L’avventura inutile di Alfredo Pistocchi, di Alessandro di Giuseppe

L’avventura inutile di Alfredo Pistocchi (Eretica Edizioni -2016) è il nuovo romanzo dello scrittore abruzzese Alessandro Di Giuseppe, classe 1991, già autore di Metastasi.

Alfredo Pistocchi è l’unico grande protagonista di questo libro, assieme alla temutissima voce della sua coscienza che puntualmente gli ricorda quali sono i suoi limiti, le sue pretese e fino a che punto l’istinto possa vincere sulla razionalità, ammesso che ognuno di noi abbia una ratio soggiacente che ci guidi nelle scelte. Nell’Italia in cui viviamo oggi Alfredo Pistocchi potrebbe essere un pensionato qualunque che tira pugni contro la realtà, che non si rassegna ai nuovi standard che la sua età gli impone e che conduce il tramonto della sua esistenza nell’infantile bisogno di possedere dei piacevoli ricordi, da andare a riprendere con forza lì dove risiedono, ormai sigillati nel cassetto di un’ arrugginita memoria. Ma l’Alfredo Pistocchi del romanzo in questo gioco a ritroso smarrisce la strada e nella ricerca di qualcun’altro non fa altro che cercare se stesso, per poi tornare al punto di partenza: la sua vita così com’è.

L’avventura inutile di Alfredo Pistocchi: trama e contenuti

Come forse ogni uomo di settantaquattro anni senza più nulla da perdere, Alfredo decide di dare una sferzata alla sua quotidianità, un’impennata alle sue emozioni, sconvolgendo l’ordinario: compra un computer, si munisce di sacrosanta pazienza e trova il modo di ricostruire cronologicamente, inizialmente in maniera inconscia, il percorso che lo ha condotto esattamente dove si trova adesso, ormai solo e alle prese con un mondo sconosciuto a chi vive quella che sembrerebbe una crisi della terza età. Ed è digitando alcuni nomi sulla tastiera che comincia la sua corsa nel passato o meglio “rincorsa” vera e propria. Un atto, questo, banale ma rivoluzionario. Alfredo vuole riprendersi Beatrice, la donna con la quale molti anni prima aveva tradito la moglie Linda in una camera d’albergo durante un incontro di lavoro. Linda, la donna ”ufficiale” della sua vita,  morta devastata da un terribile cancro. Beatrice, colei che da qualche parte del mondo è sicuro lo aspetti. Teramo, la città dove ha trascorso la maggior parte della sua vita e, specularmente, Pisa, la sua piccola Itaca.

Tuttavia Beatrice è solo un pretesto, la scusa, la motivazione valida, la giustificazione, il rimpianto. La donna che inseguirà come una chimera è solo questo, l’utopica speranza che ci sia un colpevole diverso da se stesso,  la spiegazione a tutto, la testimonianza concreta della sua innocenza.

Ma quanto concreta? Che volto ha davvero Beatrice e quale ruolo gioca nell’animo triste ed invecchiato di un pensionato che fa i capricci?

Leggendo lo snodarsi dell’azione de L’avventura inutile di Alfredo Pistocchi, si ha la sensazione che il protagonista sia un uomo molto abile nel dissimulare, un uomo che non vuole accettare l’avanzare dei giorni ma che, prima di ogni altra cosa, avverte sempre di più il senso di colpa per gli errori commessi, senso di colpa che pesa come un macigno e una spada di Damocle sulla testa. Alfredo è un uomo fragile, che nonostante tutto ha la fortuna di riflettere sul suo passato, elaborare e chiedere scusa, a modo suo, per le sue mancanze ma che ancora non metabolizza. Un nostalgico pensionato che si riduce e si ridimensiona alla fine del romanzo, tornando ad essere  semplicemente se stesso.

Che invece Alfredo Pistocchi sia la proiezione di noi tutti,  quando stanchi ed adulti, siamo spaventati dalla resa dei conti?

L’avventura inutile di Alfredo Pistocchi è un romanzo scorrevole, che segue un ordine lineare sia nella costruzione del pensiero, sia nella sintassi. Apprezzabile è anche la componente psicologica che emerge ogni volta che la trama si ferma per fornire spunti di riflessione su temi come la solitudine, la depressione e la malattia, tutte espressioni di un male di vivere che fa covare rancore, corrode l’anima e che soprattutto non conosce date sul calendario.

Giovanni Arpino, sperimentatore di storie

Giovanni Arpino (Pola, 27 gennaio 1927 – Torino, 10 dicembre 1987) è stato autore di sedici romanzi, di raccolte di poesie, racconti e di libri per ragazzi. Arpino è stato tra i un narratori più attenti alla costruzione dei romanzi e allo stile, nonché uno sperimentatore di storie e di versi, questi ultimi in dialetto, in lingua (Il prezzo dell’oro del 1957), raccoglie la maggior parte dell’opera poetica), satirici (Fuorigioco, 1970); ci sono poi le novelle, i Racconti di vent’anni, del 1974, oltre a Il primo quarto di luna (1976) e Regina di cuori, usciti postumi. La cifra dello scrittore nato in Croazia, sta nella capacità di fissare nella dimensione breve del racconto un’esperienza del un personaggio, nel ricercare le stranezze e le occasioni della vita, motivo costante di tutta la produzione narrativa dell’autore, il quale affonda le proprie radici letterarie più che nei mitici scenari di Cesare Pavese nell’ essenzialità dei rapporti familiari della Langhe di Beppe Fenoglio.

Giovanni Arpino: uno stile lucido e vivido

Giovanni Arpino esordisce con un romanzo, Sei stato felice, Giovanni, nel 1952, pubblicato da Elio Vittorini, opera picaresca che celebra la leggerezza della vita nella giovinezza, in un tempo in cui il dopoguerra è giunto alla sua conclusione, e le illusioni non sono ancora diventate delusioni. Lo stile di Giovanni Arpino è lucido e vivido nel raccontare una vicenda personale sullo sfondo di una Genova popolare.

Gli anni del giudizio (1958) è il secondo romanzo di Arpino; un’opera politica, la storia della sconfitta della generazione che ha fatto la Resistenza, ambientata a Bra, e racconta l’esperienza di un militante comunista durante una campagna elettorale, in una città chiusa con intorno una campagna, ai margini delle Langhe, legata alle tradizioni conservatrici e religiose. Di tutt’altro argomento è l’altro grande romanzo di Arpino, La suora giovane (1959): sullo sfondo di una Torino nebbiosa si svolge l’incontro assurdo fra la “suora giovane” Serena e l’impiegato Antonio Mathis, che vive una vita inerte e conformista. Arpino narra con eleganza la curiosità per il proibito, ma la scoprerta e la scoperta del segreto di Serena. Un delitto d’onore (1961), riprende un tema molto trattato nella narrativa meridionale. La vicenda ha per protagonista una ragazza, vittima dei pregiudizi della società del sud, che sposa il ricco borghese, pur sapendo di non essere più vergine e di andare incontro al ripudio. Di particolare interesse antropologico risulta l’opera Una nuvola d’aria (1962), in cui Arpino coglie l’occasione di cronaca delle manifestazioni per il centenario dell’Unità d’Italia a Torino, per raccontare un  fallimento privato, in un mondo disilluso.

L’ombra delle colline: il miglior romanzo di Giovanni Arpino

L’ombra delle colline è senza dubbio uno dei libri più belli del novecento letterario italiano e il migliore che abbia scritto Giovanni Arpino, che fonde con sapienza scioltezza d’intreccio, pastosità di linguaggio, liricità paesistica. In esso si racconta della giovinezza di Stefano durante i primi anni dell’ultima guerra passati nella villa paterna nel cuore della campagna piemontese, al suo rapido crescere e formarsi a contatto dei familiari, soprattutto del padre colonnello che tiranneggia in casa, ma avvilito per il disastroso andamento della guerra fascista, alla quale lui non ha mai creduto. Questo personaggio con la sciarpa di comandante e le medaglie sul petto è ritratto con gli occhi del figlio, della moglie e della serva Caterina, ricostruito attraverso i loro discorsi, con pietà della moglie, petulante devozione della serva e timore del figlio, il quale, mano mano che cresce, sente verso il padre un distacco che a volte confina con l’odio.

L’ombra delle colline è articolato tramite un’inserzione di tempi ed è proprio questa costruzione che consente al narratore di ricordare i tempi del nonno, con dialoghi e scene nei quali si evoca una remota felicità che coincide con l’infanzia del ragazzo e riporta il lettore in un’atmosfera patriarcale dove il gioviale antifascismo del nonno trova il suo punto di sutura morale nell’antifascismo del genero. Ma pian piano i tempi si fanno più duri e il colonnello è scampato dalla prigionia ed è tornato a casa dalla moglie e si chiude nella sua meschina solitudine. Il ragazzo fugge a Milano, poi a La Spezia, arruolato nei marò, più per l’ansia giovanile di uscire dall’ambito familiare, che per una chiara scelta e infatti non tarderà ad abbandonare la caserma dove vive, per ritrovarlo tra i partigiani, con l’amico d’infanzia Francesco, per partecipare, infine, alle giornate della liberazione.

Nelle ultime righe del romanzo, quasi riassumendo la moralità individuale e sociale della complessa esperienza, il narratore Stefano dice: <<Non esiste ricordo da abbandonare, come fosse una fredda, stanca cenere cui più non somigliamo: ogni vero ricordo è ancora un richiamo, una verità che ci lavora nelle ossa, un febbrile atto di sfida al buio di domani>>. Nato come pretesto, il viaggio di Stefano è quindi il filo che sullo schermo della memoria e della realtà, costituisce la tessitura dell’opera di Giovanni Arpino e consente al narratore di evocare i luoghi, le figure e i fatti della sua casa, della sua storia da ragazzo a uomo.

I romanzi successivi

Successivamente Arpino varia molto il suo discorso, come ha giustamente notato il critico Giorgio Barberi Squarotti: in Un’anima persa, del 1966, lo sfondo è di nuovo Torino, quella collinare della buona borghesia, nelle cui stanze si svolge la recita di degradazione  della schizofrenia del protagonista, difesa e custodita gelosamente dalle donne di casa, fino a farsi complici dell’abiezione del rispettabile, in apparenza, direttore della società del gas. La vicenda è vista dalla prospettiva del nipote, venuto a Torino per gli studi e gli esami: e proprio la scoperta di tanto orrore morale e fisiologico è il motivo principale della perdita della sua anima, ferita a morte. Torino è nuovamente lo sfondo de Il fratello italiano, del 1980: ma la città è dominata dalla malavita, dai venditori di droga, dagli sfruttatori, nella quale il piccolo meridionale, la cui figlia è stata ridotta dalla droga ad un fantasma, e l’anziano maestro in pensione che, da vecchio comunista, vive con il gatto Stalin e a un certo punto viene a sapere che anche la figlia si trova minacciata di morte dalla stessa malavita, si alleano per fare giustizia, uccidendo insieme l’uomo che è la causa diretta delle loro tribolazioni. Il maestro Botero, alla fine, decide di scrivere tutta la storia, perché, anche se non è più probabile che esista un Giudice giusto, è necessario credere che ci sia e che ci si possa rivolgere e lui per sistemare le cose. Anche questo rappresenta una delle vette della narrativa di Arpino, nel momento in cui affronta il male del mondo. Il fratello italiano è dunque un altro momento alto dell’opera italiana: più de Il buio e il miele (1969), storia del viaggio che un ufficiale rimasto cieco e col volto deforme per un incidente militare, fa, con la compagnia ingenua di un attendente lungo tutta l’Italia, fino a Napoli, per l’ultimo incontro con la vita che dovrà concludersi con il suicidio , da attuarsi insieme con l’uccisione del collega rimasto anch’egli mutilato nello stesso incidente. Ma il gesto di uccidersi fallisce; e una ragazza cercherà di prendersi cura della sua disperazione. Da questo romanzo è stato tratto l’indimenticabile film Profumo di donna di Dino Risi, avente come protagonista uno strepitoso Vittorio Gassman. Invece i romanzi Randagio è l’eroe (1972) e Domingo il favoloso (1975) appartengono  al filone picaresco della narrativa arpiniana.

Inoltre c’è stata la grande attività di Arpino come giornalista, che nell’ambito sportivo è stato insieme a Gianni Brera, uno dei maestri del dopoguerra: e ne venne fuori il romanzo Azzurro tenebra (1977), bizzarra narrazione della disastrosa partecipazione italiana ai Mondiali di calcio del 1972 in Germania.

“Premessa per un addio” di Gian Luca Favetto, un gioco narrativo

Premessa per un addio (NN editore, 2016) è l’ultimo libro dello scrittore e critico teatrale e cinematografico torinese Gian Luca Favetto (Se dico radici dico storie, Mappamondi e corsari, Il giorno perduto), settimo volume della collana ViceVersa, a cui appartiene anche Panorama di Tommaso Pincio, già vincitore della prima edizione del premio Sinbad per l’editoria indipendente.

 

Premessa per un addio: la trama

Tommaso Techel, di professione geografo, è un uomo di mezza età in fuga dal suo presente: fugge da un matrimonio praticamente finito, fugge dalle responsabilità nei confronti della figlia Giulia. Fugge da tutto, e lo fa viaggiando da solo a New York, città amata ma anche lontana dalla realtà del nord Italia. Qui, nonostante sia studioso di luoghi e non di persone, ci va per conoscere proprio le persone, poiché «l’anima dei luoghi è nelle persone che li abitano e li visitano, nella memoria che coltivano».

Sul volo per New York, Tommaso incontra Alma Berlin, una donna sulla settantina ma ancora avvenente e, soprattutto, elegante. Questo è un elemento non indifferente per chi, come Tommaso, guarda ai dettagli e in essi si immerge per iniziare a “esplorare” il presente.

Alma Berlin, che ha esplorato mezzo mondo, lo coinvolge successivamente nell’incontro con Cora Paul, donna di origini polacche, con la quale Tommaso ha una relazione appassionata ma destinata a essere breve. Durante il suo viaggio, e soprattutto grazie alla relazione con Cora, il protagonista si trova inevitabilmente a fare i conti con ciò che ha lasciato e con ciò che troverà al ritorno.

La sua infatti non è una partenza definitiva, bensì un viaggio per tornare, un momento che Tommaso si prende solo per sé, per comprendere, per riuscire a darsi una risposta e trovare soluzione a un problema che ormai si è fatto troppo pressante per essere affrontato direttamente. A conferma di questo pensiero arrivano le parole delle ultime pagine, illuminanti sullo sviluppo del romanzo e sul “gioco” interno:

«Lo scopo del viaggio è tornare a casa, pensa Tommaso […]. È venuto a New York per cominciare il ritorno. Gli manca l’ultimo pezzo di percorso. Una quindicina di pagine e finisce il libro».

Ma per tornare a casa Tommaso deve giocare di sottrazione e capire cosa resta di lui dopo aver eliminato/allontanato da sé tutto ciò che lui non è:

«ogni uomo, ogni libro, ogni pensiero è un paese straniero. […] una vita non si riduce a un’altra vita, una vita è libera e plurale, e così pure l’altra vita lo è».

Per conoscere se stessi bisogna dunque lasciare tutto. Senza imporsi di dare un addio (almeno potenziale) a ciò che si ha, non si può comprendere ciò che si è. La premessa per tornare è la premessa per un addio.

 

Un addio / Farewell

Durante la sua permanenza a New York, Tommaso legge un libro, Foreword for a Farewell (libro inventato dall’autore, traduzione inglese del titolo originale), che narra le vicende di un uomo straniero che si trova a vivere per un certo periodo nel nord Italia. Qui il protagonista del “libro dentro al libro”, Carlton, incontra una donna di cui s’innamora, Waltraud; e la coppia Carlton-Waltraud è parallela a quella Tommaso-Cora, così come l’intero viaggio del protagonista di Foreword for a Farewell è parallelo (ma in senso contrario) a quello di Tommaso. In Premessa per un addio, addirittura in ben tre punti Favetto-autore si “diverte” a giocare con questo elemento metanarrativo, affermando che nel “libro dentro al libro” accade qualcosa che viene riportata anche nel “libro fuori dal libro”. Ecco un esempio della pagina 66:

«Le congiunzioni sono fondamentali nella vita, tutte le congiunzioni, quelle astrali e quelle grammaticali. Noi siamo fatti di congiunzioni, copuliamo, coordiniamo e lo facciamo semplicemente, semplicemente ci va di farlo, dice a pagina 66 con la complicità dello scrittore che ha scelto di raccontare la sua avventura».

Proprio su questo gioco metanarrativo si può far leva, da lettori, per comprendere come la storia fra Tommaso e Cora sia destinata a terminare:

«Le labbra si sfiorano. È un respiro quello che Cora pronuncia: “Waltraud e il forestiero vivranno felici e contenti”».

Una frase del genere sarebbe infatti di per sé poco rilevante, se non arrivasse dopo poche pagine rispetto a questo struggente pezzo:

“Si dicono addio?” chiede Tommaso.
“Waltraud e il forestiero?”.
“Sì. Il romanzo è tutta una premessa perché si lascino?”.
“Non ti dico come finisce”. Cora beve un sorso del suo cocktail. “Finisce come deve finire” dice.
[…]
“Il libro finisce come Waltraud e il forestiero decidono che finisca” continua Cora.

In Premessa per un addio, Favetto spinge alle estreme conseguenze il gioco metanarrativo che intrattiene col lettore. Lo fa usando un linguaggio che sfida, spesso, le “leggi” della narrativa, ad esempio anticipando aspetti della trama, o rimandando a questo “libro dentro al libro”. Sono presenti dunque tre livelli narrativi: 1) il livello della narrazione, dove il protagonista è il Favetto-autore che racconta, che gioca, che conosce perfettamente ciò che accadrà; 2) il livello della storia narrata del “libro fuori dal libro”, in cui troviamo Favetto-Tommaso fare i conti con i vari personaggi (prevalentemente femminili); 3) e il livello della storia del “libro dentro al libro”, che riproduce a specchio ciò che accade nel secondo livello. Una cosa simile, di sfuggita, accade in Panorama, dove il narratore riesce ad accedere all’account di Ottavio Tondi in un modo che non viene mai specificato.

Favetto non è quasi mai volgare, anzi sembra voler portare il lettore in un gioco-danza, in una sorta di esperimento estetico e leggero. Lo fa usando un linguaggio a tratti etero, ma sempre dettagliato. Nei dettagli di questo testo si trovano anche momenti di alta letteratura, piccoli quadri da incorniciare:

«Nell’acqua è la risposta all’inquietudine all’incertezza che non si placa, nell’acqua è la pace, l’energia, l’abbraccio, la soluzione alle domande che si affollano spingono sgambettano s’intralciano in lui e non riescono a uscire».

‘La torta in cielo’, il pacifismo di Rodari

Gianni Rodari (Omegna, 1920 – Roma, 1980) è uno degli scrittori tra i più riconosciuti e ricordati in Italia, questo certamente per la sua vasta produzione nella letteratura per ragazzi e per aver profondamente rivoluzionato il modo di concepirla, riscrivendone le regole e studiandola in modo più profondo e completo di quanto fatto prima da altri. I suoi esperimenti letterari in questo ambito sono un caposaldo della letteratura stessa e fanno di Rodari un pioniere e un innovatore dell’ambito letterario giovanile e infantile.

L’opera più celebre di Gianni Rodari è sicuramente la Grammatica della fantasia (1973), l’unica opera dello scrittore piemontese Rodari che presenta un contenuto teorico e non narrativo. L’opera è di fondamentale importanza per comprendere al meglio le teorie pedagogiche e letterarie dell’autore piemontese, che in questo volume da voce ai suoi pensieri più innovativi. Sono infatti presentati o ribaditi pensieri come la difesa dell’errore o la difesa della potenza dell’immaginazione e della creatività come processo educativo. Una delle tematiche più care a Rodari, insieme al tema dell’educazione e della libertà, è quella della pace. La sua militanza dapprima nell’esercito della Repubblica di Salò e poi nei movimenti partigiani lo ha educato e gli ha insegnato bene cosa volesse dire guerra. Nelle sue opere il pacifismo incontra quello che è il punto di vista dei bambini che da sempre sono i pacifisti per eccellenza: questo è il contenuto del racconto La torta in Cielo (1966), un messaggio pacifista lanciato da Rodari usando come suoi emissari i bambini stessi che con la loro ingenuità e spensieratezza mostrano al mondo come sia possibile vivere senza guerra. 

Rodari : le torte al posto delle bombe

Il libro, nato in un lavoro con  gli scolari della signorina Maria Luisa Bigiaretti che hanno finito la quinta nel ’64 nelle scuole elementari Collodi a Roma, come scritto nella prefazione, raccoglie quello che era un racconto a puntate uscito nel ’64 sul <<Corriere dei piccoli>>.
La trama è semplice. Una mattina nel cielo di Roma, precisamente nel quartiere del Trullo compare un misterioso oggetto volante che tutti identificano come un oggetto alieno. Una volta dato l’allarme compare subito sulla scena l’esercito e intima agli abitanti di rifugiarsi in cantina e di non uscire per alcun motivo. A disobbedire agli ordini ci penseranno due bambini, Paolo e Rita che riescono a giungere nei pressi dell’oggetto misterioso che nel frattempo era atterrato nella vicina montagna del Cucco. Lì i due bambini si rendono conto che si tratta di una torta, all’interno della quale i due bambini incontrano un uomo e poi presi dalla paura i due scappano via e ritornano alla propria casa. Il giorno dopo Paolo decide di ritornare alla torta per scoprire cosa ci facesse quell’uomo all’interno della torta e scopre che lui è uno scienziato e  la torta in realtà è l’esperimento di una nuova bomba, fallito a causa di un pasticcino e trasformatosi in un enorme torta. Quando l’uomo all’interno della torta decide di distruggere la torta, sono i bambini che, guidati da Rita, gli forniscono l’idea giusta: mangiarla fino a farla sparire e questa visione riempie l’uomo di cosi tanta felicità da esser contento di aver fallito la sua bomba.

I contenuti sono molto chiari ed esplicitati dallo stesso Gianni Rodari, “ci sarà un pezzo di torta per tutti quando si faranno torte al posto delle bombe”. Attraverso gli occhi dei bambini Rodari traccia un giudizio del mondo degli adulti, un mondo fatto di crudeltà come le bombe e i carri armati, ma mentre tutti gli uomini pensano alla morte e alle paure più acrobatiche e spettacolari, i bambini per loro natura e inclinazione sono portati a vedere la parte dolce, reale della vita, che li porta a mangiare una buona torta invece che terrorizzarsi per un’astronave inesistente. I bambini diventano quindi la controparte “razionale” del racconto, mettono in luce le finzioni e le idee malsane degli adulti.

Attraverso le osservazioni  dei bambini, e a volte si potrebbe dire piuttosto banali, i problemi complicati e le idee astruse vengono rese semplici e risolvibili. La vita attraverso le parole dei bambini diventa facile e con essa diventa anche meno difficoltoso capire che è inutile il male e la sua prosecuzione. La torta in cielo si riveste di un messaggio pacifista di facile comprensione per adulti come per bambini, con una sua espressione anche abbastanza ironica: Fare le torte piuttosto che fare le bombe. La speranza è il futuro, ci dice Rodari, e il futuro sono i bambini.

La torta in cielo è intessuta di riferimenti di altre fiabe che i bambini possono cogliere senza problemi;  Cenerentola, Pinocchio, ma anche l’Odissea e la Commedia di Dante.

Il bivio, di Arrigo Geroli

Il bivio (Lettere Animate Editore, 2015), testo d’esordio di Arrigo Geroli è un agile romanzo breve di 100 pagine che oscilla fra lo psicologico/introspettivo e il thriller/investigativo, e ambientato fra Milano, Lione e Bruxelles. La peculiarità di questo testo, tuttavia, è che si snoda lungo due percorsi paralleli: due personaggi, due serie di eventi, due stili narrativi completamente diversi, e che solo nel finale trovano congiunzione.

 

Il bivio: trama e stile

Il primo percorso è quello di Achille, un ragazzo apparentemente frustrato dal lavoro, pieno di turbe e psicosi, costantemente nel terrore che la ragazza con cui vive, Jenny, lo tradisca con l’odiato e disprezzato collega di lavoro Paolo. Il secondo è quello di Christian Charpentier, il quale è sulle tracce di Angelina, figlia scomparsa di Jean Michel e Marguerite Daudet, amici del padre, con il quale Christian ha un rapporto di amore-odio.

I due percorsi paralleli, così distanti in termini di plot e stile da sembrare due storyline separate(prima persona, uso del presente e linguaggio colloquiale per il primo; terza persona, uso del passato e linguaggio più complesso per il secondo), arrivano a convergere solo in fase avanzata, per poi incontrarsi “ufficialmente” nell’inquietantissimo finale al cardiopalma. È proprio quiche si scopre, infatti, che Jenny non è altro che il nomignolo di Angelina, e che Achille è in realtà una seconda, debole personalità di Paolo (si potrebbe pensare il contrario, tuttavia i colleghi di lavoro lo chiamano Paolo in presenza di Christian). Durante il breve romanzo assistiamo, infatti, alla discesa di Achille/Paolo nel baratro della follia, fra allucinazioni e distorsioni della realtà. La descrizione della “casa degli orrori” insonorizzata di Achille/Paolo all’arrivo di Christian è, poi, un momento altamente emotivo e climatico, nonché perturbante come pochi: da una parte abbiamo l’ordine e la pulizia di Achille («sulle mensole a muro, tra le decine di libri non ce n’era uno fuori posto»), dall’altra la follia omicida di Paolo («le tende, le pareti e i divani erano ricoperti da una quantità impressionantedi schizzi di sangue, persino troppi per appartenerea una sola persona»).

Il bivio: tra inquietudine e terrore

Il bivio è un romanzo che si legge di getto, ma la brevità e lo stile sono, al contempo, il suo punto di forza e di debolezza: se da un lato il testo scorre, soprattutto nella storyline dedicata ad Achille, dall’altro questa scorrevolezza potrebbe far perdere lungo la via dei dettagli importanti, utili alla comprensione del finale e del testo in generale. Consideratoil plot twist finale in stileSesto senso, è indispensabile che l’autore dissemini lungo il percorso dei dettagli, e che dia loro il giusto peso. Questo elemento, a volte, nella narrazione è assente: giusto alla fine il lettore comincia a essere vagamente consapevole di quanto sta accadendo, ma fino a quel momento è in balia degli eventi e non sa che pesci pigliare. La brevità in questo caso aiuta perché si arriva rapidamente alla conclusione, ma una costruzione più precisa avrebbe certamente aiutato a sostenere una trama più lunga.

Lunghezza che, oltretutto, sembra richiesta per approfondire personaggi, background e riflessioni che, a tratti, sembrano sospesi nell’aria, appena abbozzati. Sarebbe infatti stato interessante saperne di più sulla vita di Christian, sulla sua relazione con la defunta moglie Caterine (visto che l’autore ci tiene a battere il chiodo sul senso di colpa del personaggio); come sarebbe stato interessante approfondire la vita “pre-Jenny” di Achille/Paolo. 100 pagine sembrano in definitiva troppo poche per un testo che, per la sua costruzione e la sua ambizione, pare accennare a un enorme potenziale inespresso. Come se, tornando al Sesto senso, mancasse la scena iniziale in cui il personaggio interpretato da Bruce Willis muore per un colpo di pistola.

Nota dolente riguarda il Capitolo 11, nel quale Marguerite, madre di Angelina, si fa accompagnare dall’autista in quella che sembra essere una casa infestata («il paesaggio, inquietante e irreale, era la materializzazione di un incubo»). Qui trova una bambola appartenente alla figlia ma, prima di poter fare qualcosa, la donna viene inseguita da «due uomini [che], avvinghiatiin una strana morsa, si stavano gettando a capofitto sui gradini, bestemmiando e ostacolandosi a vicenda per la foga». Non avendo seguito nel romanzo, e risultando totalmente scollegato col resto della storia, non si riesce a capire cosa qui l’autore abbia voluto dire.

Per concludere è bene trattare di volata la “questione Lettere Animate”: anche qui, come in altri loro testi, sono presenti dei refusi. Solo due per fortuna, pur ripetuti per tutte le occorrenze: l’uso di “E’” al posto del corretto simbolo “È”; e l’uso alternato del trattino breve (“-”) anziché di quello lungo (“–”) per i dialoghi. Inoltre, ma questo è un elemento stilistico, si può notare un eccessivo uso delle virgolette alte per indicare, oltre a modi di dire, anche oggetti di uso comune («due “penne usb”, modem, i-pod e bloc-notes, squadrati e prontiall’uso, facevano bella mostra di loro sulla scrivania ben spolverata del “pc”»). Come sempre, questo editore dovrebbe mettere più impegno nell’editing e nella pulizia del testo.

Tuttavia Il bivio di Arrigo Geroli risulta un gradevolissimo e interessante romanzo, che dona momenti di trepidazione e piacevolezza. È un testo dai toni cupi, per niente scontato, e che tocca tematiche attualissime quali la violenza domestica, le alienazioni mentali, il dolore esistenziale.

Premio Strega 2016: i dodici finalisti

Premio Strega 2016:i finalisti

Come ogni anno il Comitato direttivo del Premio Strega 2016 ha selezionato, tra i ventisette segnalati, i dodici libri presentati lo scorso 1° aprile dagli “Amici della domenica”. La Fondazione Maria e Goffredo Bellonci promossa da Liquore Strega con il patrocinio di Roma Capitale e il sostegno di Unindustria – Unione degli Industriali e delle Imprese Roma Frosinone Latina Rieti Viterbo, lavorano a questa nuova edizione del celebre Premio Strega. Il Comitato del Premio che ha selezionato i dodici libri, presieduto come sempre da Tullio De Mauro, è composto da Melania Mazzucco, Valeria Della Valle, Enzo Golino, Giuseppe D’Avino, Simonetta Fiori, Paolo Giordano, Alberto Foschini, Giuseppe Gori, Luca Serianni e Maurizio Stirpe. Come da tradizione ogni libro è presentato da due autori i libri in gara per questa settantesima edizione sono:

L’uomo del futuro edito da Mondadori di Eraldo Affinati presentato da Giorgio Ficara e Igiaba Scego.
La scuola cattolica edito da Rizzoli di Edoardo Albinata presentato da Raffaele La Capria e Sandro Veronesi
Dove troverete un altro padre come il mio edizioni Ponte alle Grazie di Rossana Campo
presentato da Valeria Parrella e Antonio Riccardi
Dalle rovine edizione Tunué di Luciano Funetta presentato da Lorenzo Pavolini e Luca Ricci
Le streghe di Lenzavacche di Simona Lo Iacono presentato da Paolo Di Stefano e Romana Petri
La reliquia di Costantinopoli edito da Neri Pozza di Paolo Malaguti presentato da Marcello Fois e Alberto Galla
Il cinghiale che uccise Liberty Valance edizioni minimum fax di Giordano Meacci presentato Giuseppe Antonelli e Diego de Silva
L’addio edito da Giunti di Antonio Moresco presentato da Daria Bignardi e Tiziano Scarpa
Conforme alla gloria edizione Voland di Demetrio Paolin presentato da Maria Rosa Cutrufelli e Elisabetta Mondello
La figlia sbagliata edizoni Frassinelli di Raffaella Romagnolo presentato da Fabio Geda e Giuseppe Patota
Se avessero edito da Garzanti di Vittorio Sermonti presentato da Franco Marcoaldi e Serena Vitale
La femmina nuda edizione La nave di Teseo di Elena Stancanelli presentato da Francesco Piccolo e Silvia Ronchey

Le presentazioni ufficiali dei 12 candidati si terranno sabato 30 aprile a Sanremo e il 5 maggio a Benevento. Non sfugge la presenza, anche quest’anno di una buona partecipazione di editori indipendenti. La prima votazione per selezionare la cinquina dei finalisti si terrà come tradizione a Casa Bellonci. Mercoledì 15 giugno ci sarà lo spoglio dei voti degli Amici della Domenica ai quali si aggiungono i voti di quaranta lettori forti selezionati da librerie indipendenti italiane associate all’ALI e i voti di venti collettivi espressi da scuole, università e Istituti Italiani di Cultura all’estero. La seconda votazione e la proclamazione del vincitore avverranno invece venerdì 8 luglio presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma.
La dozzina selezionata dal Comitato direttivo concorre inoltre alla terza edizione del Premio Strega Giovani. La giuria dello Strega giovani è composta da circa 500 ragazze e ragazzi, di età compresa tra i 16 e i 18 anni in rappresentanza di 50 licei e istituti tecnici italiani ed esteri. Il vincitore sarà annunciato lunedì 13 giugno alla Camera dei Deputati.

Come ogni anno auguriamo a tutti buona fortuna e, nell’attesa di scoprire il vincitore del Premio Strega 2016, iniziamo la lettura di questi dodici autori!

Vento dall’Est, di Chiara Albertini

Vento dall’Est (Self publishing, 2016) è la seconda opera narrativa della scrittrice emiliana Chiara Albertini, che ha esordito nel 2014 con il romanzo Nel cuore di una donna.

Vento dall’Est: trama, contenuti e stile

Vento dall’Est è una ragnatela di immagini e vite diverse che, per volere del destino o del vento, si intrecciano fra loro in momenti diversi, dando e ricevendo l’una dall’altra qualcosa di fondamentale per sé. Il romanzo è diviso in tre parti e comincia nella contea di Clare, in Irlanda, presentando al lettore il tormento di Tracy, giovane donna che scopre di essere venuta al mondo per sbaglio e che, per il dolore di non sentirsi desiderata dal padre, decide di gettarsi da una scogliera. Siamo nel 1972 quando Tracy viene salvata da Ben, un ragazzo passato di lì per caso, o per meglio dire grazie al destino, dato che in questo romanzo nulla viene lasciato al capriccio della sorte, ma tutto ha un senso, anche se all’inizio non lo capiamo appieno. Quel giorno si disegna per Tracy un nuovo futuro, per mano della stessa persona che le ha ridato la vita. Tracy aveva solo bisogno d’amore, lo stesso perso prematuramente da parte della madre, morta anni prima, e dal padre, che mai l’aveva voluta con sé, e lo trova proprio tra le braccia di Ben. Vento dall’Est prende il nome da una filastrocca che Tracy porta sempre addosso, scritta su un foglietto di carta azzurra, regalatale dalla sua tata Isabel, una sorta di seconda madre per lei. Quei versi sono citati nel film Mary Poppins e parlano di sogni e di speranza.

Una frase recita così: “Penso che un ospite arrivi per me”. Per Tracy il suo ospite è Ben, quella persona inaspettata che, portata dal vento, arriva a sconvolgere la sua vita. Grazie a lui metterà da parte il vuoto affettivo che pensava di non poter mai colmare e si aprirà a nuovi progetti, come quello di andare insieme a lui in Inghilterra e ricominciare da capo, diventando una scrittrice. La seconda parte del romanzo,infatti,è ambientata proprio a Londra. Sono passati sei mesi dal primo incontro tra Ben e Tracy e lei è già in dolce attesa. Purtroppo, però, il corso degli eventi prende una piega inaspettata e conduce Tracy davanti alla scelta più difficile di tutte: salvare la sua vita o quella della sua bambina? All’insaputa di Ben sceglierà di non abortire e lascerà a lui la responsabilità di crescere la piccola. Queste parole non riuscirà mai a dirgliele di persona, ma le lascerà racchiuse nel suo diario, consapevole che prima o poi lui le avrebbe trovate e forse, col tempo, sarebbe riuscito a perdonarla. Lo stesso vento che aveva condotto Tracy tra le braccia di Ben, gliela porterà via per sempre, riempiendo quel vuoto con una bambina sconosciuta, della quale l’uomo non sa come prendersi cura. A questo punto, il romanzo percorre due strade differenti ma parallele: quella del 1973, quando Ben decide di lasciare Shannon, nome scelto per la piccolainsieme alla madre mesi prima, alle cure di un istituto religioso; e il 2015, quando il clochard Ben, vecchio e sporco, salva una donna da un borseggiatore. Ben non sa ancora che quel giorno il vento ha ricondotto tra le sue braccia la stessa bimba dalla quale si era separato anni fa.

La prima parte di Vento dall’est tratta il tema del rapporto padre-figlia fra Tracy e Robert Chapman, noto avvocato di Limerick che l’ha concepita durante una scappatella con una domestica; la seconda parte del romanzo sembra distanziarsi completamente dalla precedente, cambiando la voce narrante da Tracy a Ben e Shannon, main realtà tratta il medesimo tema. La differenza sta nella prospettiva:anche se Robert Chapman non si è mai separato fisicamente dalla figlia, viveva comunque in un altro mondo affettivo, tenendola distante da sé e dal suo cuore. Ben e Shannon, invece, si separano poco dopo la nascita della bimba, eppure è come se fossero rimasti sempre legati, non fisicamente ma sentimentalmente. Ed è proprio quell’amore che li unisce a farli rincontrare a distanza di più di quarant’anni. Ben vede in Shannon la sua Tracy, persa tanto tempo prima, sia nei lineamenti simili, sia nell’amore per i libri e per le parole che hanno il potere di ‘curare l’anima’, ma vede anche un po’ di se stesso in lei, nella voglia alla base del collo che entrambi hanno identica.

Vento dall’ Est è un romanzo di incredibile profondità, che colpisce e commuove per la poesia dei suoi lunghi flussi di coscienza, che comunque non rendono lenta la lettura poiché scritti con una sintassi chiara, chiusa in capitoli brevi e simili a istantanee. Ciò che non convince molto sono i dialoghi, se uno stile di scrittura ricercato va bene per i discorsi indiretti e per le descrizioni, risulta invece artificioso dentro ai discorsi diretti, rendendoli un po’ troppo ‘rigidi’ e lontani dallo stile del parlato, molto più colloquiale nella realtà, come si può notare dall’uso del passato remoto: “Ma perché, Tracy? Perché piangesti?” Usando al suo posto il passato prossimo la domanda sarebbe risultata alla lettura molto più fluida e più ‘vicina’ alle forme della sintassi diretta. Quello che,al contrario, colpisce in positivo è la ricca simbologia nella narrazione, densa di significati sottesi. Prima fra tutti quella riguardante il vento, di cui abbiamo già parlato. È come se il vento rappresentasse il destino, che ha un piano per ciascuno di noi, l’importante è saper aspettare e sperare. Un’altra immagine ricca di fascino è quella del mare. All’inizio del romanzo l’oceano è sinonimo di morte, Tracy ricerca fra le sue onde l’agognata fine del proprio tormento, nell’epilogo invece rappresenta per Ben e Shannon un modo per far pace col passato e ricominciare da lì in poi una nuova vita assieme.

Cercami nel vento, di Silvia Montemurro

Cercami nel vento della scrittrice lombarda classe 1987, Silvia Montemurro (Sperling &kupfer, 2016) è il primo New Adult nato dalla penna dell’autrice de L’inferno avrà i tuoi occhi  (2013) e di molti altri gialli di ambientazione italiana. Il libro rappresenta il promettente esordio di Silvia Montemurro al mondo del romance, con una storia che sa commuovere e divertire in egual maniera.

Trama di Cercami nel vento

Cercami nel vento racconta dell’incontro fra Camilla e Teo, una collisione di due mondi e stili di vita all’apparenza diversi. Schivo e presuntuoso lui, solare e comunicativa lei. Teo, emigrato dalla Sardegna in un paese montano in provincia di Milano, si mantiene facendo l’operaio, Camilla invece è una promettente violinista, prossima al diploma al Conservatorio, vanto e orgoglio della sua famiglia altoborghese. L’inizio della storia sembra ruotare attorno all’incontro/ scontro fra due anime diverse, incapaci di comunicare senza litigare, per poi arrivare al compromesso che solo l’amore può suggerire, nella cornice di una breve vacanza a Venezia. Si intuisce che Teo nasconde qualcosa del suo passato, ma a parte questo dettaglio celato non sembrano prospettarsi molti altri colpi di scena nella trama. Nulla di più sbagliato dell’impatto iniziale che dail romanzo al lettore, dato che la narrazione più o meno a un terzo del libro si sposta su binari completamente diversi, ad esempio lasciandosi alle spalle i frivoli battibecchi fra la protagonista e la sua migliore amica. L’attenzione si concentra sulla scoperta da parte di Camilla di avere un cancro, il linfoma di Hodgkin, e la conseguente scelta di partire e nascondere a Teo il suo male.

Il loro rapporto era appena nato quando questo macigno si è abbattuto sulle sue spalle, di conseguenza lei non si sente pronta a condividere un dolore così grande, così intimo, con un ragazzo appena conosciuto. Ha paura di spaventarlo e di perderlo, e fa la scelta più sbagliata: tenere Teo all’oscuro di tutto, accampando come scusa una vacanza inaspettata con la madre. Così Camilla viene ricoverata a Milano e comincia il primo ciclo di chemio, una cura che si rivela più distruttiva del previsto. L’unica ancora di salvezza per lei, non potendo contare su Teo, è rappresentata da Marco, un altro paziente di oncologia, e dal gruppo dei B.Livers, formato da ragazzi malati che non hanno mai perso la voglia di guarire e di guardare al futuro nonostante tutto. I mesi trascorsi in ospedale saranno per Camilla una grande prova di vita da affrontare, soprattutto la morte del suo punto fermo:l’amico Marco. Da quel momento in poi cambia qualcosa nella mente di Camilla e capisce che non può più scappare. È suo dovere vivere e sperare, ciò che Marco la invogliava a fare, e per riuscirci ha bisogno di Teo. Sarà ancora lì ad aspettarla? Vorrà aiutarla a portare questo peso insieme a lei?Cercami nel vento è un drammatico e commovente affresco di come la vita cambi strada senza preavviso, come il vento. È nostro compito seguirlo e vedere dove ci porterà e, quando necessario, andargli incontro e sfidarlo. Camilla non abbandonerà mai il sogno di diventare una violinista professionista, neppure quando la malattia sembrerà toglierle le forze di esercitarsi con lo strumento. Ma nei momenti peggiori, quando l’immagine riflessa nello specchio non è più quella di un tempo, quando le amiche di sempre sembrano essersi allontanate, quando la gente per strada la guarda con pena scuotendo il capo, capisce di poter contare su un’unica persona: Teo.

I drammi del passato di Camilla in Sardegna torneranno a bussare alla sua porta e a chiedere di essere affrontati, ma la battaglia interiore di Camilla sarà di esempio anche per lui. Dio non dà nulla che l’uomo non possa sopportare. Teo e Camilla da soli non sono altro che anime perse nelle proprie paure e debolezze, insieme sono una forza della natura.

Analisi

Cercami nel vento ci insegna che l’unica debolezza è non avere il coraggio di chiedere aiuto quando serve. Tramite le parole che Camilla appunta nel suo Moleskine viviamo il suo tormento, ma anche la sua voglia di vivere, non di sopravvivere, soprattutto quando dentro di lei infuria la tempesta. Impara a sentire la natura con nuovi sensi, ascoltando l’istinto di andare dove il cuore le comanda, ecco come l’autrice parla di questo tema: Esistono luoghi che ci chiamano, magari anche da molto lontano. Non ne conosciamo la ragione, ma, ancora prima di averli visti, sappiamo che seguendo il loro richiamo troveremo un pezzo della nostra anima. Camilla imparerà a cercare nel vento una risposta ai suoi dubbi: la voce amica di Marco che, ovunque sia, continuerà a sostenerla sempre, ricordandole di trarre sempre il meglio da ogni cosa. Il finale di Cercami nel vento è volutamente lasciato in sospeso, come i panni stesi dai balconi delle abitazioni che Camilla amava tanto fotografare. Ma l’intento non è lasciare il lettore con un senso di irrisolto, bensì spostare l’attenzione dalla meta al viaggio. Non è importante sapere se Camilla alla fine guarirà oppure no, ma è fondamentale capire come sia cambiata la vita della protagonista durante il suo percorso di crescita. Il cancro le avrà tolto mesi di normalità, ma l’ha anche resa speciale, facendole un grande dono: la meraviglia.