Il Natale diventa letteratura con le poesie di Ungaretti, Saba e Quasimodo

Chritsmas is the air, tra poche ore sarà Natale, le case e i balconi si illuminano di mille colori, dalle finestre si intravedono gli abeti vestiti a festa. La gente guidata da sontuose luminarie affolla le strade, in cerca degli ultimi regali da mettere sotto l’albero. I presepi si preparano ad accogliere Gesù bambino.

Anche importanti personalità della letteratura del Novecento ne avevano raccolto l’atmosfera, facendo del Natale, l’inchiostro per loro penne, redigendo capolavori immortali.

In particolare tre sono le poesie di natale d’autore che hanno un prezioso lascito nella letteratura novecentesca: Natale di Giuseppe Ungaretti, Nella notte di natale di Umberto Saba e Natale di Salvatore Quasimodo.

Ungaretti: Il natale come tregua dalla guerra

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

Napoli 26 Dicembre 1916

Natale fa parte della terza sezione della raccolta Allegria di naufragi, che comprende i componimenti di guerra. Come si apprende dalla data apposta dall’autore alla fine del suo componimento, ci ritroviamo nel bel mezzo della prima guerra mondiale.Ungaretti ha già fatto la sua esperienza da soldato ed ha
imparato a conoscere la tragicità di essa. Il poeta si trova a Napoli, ospite di amici, per beneficiare della licenza per le festività natalizie.

Ungaretti, stanco fisicamente e psicologicamente preferisce rimanere in casa, godendosi la serenità domestica:non intende “tuffarsi in quel gomitolo di  strade”, immergersi cioè nel caos, che ricorda i rumori orrendi della guerra che, pesantemente incombono nelle sue orecchie e sul suo corpo. Il soldato
stremato si reifica a qualcosa che deve essere posato in un angolo. In una posizione isolata, tranquilla e silenziosa,in contrapposizione del caos della guerra. Lì, dove si percepisce solo il caldo riposante della casa in contrasto con il freddo pungente della trincea e dove, immobile, può abbandonarsi osservando le capriole che fa il fumo all’interno del focolare. In questa poesia emerge costantemente il contrasto tra io poetico e la condizione disumana della guerra.

Il poeta desidera rimanere solo e riposarsi, lontano dal dolore di quella guerra spietata. Questo suo stato d’animo triste e quasi rassegnato emerge anche dalla tessitura metrica del componimento, tipici della poesie ermetica, scarna ma essenziale. Ciò che subito ci balza agli  occhi, è l’assenza della punteggiatura. I versi sono frantumati, privi di musicalità: il lettore percepisce la tetra e asfissiante cappa della guerra, che ha travolto lo stesso poeta.

Il Natale vissuto da Ungaretti, dunque, si configura come un bisogno di pace, identificata con l’atmosfera rarefatta prodotta dal calore del camino.

Saba: il Natale come culla della gioia

Io scrivo nella mia dolce stanzetta,

d’una candela al tenue chiarore,

ed una forza indomita d’amore

muove la stanca mano che si affretta.

Come debole e dolce il suon dell’ore!

Forse il bene invocato oggi m’aspetta.

Una serenità quasi perfetta

calma i battiti ardenti del mio cuore.

Notte fredda e stellata di Natale,

sai tu dirmi la fonte onde zampilla

Improvvisa la mia speranza buona?

È forse il sogno di Gesù che brilla

nell’animo dolente ed immortale

Nella notte di Natale è una poesia di Saba non molto celebre. Il luogo e la data di pubblicazione sono molto incerti: presumibilmente è stata scritta nel 1901. Dunque apparterrebbe alla sezione Poesie dell’adolescenza e giovanili del Canzoniere.

Il tema della serenità domestica, del calore protettivo e del raccoglimento ricorrono anche in questo componimento. Saba si ritrova solo nella sua stanzetta, a fargli compagnia una candela che illumina lo spazio. Alla  tristezza dei versi precedenti si oppone “una forza indomita d’amore” che ispira il poeta e lo aiuta a scrivere. Si percepisce una serenità, quasi perfetta, che avvolge tutto, placando tutti gli animi inquieti.Saba è talmente meravigliato da questa inedita ebrezza che si chiede da dove provenga. Il poeta
impersonifica la Notte intraprendendo con essa un colloquio: le chiede se conosce la fonte di questa serenità. Immediatamente dopo lascia il passo ad una riflessione, se questa gioia smisurata non sia Gesù, che dalla mangiatoia infonde amore e conforto agli animi afflitti.

Da un punto di vista stilistico, il componimento,per nulla opulento a livello metrico, presenta una sintassi molto chiara. Lo schema metrico fa riecheggiare i versi come una sorta di filastrocca ed è proprio in questa tipologia che viene riconosciuta: molti infatti sono i bambini che la recitano come per celebrare il Natale.

Quasimodo: La pace del presepe contro l’inquietudine dell’uomo

Natale .Guardo il presepe scolpito
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.

Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure in legno ed ecco i vecchi
del villaggio e la stalla che risplende
e l’asinello di colore azzurro

Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Il titolo originario è Natale, ma il componimento viene spesso denominato Presepe.
Anche in questo caso la data e luogo della produzione sono ignoti,ma considerando l’incipit si può ipotizzare la sua stesura nel giorno di Natale o durante il periodo delle festività.

Questa poesia si divide in due parti. Nella prima parte, Quasimodo nel giorno di Natale si ferma ad osservare il Presepe: i pastori sono giunti alla grotta Betlemme. Altresì i Re Magi con i loro lunghi abiti, si sono recati al cospetto di Gesù per rendergli omaggio. Pace e Silenzio regnano in questa finzione scenica e tra queste figure di legno. Ecco i vecchi del villaggio che, sopraggiungono anch’essi. La stella cometa illumina la grotta, colorando d’azzurro il manto dell’asinello.

Da questo punto si apre la seconda parte della poesia: il poeta si sofferma e medita sulla Natività e sulla condizione dell’uomo. Regna la pace nel cuore di Cristo ma no in quello dell’uomo, anzi dopo venti secoli dall’arrivo del Salvatore, gli uomini ancora si scagliano reciprocamente uno contro l’altro. Palese è il rimando biblico a Caino e Abele. Alla base del componimento c’è dunque,una dicotomia: la pace del presepe da un lato e l’istinto violento degli uomini, che lottano contro sé stessi e contro gli altri uomini

La produzione si conclude con un quesito che Quasimodo porge ai suoi lettori: se in questa inquietudine e disordine, ci sarà mai qualcuno che, sentirà il  pianto del bambino che morirà poi sulla croce tra i due ladroni.

Questo Natale come raccoglimento, è lontano anni luce da quello celebrato nei tempi moderni: di certo non bisogna rinunciare alla giovialità dei preparativi natalizi e alla celebrazione della festa, ma uno spiraglio di riflessione dovrebbe aprirsi nel cuore e nell’animo di ogni lettore.

La necessità del Natale di Brecht e la premessa alla corretta lettura dei Vangeli

«Oggi siamo seduti, alla vigilia / di Natale, noi gente, misera / in una gelida stanzetta, / il vento corre di fuori, / il vento entra. / Vieni, buon Signore Gesù da noi, volgi lo sguardo: / perché Tu ci sei davvero necessario». Era Bertolt Brecht, apparentemente così lontano dal cristianesimo, a ricordare, in una delle sue poesie degli anni 1918-’33, questa “necessità” autentica e profonda del Natale di Cristo per gli ultimi della terra e per tutti i “poveri” (spesso tali non solo a livello sociale). Per comprendere l’evento radicale e “necessario” dell’Incarnazione il cristiano si rifà alla lettura e all’interpretazione di alcune pagine di quei quattro capitoli dei Vangeli di Matteo e Luca, due per ciascuno, che totalizzano 180 versetti e che hanno ricevuto la tradizionale titolatura di “Vangeli dell’infanzia di Gesù”. Tuttavia, per approcciarsi correttamente alla lettura di questi versetti è necessario fare una premessa di metodo.

Premessa ai Vangeli: due itinerari opposti

Nella mentalità semitica c’è un modo di esprimersi simbolico che gli studiosi hanno chiamato “polarismo”: se io colgo i due poli di una sfera, riesco a sollevarla e a reggerla. Nascita e morte, Vangeli dell’infanzia e Vangeli della Pasqua sono stati il “polarismo” della vita di Gesù e della predicazione della Chiesa. Agli inizi del cristianesimo, nella meditazione sull’incarnazione natalizia e sulla risurrezione pasquale si raccoglieva sinteticamente tutto l’annuncio salvifico cristiano. Per questa ragione i due mini-Vangeli non sono tanto una folcloristica sequenza di scene orientali, di sentimenti delicati, di vicende familiari e classiche riguardanti il delizioso “Bambino di Betlemme” a cui anche l’arte sacra ci ha abituati; sono invece un primo canto al Cristo glorioso la cui apparizione nel mondo è già il compendio cifrato e decifrabile della salvezza che egli ci porta.

Si tratta, quindi, di un racconto storico carico di immagini e di segnali simbolici ma anche e soprattutto carico di teologia. In pratica queste due narrazioni, parallele ma autonome, sono dirette dalla fede in Cristo e dirigono la fede in Cristo di chi le medita. Al centro, infatti, non c’è una dolce e drammatica storia familiare ma il mistero fondamentale del cristianesimo, l’Incarnazione, la Parola nelle parole, Dio nella tenda della “carne” fragile dell’uomo. “I due mondi da sempre separati, il divino e l’umanoscriveva il filosofo danese Soeren Kierkegaardsono entrati in collisione in Cristo. Una collisione non per un’esplosione ma per un abbraccio”.

Proprio per questa densità teologica i due libretti evangelici dell’infanzia sono difficili, sono tutt’altro che pagine per bambini, come ancora qualcuno sospetta. Sotto la superficie smaltata dei colori, dei simboli, delle narrazioni, si apre un testo che è simile ad una cittadella ben compatta e armonica di cui bisogna possedere la mappa per raggiungerne il cuore. È necessario avere una “attrezzatura” interpretativa per entrare correttamente in queste pagine, attrezzatura che è offerta da una bibliografia sterminata. Gli interrogativi sono molteplici, di ordine letterario, storico, teologico. Pochi sanno, ad esempio, che l’ultimo libro ad essere messo all’Indice, prima dell’abolizione di questa prassi, fu una Vie de Jésus (1959) di un noto biblista francese, Jean Steinmann, proprio a causa del capitolo dedicato ai Vangeli dell’infanzia.

Due sono le sponde da evitare. La prima è quella storicistica o apologetica. È visibilissimo anche in superficie che queste pagine sono differenti da quelle che compongono il resto dei Vangeli; il loro nucleo storico di eventi è avvolto in un velo di interpretazioni, di approfondimenti, di rielaborazioni teologiche, di simboli, di allusioni bibliche (donde le diverse catalogazioni degli esegeti: racconto omiletico cristiano, storia simbolica, storia popolare, e così via). Sono ardui e spesso vani, allora, gli sforzi di quelli che vogliono dimostrare e documentare storicamente ogni asserto. Solo per fare un esempio, pensiamo allo spreco di energia esegetica e scientifica che ha causato la stella dei Magi: c’era chi ricorreva, come Keplero, a una “nova” o “supernova”, cioè a una di quelle stelle deboli e lontane che improvvisamente, per settimane o mesi, crescono in intensità visiva a causa di un’esplosione colossale interna; c’era chi si affidava alla cometa di Halley (apparsa però nel 12-11 avanti Cristo) chi ipotizzava una congiunzione Giove-Saturno, e così via.

C’è, tuttavia, un’altra sponda da evitare ed è quella mitico-allegorica. In questa prospettiva il testo è solo un “pretesto” per illustrare tesi cristologiche o per rivestire di consistenza fantasie popolari o per rielaborare miti antichi oppure per suscitare emozioni spirituali e morali. Va in questa direzione quella melassa religiosa, sentimentale, infantilistica che è versata a piene mani su queste pagine da un certo “clima natalizio”, complice il consumismo interessato. I Vangeli dell’infanzia, invece, sono testi per adulti nella fede, i cui segreti storici e teologici si aprono solo a chi vuole comprendere autenticamente le Scritture. Al centro c’è un uomo e quindi una storia che è l’antipodo del mito. Un uomo reale, segnato dalle frontiere del tempo che si chiamano nascita e morte. Un uomo come tutti, contrassegnato da una sua identità spaziale, culturale, temporale e linguistica. Ma su questo uomo si proietta la luce della Pasqua e del mistero. Un uomo, allora, diverso da tutti perché il suo tempo cela in sé l’eterno, perché il suo spazio abbraccia ogni altezza, larghezza e profondità, perché le sue parole non tramonteranno mai, perché le sue opere non sono sue ma di Dio stesso, perché il suo amore è infinito, perché la sua nascita modesta è rivelazione cosmica, perché la sua morte è vita per tutti.

 

Fonte: Il Natale secondo i Vangeli canonici dell’infanzia-Mons. Ravasi

Riflessioni: Il Natale religioso e laico, tra Moravia e il Vangelo di Luca

Qual è il vero significato del Natale? Probabilmente per molti non ha alcun significato, per gli atei e gli agnostici, anche se alcuni di loro considerano importante e rivoluzionaria la figura di Gesù in quanto personaggio storico, umano, non divino, alla stregua di Buddha o di un qualsiasi guru New Age, ma si potrebbe provare a fare un discorso laico riguardo al Natale cercando di liberarlo delle incrostazioni consumistiche e festaiole.

Nel portare avanti un discorso di questo tipo ci viene in soccorso l’incipit di un articolo sul Natale di Alberto Moravia, che non è stato di certo un fervente cattolico, e he a qualcuno potrebbe suonare troppo moralistico:

Il Natale odierno mi fa pensare a quelle anfore romane che ogni tanto i pescatori tirano fuori dal mare con le reti, tutte ricoperte di conchiglie e di incrostazioni marine, che le rendono irriconoscibili. Per ritrovarne la forma, bisogna togliere tutte le incrostazioni. Così il Natale. Per ritrovarne il significato autentico bisognerebbe liberarlo da tutte le incrostazioni consumistiche, festaiole, abitudinarie, cerimoniose.

A queste parole aggiungiamo quelle di un cardinale e uomo di grande cultura, Monsignor Gianfranco Ravasi, biblista, ebraista e teologo, presidente della “Casa di Dante in Roma”, riportate qualche anno fa su verdementablog, ma che sono sempre valide, per ogni Natale che ci accingiamo a trascorrere:

Certo, il rituale laico di questa festa cristiana è spesso analogo ai cine-panettoni e ha come emblema luci al neon e vetrine colme. Tuttavia non si può ignorare che ora molta gente fatica persino ad allestire un pranzo natalizio degno di questo titolo. E allora l’omelia potrebbe continuare lasciando la parola a un vero predicatore, papa Francesco, con l’incisività delle sue parabole sulla povertà. È lui, infatti, più di tanti politici, a far risuonare il ruggito della fame del mondo, a scrivere nel suo ultimo testo Evangelii gaudium  pagine roventi sulla necessità dell’inclusione sociale dei poveri e sulla pace e il dialogo sociale, a scendere fino a Lampedusa per incontrare le nuove famiglie di Betlemme profughe come quella del neonato Gesù e a invitare tutti noi a trasferirci dai centro-città festosamente illuminati alle squallide periferie. A proposito di periferie, continuerei allora la mia predica più o meno laica  con una testimonianza personale. Quand’ero giovane prete, studente a Roma, mi recavo a visitare gli infermi di una parrocchia di Torpignattara. C’era un anziano che mi accoglieva sempre con gioia, mi preparava il caffè, mi tratteneva il più possibile. Quando dovetti salutarlo per l’ultima volta perché rientravo a Milano, mi disse sconsolato: <<Lei non sa cosa vuol dire non attendere più nessuno>>. Quante persone nel giorno di Natale sono come lui, sole, dimenticate, davanti a un telefono che non squilla perché non c’è più nessuno che si ricorda di loro e al massimo possono parlare solo coi loro cari morti.

Del resto Voltaire diceva che le prediche sono come la spada di Carlo Magno, lunghe e piatte, perché i predicatori quello che non sanno darti in profondità ti danno in lunghezza. Monsignor Ravasi conclude con una provocazione:

Anche quest’anno il Natale ha nel mondo la solita presenza di Erodi e di innocenti sgozzati. Lascerò ai lettori di riflettere su un aneddoto che mi ha raccontato l’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede e che può essere sia una rappresentazione della storia umana sia un amaro esame di coscienza collettivo. Anni fa, in visita allo zoo biblico di Gerusalemme fu condotto Henry Kissinger, Segretario di Stato di Nixon. Egli rimase stupefatto di fronte a un leone accovacciato davanti a un agnello che brucava pacificamente. Si era forse avverata la profezia messianica di Isaia secondo la quale il leone si sdraierà accanto all’agnello in perfetta armonia? «No replicò il direttore dello zoo in verità noi sostituiamo ogni giorno un nuovo agnello…!».

 

Il Natale cristiano non è una stucchevole favoletta

Ma tornando al Natale religioso, cristiano, come è possibile cercare trasmettere a tutti, cattolici compresi, lo spirito genuino del Natale di Gesù bambino? In primis spogliandolo dei rivestimenti retorici e fantasiosi che lo rendono una favola mielosa e stucchevole, adatta solo a costruire presepi.

Partiamo da un dato topografico, come ci suggerisce Mons. Ravasi. La tradizione cristiana, sostenuta da San Girolamo che vivrà per decenni a Betlemme, parlerà di una grotta simile a quelle adiacenti alle povere case di allora. Giovanni era nato nella casa sacerdotale del padre, Cristo nasce nell’emarginazione, privo di un guanciale. Eppure nel racconto di Luca c’è un particolare sottolineato con tenerezza: Maria «avvolse il bambino in fasce e lo depose nella mangiatoia» (v. 7). Del Battista si dice soltanto: «Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio» (1,57).

Il secondo dato da considerare è quello “temporale”. Esso è scandito dalle ore dell’imperatore Ottaviano Augusto (31 a.C.-14 d.C.) ed è precisato da Luca con l’indicazione del famoso “primo censimento”, ordinato dal legato di Siria Quirinio. Non è il caso ora di entrare nel merito della secolare discussione su questa informazione che apparentemente sembra errata, essendo documentato solo un censimento di Quirinio del 6 d.C., quando Gesù aveva ormai dodici anni. È probabile che si tratti di una “prima” operazione censuale, ordinata durante un incarico straordinario ricoperto da Quirinio prima di essere formalmente nominato legato di Siria. Vogliamo solo ricordare che con questi dati appare nitidamente il valore dell’incarnazione, cioè dell’ingresso di Dio negli eventi e nel tempo umano. Efrem il Siro unirà i due estremi del parto da Maria e della morte in croce per esaltare l’incarnazione nella sua realtà: <<La sua morte in croce attesta la sua nascita dalla donna. Infatti se un uomo muore, dev’essere pure nato>> Perciò la concezione umana di Gesù è dimostrata dalla sua morte in croce. Il censimento romano, segno di schiavitù, ci ricorda che Cristo nasce da un popolo oppresso e in mezzo a quei poveri che i potenti considerano pedine insignificanti sullo scacchiere dei loro giochi politici. Esattamente come oggi, basti pensare a chi giovano le guerre, i flussi migratori, la povertà, la fame, le malattie.

Il Natale nel vangelo di Luca senza retorica e sentimentalismi

Prendiamo allora nel dettaglio i versetti del Vangelo di Luca relativi alla nascita di Gesù (2,1-14) per comprendere il vero significato di quello che vuol dire l’evangelista, che ci trasmette una verità teologica:

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Nontemete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Mentre il potere si divinizza per sottomettere gli uomini, Dio si umanizza per salvarli: questo  il  messaggio della notte di Natale che la chiesa ha scelto con il vangelo di Luca.

A quel tempo un decreto di Cesare Augusto”, (si tratta di Ottaviano che è il primo che ha assunto come appellativo “Augusto”,  cioè  “degno  di  venerazione), ordinò  che  si  facesse un censimento di tutto l’Impero, per riscuotere le tasse. Il censimento, nella Bibbia, veniva sempre visto come un attentato contro Dio, perché Dio era il Signore della terra e degli uomini. Dunque Luca vuole trasmettere non tanto una verità storica, quanto una verità di fede. C’è dunque un’usurpazione e il movimento degli zeloti è nato come resistenza a queste forme di censimento. In questo contesto Luca scrive che “Dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì in Giudea alla città di Davide”, e che “La città di Davide è chiamata Betlemme”, ciò meraviglia perché nella Bibbia la città di Davide è sempre stata Gerusalemme, non Betlemme, dove Davide era pastore, a Gerusalemme era re; dunque Luca vuol far comprendere che colui che sta  pernascere  non  avrà  i  tratti  del  monarca, ma i tratti del pastore. Ma ecco un’altra sorpresa: “Giuseppe doveva farsi censire insieme a Maria sua sposa”. Il matrimonio ebraico si divideva in due parti: la prima, lo sposalizio, e la seconda, le nozze. Qui abbiamo una coppia rimasta alla prima fase del matrimonio, il termine sposa destava grande scandalo nella comunità cristiana primitiva, che nel IV secolo venne  sostituito con “moglie”, perché altrimenti sembrava una coppia irregolare. Maria e Giuseppe erano dunque una coppia di fatto. Da evidenziare anche un’altra novità: lo stesso nome Maria nell’Antico Testamento era un nome maledetto da Dio, mentre Dio nel Nuovo Testamento si rivolge proprio ad una donna (nell’A.T. la donna era un essere impuro, inferiore persino al bestiame, nonché una disgrazie per la famiglia) di nome Maria.“Mentre si trovavano in quel luogo si compirono per lei i giorni del parto”: purtroppo la tradizione ha un po’ travisato il messaggio dell’evangelista. Il percorso da Nazaret a  Betlemme veniva fatto a piedi e una donna gravida non poteva certo percorrere quel tragitto. Quindi sono arrivati quando Maria ancora poteva permettersi tutto quel viaggio. “Diede alla luce il suo figlio primogenito”: il primogenito” è il figlio maschio primogenito che va consacrato secondo quanto prescrive un libro dell’Esodo; dunque Gesù è sacro al Signore.

“Lo avvolse in fasce”, il  dettaglio delle fasce è un richiamo al libro della Sapienza per indicare che Gesù nasce come tutti. “E lo pose in una mangiatoia”, anche la mangiatoia è un richiamo al profeta Isaia, il quale dice che “il bue riconosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. Attraverso questi richiami Luca vuol far capire che Gesù, come venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto, non l’hanno riconosciuto. “Perché per loro non c’era posto …”.  Anche su questo verso si commettono errori: in passato l’errata traduzione del termine greco con “albergo”, diede origine alla storia di Maria e Giuseppe che non trovavano posto. “Non c’era posto nell’alloggio”. L’abitazione palestinese era fatta in questa maniera: c’era una parte scavata nella roccia che è la parte più  sana, più sicura, più pulita, dove venivano conservati i generi alimentari e dove c’era la mangiatoia, poi una parte in muratura, un’unica stanza, dove avveniva tutta la vita della famiglia. Quando  però una donna partorisce, secondo il libro del Levitico, è impura, quindi tutto quello che tocca,  o le persone che avvicina, diventano impure e non può stare lì. Ecco perché non c’è posto per lei lì nell’alloggio e deve andare nella parte interiore. “C’erano in quella regione alcuni pastori”. Quando l’evangelista ci presenta i pastori, non intende raffigurarci i bei personaggi del nostro presepe. A quell’epoca, prescrive il Talmud, nessuna condizione al mondo è disprezzata come quella del pastore. I pastori, lontani dalla società civile, non erano pagati, vivevano di furti, non avevano diritti civili. Non potendo andare in sinagoga o al tempio per purificarsi, erano l’emblema, l’immagine del peccatore impuro. Per loro non c’era salvezza. Ebbene, quando verrà il messia, questi pastori, insieme ai pubblicani, saranno i primi della lista ad essere eliminati.

Scrive l’evangelista che “Un angelo del Signore”, è  la terza volta che compare questo personaggio. Per “angelo del Signore” non si intende mai un angelo inviato dal Signore, ma è Dio stesso quando comunica con gli uomini. Quindi la formula “angelo del Signore”, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, indica sempre il Signore quando entra in relazione con gli uomini; è la terza volta che appare, e sempre in relazione alla vita. La prima volta per annunziare la vita di Giovanni al padre, a Zaccaria; la seconda per annunziare la vita di Gesù a Maria e adesso il Salvatore ai pastori. “Si presentò a loro”. Questo angelo del Signore veniva rappresentato, nell’Antico Testamento, con la spada sguainata, pronto a castigare i peccatori. Ebbene, quando Dio si presenta di fronte ai peccatori, non li minaccia, non li castiga, non li fulmina, ma, ecco la novità, è la Buona Notizia di Gesù, “La gloria del Signore li avvolse di luce”. Luca smentisce tutta la teologia preesistente, di un Dio che giudica, che minaccia o che castiga. Quando Dio si incontra con i peccatori non fa altro che avvolgerli con la sua luce, la luce del suo amore. Ma i pastori non lo sanno, e infatti, scrive l’evangelista “sono presi da grande timore”, perché sapevano quello che li aspettava. Ma l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia”; la grande gioia della Buona Notizia scaccia il grande timore. E qual è la grande gioia? Che nella città di Davide è nato per voi non un castigamatti, ma il Salvatore.

Solo i Vangeli di Matteo e Luca trattano la nascita di Gesù, in maniera differente ma comunicando le stesse verità teologiche. Ripartiamo da qui e dalle riflessioni di Moravia e di Mons. Ravasi, se si vuol vivere un Natale autentico, all’insegna della condivisione, perché no, del relax, del sano divertimento, senza farsi inghiottire dall’atmosfera festaiola e dal vortice del consumismo e senza dimenticare quello che accade intorno a noi.

 

Bibliografia: http://www.studibiblici.it/VideoOmelie/trascrizioni/Commento%20al%20Vangelo%20di%20P.%20Alberto%20Maggi%20-%2024%20dic%2009.pdf