfumatura rodariana; nello specifico il Rodari della raccolta Filastrocche per tutto l’anno dove il poeta di Omegna racconta aspetti della vita quotidiana, il fluire del tempo, i sentimenti come l’amicizia e l’importanza della solidarietà. Il fiabesco ingloba anche la seconda traccia del disco, Freccia Bianca, pur trattandosi di un brano più autobiografico; il treno è lo spirito di un pellerossa che risale, dall’amata Maremma, la strada verso Milano. E anche il vento, per qualcuno fastidioso, può diventare un buon amico; nel brano Trieste, Corsi scrive:

“Il vento no, non è un freno, ma una spinta”.

Risulta chiara l’immagine lirica di cui l’artista fa dono a chi ascolta la sua musica: una condizione apparentemente avversa può nascondere elementi positivi. Anche nella visione di Eugenio Montale a volte il vento può essere segno di vitalità positiva. Il poeta ligure In Limine ( Ossi di Seppia, 1925) scrive:

‘’Godi se il vento ch’entra nel pomario

vi rimena l’ondata della vita […]’’.

Nei versi di Montale il vento rappresenta l’ondata della vita, il cambiamento che può accadere; proprio come Lucio Corsi ricorda in Trieste: a volte lo scompiglio è opportunità. Quello che colpisce dell’artista è l’abilità di cantare la normalità, un quotidiano intriso di sogno ma anche di sentimenti che accomunano; è il caso di Tu sei il mattino (2024) dove Corsi canta la giovinezza e gli anni del liceo in una dimensione intimistica e nostalgica che ricorda le band anni ’70, come La Bottega dell’Arte nel brano Che dolce lei o ancora il già citato Ivan Graziani che pure nel brano Agnese si lascia andare al ricordo luminoso della giovinezza, rievocando malinconicamente nella figura della giovane ragazza un tempo dorato e perduto. Ascoltando con attenzione i brani di Lucio Corsi ci si catapulta in un mondo che non c’è più, anche per quanto riguarda la poetica; il registro linguistico colto e raffinato dell’artista, così come gli scenari descritti nei brani, evocano un mondo poetico e onirico che rimanda a grandi nomi della letteratura italiana difficile da scorgere nell’attuale panorama musicale.

La campagna come locus amoenus e la visione favolistica 

Per Corsi la campagna è il locus amoenus per eccellenza; la natura georgica e bucolica ritorna spesso nella sua produzione musicale così come le immagini poetiche che rimandano a un mondo fatto di tradizione contadina. In Tu sei il mattino sfilano gli ulivi, le margherite, la neve e la dolcezza di un amore giovanile:

‘’Ho imparato come stare al mondo dagli ulivi nella rete

Che s’inchinano soltanto sotto al peso della neve

Non me ne fregava niente di Pitagora ed Euclide

Gli occhi fuggivano via dalle finestre, nei prati di margherite’’.

Cosa faremo da grandi

Un universo bucolico che ricorda Myricae di Giovanni Pascoli e le sue onomatopee, soprattutto nel disco Bestiario Musicale, dove la musica che accompagna la bellezza dei testi si fonde in una dimensione surreale. Ascoltando in cuffia L’Upupa, La Volpe, La Lepre, sembra quasi di trovarsi immersi nella macchia Toscana, di notte, mentre i rumori si rincorrono formando un’armoniosa melodia e l’odore degli alberi e della terra ulimosa penetra il proprio essere trasportando l’ascoltatore in un panismo di dannunziana memoria. La Maremma di Corsi è descritta nel suo essere brulla ma anche incantata.

Bestiario Musicale dà voce agli animali che la popolano, quegli animali che un tempo avevano molto più spazio per esprimersi e far valere il loro potere. Cosa resta, quindi, del legame dell’Uomo con il mondo animale? Sembra chiedersi e chiedere l’artista. Ma i brani sono anche un ponte che si collega al passato, a quella dimensione intrisa di leggenda e tradizione che appartiene al mondo contadino dove gli animali sono alleati, non nemici.

Corsi ha raccontato in varie interviste di quanto il brulicare di suoni appartenente al mondo animale della sua amata Maremma sia vivo, di come la genesi delle sue canzoni parta da momenti di vita vissuta, da una lepre che spunta in strada durante la notte, dalla vita invisibile ma pulsante che contorna la campagna del suo paese di origine.

In Corsi ritorna il mito bucolico della campagna, il locus amoenus che rimanda ai tipici luoghi dell’infanzia pascoliana. Il rigoglio della natura, in questo senso, diventa palcoscenico di magia e meraviglia e proprio l’ambiente pastorale rappresenta la più fulgida poetica del fanciullino, ovvero la contemplazione sensibile di fronte alle piccole cose; il «(Non omnis) arbusta iuvant humilesque Myricae» di Virgilio da cui Pascoli trae il titolo della sua raccolta Myricae per sottolineare la bellezza dell’apparente semplicità che può essere colta solo dalla purezza del fanciullo. La natura regala letizia solo a chi sa accorgersi delle piccole cose, un piccolo monito che in Bestiario Musicale è più vivido che mai.

L’Upupa di Lucio Corsi e L’Upupa di Eugenio Montale

La capacità immaginativa di Lucio Corsi è talmente potente da farlo sembrare un antico cantastorie, un folletto bucolico e bizzarro della musica che ha come cori e cantori gli elementi della natura. Il brano “Godzilla” è, per esempio, una canzone surreale popolata da falene e cimici e dalla variegata immaginazione di un bambino, o ancora ‘’Le Api’’ dove il kafkiano e il reale si incontrano sfiorandosi in una eterna danza. E poi c’è ‘’L’Upupa’’ (Bestiario Musicale, 2017) che narra di un movimento punk nato nella foresta:

‘’C’è un movimento punk nella foresta

Gli alberi con i capelli sempre verdi sulla testa

C’è un movimento punk ai limiti del bosco

Con l’upupa che canta allegra le sue origini di zebra

E se ne frega di chi la vede come un male

Di chi la vede come un ponte tra il mondo dei vivi e il mondo delle ombre’’.

Lucio Corsi restituisce una certa regalità a questo uccello mitico visto come oggetto di superstizioni e leggende e, spesso, associato alla morte e all’oscurità. E come l’artista, anche il poeta Eugenio Montale squarcia la veste ferale che la maldicenza aveva accostato al volatile nei versi di Upupa, ilare uccello ( Ossi di Seppia, 1925):

Upupa, ilare uccello calunniato

dai poeti, che roti la tua cresta

sopra l’aereo stollo del pollaio

e come un finto gallo giri al vento;

nunzio primaverile, upupa, come

per te il tempo s’arresta,

non muovere più il Febbraio,

come tutto di fuori si protende

al muover del tuo capo,

aligero folletto, e tu lo ignori.

 

La Maremma immaginata, elogio della provincia e dimensione fantastica

In più di un’intervista Lucio Corsi ha parlato dell’importanza della noia e di come la sua famiglia lo abbia fin da subito indirizzato a farci i conti, in quanto aspetto presente nella vita di ognuno. Corsi ha anche sottolineato, tuttavia, quanto il tedio sia stato motore della sua creatività; la vita di provincia può essere lenta ma proficua e ricca di insegnamenti. Il silenzio può consigliare arte e nell’apparente stasi  il brulicare di vita sussurra fantasia. Il poeta Attilio Bertolucci scriveva ‘’Il passo è quello lento e gaio della provincia’’ (Gli Anni, La capanna indiana, Firenze, Sansoni, 1951) perché la lentezza è anche prendersi il tempo per il piacere della scoperta. La bellezza del mondo fantastico di Lucio Corsi è soprattutto aver ricordato come, in un momento storico che spinge alla velocità e fa sentire fuori luogo chi non è infallibile, bisogna sempre rimanere sé stessi, non snaturandosi. E allora ecco che l’artista propone una Maremma che è scrigno di sogno: nella zona Toscana amata dallo scrittore Carlo Cassola la poetica di Corsi, dopo Bestiario Musicale, lascia il posto all’onirico e al surreale come si riscontra nel brano La gente che sogna:

’Se ne hai bisogno

Un albergo non è altro che il pronto soccorso del sonno

Dove puoi fare tutte le esperienze della vita

Senza una vittoria e senza una ferita’’.

Ma le suggestioni della Maremma sono sempre presenti nei brani di Corsi e così il carattere favolistico e visionario che si interseca a influenze glam rock e cantautoriali come quelle di Paolo Conte e Ivan Graziani. Un altro esempio è l’album, con l’omonimo brano, Cosa faremo da grandi? in cui l’artista smonta la narrazione del ‘’traguardo’’ come punto d’arrivo, evidenziando come l’azione del disfare non sia necessariamente un fallimento ma, anzi, una ripartenza perché sì, si può buttare il lavoro di anni in quanto anche da adulti è possibile cambiare visione e percorso:

‘’C’è un mistero in ogni giorno che comincia

Dopo una notte che finisce

Io non ho mai capito

Di che cosa sono fatte le conchiglie

E come fanno ad arrivare

Lungo le spiagge affollate

Se dal cielo non scendono scale

Se dal mare non arrivano strade’’.

Ascoltare i brani di Lucio Corsi è tornare con la mente a tempi lontani, al mondo dorato dell’infanzia, alla dimensione lirica e domestica degli ambienti familiari, alle sfumature crepuscolari di provincia popolate da poeti come Marino Moretti e Guido Gozzano, al giorno svanito nel tramonto e  alla ‘’pace infinita che sui fiumi stende la sera alla campagna’’ di Alfonso Gatto (Arie e ricordi, Tutte le poesie Mondadori, 2017).

Un parallelismo con il poeta Morbello Vergari

La poetica di Lucio Corsi ha ammaliato il pubblico per la sua delicatezza, l’eleganza e la cultura dell’artista. La Maremma Grossetana, luogo natio di Corsi, vanta anche i natali di un altro pregevole poeta: Morbello Vergari nato nel dicembre del 1920 e scomparso nel 1989. La sua è un’infanzia contrassegnata dalla guerra e dalla miseria, ma vicina al mondo contadino e bucolico. Durante gli anni del dopoguerra inizia a proporre i suoi testi poetici e si avvicina alla musica in quanto suona la fisarmonica. La sua prima silloge è ‘’Versacci e discorsucci’’ e nel presentare il proprio pensiero poetico Vergari scriverà:

«Non canto i cavalier, l’armi, gli onori,

come un dì fece il grande Ludovico.

Le guerre infami, i sanguinanti allori;

di tutto questo non mi importa un fico.

Ma i lavoranti, l’ape, i campi, i fiori;

le cose grandi solamente, dico.»

Proprio come Lucio Corsi, Vergari canta la normalità, la consuetudine, le piccole cose che tuttavia sono grandi. L’attaccamento alla  propria terra e la fierezza delle proprie origini è un altro punto in comune fra l’artista visionario, ponte fra presente e passato, e Morbello Vergari. Il poeta intorno agli anni ’70 aveva iniziato una ricerca sulla tradizione canora maremmana; grazie all’amicizia con la cantante folk Caterina Bueno partecipa alla serata conclusiva del Convegno sulle “Tradizioni popolari e la ricerca etnomusicale” , nel 1975 a Firenze. Successivamente, in seguito alla collaborazione con Corrado Barontini, nasce  il gruppo “Coro degli Etruschi” il cui obiettivo era riproporre i canti della tradizione; da qui il libro ‘’Canti popolari in Maremma’’.

Quello che stupisce dell’arte di Lucio Corsi non è solo una sublimazione sognante del quotidiano ma anche la mescolanza fra il surreale e il reale. In alcune interviste tratte dal periodo Sanremese Lucio ha sottolineato:

‘’Bisogna rimanere ancorati alla terra come gli alberi della Maremma’’.

La terra natale è sempre presente e così gli alberi che Lucio ama: sognare sì, tendere al cielo anche ma sempre rimanendo solidi come il paesaggio selvaggio della sua Maremma. In un’intervista risalente al 2015 su La Repubblica Lucio parla anche del suo rapporto con gli alberi:

‘’Ho un rapporto di infatuazione per gli alberi: c’è tipo una quercia vicino casa mia e ce l’ho come riferimento fin da piccino’’.

Il lirismo  di Corsi colpisce anche nelle interviste per il lessico sofisticato e il tono elegante, ma soprattutto per i contenuti consueti ma rivoluzionari. Conversare del potenziale rapporto d’amore con la natura e i suoi elementi è già poesia e Lucio ricorda a chi è preso dalla frenesia del mondo e dalla competizione quanto è bello non avere traguardi ma solo partenze e quanto è liberatorio fermarsi ad ascoltare. Come scriveva il poeta Camillo Sbarbaro, in 38, Trucioli (1914-1918):

‘’Ma ormai, se qualcuno invidio, è l’albero.

Freschezza e innocenza dell’albero! Cresce a suo modo. Schietto, sereno. Il sole, l’acqua lo toccano in ogni foglia. Perennemente ventilato.

Tremolio, brillare del fogliame come un linguaggio sommesso e persuasivo!

Più che d’uomini, ho in cuore fisionomie d’alberi’’.

 

Entomologia in musica e poesia

Come si evince da alcune dichiarazioni dell’artista e dai suoi testi la passione per l’entomologia e gli insetti è abbastanza evidente. Nel brano ‘’Godzilla’’ Corsi catapulta l’ascoltatore in un universo incantato esortando, quasi, a fare un esercizio di immaginazione:

‘’Provate a mettere le ali

Provate a mettere le ali alle lumache

Diventeranno draghi’’.

Così le cimici diventano carro-armati volanti, gli insetti vedono gli alieni camminare sulla terra e le falene sono farfalle anziane in pelliccia che, alla sera, vanno a ballare. Un giovane poeta del secolo scorso, come Lucio Corsi, intesserà un rapporto profondo con l’entomologia e specialmente con le farfalle; Guido Gozzano, infatti, dedicherà dei meravigliosi versi ai lepidotteri in le ‘’Epistole Entomologiche’’.

‘’[…]Voi contemplate, amica, la farfalla

infissa da molt’anni. Ben più dolce

è meditarla viva nel suo regno

La rivedo con gioia ad ogni estate;

sfuggito all’afa cittadina, appena

giunto al rifugio sospirato, indago

con occhi inquieti lo scenario alpestre […]’’

Gozzano, come Corsi, è un cantore della provincia e delle piccole bellezze che sfuggono agli uomini assorbiti dall’escandescenza della società. Sempre come l’artista toscano che ritorna alla sua Maremma, anche nel mondo poetico di Guido Gozzano la città natale – in questo caso Torino – è al centro del suo universo letterario, culla di ricordi, lirismo e nostalgia; così come la natura che ritorna nella sua contemplazione paesaggistica e il mondo naturale popolato dai suoi elementi caratteristici.

Intravedere la realtà sotto le spoglie del sogno

Le influenze musicali di Corsi, come sottolineato più volte dall’artista, sono ben note. Ma la sensibilità del cantautore, la preziosità del registro linguistico, la visione immaginifica dei testi lo collocano al centro di un mondo letterario sfavillante in cui confluiscono le poetiche di vari autori del ‘900, a ben vedere, e non solo scrittori di poesia ma veri e propri precursori di tendenze.

Il 15 ottobre 1923 nasceva Italo Calvino, il 15 ottobre 1993 Lucio Corsi; forse una strana coincidenza, o forse no. Il primo ha esplorato il neorealismo, la commedia fantasy, la fantascienza umoristica, il gusto dell’ironia la dimensione mitico-fiabesca che sotto le spoglie del sogno cela la realtà. E Corsi è un artista che sembra uscito da una fiaba, un menestrello che racconta le sue storie attraverso testi fantastici e favolistici che non tralasciano la dimensione onirica e la sfumatura fantascientifica ( si pensi all’Astronave Gira Disco o Altalena Boy, per esempio) una figura eterea, fluttuante  e incastonata in un paesaggio dai toni pastello di Hayao Miyazaki. L’amore di Lucio per gli alberi lo avvicina alle avventure arboree di Cosimo Piovasco di Rondò, il protagonista de il Barone rampante (1957) di Italo Calvino che decide di salire su un leccio e di non scendere più, ma anche alla struttura fiabesca di Marcovaldo (1963) dove il tema urbano si interseca alla tematica del surreale e alla purezza del personaggio.

L’incredibile successo di Lucio Corsi è forse sintomo di un necessario  processo di palingenesi: l’arte, la cultura, la musica, la poesia hanno bisogno di una rinascita, una  restaurazione che non releghi i valori, le tradizioni, la normalità e la fierezza di essere sé stessi – come lo stesso Corsi canta nel brano portato al Festival di Sanremo 2025, ‘’Volevo essere un duro’’– ma si interessi all’immagine di uomini fallibili e imperfetti che sognano grazie ad alberi e prati di margherite come Lucio, che immaginino gli allunaggi delle lepri e ombre che non sono lugubri o funeree ma rappresentano lo sguardo illuminato della luna che sfugge alla notte che avanza. ‘’Sono anni che nessuno mi trasforma in qualcos’altro’’, scrive l’artista in un altro suo pezzo, ‘’Danza Classica’’, e probabilmente è stata proprio la sua resistenza al tempo e alle mode, oltre alla sua musica, ad averlo preservato in tutta la sua purezza e luminosità.

 

 

 

 

Sanremo 2022. La mistificazione della musica e della realtà. Zalone fuoriclasse

Nel 2019 fu la volta di Mahmood come il ragazzo figlio di madre italiana e padre egiziano perfettamente integrato a vincere il Festival di Sanremo con la canzone “Soldi” le cui frasi in arabo e rime furbe avevano mandato in visibilio la giuria di qualità (infima) radical chic che annullò il verdetto popolare che voleva Ultimo al primo posto, quest’anno, a Sanremo 2022 Mahmood si è presentato in coppia con tale Blanco cantando “Brividi”, canzone inascoltabile e incantabile, con scontato inserto rappato, testo debole e messaggio mainstream incorporato, la solita solfa dell’italo-immigrato e del carrozzone gender-fluid che ha fatto la differenza più che la canzone stessa e le voci lagnose dei tue interpreti, soprattutto quella salmodiante di Mahmood. Della canzone si salvano le due battute iniziali, quella senza voce, che sembrano un’introduzione Fusion.

Sanremo 2022: la canzone vincitrice

Brividi, manco a dirlo, ha vinto Sanremo 2022 suscitando polemiche, come accade da sempre alla kermesse canora (basti pensare alle edizioni più recenti: il vergognoso secondo posto del principe Filiberto, la vittoria del piccione di Povia sulla meravigliosa canzone dei Nomadi “Dove si va”), battendo la fiabesca ed eterea Elisa, che trasmette una sensazione di pace quando canta, seconda classificata con “O forse sei tu” e l’eterno ragazzo Gianni Morandi, terzo classificato con l’allegra canzone “Apri tutte le porte”.

C’erano almeno altre 5 canzoni più belle della vincitrice di quest’anno, più orecchiabili ed emozionanti, ma durante le serate del Festival sala stampa e giuria demoscopica hanno tenuto in alto Mahmood e Blanco, fino all’ultima serata che prevedeva anche il voto da casa. Segno dei nostri tempi: si deve affermare quanto più si può una ideologia, quasi a volerla installare a tutti i costi della testa dei più riottosi, retrogradi fascisti, transomofobi!

Come tante altre parate della televisione pubblica, il festival, da leggere come fatto antropologico, veicola messaggi politici e nuovi conformismi, quindi è esso stesso propaganda di opinioni e stili di vita che non hanno utili economici immediati ma di condizionamento delle masse, soprattutto dei giovani. Non sono le case discografiche a tratte profitto dal festival luogo, come tanti altri, dove si consumano markette, bensì gli sponsor.

Le presenze perlopiù da “superopsiti” di Elisa, Massimo Ranieri, Gianni Morandi, Iva Zanicchi sono servite ad alzare l’asticella del concorso, a far contenti tutti, visto che Sanremo è un festival nazionalpopolare. Si certo i suddetti cantanti non hanno bisogno di Sanremo, continuano a stare sulla scena da anni, hanno venduto e vendono dischi, fatto concerti, hanno una carriera. Carriera che molto probabilmente non avranno la maggior parte di coloro che hanno partecipato alla gara, perlopiù incapaci di cantare, “rapper” improvvisate per mascherare le proprie lacune canore.

Brividi tra qualche anno sarà dimenticata, non entrerà nel quotidiano degli italiani, nella storia del Festival, e non vincerà nemmeno all’Eurovision, le canzoni di Ranieri, Zanicchi, Morandi, Elisa e altri che magari non hanno nemmeno mai partecipato a Sanremo (Venditti, De Gregori, Guccini, che però fu escluso e De André che non amava la competizione), oppure non hanno mai vinto, invece sono entrate nel nostro cuore, sono diventate parte della nostra italianità.

La formula sanremese andrebbe ancora una volta rivista: è indecente e irrispettoso inserire all’interno della stesso gruppo quelli che una volta si chiamavano “big” e i giovani sconosciuti o usciti dai talent, le “quote Maria de Filippi” che registrano migliaia di visualizzazioni sui social e su Youtube. Si ritorni alla divisione tra big e nuove proposte, possibilmente dando più spazio alla qualità musicale piuttosto che allo show e ai pistolotti moralisti per educare il popolo incivile che non vuole adeguarsi alle ideologie e al politicamente corretto.

L’ipocrisia dei benpensanti

Del resto bisogna ricordare che nel 2019 nessuno scrisse che a vincere Sanremo era stato un rapper di nome Mahmood, tutti scrissero che a vincere era stato un italo-egiziano di nome Mahmood. E a farlo furono soprattutto i giornali di sinistra, strumentalizzando la sua vittoria per andare contro Salvini.

Non ci sarà mai integrazione se si continuerà a sottolineare in questo modo le differenze. lo stesso discorso vale anche se ci spostiamo sul terreno del gender fluid, del femminismo, del razzismo. Non si fa che parlare di inclusività; si è visto un lungo e imbarazzante monologo da parte di un’attrice italiana di colore, Lorena Cesarini, in veste di moralizzatrice tesissima e testimonial di un libro sul razzismo edito dalla Nave di Teseo, in virtù del fatto di aver ricevuto insulti razzisti sui social da qualche imbecille. Questi atti vergognosi non fanno dell’Italia un paese razzista e probabilmente certi insulti non hanno nemmeno quella matrice. Ma fa comodo pensarlo a chi si prepara la lezioncina moralistica.

Non ci sono forse anche altri preoccupanti problemi? Ad esempio la confusione nelle nozioni più semplici, il pressappochismo dialettico, l’instabilità emotiva, l’inclinazione, oltre che al narcisismo e all’omologazione, a un cripto-fascismo travestito da movimentismo progressista, che sfociare in delirio di onnipotenza, il vittimismo a prescindere, i pregiudizi al contrario, la superficialità?

I pistolotti moralistici

Il cantante Marco Mengoni nella serata finale del Festival, ha menzionato la Costituzione, facendo confusione tra minaccia ed insulto, citando alcune espressioni di utenti social, a senso, perché naturalmente le vittime sono sempre quelle categorie di persone che a quanto pare non possono essere oggetto di satira, di scherzo, perché no di insofferenza. Insofferenza dovuta al continuo martellamento mediatico su tematiche che non dovrebbero essere nemmeno tali, perché si tratta della sfera più intima della persona. A Sanremo possono partecipare tutti, purché dotati di una qualche cifra artistica, nessuno impedisce ad un omosessuale, ad un figlio di immigrati, ad un transgender, di partecipare. Perché questa ossessione? Perché nominare chi fa una critica, una battuta, come hater? Perché non dire che anche chi è ritenuto vittima a priori, si lancia in offese, praticando turpiloquio e violenza verbale?

Lucio Dalla, che amava partecipare a Sanremo, era omosessuale, ma non ne ha fatto mai una bandiera. La sua bandiera erano le sue canzoni. Promuoveva la sua arte, non una causa, una ideologia da far assimilare a tutti i costi a chi la vede in modo diverso o a chi non interessa minimamente il privato di una persona.

L’insofferenza si fa ancora più forte se si pensa al periodo storico gli italiani stanno vivendo, alle restrizioni, a chi si vede privare di veri diritti, a chi viene discriminato perché non ha un pass per andare dal tabaccaio, a chi si vede costretto a cedere ad un ricatto per non perdere il lavoro. Dal punto di vista di queste persone, vedere pontificare in tv su razzismo (inesistente) e fluidità di genere può annoiare e infastidire, non perché le persone siano tutte razziste, omofobe o perché tirino fuori il loro lato razzista ed omofobo, adagio trendy per assecondare la convinzione di chi vede questo mondo cattivo, razzista, e omofobo, contro di loro, piuttosto perché sono consapevoli di non essere fortunati quanto i fenomeni arroganti che salgono su un palco importante, dimostrando quanto siano distaccati dalla realtà e dai problemi seri della gente comune che in testa ha ben altri pensieri e che non capisce che cosa si dovrebbe dire o fare per supportare la gender fluidity stando attenti a non urtare mai la sensibilità altrui.

 

Checco Zalone: una boccata di ossigeno

A squarciare il velo dei buoni propositi e dei sentimenti nobili a Sanremo 2022 ci ha pensato Checco Zalone, un moderno Alberto Sordi che si fa beffe del famigerato uomo medio, e che pure ha suscito qualche disappunto nella comunità LGBTQ che evidentemente non ha compreso il sarcasmo di Zalone e che vorrebbe essere narrata in termini entusiastici. C’è anche chi ha etichettato il suo sketch sui trans come anti-omofobo. Insomma ognuno ci ha visto quello che voleva.

Tuttavia Zalone non ha fatto nulla di quello accennato, il comico pugliese di diverte a fare la spola a tutta velocità tra gli opposti estremismi dove risalta alla sua inimitabile maniera bipartisan di prendersi gioco di tutti, senza scadere in discorsi lacrimevoli che menzionano la parola diritti, ottenendo il risultato di far credere ogni volta a ciascuno (tele)spettatore che non sia lui, bensì il vicino di sedia, casa o di poltrona a essere preso per il sedere e svelato nella sua ipocrisia. Strepitose anche le parodie del rapper assalito dai propri demoni e del virologo di Cellino San Marco che scimmiotta Albano.

Sanremo ormai è diventato anche il festival dei meme, ma c’è ben poco di edificante e magnifico in questa mutazione virtuale; ciò dimostra che siamo una società chiusa su se stessa, legata ai video, agli smartphone, alle faccine, ai meme, dove ogni pettegolezzo di bassa bottega o pensierino da due soldi diventa virale! Si dovrebbe invece insegnare ai giovani che virale non è sinonimo di importante, rivoluzionario, eversivo e di fare di se stessi uomini e donne costruttori della Storia, imitando i loro nonni e nonne non cantanti improbabili con i capelli rosa, con la gonna e autotune. Non li rende dei geniali ribelli, semmai dei pargoli ammaestrati che pensano di fare successo senza avere talento, senza studiare, senza capire cosa sia l’Arte.
Quale sarà il prossimo step moralistico-canoro? Una canzone anti-specista? Perché no. Ambientalista? C’è già, ed è la soave “Ci vuole un fiore” di Sergio Endrigo, scritta da Gianni Rodari ben prima di Greta Thunberg e company.
Brevissima nota a margine: fanno tenerezza alcuni vecchi ed irriducibili comunisti come Vauro che si sono eccitati credendo davvero che il pugno chiuso della Rappresentante di lista alla fine della canzone Ciao Ciao fosse un riferimento alla loro ideologia. Anche Salvini ci ha creduto, e si è lamentato.
Ma come funziona esattamente il televoto? Davvero è impensabile che chi sponsorizza un artista non abbia il potere di acquistare molti voti.

 

 

 

Claudio Lolli, poeta malinconico prestato alla canzone d’autore italiana

Molti cantautori italiani sono scomparsi prematuramente. Si pensi solo a Fred Buscaglione, Luigi Tenco, Rino Gaetano, Lucio Battisti. Claudio Lolli, uno dei padri della canzone d’autore italiana, è morto a 68 anni nel 2018.

È scomparso anzitempo se consideriamo l’aspettativa di vita in Italia, seppur non giovanissimo. Soltanto con la pubblicazione del suo ultimo album è riuscito a vincere la targa Tenco, nonostante avesse frequentato per anni quel palco. Ciò è il segno che la qualità del cantautorato fosse elevata, ma dimostra anche una certa incomprensione, una certa miopia nel giudicare l’arte di Lolli.

Qualcuno negli anni settanta diceva molto malignamente che Lolli istigasse al suicidio, ma era totalmente errato. Invece amava la vita. È del tutto naturale talvolta guardarsi indietro, volgersi dietro, soffermarsi a pensare al tempo trascorso. La malinconia è un sentimento universale, una costante umana e assumono una posa coloro che non ne parlano o fingono di non provarla in nome di una presunta oggettività o in nome di un posticcio stoicismo.

Lolli non era per autodistruzione ma per piacere, peraltro moderato, che amava le sigarette ed il vino. Lolli era un poeta malinconico prestato alla canzone ed ispirato da una autentica passione civile. Eppure non si riteneva un poeta. Pensava che la canzone d’autore fosse una supplente della poesia contemporanea. Era da sempre schierato contro la retorica ma anche contro la puerilità delle canzonette.

Non cercava mai formule facili né slogan politici, pur essendo dichiaratamente di sinistra. Certe sue canzoni sono dei ritratti memorabili di una Italia che non esiste più. Lolli è stato cervello acuto e cuore pulsante del movimento studentesco bolognese; mai sdolcinato, mai mellifluo, è rimasto negli anni sempre fedele a sé stesso; ha sempre saputo suscitare emozioni e sentimenti senza mai voler persuadere nessuno.

Per dirla con una delle sue ultime canzoni non è stato un uomo senza amore. I suoi testi sono sempre stati incisivi, letterari e pregnanti. Lolli ha cantato il tormento, la disillusione, l’estraneità, l’inadeguatezza della sua generazione, alternandoli a momenti di intimismo. Nonostante il riflusso ed il disastro degli anni ottanta ha continuato a descrivere i vizi e le virtù della nostra penisola. Anche musicalmente è sempre stato originale, sapendo fondere elementi di jazz con il rock progressive.

Per dirla alla Vittorini ci sono due tipi di opere creative: quelle che ci confermano il mondo come noi lo conosciamo e quelle che ci fanno vedere in modo nuovo il mondo. Ebbene Lolli aveva un suo stile unico, inconfondibile e personale. Spicca per il lirismo con cui ha cantato i giovani del ’77 e con cui ha cantato la sua Bologna.

Era per quanto possibile contro il sistema. Infatti dopo il successo chiuse i rapporti con la EMI, una multinazionale, per approdare ad una casa discografica indipendente. Insomma nessuno poteva dargli del venduto in quanto era di specchiata moralità, lontano  da ogni tipo di compromesso. Ritornando al discorso della nostalgia, tutto al più si sarebbe potuto considerare depresso ma non deprimente. Lolli aveva molto da dire e le sue canzoni lo hanno sempre testimoniato.

Lolli è stato il poeta della generazione bolognese del 1977. Ha cantato le inquietudini, le contraddizioni, le speranze, i sogni di quella generazione. Come ha detto il professor Franco Berardi, detto Bifo, quella generazione, difficilmente inquadrabile ed etichettabile, e con essa Claudio Lolli aveva il merito fondamentale di chiedersi cosa fosse la felicità. Il nostro ha frequentato ed influenzato altri cantautori impegnati.

Ha insegnato a Vecchioni a strafregarsene dei ritornelli. Si è dedicato con passione all’insegnamento ed ha lasciato una traccia indelebile nei suoi studenti. È stato un docente umano, mai fazioso o settario, sempre pronto a formare culturalmente invece che a deformare giovani menti a propria immagine e somiglianza. Era un uomo di parte ma mai fazioso e sempre aperto al confronto, al dialogo. Era perfettamente consapevole che nessuno ha la verità in tasca e che chiunque ha la facoltà di fare la propria scelta di campo.

L’insegnamento, peraltro mestiere  sempre svolto ottimamente, è stata anche una scelta obbligata per garantirsi uno stipendio fisso e per avere più libertà come cantautore.

Claudio Lolli ha raccontato di aver preso la decisione di insegnare dopo aver cantato un pomeriggio in una discoteca di Salerno. Prima ha fatto un lungo viaggio da Bologna a Salerno. Poi ha cantato davanti ad un pubblico disinteressato, impaziente di scendere in pista a fare quattro salti. Capì allora che per garantirsi un futuro doveva insegnare.

Lolli raggiunse il culmine del successo con l’album “Ho visto anche degli zingari felici”. È nella prima canzone dell’album che tratta delle conflittualità e delle incomprensioni della sua generazione e di quella dei suoi genitori, mentre propone i rom come un mondo altro, che può proporre altri valori e una altra vita.

I rom quindi come realtà alternativa da valutare seriamente e a cui guardare con interesse. Ma in quell’album c’era anche “Anna di Francia” in cui scriveva che l’alternativa non era “solo ideologia ma organizzazione”. Aveva naturalmente ragione. Si pensi a quante astruserie e quanti discorsi fumosi la classe operaia era destinata a sorbirsi quando nessun ex operaio sedeva tra gli scranni del parlamento e la vera cultura operaia era un’utopia.

Non parliamo poi di una organizzazione umana e scientifica nelle fabbriche italiane, dove si guardava ancora a Taylor e Ford negli anni settanta, negli anni ottanta si considerava solo alla produzione di massa, e le scoperte più recenti della psicologia del lavoro non venivano minimamente considerate.

Un’altra canzone che fece epoca è Michel, storia di una amicizia dalla fanciullezza alla giovinezza tra due ragazzi in cui venivano amalgamate invidia, affetto, rivalità, piccoli bisticci. È vero che gli amici di infanzia non ce  li scegliamo un poco come i parenti, ma allo stesso tempo sono figure fondamentali che hanno plasmato la nostra personalità di base e fanno parte della nostra esperienza atavica e primordiale.

Spesso sono ricordi lontanissimi, che talvolta scacciamo dalla mente, però poi ritornano quando meno ce lo aspettiamo nei nostri sogni. Michel è una storia triste con l’amico che se ne va, la sua madre che muore, l’addio alla stazione. Michel come dichiarò in una intervista Lolli era finito malandato, trasandato, povero in Francia, dalle notizie che aveva avuto.

Ma ogni volta che la cantava in un concerto era una pagina memorabile della memoria, era la rievocazione di una amicizia. In “Venti anni” Lolli testimonia la grandezza e la miseria di quell’età, la condizione esistenziale di chi era giovane allora. In “Borghesia” il cantautore bolognese aveva denunciato la piccolezza e la grettezza di quella classe sociale da cui proveniva.

In Lolli troveremo più volte nelle sue canzoni la conflittualità edipica della sua estrazione borghese e della sua formazione intellettuale progressista. Chiunque sia solo e diremmo oggi sfortunato con le donne si riconosce benissimo in “Quelli come noi”. In “Piazza bella piazza” viene trattato il tema delle stragi di stato, nel caso specifico dell’Italicus.

La rabbia di chi vive in periferia è descritta magistralmente in “Io ti racconto”. Ma il cantautore ha saputo scrivere anche delle belle poesie d’amore come “Donna di fiume” e “Vorrei farti vedere la mia vita”. Più recentemente con “Il grande freddo” ha fatto una metafora e allo stesso tempo un  resoconto di quella generazione di contestatori.

Da notare che il titolo dell’album è un riferimento al film omonimo di Kasdan, in cui degli ex liceali sessantottini si ritrovano quindici anni dopo al funerale di un loro compagno e fanno un bilancio complessivo. Ma in Lolli il discorso poi alla fine si estende a tutta l’umanità e non riguarda solo la sua generazione.

È indicativo a riguardo che il cantautore pensi all’amore perduto e sprecato sugli autobus. Oggi Lolli viene riscoperto e giustamente valorizzato però più dagli intellettuali che dai mass media. D’altronde non poteva essere altrimenti per uno che aveva come maestri Dylan, Cohen, Brel, Brassens. Recentemente Luca Carboni ha fatto una cover di “Ho visto anche degli zingari felici”.

È consigliabile però ascoltare tutte le canzoni di Lolli e  non fermarsi alle più celebri. Leggete in rete per farvi una idea della grande qualità i suoi testi. Ascoltate su YouTube le sue canzoni. Comprate i suoi CD. Si rimane stupiti della sua precocità artistica. Poco più che ventenne dimostrava già una grande maturità e una grande umanità.

Così come ha sempre impressionato la sua prolificità (più di venti album, delle raccolte di racconti, una silloge poetica, un romanzo) e il fatto che non avesse cadute di tono. Allo stesso tempo nelle sue opere troviamo un fil rouge, ma in ognuna di esse si può verificare quanto il cantautore sapesse rinnovarsi e sperimentare artisticamente.

Ogni canzone era diversa, ma aveva lo stesso imprinting e lo stesso imprimatur. Il cantautore è stato fratello maggiore, compagno, professore, amico di molti ragazzi. Recentemente hanno preparato un evento intitolato “Da Lolli e dintorni. La poesia civile di Claudio Lolli”.

 

Davide Morelli

Sanremo 2018: una nuova e spontanea nostalgia naziol popolare

C’è un barlume di tradizione che fa schizzare l’indice di qualità di qualsivoglia consenso. Non sempre il giovanilismo innovativo (o finto tale) è sinonimo di geniale ascesa darwiniana: macché. A volte il nuovo puzza di vecchio. Altre è morto dentro. Prendiamo Sanremo 68  –, tra i fiotti di artisti trentenni e ventenni della new age musicale, si fa spazio un venticello classicista soffiato da antichi lupi di mare. L’onda briosa solletica il pubblico, che in molti casi, mica è fesso.

Prendiamo Ron, ha assorbito gentilmente l’idea di un cantautore niente male: Lucio Dalla. L’inedito di Lucio cantato alla Lucio (fiocamente stralunato ma senza onomatopee), ridisegna l’orizzonte dell’innamorato speranzoso. Almeno pensami: «Ah fossi un piccione, che dai tetti vola giù fino al suo cuore. Almeno fossi in quel bicchiere, che quando beve le andrei giù fino a un suo piede. Fossi morto tornerei per rivederla ogni mattina quando esce. Avessi il mare in una mano, ce ne andremo via fino al punto più lontano. Almeno pensami, senza pensarci pensami. Se vai lontano scrivimi, anche senza mani scrivimi». Il tutto condito da un arpeggio di chitarra, a scanso di effetti speciali. L’elogio dell’amore semplice, del rodimento vero e non della sciancata banalità.

Prendiamo Barbarossa, ha l’intuizione di rispolverare l’etimo delle borgate romane, quello incastonato nell’epica letteraria da Pier Paolo Pasolini, quello giocoso e bruciante di Trilussa e Aldo Fabrizi. Sì, anche quello di Gadda in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Passame er sale, un invito genuino all’amore di sempre, alla nemica di sempre. Invito di autentica esistenza, da afferrare senza esagerare, sia chiaro. Perché “er sale fa male”.

Prendiamo i Decibel (Enrico Ruggeri e company). Alzano i decibel! Misteriosi come sempre, fuori dal tempo come sempre. Lettera dal duca è una missiva di stima artistica mandata da David Bowie – da chissà quale dimensione postale – al sodalizio meneghino. Questo pezzo, come la gran parte delle produzioni ruggeriane, è un giallo in musica, un rompicapo possibile. Il sound è cautamente glam-rock, con influenze elettro-pop provenienti dagli idoli della Germania del Settanta: i Kraftwerk.

Ma non finisce qui. Molto bravo Bungaro nel suo inciso di Imparare ad amarsi, suggestione jazz and romantic blues. Sì, bravo anche Pacifico, peccato che il totem Vanoni fagociti la scena con cupidigia.

Prendiamo Max Gazzè, fruitore del pezzo più originale tra i big in gara. Il racconto morbido e caratteristico di una fiaba popolare, di un amore impossibile e per questo eterno: La leggenda di Cristalda e Pizzomunno, una sirena degna di Ulisse assieme al pescatore coraggioso. Narrazione leggendaria che addolcisce il mare di Vieste. Attesa poetica che non conosce fine. I due protagonisti un giorno si rincontreranno e non si separeranno più. Tutti lo vorremmo. E prendiamo il duo Enzo Avitabile-Beppe Servillo, con la loro canzone mediterranea Il coraggio di ogni giorno, che parla di vinti, descrivendo lo sguardo dell’uomo di tutti i giorni che canta la sua vita ovunque e comunque: due superospiti in gara.

C’è un barlume di tradizione che spinge ad abbeverarsi al Lete della qualità. Elemento essenziale in un simposio che si rispetti. Non sempre il giovanilismo innovativo è sinonimo di corretta azione filosofica: tutt’altro. A volte il vecchio è nel nuovo. Non basta tatuarsi e battere quattro quarti, o meglio ancora, non basta solcare le acque di un talent per vivere artisticamente. Spesso è così che il narratore muore dentro. Senza nulla togliere ai primi tre classificati, soprattutto al pezzo vincitore Non mi avete fatto niente interpretato in maniera magistrale dal duo Ermal Meta e Fabrizio Moro, e al secondo classificato, una delle rivelazioni, insieme al duo Diodato-Paci, il gruppo indie-rock Lo Stato Sociale con la scanzonata ma non stupida Una vita in vacanza.

 

L’intellettuale dissidente

In ricordo di Luigi Tenco a cinquant’anni dalla sua morte

Sembrava andare tutto secondo copione quella sera del 1967 al Festival di Sanremo. La diretta televisiva mostrava volti sorridenti e star brillantinate che si esibivano seguendo un ordine prestabilito. L’ultimo cantante in gara, che chiudeva la seconda serata del festival, era Luigi Tenco, ma ad ammirarlo potevano esserci solo gli spettatori del Casinò perché la diretta televisiva era stata interrotta per lasciare spazio ad un documentario intitolato “Un giorno alle corse”.

Il brano di Tenco è bello, un grande affresco sugli addii, sull’abbandono, sulle tradizioni. Ma è troppo per un festival legato a strutture melodiche preimpostate e che accetta malvolentieri canzoni impegnate fuori dagli standard. Così “Ciao Amore, Ciao”, cantata anche da Dalida è eliminata e non viene neanche ripescata dalla giuria di esperti più orientata a mantenere equilibri tra le etichette discografiche che a valutare serenamente il pezzo.

Secondo le versioni ufficiali dopo l’esibizione Luigi Tenco, deluso e amareggiato per l’eliminazione, si sarebbe suicidato nella sua camera d’albergo. A distanza di cinquant’anni, però, il condizionale resta d’obbligo perché le circostanze precise che lo hanno condotto alla morte non sono ancora chiare. Che si sia trattato di suicidio o di omicidio resta però il fatto che quel venerdì 27 gennaio 1967 ci ha lasciato uno dei più grandi innovatori della musica leggera italiana.

Tenco insieme a Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Gino Paoli e Umberto Bindi era tra gli esponenti della scuola genovese che, con riferimenti dal gusto internazionale, ha cambiato radicalmente l’approccio della canzone sui temi impegnati. Il sociale, l’individuo, l’ideologia e tanti aspetti della vita quotidiana cominciano ad invadere le melodie di questi cantautori.

Luigi Tenco ha però qualcosa in più. È un sassofonista, il jazz gli è familiare, e da questo genere acquisisce lo spirito di libertà che riecheggia anche nei suoi testi. Tenco riesce a combinare lo spirito rivoluzionario e i sentimenti in un tormentato e struggente racconto della sua contemporaneità che assume toni di sublime poesia.

Forse è arrivato il momento di dire con forza a Luigi, in un dialogo impossibile, ti vogliamo bene e ti ringraziamo per le parole che ci hai lasciato. Il Festival è stato ingrato nei suoi confronti ma, si sa, lo show deve andare avanti. Chissà se oggi a distanza di cinquant’anni Carlo Conti non vorrà rendergli giustizia dedicandogli lo spazio dovuto.

Probabilmente aveva ragione Donatella Rettore che in un celebre pezzo cantava È morto un artista, e invece di piangere fanno festa!. Le parole più belle però sono quelle che gli dedica Faber nella “Preghiera in gennaio”, uno dei brani più struggenti scritti da De Andrè.

A noi non resta che ascoltare e assaporare le note di questi grandi artisti perché, in realtà, Tenco è immortale e ogni volta che riascoltiamo le sue parole torna a vivere nello splendore dei suoi ventotto anni.

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