A Raymond Carver piaceva la marmellata di more?

Nella prefazione all’edizione Einaudi di Cattedrale di Raymond Carver (ahimè ho fatto l’errore di comprare questa edizione e non quella di minimum fax, come molti miei amici mi rinfacciano), Francesco Piccolo scrive di essere rimasto scioccato quando, aprendo la prima pagina del primo racconto “Penne”, ha scoperto che questo iniziava con le parole «Questo amico». Come se il racconto volesse lasciarsi alle spalle – non detto, sottinteso – tutto il trascorso passato fra il narratore e questo suo amico Bud. Ed è vero, leggendo le prime pagine di “Penne” ci ritrova con questa sensazione, sebbene ciò che mi ha lasciato letteralmente senza parole riguardo quel racconto arriva verso la fine. Prendo in considerazione questo breve paragrafo, che arriva dopo la serata a casa di Bud e Olla, dopo l’incontro col figlio e con il pavone; ma prima di «tutta quella storia»:

In seguito, quando le cose tra noi sono cambiate, ed è arrivato nostro figlio, insomma, tutta quella storia, Fran considerava quella serata a casa di Bud come l’inizio del cambiamento. Ma si sbaglia. Il cambiamento è avvenuto più tardi; e quando è successo era come se stesse succedendo ad altri, non come qualcosa che poteva succedere a noi.

I primi tre anni di vita Carver li passò nella piccola cittadina di Clatskanie

Perché sono rimasto senza parole? Perché mi è passato per la mente “cavolo, mi sembra di non aver mai letto nient’altro prima di questa frase”, nonostante quella che posso definire “esperienza Wallace” di qualche giorno fa con La scopa del sistema?

Essenzialmente perché in questo paragrafo si affermano, si sottintendono, si lasciano intravedere cose ed eventi che accadranno ma che non vengono descritti da Carver. Non qui, non ora. Mai, in verità. Cosa ci dice Carver con questo paragrafo? Che la situazione di apparente e stabile felicità del protagonista e della moglie Fran vengono a mutare con una serata; che l’incontro col «bambino brutto» di Bud e Olla ha smosso qualcosa, ha provocato uno scarto minimo nell’esistenza dei due, scarto che ha portato a cambiare le cose e a «tutta quella storia» (non detta).

E poi c’è il disincanto di una frase potente come «quando è successo era come se stesse succedendo ad altri»: accettazione del cambiamento nella prima parte, disincanto nella seconda. Una frase e il mondo cambia; una frase e niente è più come prima. E non importa quale sia questo cambiamento, avverrà ma non è rilevante per il lettore. Non importa neanche quale sia la condizione di partenza dei protagonisti, è avvenuto ma è anch’esso non rilevante per il lettore. È di rilievo piuttosto che un evento attuale, stavolta non rilevante per il protagonista, viene a essere la chiave di volta, l’inizio del cambiamento, il ponte fra il passato e il futuro; e questo evento, invece, che Carver ritiene rilevante per il lettore.

Qualcosa di simile accade in “Febbre”. Per qualche motivo Eileen, la moglie di Carlyle, se n’è andata di casa lasciando il marito con i due figli. Tutta la storia ruota intorno agli sforzi di Carlyle di trovare una baby-sitter e di destreggiarsi fra loro, il lavoro, una sua collega per cui l’uomo prova un’attrazione e l’amore non sopito verso la moglie. Poi all’uomo viene una banale febbre, e gli accade di passare un giorno intero dentro casa insieme alla signora Webster, l’attuale baby-sistter/domestica. Trenta pagine scorrono così, niente accade di rilevante fino all’ultima pagina, quando

La signora Webster [andandosene dalla casa dell’uomo] si girò verso Carlyle e lo salutò con la mano. Fu allora, in piedi alla finestra, che lui sentì che qualcosa era arrivato alla fine. Qualcosa che aveva a che fare con Eileen e la vita prima di allora. L’aveva mai salutata con la mano? Naturalmente doveva averlo fatto, qualche volta, anzi senz’altro, però ora non se lo ricordava proprio. Ma si rese conto che ormai tra loro era finita e si sentì in grado di lasciarla andare.

E dunque le trenta pagine precedenti – tutte le telefonate deliranti di Eileen, la storia delle due precedenti baby-sitter, le preoccupazioni per il lavoro – si dissolvono così, in qualcosa che non è spiegabile ma che accade, prima o poi. Un segno del cambiamento, più che il cambiamento stesso.

Quella inutile, fastidiosa macchia sul muro

È come se, durante un trasloco importante, magari in un altro Stato per questioni di lavoro, ci si concentrasse sulla macchia di muffa presente dietro un quadro appena staccato. La macchia è lì, ci fissa, e ci viene alla mente di quella volta che comprammo il quadro per coprire la macchia appena giunti dentro la nuova casa, e di quel piccolo bisticcio avuto col nostro partner per la scelta del quadro (noi volevamo un dipinto di Van Gogh, il partner un’immagine bucolica). Il trasloco è imminente, la nostra vita sta per cambiare in qualche modo, il rapporto col nostro partner è qualcosa di diverso – di irriconoscibile – rispetto a vent’anni fa, eppure ciò che attira la nostra attenzione è quella macchiolina lì sul muro. Simbolo di un cambiamento avvenuto e che sta per avvenire, ma che non c’è ancora.

Eppure, tutto ruota intorno al dettaglio della macchia.

Ecco, questa è la potenza incontenibile di Raymond Carver.

(Ci sarebbe in effetti da soffermarsi sul racconto che dà il titolo alla raccolta – e che nelle ultime due pagine è stato in grado di tirarmi fuori delle lacrime, cosa che non mi accadeva da anni leggendo un libro –, ma sarebbe decisamente poco carveriano, no?)

Addio alla scrittrice Harper Lee

Si è spenta ieri 19 febbraio, all’età di 89 anni, la scrittrice statunitense Harper Lee, autrice del notissimo romanzo Il buio oltre la siepe, premio Pulitzer nel 1961 nonché best seller (40 milioni di copie vendute), da cui è stato tratto l’altrettanto noto film omonimo con Gregory Peck, premiato con tre Oscar.

Nelle Harper Lee nasce in Alabama, dopo il Diploma, nel 1944, frequenta il College femminile Huntingdon di Montgomery; successivamente si trasferisce alla “University of Alabama”, dove partecipa a una associazione femminile universitaria. Qui Harper Lee contribuisce al giornale della scuola divenendo direttrice della sua rivista umoristica <<Rammer Jammer>>. Nel 1948 si reca alla Oxford University in Inghilterra. L’anno successivo riprende gli studi di Legge accantonati per un po’ a vantaggio della scrittura, ma li abbandona dopo il primo semestre e si trasferisce a New York per seguire totalmente e fino in fondo i suoi sogni di scrittrice. A New York Harper Lee si riunisce al suo vecchio amico d’infanzia Truman Capote, talento emergente della letteratura del tempo; qualche anno dopo scrive una storia ambientata in una cittadina dell’Alabama, che diventerà il suo capolavoro: To Kill a Mockingbird, Il buio oltre la siepe, pubblicato nel 1960. 

Harper Lee e Truman Capote

In questo periodo la scrittrice aiuta l’amico e collega Truman Capote in un reportage commissionatogli dal <<New Yorker>>, riguardo l’impatto dell’omicidio di quattro membri della famiglia Clutter sulla piccola comunità agricola del Kansas dove abitavano. Nel ruolo di assistente di Capote, Lee collabora nelle interviste, vincendo la diffidenza di alcuni degli abitanti del luogo grazie ai suoi modi cordiali e per nulla invadenti. Durante soggiorno dei due scrittori nel Kansas, i sospetti assassini dei Clutter, vengono catturati e interrogati. Lee e Capote intervistano due accusati dell’eccidio, nel 1960; dopo un po’ di tempo tornano a New York dove iniziano a lavorare rispettivamente lei alle bozze del suo primo romanzo, lui alla stesura del romanzo-verità In Cold Blood, A sangue freddo.

Nel 2007 Harper Lee è stata premiata dal Presidente George W.Bush con la più alta onorificenza civile statunitense, la Medaglia presidenziale della libertà, per Il buio oltre la siepe. Il 14 luglio 2015 è uscito, con una tiratura iniziale di 2 milioni di copie, il suo secondo romanzo Va’, metti una sentinella, sequel de Il buio oltre la siepe ambientato vent’anni dopo.

Il perché del successo de Il buio oltre la siepe

Ma perché Il buio oltre le siepe è stato un grande successo cui inevitabilmente si è legato il nome di Harper Lee? In effetti il potente romanzo è intriso di buonismo e ripetizioni che rendono la lettura spesso noiosa ma affronta con grande umanità e delicatezza un tema spinoso per l’epoca, ma sempre attuale: quello del problema razziale durante gli anni della Grande Depressione, offrendoci uno spaccato del profondo Sud degli USA degli anni ’30, descrivendone la sonnolenta provincia attraverso gli occhi di una bambina. ll titolo in lingua italiana è una metafora ripresa da uno dei passi del libro in cui si parla di Boo Radley, il vicino di casa dell’avvocato Finch, che i figli Jem e Scout non hanno mai visto e di cui hanno paura solo perché non conoscono: oltre la siepe che separa la casa dei Radley dalla strada c’è l’ignoto; Il “buio oltre la siepe” rappresenta l’ignoto e la paura che dà vita al pregiudizio.

“Il tallone di ferro”: la società distopica di Jack London

“Fece una pausa e mi guardò, a lungo, poi aggiunse: “L’evoluzione sociale è troppo lenta, non trovi, mia cara?”. Lo circondai con le mie braccia; la sua testa mi si posò sul cuore. “Cullami”, mormorò come un bambino viziato, “vorrei dimenticare questa mia visione dell’avvenire“. (Da Il tallone di ferro)

L’universo distopico letterario è ricco e variegato, con molteplici sfumature di temi e argomenti: è forse impossibile tracciarne una galassia dettagliata, ma si può partire da quelli che a ragione sono ritenuti i capostipite di questo genere. Uno di questi è senza dubbio il fantapolitico Il tallone di ferro (The Iron Heel) di Jack London (La crociera del Saetta, La figlia delle nevi, Il richiamo della foresta, Zanna Bianca, La Valle della Luna), pubblicato nel 1908.

Il tema sviluppato in questa narrazione distopica è legato al concetto di società capitalista, rivoluzione proletaria, potere di pochi e rivoluzione delle masse e London traccia infatti un appassionante scenario dominato dalle lotte tra potere oligarchico e lavoratori, lotte sanguinose che coinvolgono pian piano tutto il mondo, fino a gettarlo nel caos. La storia de Il tallone di ferro è narrata da Avis, figlia di un curioso docente universitario che è solito riunire  a casa sua periodicamente varie personaggi, scatenando dibattiti ferventi su politica e economia. In uno di questi salotti Avis conosce Ernest Everhard, un giovane pensatore socialista.

Avis si innamora presto del giovane, attratta dalla sua verve politica e dal suo fascino ribelle: “Che fosse il mio amore per Ernest a far di me una rivoluzionaria, o la chiara visione da lui offertami della società in cui vivevo, non saprei dire. Ma rivoluzionaria divenni, e fui travolta da un turbine di avvenimenti che appena tre mesi prima mi sarebbero sembrati impossibili. La crisi del mio destino coincise con grandi crisi sociali.”

Avis infatti diventa ben presto desiderosa di intraprendere un cammino per conoscere la verità del mondo, offuscatagli fino a quel momento dagli stantii studi universitari; fa la conoscenza di Jackson: un operaio delle filande rimasto mutilato in seguito a un incidente sul lavoro e mai più risarcito a causa di vari cavilli burocratici. Da questo incontro ne rimane profondamente segnata: “Ma che tutta la nostra società fosse fondata sul sangue, mi sembrava mostruoso, impossibile. E tuttavia c’era Jackson, e non potevo cancellarlo. Il mio pensiero ritornava continuamente a lui, come la calamita verso il polo. Era stato trattato in modo abominevole. Non gli avevano pagato il suo sangue onde ricavarne un più grosso interesse

Intanto il suo amore per Ernest cresce sempre di più, visto che continua a frequentare i salotti che suo padre indiceva. Nei i suoi accalorati discorsi Ernest si scaglia contro la chiesa, la stampa, l’esercito e mette alle strette gli altri ospiti, per lo più grandi produttori industriali, con una impeccabile dialettica dominata da un senso di razionalità, coscienza e conoscenza di leggi e procedimenti. Ernest arriva anche a dimostrare matematicamente, davanti a un consesso di uomini d’affari, l’inevitabile, a suo dire, crollo del sistema capitalistico: “Quando ogni paese si troverà in possesso di beni in eccedenza inconsumabili e invendibili, il sistema capitalistico crollerà sotto l’enorme peso dei profitti che ha accumulato, e quel giorno non ci sarà nessuna distruzione di macchine, bensì la lotta per il loro impossessamento. Se il lavoro ne uscirà vincitore, il vostro cammino sarà facile. Gli Stati Uniti, anzi il mondo intero entreranno in un’era nuova e prodigiosa”

In seguito la narrazione smette i panni quasi tipici del trattato filosofico e inizia a tingersi dei tratti dei grandi kolossal d’avventure, con scenari apocalittici e cupi. Iniziano quindi  le crisi industriali negli Stati Uniti: scioperi di lavoratori, valori di borsa che crollano, le Centurie Nere che iniziano a spargere sangue per sedare le rivolte: è solo l’inizio.
Ernest viene eletto al Congresso, subentra l’esproprio dei piccoli agricoltori: “La crisi nazionale aveva provocato un’enorme riduzione dei consumi. I lavoratori, disoccupati, senza denaro, non facevano acquisti. Di conseguenza, la plutocrazia si trovò così a disporre come mai prima di allora, di un’eccedenza di beni.”

Allora si inizia a delineare la vera battaglia: i tedeschi si dicono disposti ad andare al fianco degli americani in questa loro lotta proletaria contro l’oligarchia. Viene indetto lo sciopero generale per una settimana: rivoluzioni e sommosse, l’esercito tedesco bombarda gli Stati Uniti: “La novità di quello stato di cose stava nella passività della loro rivolta. Non si battevano; non facevano nulla, e la loro inerzia legava le mani al loro Kaiser, il quale cercava solo un pretesto per sguinzagliare i suoi mastini e dare addosso al proletariato ribelle; ma il pretesto non venne mai. Non poté né mobilitare l’esercito per la guerra contro lo straniero, né scatenare la guerra civile per punire i suoi sudditi recalcitranti. Non una ruota del meccanismo del suo impero si muoveva, i treni non viaggiavano e i telegrammi non erano trasmessi perché i telegrafisti e i ferrovieri sostenevano lo sciopero, come il resto della cittadinanza. Gli Stati Uniti erano paralizzati. Nessuno sapeva ciò che accadeva: non c’erano più né giornali né posta, né telegrammi.” Dopo questa tremenda settimana tutto ricomincia ad assestarsi e i governi di Germania e Stati Uniti si stringono in alleanza per poter affrontare il comune nemico: il proletariato rivoluzionario dei due Paesi.

Di li a poco la svolta. I giornali annunciano un aumento di salario senza precedenti e, nello stesso tempo, una riduzione delle ore lavorative per i dipendenti delle ferrovie, i lavoratori del ferro e dell’acciaio, i metalmeccanici e i macchinisti. Sono privilegi atti a creare divisioni tra i lavoratori. Nascono quindi lavoratori privilegiati, sindacati privilegiati e ogni appartenente a uno di questi poteva dotarsi di armi per la difesa, visto che erano osteggiati dal resto della popolazione. Tumulti e violenze aumentano. Dai sindacati nascono delle vere e proprie caste di lavoratori privilegiati e alla maggioranza sono tolti vari diritti, come l’educazione scolastica. In tutto il resto del mondo rivolte e sommosse, organizzazioni segrete di lavoratori contro gli oligarchi: l’America settentrionale era invece sotto lo scacco del Tallone di Ferro, l’oligarchia che non poteva essere messa in discussione. Altre rivolte si susseguono, quella degli agricoltori, quella dei minatori: tutte sedate nel sangue dalle milizie.

Durante una seduta del Congresso viene lanciata una bomba (probabilmente stesso dagli esponenti oligarchi) e gli esponenti socialisti vengono incarcerati, ma Ernest, il leader, a sorpresa, non viene giustiziato. Anche Avis viene catturata, ma riuscirà a fuggire e a ritrovarsi con il suo amore Ernest in un rifugio sulle montagne. Ma intanto dove era arrivata l’oligarchia? “La condizione del popolo nell’abisso era pietosa. La scuola comune non esisteva più; viveva come bestie in grandi e squallidi ghetti operai, marciva nella miseria e nel degrado. Tutte le antiche libertà erano state abolite. A questi schiavi del lavoro era negata persino la scelta del lavoro

La rivoluzione dunque (solo la prima, a detta di Avis e Ernest) ha inizio: ma ha i caratteri del massacro, della lotta senza quartiere e della sonora sconfitta per i ribelli, nonostante “il popolo dell’abisso” fosse dominato dall’ardente desiderio di vendetta.

La narrazione si interrompe bruscamente. Una nota a piè pagina informa appunto che il racconto “S’interrompe bruscamente, a metà d’una frase. Avis dovette essere avvisata dell’arrivo dei Mercenari, perché fece in tempo a mettere in salvo il manoscritto prima di scappare o di essere fatta prigioniera.” L’espediente è quindi uno dei più classici e funziona molto bene: la narrazione è un crescendo di pathos e emozioni, nonostante un inizio molto teorico, con il riportare dei numerosi discorsi che Ernest compie nei salotti del padre di Avis.

Il tallone di ferro è una storia d’amore, una storia di una crisi personale e di un intero sistema sociale: queste tre situazioni si intrecciano nel romanzo di London che è abile a far intravedere un futuro cupo e senza via d’uscita, ma allo stesso tempo a mostrarsi quasi fiducioso nelle capacità dell’uomo, lasciando sospesa la chiusura della storia. Il futuro in fin dei conti deve ancora essere scritto e per quanto ci si possa spingere nell’elaborare congetture, questo dipende sempre e solo dalle azioni che mettiamo in campo: proprio come Ernest Everhard, il leader di una rivoluzione mondiale (forse) fallita.

I tratti geniali della narrazione di London ne Il tallone di ferro sono conditi da un grande senso storico e filosofico: l’impressione è quella di non avere a che fare con un’opera fantascientifica, ma anzi molto razionale e realistica. Le ambizioni dell’uomo portate all’estremo, spinte al punto più alto per poi precipitare rovinosamente in un turbine di sangue, rivolte, guerre e macchinazioni strategiche. Se questo romanzo è stato considerato la prima delle distopie moderne, a ragione si può ben dire che molte successive produzioni hanno trovato spunto da questo sorprendente autore.

 

 

 

“Le coincidenze dell’amore”, di C. Hoover

“Una delle cose che mi piace di più dei libri è la capacità di definire e condensare larghe porzioni della vita di un personaggio in un solo capitolo. È intrigante, perché nella vita vera non si può fare. Non puoi semplicemente chiudere un capitolo e saltare le cose che non ti va di rivivere e passare a un momento che ti piace di più. La vita non è divisa in capitoli… è divisa in minuti. Gli eventi sono assemblati insieme, minuto dopo minuto, senza tagli temporali o pagine bianche o salti, perché non importa cosa accade, la vita semplicemente succede e continua ad andare avanti e le parole fluiscono e le verità continuano a scaturire che ti piacciano o no, e nulla ti lascia mai un accidente di attimo di pausa per riprendere fiato”.

Le coincidenze dell’amore (Leggere Editore, 2013) è il secondo romanzo di Collen Hoover, dopo il successo di Tutto ciò che sappiamo dell’amore; una storia che non sembra deludere le aspettative di chi ama il genere Young Adult e soprattutto la prosa dolce e coinvolgente della Hoover. La narrazione comincia con il più classico dei cliché adolescenziali: una ragazza schiva e prevenuta nei confronti degli uomini che si innamora del cosiddetto ‘cattivo ragazzo di turno’, avvicinatosi a lei per farsi conoscere sotto un altro aspetto, più intimo e profondo, che si scontra con la prima idea che il personaggio tende a ispirare nel lettore. La protagonista è Sky, una ragazza atipica, che non ha mai frequentato una scuola pubblica, non possiede un telefono cellulare e ha sempre vissuto sotto la bolla protettiva della sua madre adottiva, dopo l’abbandono del padre biologico. Al primo giorno di scuola (ennesimo cliché che non può non farci pensare alla saga di Twilight) incontra davanti a un supermercato un giovane che prova ad avvicinarla con la più banale delle scuse. Lei se ne sente da subitoattratta, e così svolge alcune ricerche su di lui,chiedendoalla sua migliore amica. Scoprirà che il nome di quel ragazzo è Holder e che ha fama di essere un soggetto violento,tanto da aver passato l’ultimo anno della sua vita in riformatorio. Holder ha perso sua sorella solo poco tempo prima, suicidatasi per overdose intenzionale, e il non averla saputa aiutare, quando avrebbe potuto, è un pensiero che continua a tormentarlo. Ecco un brano in cui Holder manifesta il suo tormento interiore:

“Ogni gesto, ogni parola, tutto mi ricorda Les. E ogni volta che mi ricordo di Les, ripenso anche a Hope, mi ricordo di come io abbia deluso entrambe. È come se, quel giorno in cui unii i loro nomi per prenderle in giro, avessi segnato il mio destino. Hope e Les. Hopeless: senza speranza. Ed è proprio così che mi sento: senza nessuna fottuta speranza”.

Dopo aver letto poche pagine di questo romanzo sembra già di averlo letto per intero, immaginando con grande precisione lo svolgimento della trama e la sua conclusione. Ma ci può ricredere: la storia è ricchissima di colpi di scena e la trama tratta temi come la violenza sessuale, i drammi psicologici successivi all’abbandono di un genitore, il suicidio, l’abuso di droghe. Non è comune come si crede saper suscitare nel lettore un paradigma di emozioni molto diverse fra loro, e tutte intense allo stesso modo: dalla diffidenza all’amore, dall’angoscia al sollievo, dal senso di impotenza al coraggio di ricominciare, con una punta di ironia che di certo non guasta. L’unica pecca è costituita dalla forma utilizzata per la narrazione: capitoli troppo brevi e stile eccessivamente colloquiale, agevolato dall’uso del presente. Ma i pregi restano di gran lunga maggiori, soprattutto la caratterizzazione dei personaggi.

Nessuno è in realtà come appare all’inizio, tutti hanno degli oscuri segreti nel loro passato, e quando il lettore a poco a poco li scopre e impara a conoscere i protagonisti per ciò che davvero sono non può che amarli ancora di più; soprattutto Karen, la madre di Sky, che da fastidiosa hippy intollerante alla tecnologia si rivela una donna con un passato molto sofferto alle spalle, una mamma-chioccia che ha come unica preoccupazione proteggere Sky dal padre biologico, ma soprattutto dai suoi ricordi. La scrittrice statunitense, cavalcando il successo del suo secondo libro, ha pubblicato anche Le sintonie dell’amore (Leggere Editore, 2014), ovvero la versione del libro dal punto di vista di Holder, come narratore in prima persona.

La figlia del matematico, di L. Kinsale

Considerato il capolavoro della scrittrice statunitense Laura Kinsale e definito da Glamour “una delle Love Story più amate dalle autrici di tutto il mondo”, (Best seller Mondadori, 2007) è un romance storico atipico, che elude lo stereotipo dell’amore romantico fra un uomo, dal carattere forte e autoritario, e una donna, possibilmente restia a concedersi alle attenzioni del protagonista, indipendente e carismatica.

Il protagonista maschile de La figlia del matematico è il duca di Jervaulx, un ricco e arrogante seduttore che si trova, invece, improvvisamente e tragicamente, a perdere la capacità di parlare e di comunicare con gli altri, vittima probabilmente di un ictus, e nelle condizioni di non avere più il controllo di nulla.  Viene rinchiuso in un manicomio di lusso, solo per componenti indesiderati di ricche famiglie inglesi, nell’attesa che venga riconosciuta ufficialmente e legalmente la sua ‘follia’ e perda ogni diritto sul suo patrimonio. La protagonista è Maddy, o Tatamaddy come il padre si diverte a chiamarla (soprannome odioso che viene ripetuto fino alla nausea nella narrazione), una quacchera abituata al Semplice Parlare e al Semplice Vestire, che per religione non riconosce differenze di classe e da del tu a tutti. Maddy si ritrova a lavorare nel manicomio del cugino e prenderà a cuore il caso di Jervaulx, considerandolo un Incarico celeste, dato il legame che un tempo l’uomo aveva con suo padre, entrambi geni della matematica e facenti parte di un circolo di studiosi.

Jervaulx è quindi alla mercé di Maddy, totalmente nelle sue mani, unica fra tutti che riesce a comunicare, in qualche modo, con lui e a vederlo come un uomo da aiutare e non un folle da rinchiudere per sempre. Il protagonista maschile è vulnerabile e Maddy ha una posizione di forza nei suoi confronti, ma ben presto il loro rapporto cambierà. Resta sempre l’interrogativo: due persone così diverse si sarebbero mai avvicinate l’una all’altra se non fossero stati trascinati dalle circostanze? Il vecchio Jervaulx non avrebbe mai sposato una quacchera, puritana e di rigidi ideali, e lei non avrebbe mai provato simpatia per un duca libertino, “uomo malvagio” lei lo chiama più volte (altro soprannome fastidioso, che stona totalmente con il resto della narrazione) solo perché con lui si sente diversa e preda di desideri che non aveva mai avuto, tralasciando quello carnale si sente bisognosa di ‘vita’ come mai prima, è affascinata dagli abiti colorati (preclusi a una quacchera), dall’arte (nessun quadro può essere appeso alle pareti di una casa quacchera) e dalla compagnia della ‘gente del mondo’ (chiamati così tutti i non-quaccheri). Il passo decisivo per uscire da questa ‘setta’ lo compie sposando Jervaulx e venendo bandita dalla sua comunità. Maddy risulta, nella narrazione, dapprincipio dolce e amorevole, nell’occuparsi del duca e nell’impegnarsi nella sua riabilitazione, andando oltre l’ignoranza dell’epoca che lo vedeva come un pazzo senza speranza, scambiando un problema medico curabile con una punizione del cielo per i suoi peccati carnali, poi sempre più petulante e moralista, dando la colpa al marito di ogni passo che lei stessa sceglie di compiere in direzione contraria alla sua religione. Il suo personaggio migliora solo sul finale, quando ammette che non ci può essere nulla di ‘sporco’ nell’amore e che pur non essendo più ben accetta tra la sua gente può continuare a fare del bene al prossimo e seguire ciò che i suoi principi le suggeriscono di fare.

Al contrario, Jervaulx all’inizio viene presentato come il più classico dei libertini, non proprio l’eroe romantico che ci aspetteremmo, ma alla fine, grazie anche al suo legame e alla necessità che sembra avere di Maddy, stimola una tenerezza che fa quasi commuovere, e con l’aiuto della moglie riesce a riottenere tutto quello che gli spetta di diritto, prima fra tutto: la dignità. È dunque una grande forza di volontà che si respira nel romanzo, della serie ‘volere è potere’, e ‘grazie all’amore nulla è impossibile’. Molto curata anche la ricostruzione storica, soprattutto medica, dell’epoca, soffermandosi sui presunti metodi di cura, basati in gran parte sulla violenza, che venivano imposti ai malati. Rimane un po’ fastidioso nella lettura l’espediente che la Kinsale utilizza per farci capire appieno la difficoltà che Jervaulx ha nel comunicare, come dimostra ad esempio questo passaggio:

“Pensi … no?” le chiese Christian. “Pensi che sei una dolce timida quacchera?” La risata scomposta che ebbe nel dire questo salì fino alle travi del soffitto. “Ostinata … egoista … bugiarda caparbia per orgoglio! Non farò riverenze al re, dannazione! Entrare nella cella di un pazzo … a testa alta … senza paura … avrei potuto ucciderti, Maddy. Ucciderti cento volte.”
“Era un Incarico” sussurrò lei.
“Era … tu” replicò Christian. “Duchessa. Tu… mi hai tolto di là. Tu hai sposato… duca. Tu hai detto… niente cipria ai domestici.” Indicò il pavimento. “Dimmi ora… in ginocchio, lo farò. Il dono del Diavolo.” Incurvò le labbra. “Non perle, fiori… abiti da sera. Qualcosa di impuro in verità. Ti dono… egoista arrogante bastardo… quello che sono, e tutto quello che posso. Ti dono… mia figlia… perché la terrò… perché rovinerò il suo nome per far piacere a me… perché solo tu… solo tu, duchessa… capisci perché lo faccio. Perché solo tu … puoi insegnarle abbastanza coraggio… insegnarle a non curarsi… il disprezzo… quello che dicono. Solo tu… insegnarle a essere come te. Una duchessa.”

 

La Kinsale sottolinea la difficoltà del protagonista di esprimersi con periodi spesso spezzati e improvvisi voli pindarici, che trasmettono bene il senso di impotenza ma disturbano il più delle volte la mente del lettore nel corso della narrazione. Rimane comunque una scelta ben studiata ed efficace, nonostante quanto detto.La figlia del matematico si presenta, infine, come un romanzo storico che nel bene e nel male si fa ricordare, lascia il segno in quel mare di romance che spesso si appigliano solo a stereotipi e non a molto altro.