‘Il cuore e la tenebra’, il nuovo romanzo sul trionfo della forza di volontà, di Giuseppe Culicchia

Il cuore e la tenebra è l’ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia. Un romanzo del tutto differente dai suoi precedenti. Un testo corposo, che induce alla riflessione intrinsecamente difficile e complicata. Apre scenari e domande di grande spessore narrativo. Nulla può rendere meglio l’idea di questo testo, se non le parole stesse dell’autore in una nota a calce:

“Il cuore e la tenebra è la storia di un uomo che, non tollerando più il suo presente e non vedendo più alcun futuro, sceglie di rifugiarsi nel passato. Ma non in un passato per così dire di comodo. (…) no: lui sceglie il cuore di tenebra dell’Europa. Da artista e uomo di spettacolo, resta affascinato dallo “spettacolo”messo in scena da Hitler. Vedi Joseph Conrad in Cuore di tenebra. (…) Incapace di liberarsi dal senso di colpa che lo attanaglia dopo aver distrutto la sua famiglia, Federico Rallo si fa carico di una colpa ancora più grande. E’ il suo modo di chiedere perdono.”

Giulio, trent’anni superati da poco, viene raggiunto dalla notizia della morte del padre. Famoso direttore d’orchestra, si era trasferito anni prima a Berlino, dove era stato nominato direttore della Filarmonica. Ossessionato dall’esecuzione della Nona Sinfonia diretta da Furtwängler nel 1942 per il compleanno di Hitler, aveva costretto l’orchestra a migliaia di prove estenuanti per ripeterla identica. La rivolta dei musicisti e l’accusa di nazismo che ne era seguita avevano troncato la sua carriera. Sullo sfondo di una Berlino in costante mutazione, Giulio intraprende il suo viaggio per raccogliere i pezzi della vita di quel padre scomparso improvvisamente e che aveva visto così poco dopo che aveva lasciato la madre e lui e suo fratello ancora bambini. Tocca a Giulio occuparsi di tutto e, nell’appartamento berlinese, tra gli oggetti, i libri e i file personali, quella che piano piano prende forma davanti ai suoi occhi è una nuova immagine del padre, una nuova storia.

Per il protagonista del romanzo vive un travaglio incomprensibile, una dispersione nel nulla che non comprende e che lo sconvolge. Si rende conto di non aver mai conosciuto a fondo il proprio padre; è smarrito e quando apre il suo computer si trova davanti a file terribili:
“Apro il Mac .Lo schermo si illumina. Sullo schermo, tutto nero, leggo una frase: WIR KAPITULIEREN NICHT, NIEMALS. Noi non capitoleremo, mai. Poi ai quattro angoli dello schermo, quattro cartelle. La prima è intitolata NAZI. La seconda WORK. La terza FUN. La quarta KINDER. Ovvero …. BAMBINI. Oh mio dio. Vengo attraversato da un pensiero terribile”.

Una discesa negli inferi per comprendere. O forse no. Infatti:
“Fu quello l’istante in cui l’incanto del mondo si spezzò. (…) E come se continuando a leggere ciò che hai scritto mi inoltrassi nel tuo cuore di tenebra.”

Culicchia abbandona in parte l’ironia che l’ha sempre contraddistinto, ma ci guadagna in profondità. Il cuore e la tenebra è un’indagine sulla forza di volontà e il suo trionfo, sulla finitezza dell’essere umano, dentro i segreti di un padre che si rivela uno sconosciuto, è una storia d’amore (e odio) tra due generazioni, fa commuovere e fa sorridere, perché è davvero un romanzo pieno di cuore e, in un certo senso, anche di tenebra.

 

Fonte: https://www.qlibri.it/narrativa-italiana/romanzi/il-cuore-e-la-tenebra/

“La resistenza del maschio”, di Elisabetta Bucciarelli

La resistenza del maschio (NN editore, 2016) della scrittrice e autrice teatrale milanese Elisabetta Bucciarelli (Corpi di scarto, Dritto al cuore, L’etica del parcheggio abusivo) è un romanzo frammentato: da una parte abbiamo la storia di un Uomo e del naufragio del suo matrimonio con la Donna; dall’altra ci sono le vicende di una ragazza, di una femmina e di una donna.

Le due storie sono separate temporalmente, spazialmente e stilisticamente ma, al contempo, intimamente legate, seppure gli indizi di questo legame siano labili e lascino spazio a dubbi.

La resistenza del maschio: la vita dell’Uomo, la vita della Donna

L’Uomo – il cui nome non viene mai fatto, perché il nome non è mai importante quando il singolo rappresenta una collettività, o meglio, come in questo caso, una categoria di persone – ha una vita fatta di ruoli: è un Lavoratore, ossia un professore universitario; è un Marito, sposato con la Donna Marta; è un Maschio, alla ricerca della Femmina Effe; è un Amico. L’unico ruolo che manca a quest’uomo è quello che la società occidentale generalmente impone come naturale prosecuzione della catena nascita → crescita → accoppiamento → riproduzione: il ruolo del Padre.

L’Uomo non vuole figli, la Donna invece sì. Intorno a questa scelta fondamentale nella vita umana, e così scontata, così banale fino a qualche decennio fa, ruota il dramma che si va profilando nella Resistenza del maschio: la Donna/Moglie/Madre-in-volontà (o almeno Madre-in-potenza) tenta in tutti i modi di sfondare le resistenze dell’Uomo/Marito/Padre-in-nolontà, senza riuscirvi. Intorno a questa dicotomia volontà/nolontà si svolge il gioco dei ruoli e, al contempo, la lotta dei sessi: da una parte chi vede nel figlio (anzi: nel Figlio) il compimento della Vita; dall’altra chi riesce a trovare nell’esistenza così com’è, scevra di una progenie, il senso ultimo della Vita stessa. In questo scambio di battute è esemplificata tutto questo:

«Cos’è successo stanotte?» gli chiede la Moglie.
«Ti è piaciuto?» domanda lui.
«Vedi» continua la Moglie, cercando il pacchetto di sigarette «stanotte sarebbe stato un concepimento perfetto, magari è successo, chi può dirlo».
«Stanotte è stato bello anche se non è avvenuto alcun concepimento» risponde lui. «Non riesci mai a vedere le cose positive che succedono. Dovremmo imparare a stare di più nelle cose positive».

E non a caso ne La resistenza del maschio viene addirittura tirato in ballo Nietzsche (un altro uomo che ha resistito, a suo tempo, alle pressioni familiari e sociali che riguardavano la paternità) quando viene affermato che “ciò che è decisivo si compie nonostante tutto” (questa frase si trova in Ecce Homo, nella sezione dedicata a Così parlò Zarathustra). E decisivo, nella vita dell’Uomo di Bucciarelli, è che la nascita del figlio non si compia.

Tuttavia questa scelta di non voler avere una prole non è da vedersi come un atto di puro egoismo, ossia un atto di egoismo verso la specie, bensì un atto di negazione solo verso la Donna/Moglie/Madre-in-volontà: l’Uomo, sebbene non voglia figli, e arrivi a un certo punto addirittura a ricorrere alla vasectomia per evitare problemi, più di una volta ha donato sperma alla banca del seme gestita dall’Amico, così da realizzare, almeno in potenza, il desiderio di altre Donne (fra parentesi, è proprio la scoperta di queste donazioni a far esplodere, e non solo scoperchiare, il vaso di Pandora e a portare verso l’epilogo la relazione fra Uomo e Donna).

Si possono avere opinioni su diverse cose in una coppia senza che la coppia stessa vada a frantumarsi; ma su una questione così fondamentale come la filiazione, se non c’è incontro la coppia è destinata a frantumarsi. E così accade nella Resistenza del maschio.

 

La lotta della femmina, la resistenza del maschio

Il secondo quadro si svolge in uno studio medico in cui lavorano un dermatologo, un ginecologo e uno psicologo. Ma i medici non si fanno vedere per diversi motivi, e l’attesa diventa spunto per una discussione a tre che ha al centro la figura del maschio; un maschio che non è più Uomo, non più simbolo universale del genere maschile, ma è proprio quel singolo essere umano. Qui  infatti compaiono i nomi propri delle tre donne: Marta, Silvia e Chiara.

Ci vuole un po’ a capire che rapporti ci siano fra queste tre donne, ma col tempo, e con sottilissimi indizi, Bucciarelli ci porta a capire che Marta è proprio la Moglie dell’Uomo di cui prima che oggi, in questo futuro imprecisato rispetto all’altra storia, è ricorsa alla fecondazione assistita per diventare Madre (non più Madre-in-potenza ma Madre-in-atto). E l’ha fatto andando nello studio di quell’Amico che, nell’altra storia, ha aiutato il Marito con la vasectomia. Sorge addirittura il dubbio, mai però confermato, che il seme che Marta riceve possa essere proprio quello del marito.

La seconda donna è Chiara, sposata, con un figlio (è proprio lei a spiegare a Marta cosa voglia dire fare un figlio: «Essere capace di stare ferma dietro a una porta chiusa», riferendosi al fatto che il figlio, venuto a trovarla allo studio, resta bloccato dietro la porta a causa di un blackout). E nonostante una vita apparentemente felice (quella desiderata da Marta), Chiara intrattiene una relazione con un altro uomo: una relazione sfuggente, fatta di indizi, insinuazioni, messaggi, una sorta di amore platonico (o, usando una terminologia più contemporanea, un amore di tipo sapiosessuale, fondato sul desiderio intellettuale). Marta e Chiara però non sanno (non possono sapere) che l’uomo a cui sono legate con un filo rosso è lo stesso:

«Come si chiama il tuo cavaliere errante?».
[…]
«Emme, lo chiamo con la sua iniziale».
[…]
«Anche il mio ex comincia per Emme» dice Marta, prima di lasciare la sala d’attesa «ma la mia è tutta un’altra storia».

C’è infine Silvia, e anche lei è “incastrata” in una relazione sfuggente. Ma lei, a differenza di Marta, non è sposata; lei, a differenza di Chiara, non ha figli. Silvia è libera ufficialmente, legata solo da un amore che non la soddisfa perché troppo evanescente. E l’insoddisfazione per questa storia nasce dalle premesse. Dice infatti Silvia, proprio all’inizio del romanzo: «A me succede così, se uno è bravo io lo voglio. Stima, fascino non c’entrano: deve essere capace, saper fare le cose. Lui è diventato un ossessione. Non so riesco a spiegarmi».

Anche qui viene il dubbio che il maschio che sta dietro a tutto sia lo stesso, e che Bucciarelli abbia messo in scena, in un possibile e beckettiano teatro dell’assurdo, una situazione paradossale in cui tre donne si ritrovano bloccate nello stesso clautrofobico spazio-tempo a parlare dello stesso maschio/uomo che le ha bloccate nella stessa claustrofobica situazione sentimentale.

Quale che sia la verità su questo specifico elemento narrativo, La resistenza del maschio è un libro che offre delle prospettive allargate sui generi contemporanei. Pur restano nella classica dicotomia uomo/donna, abbiamo dei ruoli capovolti: è qui la femmina nel ruolo di predatrice, a inseguire un maschio che sfugge, che scappa, che resiste a tutti i costi all’inglobamento all’interno di categorie già-date da una società (quella umana) che si fa sempre più liquida e che (mutando semanticamente il senso di questa parola) liquida appunto i ruoli prestabiliti. La Donna non ha più bisogno dell’Uomo per essere Madre; la femmina, nel senso più animale del termine, può essere cacciatrice, e ritrovarsi a “conquistare” in qualche modo il maschio, “costretto” alla fuga per rimanere libero.

L’Uomo, infine, ha rinunciato alla completezza, alla perfezione a tutto tondo. Con grande coraggio oltrepassa l’Uomo dell’Ottocento, si volta appena a guardare quello del Novecento, e afferma: «L’Uomo lo sa, la sua identità è nella mancanza, l’oggetto assente, la ricerca infinita». La resistenza del maschio e dell’uomo inizia da qui, dall’assenza.

10 frasi per amare Italo Calvino

Italo Calvino è stato un uomo che «con la sua immaginazione ha contribuito all’ autocostruzione continua del cosmo. Uno scrittore innovativo, sperimentale (Le Cosmicomiche, Il castello dei destini incrociati), un autore-chiave, necessario per poter comprendere la letteratura del ventesimo secolo. Italo Calvino è stata una delle voci, o forse sarebbe più corretto dire “penne” al contempo più lucide e disincantate della letteratura italiana contemporanea, tentando di sdrammatizzare con il suo carisma unico anchei più importanti contenuti filosofici. Impostosi nel panorama letterario italiano, come il più originale tra i giovani scrittori, in seguito alla pubblicazione della raccolta dei Racconti (1958), e del volume I nostri antenati (1960), che comprende la trilogia di romanzi fantastici-allegorici sull’uomo contemporaneo: Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1957), e Il cavaliere inesistente (1959), nel 1955 approda all’importante Il midollo del leone e traduce Le fiabe Italiane che pubblica nel 1956.

Tra il 1959 e il 1967 dirige, insieme a Vittorini, la rivista culturale letteraria «Il Menabò», in cui pubblica interventi di tipo etico quali Il mare dell’oggettività (1959) e La sfida del labirinto (1962). Nel 1963, anno della Neoavanguardia, pubblica, oltre a Marcovaldo, La giornata di uno scrutatore, con cui si chiude il ciclo apertosi all’incirca un decennio prima.

1.“L’uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita. Arrivare ad non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo.”

2.“Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.”

3.“L’eros è un programma che si svolge nei grovigli elettronici della mente.”

5 “Io penso che il divertimento sia una cosa seria.”

6 “La fantasia è un posto dove ci piove dentro.”

7 “Tutto è già cominciato prima, la prima riga della prima pagina di ogni racconto si riferisce a qualcosa che è già accaduto fuori dal libro.”

8. “La vita d’una persona consiste in un insieme d’avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme.”

9. “La disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella.”

10 “Le imprese che si basano su di una tenacia interiore devono essere mute e oscure; per poco uno le dichiari o se ne glori, tutto appare fatuo, senza senso o addirittura meschino.”

 

 

 

“Final cut”, il marketing dei sentimenti

Final cut. L’amore non resiste (Fandango editore, 2015) è un romanzo di Vins Gallico (Portami rispetto) che è rientrato nella “dozzina” del Premio Strega 2015, piazzandosi però all’ultimo posto dietro XXI secolo di Paolo Zardi (Neo edizioni, 2015).

 

Final cut, ossia “darci un taglio” in amore

Dopo aver ereditato una cospicua somma dalla morte del nonno nel 2008, il protagonista, che resta anonimo per tutto il libro, apre la “Final Cut”, un’agenzia che si occupa di troncare le relazioni d’amore ormai terminate, di fatto sostituendosi in tutto e per tutto a chi si trova nella spiacevole posizione di dover dare spiegazioni e restituire oggetti più o meno simbolici. Dopo un lento avvio, il proprietario della “Final Cut” crea un vero e proprio prezzario, con tanto di tariffe e pacchetti differenziati: il servizio base prevede la semplice restituzione dei beni del “lasciato”; i servizi avanzati comprendono, invece, un “discorso di chiusura” e, nella versione completa, addirittura la possibilità di replica dell’altro.

Il socio unico della società usa i vari casi per studiare approcci di marketing sempre più mirati: ad esempio comprende quasi subito quanto l’empatia sia un elemento di rilievo per la riuscita dell’impresa. È proprio tramite questi casi che arriva a comprendere, lui che sui disastri amorosi ha costruito un business, cosa è andato storto nella sua relazione con Anita, una ragazza (sposata e con figli) che ha segretamente frequentato per anni fino all’inevitabile epilogo.

Delegare il dolore, la sofferenza, le responsabilità

L’agenzia “Final Cut” si occupa di sbrigare le noiose e dolorose pratiche derivanti dalla chiusura di un rapporto. Come il protagonista stesso ammette durante una conversazione con la sua miglior cliente, Mery:

La mia posizione è che uomini e donne oscillano fra presunzione e debolezza. Quando sono in coppia, a volte non reggono le difficoltà per mantenere il rapporto. Così alcuni preferiscono abbattere e ricostruire. Senza capire che è sempre lo stesso gioco. Chi è in coppia vorrebbe tornare a star da solo e vede nel partner un peso, un argine. Poi una volta da solo, non ha più forze“.

Ma la verità è ben più complessa:

Chi si rivolge alla Final Cut non lo fa solo per vigliaccheria, come credevo quando l’ho fondata, ma anche per incapacità a contenere la sofferenza, ad accettarla. Alcuni hanno bisogno di un’eutanasia, altri richiedono l’autopsia sul cadavere della loro storia d’amore“.

In una società consumistica, dove si può speculare su tutto, anche i sentimenti sembrano diventare quindi un oggetto di marketing, su cui fare studi e, soprattutto, affari. Come ogni oggetto in vendita, anche la “delega sentimentale” della “Final Cut” subisce gli alti e i bassi del mercato, e nella fattispecie questo elemento si mischia con l’ipocrisia tipica della società borghese più classica:

Avevo notato nei consuntivi aziendali che si verificava sempre un calo nelle due settimane precedenti al Natale. Probabilmente la gente non vuole trascorrere le festività in solitudine, oppure preferisce posticipare le separazioni a dopo l’Epifania per non rovinarsi o rovinare le ferie. Una simile tendenza a procrastinare l’avevo notata anche nel caso di compleanni o di impegni istituzionali“.

L’immersione del protagonista nello squallido mondo della “Final Cut” e della delega sentimentale lo ha portato ad alienarsi dai sentimenti. Durante tutta la storia non lo si vede mai socializzare ed empatizzare veramente con qualcuno: i clienti restano sempre tali, poiché è deontologicamente corretto essere scostanti, gelidi, aridi. Tutto ciò si nota anche quando Mattia, uno studente di marketing, si propone di studiare la “Final Cut” come progetto per la tesi: a fronte delle reazioni normali del ragazzo davanti al dolore dei clienti, il protagonista resta indifferente, e anzi lo redarguisce severamente, al punto di costringerlo ad allontanarsi definitivamente. Lo spiraglio verso un’umanizzazione del protagonista, dunque, si chiude con un naufragio totale.

È solo tramite la già menzionata Mery che il narratore riesce ad aprirsi un po’, sia verso se stesso sia verso la sua storia con Anita, conclusa solo in apparenza; questo aspetto lo si vede anche nell’uso dei tempi, su cui Gallico fa leva in una sorta di gioco metanarrativo: “Mi domando se Mery sia consapevole della netta separazione che esercita: quando cita Zeno coniuga i verbi al passato, mentre se parla di Nina il tempo torna al presente“.

Allo stesso modo, la storia viene narrata al passato quando si parla di altri clienti o della fondazione di “Final Cut”, mentre si passa al presente quando Mery è al centro della scena; questo a significare, probabilmente, la connessione fra Mery e Anita, ossia fra una cliente che non riesce mai a chiudere una storia d’amore, e la storia d’amore stessa vissuta dal protagonista.

Vins Gallico tratteggia con leggerezza, precisione e una notevole dose di nichilismo una società fortemente abituata a non affrontare le scelte e a non farsi carico delle conseguenze delle proprie azioni. “Final Cut” risulta un ambasciatore dei sentimenti, poiché è molto più semplice pagare qualcuno piuttosto che fare i conti con un viso colmo di dolore, il cui ricordo probabilmente ci perseguiterebbe nei sogni per gli anni a venire.

Gente in Aspromonte: la Calabria di Alvaro

Gente in Aspromonte è una raccolta di racconti dello scrittore calabrese Corrado Alvaro, ed è considerata tra le più alte espressioni della letteratura meridionalistica, esempio di neorealismo novecentesco. Pubblicato per la prima volta a Firenze da Le Monnier nel 1930, è un’opera che racconta la difficile vita dei pastori in Aspromonte, nei primi del Novecento che vivono nelle case costruite di frasche e di fango,  dormono insieme agli animali e vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle.

Gente in Aspromonte: trama, contenuti e stile

L’inizio della vicenda è un’evocazione della vita in Aspromonte, che diviene un tutt’uno con il paesaggio severo, aspro e solenne, con le precarie capanne abitate dai pastori nella stagione invernale, con i pellegrinaggi al Santuario della Madonna di Polsi e le manifestazioni popolari, con i canti accompagnati dal suono della zampogna. Segue poi l’inizio della storia con modi narrativi più spezzati, ma con lo stesso ritmo delle immagini. Protagonista di Gente in Aspromonte è la famiglia del pastore Argirò, che sogna la possibilità di riscattarsi dalla propria miseria, dalla subordinazione ai padroni delle terre e delle mandrie,  e di portare almeno uno dei figli al compimento degli studi. Argirò sottopone sé stesso alle fatiche più aspre, ma una serie di avvenimenti, dalla perdita dei buoi che aveva avuto in custodia dal padrone Mezzatesta, che cadono in un burrone, all’incendio doloso della sua stalla, gli impediscono di raggiungere i suoi obiettivi. A questo punto, il figlio Antonello, matura dentro di sé la coscienza della posizione di sottomissione della sua famiglia e della classe sociale a cui appartiene, e si ribella disperatamente alle ingiustizie che si ripetono ciclicamente: dopo aver sterminato le mandrie del padrone e distribuito la carne ai compaesani, getta il fucile e si consegna ai carabinieri e dice: «Finalmente potrò parlare con la giustizia, che ci è voluto per poterla incontrare, e dirle il fatto mio!».

Il mondo pastorale viene presentato da Alvaro attraverso la poetica trasfigurazione del ricordo di chi vive altrove, ma è nato in quella terra aspra. La rievocazione del mondo calabrese è una denuncia della vita  dei pastori, delle ingiustizie sociali e di una certa mentalità superstiziosa e chiusa di quella gente. Con Gente in Aspromonte, Corrado Alvaro non solo ha inaugurato un tema legato alla sua terra, il quale risulterà costante nella sua produzione letteraria, ma ha apportato nuova linfa alla tradizione della narrativa regionale e meridionale, quella tradizionale di Verga, Capuana, De Roberto, e Pirandello, sebbene in Alvaro vi sia una differenza: alla società meridionale senza speranza di questi autori, lo scrittore calabrese contrappone un mondo arcaico dove prevalgono l’ignoranza e la fatalità che però non sono immutabili; non a caso Alvaro riesce a cogliere di quel mondo culturalmente arretrato segni di trasformazione che infondono speranza.

Una delle pagine più belle di Gente in Aspromonte è quella in cui l’autore evoca la propria terra d’origine attraverso il ritratto di Melusina che incarna il desolato Aspromonte ignorato dalla storia e dal progresso: è una figura che sfuma nel simbolo: “Questo paese è dove è rimasta Melusina, e la sua bellezza d’una vita finita, d’una tradizione abbandonata, d’una natura spenta e inodora”. I sentimenti e i pregiudizi di Melusina, che Alvaro coglie sottilmente nel loro affiorare ancora confuso e inconsapevole, sono elementari e ancestrali: dal pittore che scruta la sua figura per ritrarla, Melusina si sente come violata e “compromessa”.

 

Intervista all’autrice Chiara Albertini

La scrittrice emiliana Chiara Albertini, classe 1980, lavora nel settore turistico-immobiliare ed è laureata in Lingue e Letterature straniere all’Università di Bologna, ma è solo dopo questa esperienza che ha sentito il bisogno di aprirsi a una nuova avventura e alla liberazione della scrittura. Aspirazione che l’ha anche portata a seguire un corso di Tecniche di redazione: editing, correzione di bozze. Dalla carta al web. Ha pubblicato due romanzi grazie al self publishing: Nel cuore di una donna nel 2014 e Vento dall’Est nel 2016. Chiara Albertini è fan dello scrittore Khaled Hosseini e predilige i toni intimistici e le trame di argomento introspettivo, caratteristiche che la seguono in tutta la sua produzione.

 

-Benvenuta, Chiara. Cominciamo l’intervista con una domanda secca: come descriveresti ‘Chiara’ in un paio di righe?

Una giovane donna radicata ai valori della famiglia, dell’amicizia, che crede fortemente nell’amore, in ogni sua sfaccettatura, animata da una costante tenacia e fede, e un’amante della vita.

-Quando è nata in te la passione per la scrittura? È stata una scelta individuale oppure c’è stato un evento, o una persona, che ti ha influenzato o ispirato?

Il mio avvicinarmi al mondo della scrittura credo sia da attribuire inizialmente a un evento “esterno”: non è un caso che abbia iniziato a scrivere subito dopo la stesura e la pubblicazione della mia tesi di laurea in Lingue e letterature straniere. Quell’evento deve aver mosso “qualcosa” in me, spingendomi a provare uno “stato d’animo” nuovo legato alle parole, all’atto dello scrivere, del comporre, del creare, del “sentire” una storia da poter e voler raccontare…

-Qual è il libro che avresti voluto scrivere?

Mille splendidi soli di Khaled Hosseini.

-Un excursus da Nel cuore di una donna a Vento dall’Est. Com’è cambiata la tua scrittura? Che differenze riscontri tra i due romanzi e, al contrario, credi ci siano elementi ormai connaturati nel tuo stile?

Il genere di appartenenza è il medesimo, in quanto entrambi i romanzi sono legati al filone intimistico, introspettivo, che prediligo poiché lo sento scorrere dentro di me; d’altra parte, credo che in ogni libro sia sempre presente il riflesso dell’autore, un po’ di sé… Lo stile racchiude sempre una nota di lirismo, una scelta meditata e consapevole applicata alle parti narrative e descrittive, sia di luoghi, atmosfere, sia di personaggi e flussi di coscienza. Tuttavia, ritengo che Vento dall’Est risulti essere meno prolisso, a seguito di una prosa più fluida, agevole e incalzante.

-Ci sono elementi autobiografici nei tuoi romanzi? Se sì, quali?

Direi di no, se non considerare “autobiografica” la trasposizione di alcuni miei ricordi legati al “mondo” inglese nelle descrizioni paesaggistiche, di luoghi e atmosfere.

-Qual è la tua opinione sul mercato editoriale italiano? Che consigli daresti ai giovani scrittori?

Campo minato… Non lo conosco da vicino, ma credo vi siano pro e contro tanto nel campo editoriale cartaceo quanto in quello digitale. Sono due percorsi paralleli, costituiti da tempi, modalità, leggi e regole differenti, che al di là di tutto meritano di essere percorsi e valutati. Ai giovani consiglio di leggere molto, poiché la lettura in generale, di qualsiasi genere e forma di scrittura, è alla base di una buona, valida scrittura. Senza questo percorso individuale, ricco ed eterogeneo, non si può raggiungere una propria “maturità” stilistica, personale.

-Qual è l’ultimo libro che hai letto? E cosa c’è adesso sul tuo comodino?

L’ultimo letto, Quando all’alba saremo vicini di Kristin Harmel. Ora, La luce sugli oceani di M.L. Stedman.

-Progetti futuri?

Mi auguro di poter inserirmi professionalmente in ambito editoriale, continuando parallelamente a dedicare il mio tempo alla scrittura.

Grazie mille per la tua disponibilità, Chiara, e un grosso in bocca al lupo per la tua carriera! Vuoi aggiungere qualcos’altro o ringraziare qualcuno?

Ringrazio la mia famiglia e le persone che mi supportano e credono in questa mia passione.

 

 

 

 

 

Mille giorni d’inverno, di Daniela Nardi

Mille giorni d’inverno (Lettere Animate, 2016) di Daniela Nardi, autrice campana della raccolta di racconti intitolata Carne Umana, è un romanzo breve che concentra in sole cento pagine frammenti di vita realmente vissuta durante una delle pagine più drammatiche della Storia italiana: la Seconda Guerra Mondiale. La forza di questo romanzo sta proprio nell’elemento autobiografico di base, tutto ciò che si legge è accaduto davvero e i personaggi non sono frutto di fantasia ma della memoria di chi è sopravvissuto.

Mille giorni d’inverno: una viaggio nella memoria storica

Protagonista degli eventi centrali della trama è Mari Serrano che il 4 Dicembre 1942, insieme alla sua famiglia, parte dalla città per sfuggire ai bombardamenti e trasferirsi in campagna, nella ‘casa dell’esilio’, presso Gaetano Valliani ed Elvira Serrano. Più che di un romanzo basato sulla narrazione cronologica degli eventi, Mille giorni d’inverno si mostra come un “quadro” che mette insieme immagini diverse, eppure legate tra loro con il filo sanguinario della guerra, con le sue tragedie e le sue privazioni. Mari, Luigi e Nico, fratelli, complici, amici, non appena arrivati a Valliani, nella valle del Sarno, non sanno ancora quanto la fame potrà piegarli e quante umiliazioni dovranno mandar giù per evitare di essere fucilati, come i loro amici e vicini di casa. Chi sarà il prossimo? Si chiedono continuamente. Nei primi tempi dell’ ‘esilio’ a Valliani la vita dei giovani sembra continuare, seppur lontana dalla normalità, almeno con qualche barlume di speranza.

L’arrivo di Ester Dagostino, migliore amica di Mari ed ebrea, porterà nuova luce nel gruppo, insieme all’incontro con i fratelli Salvo e Bruno, durante un martedì che potrebbe anche essere un giovedì, come scrive l’autrice. La vita trascorre lenta e ripetitiva fra le strade acciottolate di Valliani, fra i campi coltivati e la piccola chiesa al centro della piazza, mentre Mari legge Emma Bovary e condivide con la protagonista il disperato isolamento e il desiderio di riscatto. Fino a quando la minaccia tedesca non li colpisce da vicino, nella maniera più subdola possibile. È lo sguardo ammaliatore di Gunther Schroeder a infiltrarsi tra loro, prima accendendo le fantasie di Mari, invaghitasi di lui ma non corrisposta, poi violentando la ‘bella del paese’, Lucia Rena.

Un pericolo scampato per Mari, che fortunatamente era troppo gracile e anonima per lui, incapace di accendere la sua violenta passione malata. Anche quando la guerra sembra ormai finita, dopo l’ascolto della notizia dell’armistizio alla radio, i tedeschi continuano a mietere vittime, se possibile ancora più di prima non avendo più nulla da perdere. Provano a deportare tutti gli uomini abili a lavorare, compresi Luigi Serrano e il padre, uccidono Salvo e lo abbandonano in un campo, e perquisiscono acqua e cibo a tutte le famiglie. Solo chiudendosi in casa e fingendosi già morti, i Serrano riusciranno a superare i bombardamenti e a fuggire da Valliani, dopo l’arrivo degli americani, per poi tornare in città sul ‘treno del ritorno’. Mille giorni d’inverno è una cronaca dura eppure delicata della banalità del male, di come si insinua nella quotidianità e intacca anche le più piccole abitudini, scardinando tutto ciò che rende ‘umano’ un uomo; è un’ opera scritta in terza persona e col presente storico, in uno stile semplice ma diretto, anche se a tratti si sente la mancanza di quella profondità che il passato remoto da alla storia, collocandola in un tempo lontano e indefinito. Ne viene fuori un romanzo eternamente attuale, che ci riporta alla mente le domeniche trascorse a casa dei nonni, ad ascoltare i racconti di un’altra vita.

In ricordo di Michel Tournier, mitografo-indagatore

Si è spento il 20 gennaio scorso, all’età di 91 anni lo scrittore e germanista francese che si è sempre tenuto lontano dalla mondanità e dagli ambienti editoriali, esponente del realismo magico, Michel Tournier. Tournier ha vissuto la sua gioventù a Saint-Germain-en-Laye e a Neuilly-sur-Seine. La sua educazione è intrisa di cultura francese, influenzata dalla musica e dal cattolicesimo e poi segnata anche brevemente dalla cultura tedesca. I suoi primi lavori sono stati nel mondo della radio e della televisione come giornalista, ha condotto la trasmissione “L’ora della cultura francese”, ha lavorato per la radio Europe 1 e collaborato con <<Le Monde>> e <<Le Figaro>>. Nel 1967 ha pubblicato il suo primo romanzo Venerdì o il limbo del pacifico ed è stato premiato con il Grand prix du roman della Académie française. Il libro è una rivisitazione del personaggio di Robinson Crusoe coniugato al pensiero di Jean-Jacques Rousseau.

Quattro anni dopo Tournier riscrive una versione per bambini. Nel 1970, ottiene il Prix Goncourt all’unanimità, per il cupo ed inquietante romanzo Il re degli ontani, storia del perverso gigante Abel Tiffauges ambientata nella Germania del Terzo Reich e del nazismo. Nel 1972, diventa membro dell’Académie Goncourt. Nel 1975 pubblica il suo terzo romanzo Le Meteore. Nel 1958 si trasferisce a Choisel un paesino nell campagna di Chevreuse. «Per amore della società» – ha sempre affermato- «ho abitato a Parigi in mezzo a quella folla indistinta in un palazzo dove non conoscevo neanche il nome dei vicini. Qui almeno conosco le poche persone che incontro, ci parliamo, abbiamo un rapporto umano». Da Gaspare, Melchiorre e Baldassarre a Gilles e Jeanne, fino ad Eleazar ovvero la sorgente e il roveto e a Pierrot e i segreti della notte, Tournier pur vivendo lontano dal mondo e distaccato dal mondo, è riuscito a conquistare un’enorme popolarità grazie alla potenza dei suoi libri e al rapporto con i lettori. Ha sempre sostenuto che la cosa più importante per lui fosse il lettore come dimostra questa dichiarazione: “È per lui che scrivo. Mi capita spesso di pensare a lui quando sono seduto alla scrivania. Questa scena gli piacerà, sarà contento, o commosso. Questo mi basta per essere felice”. L’universo delle sue storie è popolato dal mito, dalla religione, dalla magia, dalla realtà e dalla fiaba: tutto si mescola in un tumulto immaginifico che rende così caratteristica la sua narrativa. mai come ora sembra così attuale e colma di senso la sua frase: «Il mio proposito non è d’innovare nella forma, ma di far passare in una forma il più tradizionale, preservata e rassicurante possibile una materia che non possiede alcuna di queste qualità».

Un grande visitatore di testi classici, un mitografo che turba, Michel Tournier, che non ha mai temuto di indagare nel profondo, di sondare il mistero, mescolando suggestive atmosfere orientali con riflessioni filosofiche sulla natura, sulla fede, sul valore della cultura occidentale, né di andare contro le ideologie correnti, riservando parole forti e dure verso chi consente l’aborto e schierandosi contro la legge Gayssot che punisce le dichiarazioni razziste, antisemite e xenofobe, ritenendo che bisognasse invece salvaguardare la libertà d’espressione, altrimenti «un fatto storico si trasforma in un atto di fede la cui negazione diviene una blasfemia».