‘Quadrophenia’, gli Who in dieci canzoni

Quella degli Who è musica selvaggia, libera e ricca di contenuti: è il rock di quattro ragazzi di Londra, padri di una rivoluzione che dura da oltre cinquant’anni. Nell’eterna lotta tra Beatles e Rolling Stones, ogni tanto ci imbattiamo in qualcuno che dice “meglio gli Who”. Costui è un pazzo, direbbe qualcuno, e avrebbe torto marcio: capaci di affascinare il pubblico più trasversale, creare show incredibili e restare sulla cresta dell’onda per oltre cinquant’anni, la band inglese è ancora uno dei motivi per credere nel rock’n’roll, e in questo articolo, vi raccontiamo le dieci canzoni migliori del loro sconfinato repertorio.

I hope i die before i get old. Ecco, se c’era bisogno di una canzone simbolo per i giovani degli anni ’60 (ma allarghiamo il campo fino ai giorni nostri), gli Who fanno centro al primo colpo. My Generation, oltre che dare il là alla carriera della band inglese, diventa manifesto dei giovani ribelli del tempo, quelli additati dalla società come perdigiorno, insolenti, contrari all’ordine prestabilito. Se il testo risulta uno dei più iconici della società, grande novità è la struttura del brano: partendo dal canto di Roger Daltrey, che balbetta in molti punti della canzone a mo’ di sospensione (sarà Keith Moon a svelarci il mistero dietro questo atteggiamento), fino alla struttura melodica (figlia delle influenze r’n’b di Townshend) che mette da parte la chitarra per concedere l’assolo (e che assolo ragazzi) al basso di John Entwistle. Sono passati 42 anni da questo brano, ma il tempo sembra non essere passato affatto!

 

The Kids are Alright – My Generation (1965):
Chiunque, ascoltando The Kids are Alright, potrebbe notare uno stile molto asciutto, dalle venature pop molto simili a quello che sarebbero stati i Monkees oltreoceano. L’incredibile capacità tecnica permetteva agli Who anche questo e, a distanza di anni, possiamo accorgerci di quanto fossero capaci di scrivere hit di facile ascolto non tradendo la loro struttura musicale. Il brano, uno dei più briosi della band, divenne un vero e proprio inno della generazione Mod (e lo è ancora oggi).

Substitute – Substitute/Circles (1966):
Parlando di questa canzone, Keith Moon disse di non ricordare se avesse effettivamente suonato o no in questo brano, evocando non solo un divertente parallelismo con il titolo ma, indirettamente, il suo rapporto con alcool e droghe. Ancora oggi, Substitute è uno dei brani più amati dai fan, immancabile nei live della band. Townshend scrisse la canzone adattando lo stile di Smokey Robinson, realizzando un brano in perfetto stile beat, a metà tra Beatles e Byrds, con un testo banale solo in apparenza: “I can see right through your plastic mac. I look all white, but my dad was black”.

Magic Bus – Magic Bus: The Who on Tour (1968):
Nonostante oggi sia una delle canzoni più identificabili degli Who, ai tempi Magic Bus non riscosse il successo sperato. A torto, perché anche in questo caso il solito lavoro di Townshend permise al brano di staccarsi dalla classica collocazione rock per abbracciare ritmi di chiara ispirazione blues se non addirittura bluegrass (considerando l’uso dell’armonica), per poi muoversi verso un ritmo dal fascino latino (Keith Moon infatti userà delle percussioni particolari utilizzando le bacchette Claves). Per gli amanti dei Simpson, impossibile non ricordare Homer chiedere a gran voce l’esecuzione di questo brano (anche se le cose non andranno come auspicato).

Pinball Wizard – Tommy (1969):
Tra tutte le canzoni che comporranno quell’opera rock chiamata Tommy, Pinball Wizard è sicuramente la regina. Se non bastasse la coinvolgente storia di questo fantomatico “re del flipper” ad incantare l’ascoltatore, ecco che la perfetta commistione tra chitarra acustica ed elettrica scuotono i timpani, senza contare i momenti in cui le voci si raddoppiano donando al brano una dimensione ancora più coinvolgente, quasi a portarci dentro la sala del flipper! P.S. non perdetevi la cover di Elton John.

Baba O’Riley – Who’s Next (1971):
Si può davvero scrivere qualcosa in merito a questo capolavoro? Difficile dirlo, e forse come poche altre volte, servirebbe delegare alle emozioni questo compito. Baba O’Riley è senza dubbio una delle canzoni più iconiche della storia musicale del ‘900, capace di coinvolgere chiunque sia nell’ascolto lirico che musicale, grazie ad un intro assurdo che vede la fusione di organo, tastiera (che eseguirà il riff perpetuo del brano) e batteria; ecco che poi la voce di Daltrey ci porta nella dimensione del racconto, finché un breve assolo di chitarra dà il là al violino di Dave Arbus che disegna una melodia inconfondibile e sognante (idea di Keith Moon). Che altro aggiungere? “Don’t cry, don’t raise your eye, it’s only teenage wasteland”.

Baba O’Riley
Getting in Tune – Who’s Next (1971):
Una delle chicche nascoste di Who’s Next, Getting in Tune è un elogio alla musicalità di Townshend, che modula la dinamica del brano come vuole, passando da morbide sequenze liriche (dove spicca il piano), a momenti di rock puro, che in qualche modo servono a dare una risonanza maggiore ad entrambe le parti. “Non posso fingere che ci sia un qualche significato nascosto nelle cose che sto dicendo, ma io sono in vena, proprio in vena” canta Roger Daltrey, alleggerendo in qualche modo la funzione narrativa dell’artista, in un modo che sembra ricordare il pensiero di Michelangelo Antonioni: “io ho fatto il film, adesso ognuno ci veda quello che vuole”.

Behind Blue Eyes – Who’s Next (1971):
Un ascoltatore casuale potrebbe pensare di imbattersi in una delle classiche ballad che le rock band amavano ogni tanto inserire all’interno dei loro album. E in effetti, il candido arpeggio iniziale, subito unito alla voce flebile di Roger Daltrey, sembrano andare in questa direzione. Ecco che poi, come al solito, gli Who fanno quello che vogliono, donando al brano una spinta rockeggiante inaspettata ma azzeccata come non mai. Di sicuro, dietro gli occhi azzurri, si nasconde un talento sconfinato.

I’m One – Quadrophenia (1973)
Costruita sullo schema delle ballad, I’m One è una delle canzoni “minori” maggiormente amate dai fan, che hanno subito trasformato l’adorazione del pezzo in un piccolo culto. Ballad, come dicevamo all’inizio, che nasconde la solita scarica elettrica sul ritornello, nel momento in cui il destino da perdente del protagonista sembra prendere la consapevolezza che sì, anch’egli, è un essere unico e speciale che potrà mostrarsi al mondo.

Won’t get Fooled Again – Who’s Next (1971)
Il rock più selvaggio, pregno di contenuti. È questa la costante degli Who, che sembrano non voler mai abbandonare i fan al semplice ascolto, ma ricordare loro la continua lotta per la sopravvivenza e la ribellione. Won’t get Fooled Again è l’ennesimo messaggio in questa direzione, un mantra da adottare come linea guida. “Combatteremo nelle strade con i figli ai nostri piedi, e le morali che loro adorano saranno spazzate via”. La rivoluzione culturale secondo quattro ragazzi di Londra.

 

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/musica/quadrophenia-who-canzoni/

“Elvis Presley”: la nascita di un mito

Elvis Presley-RCA-1956

Dopo le prime, storiche, incisioni per la Sun Records di Sam Phillips, l’allora vent’enne Elvis Presley era già un uomo da 35.000 dollari. Tale infatti è la somma sborsata dalla RCA per accaparrarsi la voce, le movenze, i diritti e l’istinto del giovane artista di Tupelo. Questa manciata di registrazioni effettuate per la piccola label di Memphis, unitamente alle prime incendiarie esibizioni nei teatri locali, avevano, infatti, contribuito a ridefinire i parametri della musica giovanile degli Stati del Sud. Del resto Elvis aveva delle caratteristiche che nessun cantante fino ad allora aveva mai posseduto. La sua sensualità debordante, la sua abilità nel “tenere” il palcoscenico, la capacità di catalizzare l’attenzione di occhi e orecchie suscitando veri e propri fenomeni d’isteria collettiva unitamente alla voce più sexy mai udita, lo trasformano ben presto in una icona il cui impatto sulla cultura americana è paragonabile, per forza ed effetto, solo al terremoto di San Francisco del 1906.

Prima di Elvis il mondo era in bianco e nero. Poi è arrivato… ed ecco un grandioso technicolor”. (Keith Richards)

Il passaggio alla RCA segna la definitiva consacrazione del giovane Presley (consentendo alla Sun Records di sopravvivere ancora qualche anno; quel tanto che basta per lanciare altri “mostri sacri” quali Johnny Cash, Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison) ed il suo trionfale ingresso nello star system. La nuova casa discografica, intelligentemente, per cercare di riprodurre il clima di spontaneità che regnava nel piccolo studio di Memphis, lascia praticamente carta bianca al cantante arrivando ad affiancargli perfino gli stessi musicisti che lo hanno accompagnato nelle prime prove davanti al microfono (Scotty Moore alla chitarra e Bill Black al contrabbasso). I risultati non sono però elettrizzanti. L’aria che si respirava nelle stanze della grande multinazionale, probabilmente impediva ad Elvis di lavorare con la scioltezza sia fisica che mentale sfoggiata alla corte di Sam Phillips tanto che, nel disco d’esordio, intitolato semplicemente Elvis Presley, sono contenuti brani registrati qualche anno prima nella sua città natale. Nonostante tutto la furia iconoclasta della nuova stella giovanile esce fuori in tutta la sua potenza dai microsolchi di questa epocale opera prima.

Elvis “The Pelvis”-1956

Da Blue Suede Shoes ad I Got Woman, da Just Because a Tutti Frutti, da Blue Moon a Money Honey, quest’album rappresenta la quint’essenza del rock, la fonte primigenia da cui nascerà la musica popolare della seconda metà del XX secolo. Pubblicato nel marzo del 1956 diventa il primo disco della storia a vendere un milione di copie. La storica copertina, con il nome del cantante in lettere rosa e verdi, viene ripresa da un’ infinità di gruppi (i Clash in London Calling, Tom Waits in Rain Dogs, K.D.Lang in Reintarnation solo per citarne alcuni) diventando un oggetto di culto. Ma non è di certo solo il fascino della copertina o la bravura del cantante a farne una pietra miliare. La sua forza sta nell’essere l’indiscusso trait d’union tra bianco e nero, tra melodia ed istinto, tra country e blues ovvero le due grandi anime della musica americana. Una commistione rarissima, quasi un miracolo di fronte al quale non si poteva in alcun modo restare indifferente, nel bene o nel male. Inoltre si può dire che Elvis Prelsey sia stato il primo disco di un giovane per i giovani, concepito e dedicato ai teenager, che fino a quel momento erano praticamente ignorati dall’industria discografica. Una vera e propria rivoluzione copernicana dopo la quale niente sarà più come prima.

“Rumours”: i tormenti dei Fleetwood Mac

Roumours-Reprise-1977

Dopo aver attraversato una marea di peripezie ed una pletora di formazioni, i Fleetwood Mac si ritrovano, alla metà degli anni ’70, davanti ad un bivio epocale: rimanere una band underground o entrare definitivamente tra i grandi del rock. La scelta ovviamente cade sulla seconda ipotesi quindi, da oscuri interpreti di puro British Blues derivanti da una costola dei Bluesbrakers di John Myall, il gruppo si trasforma in una sfavillante fabbrica di puro pop. Non c’è più spazio per le digressioni mistico/chitarristiche del folle Peter Green o per oniriche visioni lisergiche sulla falsariga della splendida Albatross, è il momento di cominciare a fare sul serio e di cominciare a stazionare stabilmente nella parte alta delle classifiche. Complice di tale rivoluzione l’ingresso in formazione di tre nuovi membri, il chitarrista Lindsay Buckingham, la cantante/tastierista Christine McVie e la cantante Stevie Nicks, che cambieranno indelebilmente il suono e lo stile della band. Nonostante un amalgama mai completamente raggiunta, i risultati non tardano ad arrivare.

“Riuscimmo a diventare amici solo fino ad un certo punto” (Lindsay Buckingham)

Dopo l’ottimo album omonimo del 1975 che frutta successi come Rhiannon e Say You Love Me, i Fleetwood Mac registrano il loro capolavoro: l’epocale Rumours. Composto in un momento di grandissime tensioni interne (le coppie del gruppo, John/Christine McVie e Buckingham/Nicks, si stavano separando), l’album è un perfetto distillato di sentimenti contrastanti quali amore, odio, gioia, sofferenza e abbandono. Ne sono un ottimo esempio la melodiosa Second Hand News,  la magnifica Dreams, l’arcinota Don’t Stop, la traslucida Songbird e la blueseggiante The Chain, vero inno corale al tradimento. Altre perle sono rappresentate dall’acustica Never Going Back Again, dalla tambureggiante I Don’t Want To Know, e dall’oscura Gold Dust Woman dietro cui si nasconde un’ispirazione fuori dal comune fornita, evidentemente, dal travagliato periodo sentimentale.

Peter Green membro fondatore dei Fleetwood Mac fuoriuscito nel 1969

Alla indubbia qualità del materiale composto si aggiunge una notevole perizia tecnica in fase sia d’incisione che di post produzione. L’enorme talento chitarristico di Buckingham ben si amalgama con la solida base ritmica fornita dal duo Fleetwod/John McVie, mentre le tastiere di Christine forniscono il giusto tappeto ad ogni singolo pezzo. Le voci si fondono alla perfezione, i suoni sono levigati e sicuri, ogni nota è al suo posto, nulla in Rumours è lasciato al caso, ogni cosa trova la sua giusta collocazione contribuendo ad aumentarne la sensazione di forza e compattezza. Pubblico e critica premiano, unanimemente ed anche un po’ inaspettatamente, il disco facendolo schizzare direttamente in vetta alle classifiche fino a farlo diventare il sesto album più venduto della storia. Senza dubbio il grande appeal radiofonico dei brani in esso contenuti e la dolorosa universalità dei temi trattati (quasi un concept album sulla fine di un amore e sulla conseguente separazione) ne fanno un bestseller, una vera e propria pietra miliare della musica di fine secolo. Pochi altri gruppi come i Fleetwood Mac hanno saputo raggiungere un tale strepitoso successo planetario e pochi altri gruppi hanno saputo trasformare tormenti privati in arte pubblica di tale bellezza.

“The Velvet Underground & Nico”: i demoni di Lou Reed

Nell’anno di grazia 1967, mentre sulla West Coast si sprigionano i profumi, i colori ed i suoni della Summer Of Love, dall’altro lato dell’America le cose vanno molto diversamente. Nel cuore di New York un genio di nome Andy Warhol fonda una factory in cui trovano rifugio numerosi artisti d’avanguardia che si cimentano col cinema, la pittura, la fotografia, la scultura e la musica all’insegna della più pura sperimentazione. Un vero e proprio crogiuolo d’idee ed influenze che inevitabilmente gravitano intorno al genio indiscusso di Warhol. Durante quei frenetici giorni è ospite della factory uno strano ragazzo, che ama vestire di nero, indossare occhiali scuri ed esplorare tutte le sensazioni che apre l’uso delle droghe, il suo nome è Lou Reed. E’ un musicista, ma le sue idee, il suo aspetto e la sua poetica sono quanto di più lontano si possa immaginare dalla controcultura hippie all’epoca dominante. Il suo mondo è pieno di ambiguità, di disagio esistenziale, di deviazioni sessuali e di tossicodipendenza; a lui non interessa l’amore universale quanto piuttosto il lato oscuro presente in ogni uomo.

Il re della pop art ne rimane inevitabilmente affascinato tanto da costruirgli un gruppo su misura e finanziarne il debutto discografico. Il 12 marzo del 1967 trova posto sugli scaffali dei negozi di dischi uno strano oggetto, un quadrato bianco con una banana gialla disegnata sopra ed accanto il nome del gruppo: The Velvet Underground & Nico. Ovviamente già la copertina ha un valore assoluto in quanto concepita e disegnata da uno dei più grandi artisti del 900, ma è soprattutto il nome scelto dalla band a colpire. Il “velluto sotterraneo” (nella fattispecie John Cale, Sterling Morrison, Moe Tucker e lo stesso Reed) rimanda immediatamente a qualcosa di sommerso, nascosto, latente, oscuro mentre Nico è una notissima modella famosa per la sua abbagliante bellezza e lo stile di vita bohemien. Un’accoppiata decisamente bizzarra e spiazzante ma che alla lunga risulta vincente. La voce monocorde di Nico, infatti, si adatta alla perfezione ai testi perversi ed alle melodie drogate dei Velvet. La sua algida bellezza, inoltre, riusciva in qualche modo ad integrarsi con il look decisamente “dark” del resto della band. All’epoca tanta stranezza, però, non è accettata ed il disco, sia per gli enormi costi di stampa sia per i suoi argomenti scabrosi, viene immediatamente censurato dai mass-media e quasi subito ritirato dai negozi. La critica lo boicotta totalmente rifiutandosi di recensirlo decretandone, di fatto, il fallimento commerciale.

“Soltanto cento persone acquistarono il primo disco dei Velvet Underground, ma ciascuno di quei cento oggi o è un critico musicale o è un musicista rock” (Brian Eno)

Inutile dire che col tempo viene ampiamente rivalutato se non addirittura osannato fino ad essere definito il miglio album di debutto di tutti i tempi. Si può senz’altro affermare che è un album caduto sulla terra dal futuro. Già nel 1967 era avanti di trent’anni e le sue eco sono praticamente ovunque; dal punk al grunge, dalla new wawe al post-rock, tutti hanno un grosso debito di riconoscenza nei confronti di questo disco.

Lou Reed e Nico

Le crisi di astinenza domenicali in Sunday Morning, la paranoia dovuta ad una lunga attesa del pusher di fiducia in I’m Waiting For The Man, la descrizione di una mangiatrice di uomini in Femme Fatale, un rapporto sado maso in Venus In Furs, la vita degli spacciatori di Union Square in Run Run Run, gli inutili frequentatori della factory in All Tomorrow Parties, l’allucinata Heroin, la gelosia violenta in There She Goes Again, l’amore tenero in I’ll Be Your Mirror, le sperimentali The Black Angel’s Death Song ed European Song sono tutti tasselli di un mosaico lirico/musicale che per la prima volta è riesce a svelare senza alcun tipo di restrizione le deviazioni, i buchi neri dell’animo umano un vortice di note scuro ed inquietante. Per la cultura dell’epoca è chiaramente uno shock ed anche i per i giovani imbevuti di peace & love quest’opera rappresenta esattamente quello che non vogliono sentirsi dire. Negli anni del libero amore, della fantasia al potere, dell’esaltazione floreale, i Velvet Underground rappresentano la cattiva coscienza della società, gli outsider che con le loro luride storie metropolitane fatte di squallore e depravazione mostrano il marciume nascosto dietro la facciata variopinta dell’Estate dell’Amore, annunciando inesorabilmente la fine imminente dell’epopea hippie e l’inizio del disincanto.

“Back In Black”: la rinascita degli AC/DC

Back In Black-Atco Records-1980

Nel luglio del 1979 gli AC/DC pubblicano Highway To Hell, l’album della raggiunta maturità e della definitiva consacrazione. Sei mesi dopo, nel febbraio del 1980, il cantante e leader carismatico Bon Scott muore sul sedile posteriore di un’auto ucciso dall’abuso di alcool dopo una notte di bagordi. La crisi è inevitabile. Che fare? Sciogliere definitivamente la band all’apice del successo, oppure continuare nonostante tutto? Dopo un periodo di comprensibile lutto i fratelli Angus e Malcom Young decidono di tirare dritto per la loro strada.

“Bè, vaffanculo, non ho intenzione di starmene seduto a frignare per un anno intero cazzo!” (Malcom Young-1980)

Avevano già pronto qualche brano scaturito dalle prolifiche session per Highway To Hell in cui c’era ancora Bon ed, insieme al nuovo vocalist Brian Johnson, si chiudono ai Compass Point Studios di Nassau (Bahamas) per completare il disco che avrebbe dovuto segnare il nuovo corso del gruppo. Nemmeno cinque mesi dopo, nel luglio dell’80, il nuovo lavoro è pronto e viene pubblicato col significativo titolo Back In Black.

Bon Scott (1946-1980)

La copertina, interamente nera, con la scritta grigia lascia trapelare due cose: il commosso omaggio al compagno da poco scomparso e la morte come tematica di fondo dell’opera. D’altronde il sinistro suono di campane a morto che apre la prima facciata ed introduce Hells Bells  non può essere frainteso. Nemmeno la poderosa Shoot To Thrill, la torrida Let Me Put My Love Into You, la furente Back In Black, la trascinante You Shook Me All Night Long e la blueseggiante Rock’N’Roll Ain’t Noise Pollution lasciano troppo spazio a ragionamenti. Il suono è semplice, grezzo, potente, diretto, come se i Led Zeppelin, in una serata di festa, avessero alzato al massimo il volume dei loro amplificatori. La stridula voce di Johnson snocciola luride storie d’amore e distruzione mentre l’indiavolato Angus Young produce iperbolici riff con la sua leggendaria Gibson “Diavoletto”. In poche parole rock allo stato puro. Il pubblico e la critica premiano unanimemente l’album che frantuma ogni record arrivando ad essere il secondo più venduto della storia dopo Thriller di Michael Jackson. Gli AC/DC passano dall’inferno dello scioglimento al paradiso del rock in un solo anno. Un miracolo, musicalmente parlando, anche considerando il fatto che lo scetticismo intorno a loro era grande. L’hard rock era un genere in calo all’inizio degli anni ’80 (John Bonham sarebbe morto di li a poco mettendo fine alla parabola degli Zeppelin), il punk imperversava, il defunto cantante era considerato una colonna portante e c’erano forti dubbi riguardo alla qualità del sostituto scelto.

Ogni incertezza viene fugata all’istante non appena la puntina tocca il vinile. La qualità dei brani è eccellente, il gruppo appare in forma strepitosa ed anche Johnson si integra alla perfezione con i nuovi compagni tanto da non far rimpiangere, nemmeno, per un minuto Bon Scott, facendosi accettare anche dai fan più irriducibili. Probabilmente la rabbia, il dolore, la paura della fine hanno fornito il carburante necessario a comporre questo capolavoro. Ogni canzone del disco è un distillato purissimo di emozioni primordiali in salsa overdrive e nello stesso tempo un urlo salvifico carico di dolore e liberazione. Difficile trovare un album altrettanto sincero, energico e godibile, un vero e proprio capolavoro la cui magia si ripete ogni volta che tornano a rintoccare le campane dell’inferno.

“Paranoid”: il cupo vortice dei Black Sabbath

Paranoid-Vertigo Records-1970

All’epoca del loro secondo album, nel settembre del 1970, i Black Sabbath avevano già scioccato il mondo (musicale e non) grazie al loro epocale debutto. Suoni cupi, atmosfere lugubri, una cover inquietante, una evidente fascinazione per tutto ciò che è occulto, magico e misterioso rappresentano gli ingredienti essenziali per dar vita ad una nuova corrente che da li a pochi anni farà milioni di proseliti: l’heavy metal.  Il sound del gruppo è una miscela di hard rock e psichedelia caratterizzato dai poderosi power chords di Tony Iommi, dalla rocciosa sezione ritmica di Geezer Butler (basso) e Bill Ward (batteria) e dal raglio agonico del cantante Ozzy Osbourne. Tecnicamente non si avvicinano nemmeno ai ben più celebrati “colleghi” quali Led ZeppelinDeep Purple, ma i Black Sabbath hanno il potere di scrivere testi altamente evocativi, che uniti a melodie ipnotiche ed ad uno spiccato gusto per la teatralità, gli conferisce uno stile unico ed inconfondibile. Alla fin fine sono solo un ex gruppo blues con tendenze hippie ma l’appeal sui giovani adolescenti delusi dalla rovinosa fine della “summer of love” è innegabile. I benpensanti del tempo, ovviamente, non sono dello stesso parere e la band diviene oggetto di critiche spietate. A questo punto Osbourne e soci cambiano direzione rivolgendo la loro attenzione alle debolezze, alle deviazioni, alle paure più recondite dell’animo umano.

“Sul loro secondo album estremamente heavy metal, Paranoid, ci sono lamenti sulla distruzione della guerra e l’ipocrisia dei politici, i pericoli della tecnologia, e i pericoli dell’abuso di droga” (Rolling Stone-1970)

La straniante tirata antimilitarista di War Pigs, la poderosa ed alienata Paranoid, la dilatata Planet Carvan, la fantascientifica Iron Man, l’inquietante Electric Funeral, la marcia tossica di Hand Of Doom, la torrenziale Rat Salad (unico brano strumentale del disco), la violenta Fairies Wear Boots, rappresentano tutte tessere di un mosaico atto a scandagliare la metà oscura che ogni uomo ha dentro di se. Il risultato è un album violento, pesante, pauroso ma anche estremamente affascinante, significativo, culturalmente e sociologicamente importante. La generazione dei figli dei fiori entra nell’autunno degli anni ’70 incerta sulle gambe, squassata da dubbi, rabbia, delusione, alienazione e angoscia. Questo cantano i Black Sabbath ed è proprio questo ad attrarre e respingere il pubblico.

Black Sabbath-1970

C’è chi li ama in quanto portavoci di un malessere generazionale, c’è chi li odia perché quello che dicono mette paura. Sicuramente non passano inosservati anche grazie ad un notevole feeling tra i vari musicisti. A dispetto della semplicità delle incisioni (unici effetti usati l’eco per la voce e l’immancabile overdrive per la chitarra) il gruppo restituisce una compattezza ed una potenza non comune nonostante la strumentazione ridotta e la non elevata cifra tecnica. Il fatto poi che questo lavoro è stato inciso in soli cinque giorni e con un budget limitatissimo denota una comunità d’intenti ed un’ispirazione veramente notevole. Il suo impatto e la sua influenza sono stati e restano enormi e le sue eco si propagano fino ai giorni nostri. Megadeth, Green Day, Pantera, Slayer sono solo alcuni degli artisti che hanno rivisitato i brani contenuti in Paranoid ed hanno ammesso la fondamentale influenza dei Black Sabbath, sia dal punto di vista lirico che musicale, nella loro produzione. Milioni di gruppi, famosi e non, ne hanno copiato il modo di stare in scena, il look maledetto, l’iconografia magico-satanista, gli spunti granguignoleschi e le tematiche tormentate consacrandoli personaggi simbolo, non solo di un modo di fare musica, ma di un vero e proprio stile di vita. A distanza di più di quarant’anni la forza inossidabile di Paranoid resiste costantemente allo scorrere del tempo, al mutare delle mode ed al progresso della tecnica, diventando una vera e propria pietra miliare del rock ed uno dei migliori album mai incisi in assoluto.

“The Joshua Tree”: il viaggio degli U2

U2- The Joshua Tree- Island Records-1987

L’America è posto affascinante, pieno di possibilità, di speranze, di promesse. Ma più che un luogo l’America è sempre stata, nell’immaginario collettivo, un mito, una leggenda, una sorta di Eldorado in cui si sono rifugiati i sogni di chi ha sempre creduto in un futuro migliore. Per gli irlandesi in special modo, il Nuovo Continente, è stato un simbolo di rinascita, in cui ricominciare una nuova vita lontano dalle ristrettezze mentali, sociali ed economiche del Vecchio Continente. Lo sanno bene gli U2, forse la più grande rock band irlandese di tutti i tempi, che col mito americano hanno dovuto comunque fare i conti.

L’America è la terra promessa per molti irlandesi. Io sono solo uno di una lunga serie di irlandesi che hanno affrontato il viaggio” (Bono Vox– Rolling Stone-1987)

Questo viaggio comincia ben tre anni prima, nel 1984, quando gli U2 pubblicano l’epocale The Unforgettable Fire che si distanzia in maniera significativa, sia dal punto di vista tematico che musicale, dai precedenti lavori della band. I pezzi si sprovincializzano passando da semplici ricordi e sensazioni dublinesi quali I Will Follow, New Year’s Day, Sunday Bloody Sunday, Fire, a brani dalle tematiche ben più ampie e profonde quali Pride (In The Name Of Love), Bad, 4Th Of July, Elvis Presley And America. Anche i suoni si fanno più precisi ed affilati passando dal post-punk degli esordi ad una miscela di country, blues e pop che denota una raggiunta maturità tecnica e compositiva. Anche lo stile vocale di Bono cambia raggiungendo un’espressività davvero notevole in grado di esprimere efficacemente sensazioni primordiali quali la rabbia, l’orgoglio, la sofferenza e l’amore.

U2 e The Joshua Tree-1987

In The Joshua Tree, gli U2 riprendono questo viaggio iniziatico fino a portarlo a compimento. Si sporcano le mani di gospel, masticano blues, giocano col rock per ottenere un suono assolutamente inedito ed innovativo. Le liriche si fanno eccezionalmente poetiche e profonde per affrontare argomenti di grandissima rilevanza che poco hanno a che fare con gli Stati Uniti in senso stretto. The Joshua Tree non parla dell’America, o meglio non solo, ma è lo sguardo irlandese degli U2 sul mondo filtrato dalle lenti del mito americano.

Si parla di droga (la struggente Running To Stand Still) di Dio e dell’amore (la tenera With Or Without You), dei dubbi della fede (l’ammaliante I Still Haven’t Found What I’m Looking For), di embargo e povertà (l’apocalittica Bullet The Blue Sky), di emarginazione (la tonante Where The Streets Have No Name), di omicidio (la spettrale Exit), di morte (la drammatica One Tree Hill), di disoccupazione (la rabbiosa Red Hill Mining Town), di natura (la contagiosa In God’s Country), dei desaparecidos (la dolente Mothers Of Desappears), di felicità (la blueseggiante Trip Through Your Wires). Su tutto l’incredibile lavoro di Dave “The Edge” Evans che, attraverso l’uso del delay, disegna liquidi ricami chitarristici ed arricchisce ogni traccia con eleganti armonie vocali. La potenza della macchina ritmica composta dal duo Adam Clayton/Larry Mullen rende ogni brano solido come una roccia mantenendone alta la potenza e la tensione.

Il resto lo fa Bono Vox grazie alla sua presenza, all’intensità delle sue interpretazioni ed alla bellezza dei suoi versi. Il risultato è un album sorprendente, bellissimo, un vero capolavoro, ma nel contempo drammatico, pieno di ombre e di domande. L’iconica copertina in bianco e nero che rappresenta il gruppo accigliato in mezzo ad un paesaggio desolato ben rappresenta la tensione nascosta all’interno del disco. Gli U2 sono cresciuti ed accantonano la spavalderia giovanile per i dubbi della maturità. Fanno i conti con se stessi e con il mondo, abbandonano la sicurezza delle patrie sponde per confrontarsi con “l’altro” affrontando un viaggio dal quale usciranno stremati, incerti ma anche ricchissimi (non solo materialmente è ovvio) e con una nuova percezione delle cose. Di li a poco pubblicheranno l’ottimo Rattle And Hum e l’altro capolavoro assoluto Achtung Baby che darà il via al loro periodo berlinese, ma nessun altro album possederà quel senso di precarietà, di inquietudine e d’incertezza presente in questo disco che fa suonare gli U2 più fragili ed umani che mai.

“Mad Dogs & The Englishman”: l’apoteosi di Joe Cocker

Mad Dogs & The Englishman- A&M Records-1970

All’indomani della sua travolgente performance al festival di Woodstock, nell’agosto del 69, Joe Cocker, la voce graffiante del rock, scomparso il 21 dicembre 2014, si ritrova ad essere uno dei performer più acclamati del pianeta. La sua drammatica versione di With A Little Help From My Friends scala le classifiche ed entra nella leggenda. Sull’onda di questo enorme successo, il soulman di Sheffield, parte per un mastodontico tour attraverso gli Stati Uniti da cui scaturirà il suo primo album dal vivo intitolato significativamente Mad Dogs & The Englishman. Mad Dogs è la “gabbia di matti” rappresentata dagli oltre trenta musicisti sul palco capitanati da quello strano condottiero di nome Leon Russell apprezzato pianista e chitarrista. Gente come le cantanti Rita Coolidge e Claudia Lennear, il bassista Carl Radle, il tastierista Chris Stainton, il batterista Jim Gordon ed il sassofonista Bobby Keys fanno veramente faville dando vita ad uno spettacolo impressionante per qualità ed intensità. L’intesa dei musicisti è pressoché perfetta, a dispetto delle pochissime prove fatte e dei ritmi frenetici del tour. Poi c’è The Englishman, l’inglese, la punta di diamante che con la sua voce unica e possente, la sua fisicità straripante, fornisce il tocco magico ad ogni singola esibizione. Joe Cocker è in splendida forma ed interpreta magistralmente brani degli artisti più disparati, spaziando con naturalezza, dal rock al blues, dal soul al country, al pop.

“Venite con noi cari amici, vi condurremo in un viaggio lungo la storia del rock’n’roll” (Leon Russell in apertura di album)

Russell ha ragione. Assistere ad uno di questi concerti equivaleva ad avventurarsi in un viaggio lungo, entusiasmante ed onirico nei meandri del rock. Il disco restituisce solo parzialmente l’aria che si respirava sotto il tendone dei Mad Dogs, in quanto non riesce a trasmettere la fisicità, l’atmosfera circense, l’elettricità sprigionata durante una di queste memorabili date.

Joe Cocker e Leon Russel-1970

Si parte con una torrida versione di Honky Tonk Woman, classico degli Stones, che Joe Cocker lacera con la sua inimitabile voce. Il viaggio continua con Sticks And Stones di Titus Turner e si snoda attraverso Bird On The Wire di Leonard Cohen, Feelin’ Alright dei Traffic, I’ve Been Lovin’ You Too Long di Otis Redding, Girl From Nothern Country di Bob Dylan. Ma il meglio deve ancora venire. E’ quando il gruppo intona She Came In Through The Bathroom Window che si raggiunge lo zenith. Appare subito evidente che Cocker ha un feeling particolare con i Beatles dal momento che anche questa versione possiede un fascino ed un sound assolutamente irresistibile e trascinante. The Weight, del gruppo canadese The Band, subisce lo stesso trattamento a base di soul e pathos mentre Delta Lady, grazie al suo ritmo vorticoso, assurge a pezzo-simbolo dell’intero disco. Per l’ovazione finale ci si affida, ovviamente, a With A Little Help From My Friends che il gruppo ripropone lasciandone inalterata tutta la forza e la bellezza sprigionata a Woodstock.

L’enorme carrozzone dei Mad Dogs diventa leggendario e l’album che ne viene tratto diventa uno dei migliori live di tutti i tempi. Leon Russell, monta, smonta, assembla e riarrangia brani già famosissimi nelle loro versioni originali dimostrando una competenza ed un istinto musicale fuori dal comune. Joe Cocker, dal canto suo, è il padrone incontrastato della scena. Suda, si contorce, urla, sussurra, suona la sua chitarra immaginaria ipnotizzando pubblico e ascoltatori che pendono letteralmente dalle sue labbra. Grazie al suo “sentire” le canzoni, alle sue tarantolate performance, al suo istinto mostruoso, questi happening diventano vere e proprie maratone musicali in grado di spossare chiunque sia dal punto di vista fisico che emozionale. Il Leone di Sheffield mette in gioco tutto quello che ha e le conseguenze saranno devastanti sia dal punto di vista professionale che umano. Col tempo il buon vecchio Joe, diluirà il suo rock primordiale trasformandosi in un grandissimo interprete dalla voce potente ed evocativa. Con gli anni arriveranno l’Oscar, le top ten ed i dischi d’oro ma il ruggito roco e selvaggio presente in quest’album è diventato il simbolo di un’intera generazione.