Edoardo Sanguineti, il “chierico organico” studioso di Dante

Esponente di spicco nonché tra dei fondatori del Gruppo ’63, Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930 – Genova, 18 maggio 2010), soprannominato “chierico organico”, in quanto le sue opere avrebbero frantumato, messo in discussione il vecchio sistema, è stato docente di letteratura italiana, poeta, saggista, autore teatrale, studioso e critico di Dante.

Nato a Genova il 9 dicembre 1930, si è spento all’età di 79 anni il 18 maggio 2010. Formatosi a Torino, già da giovanissimo inizia ad interessarsi di letteratura dando origine nei primi anni cinquanta al suo poema più famoso: Laborintus (1956). Il titolo prende spunto dall’utilizzo di uno schema labirintico e secondo il critico Risso anche dalla “complessità della realtà atomica di quegli anni, i cui esiti potevano davvero essere benjaminianamente catastrofici”. Si tratta di una raccolta di poesie che poggiano su un complesso sistema narrativo articolato in ventisette componimenti, tutti privi di titolo, ma numerati progressivamente, accomunati dalle stesse caratteristiche tecniche e tematiche. In questo modo i singoli brani si intrecciano tra di loro costituendo un poema labirintico. In realtà il testo risale all’omonima opera latina, un trattato di arte poetica di Everardus Alemannus del XIII secolo. Dall’opera  di Sanguineti emerge dunque il labirintico e contraddittorio disordine e confusione della società neocapitalistica, e segna una svolta nella lirica italiana, dato il suo sperimentalismo.

Tale opera è stata pubblicata nell’anno della laurea di Sanguineti, grazie anche alla collaborazione del direttore Luciano Anceschi, che sulla rivista <<Il Verri>> nel 1960 afferma: “Accade in questi anni – e vogliamo mettere come data di inizio del movimento il 1956? – nel nostro paese qualche cosa di naturale, di prevedibile, di necessario: nasce probabilmente una nuova generazione letteraria”. Per quano riguarda il compito del critico, Sanguineti afferma:

“Compito del critico è non di ‘missione’ ma di ‘dimissione’. Il problema non è stabilire ciò che è bello o ciò che è poesia, quanto di farsi storici: uscire fuori dalla categoria giudicante dei critici, verso un’interpretazione storica concreta. La ‘missione’, insomma, è di dare le dimissioni da critico ‘puro’”

Dalla sua tesi su Dante con il professor Giovanni Getto, pubblicata poi nel 1961 con il titolo Interpretazione di Malebolge, Sanguineti getta le basi per altre sue opere critiche come Realismo di Dante e Dante reazionario. Tra il 1956 e il 1959 assistiamo ad un reale passaggio dall’intellettualismo alla concretezza della quotidianità, proseguendo con poesie di tema trattato in chiave visionaria, che vanno sotto il nome di Erotopaegnia.

Il 1963 è un anno importante per Edoardo Sanguineti: a Palermo infatti si forma il Gruppo ‘63, risultato dei legami e dei contatti degli anni precedenti ed ottiene la cattedra di letteratura italiana moderna e contemporanea presso la facoltà di lettere di Torino.
La sua attività poetica va avanti per un cinquantennio, finchè nel 1969 si assiste allo scioglimento del Gruppo 63, dando l’avvio ad un periodo pieno di impegni accademici e politici. Ricordiamo infatti che il critico è stato eletto come parlamentare indipendente nelle liste di Pci (1979-1983).

Sanguineti predilige l’aspetto satirico, clownistico ed ironico, combinando oggetti e segni tra loro sotto il segno del plurilinguismo, arrivando a definire se stesso “poeta patetico del Novecento”. Egli attua una dissoluzione delle forme linguistiche registrando la crisi ideologica e letteraria della borghesia, recuperando il linguaggio “basso” come dimostrano gli scritti: Orlando furioso, un travestimento ariostesco (1969), Faust, un travestimento (1985), Dialogo (1988), Commedia dell’Inferno (1989).

Il critico “dimissionario” ha cominciato interpretando a modo suo la lezione dei Cantos di Pound, (fatto rivoluzionario) per poi passare ad una poesia intimista, perfino crepuscolare, come dimostra l’interessante saggio su Gozzano ed infine approdare alla neoavanguardia.

Edoardo Sanguineti ha ricevuto numerosi premi letterari tra i quali la Corona d’oro di Struga, il Premio Capri dell’Enigma (1998), nel  2006 gli è stato assegnato il Premio Librex Montale, nonché candidato alle primarie dell’Unione per l’elezione del sindaco di Genova, il 4 febbraio 2007 e, nonostante non sia stato un grande poeta, a dispetto del saggista, probabilmente rimane tra i pochi scrittori davvero innovatori che ha partorito il Gruppo 63 che celebrava lo smantellamento della sintassi dell’io, l’antipoesia e l’antiromanzo, mettendo in ombra poeti come Luzi e Caproni. In un momento storico come quello, dove la cultura stava cambiando pelle, non bisogna però dimenticare che il PCI, cui ha aderito Sanguineti, aveva il proprio portafoglio a Mosca, e seguendo i diktat del COMINFORM, organizzazione internazionale di movimenti comunisti, costituita  in Polonia nel 1947, che gestiva numerose pubblicazioni, promettendo carriere impiegatizie a poeti “sbiaditi”. Non sempre la letteratura è nemica del potere, anzi può essere un valido mezzo per raggiungerlo, soprattutto quello culturale, del quale la sinistra italiana si è sempre sentita detentrice.

 

Gruppo 63: tra avanguardia e sperimentalismo

Per comprendere meglio il senso della nascita del Gruppo 63, occorre ricordare cosa fosse la società letteraria italiana  verso la fine degli anni cinquanta. Come ha giustamente constatato Umberto Eco, tra i massimi esponenti del Gruppo 63,

“si trattava di una società che era vissuta in difesa e in muto sostegno, isolata dal contesto sociale, e per ovvie ragioni. C’era una dittatura, gli scrittori che non si allineavano col regime erano a mala pena tollerati. Si riunivanmo in caffè umbratili, parlavano tra loro e scrivevano per un pubblico da tiratura limitata. Vivevano male, e si aiutavano a vicenda per trovare una traduzione, una collaborazione editoriale mal pagata. Era stato ingiusto, forse, Arbasino, a domandarsi perchè non avessero mai fatto una gita a Chiasso, dove avrebbero potuto trovare tutta la letteratura europea. Magari attraverso spalloni, ma Pavese aveva pur letto Moby Dick, Montale Billy Budd, e Vittorini gli autori che aveva pubblicato in Americana. Ma, se da dentro riuscivano a ricevere tutto, o molto, essi non potevano andare fuori”.

Con gli anni sessanta del Novecento dunque il neorealismo è ormai consunto; e il Gruppo 63 è il nuovo movimento viene a sostituire il precedente. In una realtà totalmente negativa, in quello che sembra essere il caos assoluto, ancora brancolante nelle incertezze e nella disperazione del dopoguerra, la neoavanguardia vede la poesia come «mimesi critica della schizofrenia universale, rispecchiamento e contestazione di uno stato sociale e immaginativo disgregato».

Ancora una volta il concetto fondamentale è trovare un più adeguato rapporto nell’ideologia-linguaggio che darà poi luogo allo sperimentalismo senza limiti sia nella lirica che nella narrativa. Si parte nel in realtà nel 1956 con le prime e non poche esperienze istaurate dal «Verri» la rivista milanese fondata da Luciano Anceschi che aggrega i cosiddetti poeti «novissimi»: Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Antonio Porta e Alfredo Giuliani. La poesia dei novissimi è una poesia capace di agire, di una considerevole efficacia linguistica e confrontandosi con le più vivaci e svariate forme del linguaggio tradizionale non ne dava solo un meccanico rispecchiamento. La nuova poesia si propone come strumento per creare un rapporto attivo con le cose, riducendo la presenza dell’io e affidandosi ad uno schizomorfismo (dissociazione della visione e delle forme) come tappa fondamentale della nuova ricerca.

Stimolati e allo stesso tempo insoddisfatti dei nuovi passi che si stavano muovendo un gruppo di scrittori e critici, tra i quali Umberto Eco, Renato Barilli, Francesco Leonetti, Giancarlo Marmori, Lamberto Pignotti, Alberto Arbasino, Edoardo Sanguineti, Giorgio Manganelli, Luigi Malerba, in occasione di un convegno tenutosi a Palermo nel 1963, creano il «Gruppo 63» affermando il carattere provocatorio della nuova letteratura, la protesta contro il realismo e contro l’assetto della realtà, il carattere dell’opera moderna come «opera aperta», la disgregazione dei linguaggi e l’uso del plurilinguismo. Edoardo Sanguineti diventa l’organizzatore teorico della neoavanguardia, in   In libri come Erotopaegnia (1960), Triperuno (1964), Catamerone (1974), Sanguineti libera i suoi blocchi esemplari di scomposizioni che disgregati fluiscono e producono relazioni solo in modo psichico-onirico. Sanguineti infatti si esercita a scomporre e ricreare «finimondi liquido-sintattici» nella poesia come nel romanzo e nel teatro; è necessario disarticolare ogni struttura della lingua per esprimere una realtà più complessa sempre in relazione con l’onirico e il ludico.

Impegnati nella medesima ricerca e accomunati dalla stessa concezione del linguaggio gli altri componenti del «Gruppo 63» sono Balestrini che salta lasciando spazi bianchi parole e crea collages; Porta che fa l’inventario di contenuti assurdi e sadico-infernali senza speranza di liberazione; Giuliani che con lo schizofrenismo del reale rimanda tutto ad un altro luogo da cui tutto nasce. Lo stravolgimento dei modi di comunicazione è continuamente inseguito e rappresentato ogni bizzarria è significazione di una comunicazione che non può avvenire o che forse può avvenire solo non comunicando come al solito.

Il Gruppo 63 non ha polemizzato contro l’establishment; si è trattato in realtà di una rivolta dall’interno dell’establishment, un fenomeno  nuovo rispetto alle avanguardie storiche. Ha senza dubbio infastidito la cosiddetta cultura impegnata fondata sull’unione tra poetica del realismo socialista e marx-crocianesimo, ma non si deve confondere un movimento d’avanguardia con una letteratura sperimentale. Renato Poggioli nella sua Teoria dell’arte d’avanguardia ha fissato le caratteristiche di questi movimenti: attivismo, antagonismo, nichilismo, culto della giovinezza, ludicità, prevalenza della poetica sull’opera, autopropaganda, rivoluzionarismo e terrorismo in senso culturale, ed infine agonismo.
Lo sperimentalismo invece è amore per la singola opera, tendente ad una provocazione al suo interno. Nel Gruppo 63 sono convissute le due anime, ed è ovvio, come afferma ancora Eco, che l’anima avanguardistica abbia prevalso nel creare la sua immagine massmediatica.

Tra le scelte di chi voleva difendere la specificità dell’esperienza letteraria e il libero valore di conoscenza, di chi voleva invece politicizzare l’arte e la letteratura, di chi era preso dall’ossessione dell’attualizzazione e chi invece negava addirittura la letteratura non ci fu scampo e l’ultima occasione di lavoro del <<Gruppo63>> fu la rivista mensile <<Quindici>> durata appena due anni.

Il Gruppo 63 si è consegnato alla storia? è stata davvero un’esperienza utile? Cosa rimane di quel vortice di idee? Del Gruppo 63, rimangono soprattutto l’esempio della abilità a sollevare polemiche faziose e spesso gratuite, come quella scatenata contro Carlo Cassola e Giorgio Bassani,  e ad agguantare buona parte del potere culturale italiano, nonché un certo snobismo.

La neoavanguardia: sperimentalismo ad oltranza

La Neoavanguardia è un movimento letterario cui hanno dato vita critici e scrittori italiani sul finire degli anni 1950, con la crisi dell’entusiamo post-resistenziale, con la presa di coscienza che la situazione politica venisse a rinchiudersi e con la messa in discussione della “teoria del rispecchiamento” (propria del neorealismo che aveva dato vita ad opere come Cristo si è fermato a Eboli, Uomini e no, Se questo è un uomo) da parte della fenomenologia e dello strutturalismo. È nel campo letterario il riflesso più vistoso del generale impulso alla modernizzazione che ha investito la cultura italiana nella seconda metà degli anni 1950. L’ impulso a favorire l’incontro con nuove discipline e indirizzi di pensiero quali la sociologia, l’antropologia, la linguistica, la psicanalisi e la fenomenologia, apre le porte ad un consistente aggiornamento scientifico nel lavoro dei critici, a cui segui anche il rifiuto della letteratura allora in auge.

Autori come Giorgio Bassani, Carlo Cassola, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini sono accusati di tradizionalismo provinciale e disimpegno intellettuale. La neoavanguardia recupera l’audacia sperimentale delle avanguardie storiche, innanzitutto del futurismo, battendosi per la definitiva consacrazione di Carlo Emilio Gadda. L’ingegnere milanese è assunto a paradigma del nuovo, insieme ad una programmatica rinuncia alla comunicazione e ad uno sconvolgimento dell’ordine linguistico. In una realtà negativa la neoavanguardia vede la poesia come «mimesi critica della schizofrenia universale, rispecchiamento e contestazione di uno stato sociale e immaginativo disgregato». La tesi della nuova scuola è un nuovo concetto del rapporto ideologia-linguaggio che dà luogo allo sperimentalismo ad oltranza nella lirica e nella narrativa. Tutto per negarsi al consumo promosso dall’industria culturale e per smascherare la falsità dei modelli di comunicazione imposti dallo sviluppo neocapitalistico.

La neoavanguardia vuole contestare il carattere ideologico della comunicazione linguistica e della struttura economica e sociale da cui la comunicazione deriva. Edoardo Sanguineti (1930) genovese, organizzatore teorico della neoavanguardia, in Ideologia e linguaggio (1963) e in Avanguardia, società, impegno (1966), riconosce la mercificazione della comunicazione linguistica e dell’opera d’arte perché esse dipendono dal mercato capitalistico. L’arte dell’avanguardia vive brevemente, rompendo col suo grido la mistificazione capitalistica. Come poeta di neoavanguardia, Sanguineti scompone la collocazione delle parole tenute legate dai segni convenzionali, le allinea in modo mistilingue mescolando latino medievale, greco, neologismi scientifici, cifre alfabetiche e numeriche, rappresentando così il caos schizofrenico, la nevrosi del tempo vissuto. Lo sconvolgimento linguistico é perciò un’omologia strutturale della realtà che sconvolge la coscienza, così come era avvenuto col futurismo o con il surrealismo (come si può notare nell’opera sperimentale Laborintus)

Il principale luogo di elaborazione di tali idee sono le riviste. In particolare <<Il Verri>>, rivista fondata nel 1956 da Luciano Anceschi; importanti contributi provengono anche dalle pagine di <<Menabò>>; e dalle riviste <<Malebolge>>, 1963-67, <<Il Marcatré>>, 1963-72 e <<Grammatica>> del 1964.
La coscienza di aver giocato un ruolo fondamentale nell’aggiornamento della letteratura italiana rispetto la resto della letteratura europea e del mondo è sempre accompagnata dalla consapevolezza che il paradigma culturale con il quale ci si stava mettendo al passo non era esattamente ‘novissimo’. Esemplare è quanto scrive Giorgio Celli parlando del ‘parasurrealismo’ di <<Malebolge>>:

“Il nostro paese non aveva potuto vivere l’esperienza surrealista […] Si poteva far qualcosa per colmare questo gap culturale?” La risposta è chiarissima: “[…] non era più lecito essere dei surrealisti in senso proprio, se negli anni Sessanta Breton era ormai un fossile storico. […] Volevamo, insomma, rivisitare da filologi, e riprodurre da falsari, la poetica e i metodi del surrealismo storico” proponendone “una rilettura, in chiave, per così dire, manierista”.

Angelo Guglielmi scrive:

“Ritenemmo (e lo facemmo), che fosse necessario aprire le nostre lettere, fin lì chiuse in un provincialismo non più pregnante, alle grandi correnti del pensiero moderno, dalla psicanalisi, alla fenomenologia alla teoria della relatività di Einstein, dallo strutturalismo alla semiologia, al formalismo russo, alla Scuola di Praga, alla linguistica che oltralpe, in Francia, in Germania, in Inghilterra, erano da tempo vive e operanti e avevano condizionato e nutrito i grandi capolavori della modernità dalla Waste Land di Eliot, ai Cantos di Pound, all’Ulysses di Joyce, all’Uomo senza qualità di Musil, al Processo di Kafka, alla Ricerca di Proust. Questi e molti altri appartenenti alla stessa temperie culturale erano i testi che allora leggevamo e tenevamo a modello”.

La cultura dei ‘Novissimi’ si fonda in larga misura su opere di filosofia, di etnologia, di antropologia culturale, di psicoanalisi, di linguistica, di semiotica e perfino di fisica e di economia; fra gli autori più frequentati ci sono Marx, Freud, Jung, Saussure, Gramsci, Husserl, Heidegger, Wittgenstein, Lévi-Strauss, Foucault, Althusser, Derrida.
Con la “scoperta” della centralità del linguaggio e con la questione della “riduzione del soggetto” i Novissimi hanno toccato un punto centrale dell’arte contemporanea. Tuttavia, hanno probabilmente scelto soluzioni difettose, che ne limitano il campo d’azione, basti pensare all’elaborazione di un linguaggio incomprensibile, incapace di comunicare ai più, ma appannaggio degli specialisti della letteratura.

Carlo Cassola, antieroe della Resistenza

‘’La felicità, quella gioia acuta che sconvolge il cuore, quella specie di spasimo dell’anima”. (Carlo Cassola). Semplice, spontaneo, dall’animo pacificista e solidale, un intreccio tra psicologia e politica, tra individuo e società, Carlo Cassola (Roma, 17 marzo 1917 – Montecarlo, 29 gennaio 1987), si è descritto così. Amante della letteratura italiana e in particolare di Dante e di Leopardi, di Tozzi e di Montale, Cassola è oggi un autore quasi dimenticato dall’establishment letterario e culturale italiano novecentesco e attuale. Scrittore dall’aria un po’ casalinga e provinciale, Cassola è in grado di infondere in ogni gesto quotidiano il senso profondo della vita, come racconta lui stesso:

“Fin da bambino, ero consapevole che ogni cosa, ogni fatto, ogni luogo, ogni tempo avesse una tonalità particolare; e questo alone che era intorno alle cose per me era più importante delle cose stesse’’.

Nato a Roma nel quartiere Salario il 17 marzo 1917 da una famiglia borghese e progressista di origine toscana, la sua non è stata un’ infanzia felice probabilmente perché, ultimo di cinque fratelli molto più grandi di lui, si è sempre sentito piccolo e solo. La sua indole da solitario e la sua fervida immaginazione lo spingon oa viaggiare oltre la vita e la realtà, come testimoniano i suoi Fogli di diario in cui incide parole, emozioni, sensazioni.

Dopo aver intrapreso un percorso di studi classici al Ginnasio Liceo Tasso, Carlo Cassola si iscrive alla Facoltà di Legge all’Università di Roma dove consegue, nel 1939, la laurea in Giurisprudenza discutendo una tesi in Diritto Civile. L’esperienza della scuola è stata per lo scrittore disastrosa  tant’è vero che lui stesso  nel 1969 scrive:

 “Scuola di criminalità,ecco cos’è la scuola oggi,non solo da noi ma dappertutto. E la colpa risale alla cultura laica o religiosa che sia. A questa grande spacciatrice di droghe; a quest autentico oppio del popolo’’.

Da liceale Cassola diviene amico dei figli Mussolini,Vittorio Mussolini, Ruggiero Zangrandi e Mario Alicatacon, con i quali collabora ad una rivista studentesca  La penna dei ragazzi intitolata in seguito Anno XII. Sono quattro adolescenti in vena dicambiare il mondo, di parlare, esprimersi, urlare, faticare per diventare portavoce della propria generazione. È inconfondibile il ritratto che Cassola fa dell’Italia e dell’umanità sin dai suoi primi scritti; una sorta di antieroe che porta avanti i valori in cui crede, l’ideale anticonformista che si oppone al regime fascista, che rifiuta ogni schema, pregiudizio, dogma e legge. Qualche anno dopo, infatti, Cassola abbandona i suoi ‘’compagni’’per prender parte al movimento del ‘Novismo’ italiano, un movimento di idee esteso ai campi più svariati dell’attività umana e che pone prima del cittadino, la figura dell’uomo. Carlo Cassola a soli quindici anni già crede di poter cambiare il mondo, di ridare i sogni ai giovani.

Cresciuto nella tradizione di Tozzi e sotto l’esempio di alcuni maestri stranieri, fra i quali figura Joyce, Cassola è acuto nell’interpretazione della solitudine e dell’impenetrabilità dei sentimenti. La poetica per Carlo Cassola, è volta a cogliere le vibrazioni più sottili della realtà, quei segreti che si celano dietro le apparenze, dietro i gesti quotidiani, banali, casuali, ma che racchiudono il senso profondo della vita umana. L’amicizia con Joyce è stata determinante nella sua vita poiché lo ha condotto verso nuovi mezzi espressivi, vie nuove che rompono le strategie narrative comuni e consuete. Da lì il passo alla quotidinità che diventerà la sua cifra stilistica. Nè è la prova il romanzo Il taglio del bosco in cui l’esistenza umana più che mai è messa a nudo, spogliata dei suoi piccoli drammi, in particolare quelli di Guglielmo che cerca nel suo lavoro da boscaiolo un modo per sopravvivere alla sofferenza dovuta alla morte della moglie. Dalle pagine di questo lungo racconto dagli echi autobiografici emerge il bisogno di uno scrittore che delinea l’essenza della realtà in ogni passo, ogni tempo e ogni luogo. Joyce lo aiuta a chiarirsi le idee ma è stato un caro amico di Cassola, Manlio Cancogni a definire tale poetica ‘del ’sublimare’’.

 

Carlo Cassola con Claudia Cardinale al Premio Strega

Carlo Cassola si sente diverso dagli altri scrittori neorealisti, nonché un autore nuovo, moderno. Contrario allo stereotipo sociale, si oppone alla ricerca degli ‘’spaccati sociali’’ e condanna l’utilizzo del linguaggio popolare e l’uso del dialetto in ambito letterario. Subito dopo la laurea, vive per un breve soggiorno a Firenze dove frequenta assiduamente i salotti letterari dell’epoca, qui conosce grandi intellettuali come Romano Bilenchi, Franco Fortini, Franco Calamandrei, Ferruccio Ulivi, Paolo Cavallina grazie ai quali riusce a pubblicare tre racconti La visita, Il soldato e Il cacciatore sulla rivista <<Letteratura>>. Da qui inizia l’attività da giornalista collaborando con celebri riviste e ben presto diventa direttore della rivista <<Solaria>>. Grazie alla collaborazione con la casa editrice Einaudi riusce a pubblicare La casa di Via Valadier e Un matrimonio del dopoguerra dove si evince un taglio socio-politico. Negli anni ’39-40 lo scrittore si innamora e si sposa con una ragazza di Volterra, patria che diventerà fonte di grande ispirazione e dove visse gli anni giovanili, i più belli e al contempo i più terribili della sua vita. Quando il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra contro i nazisti, Cassola è chiamato alle armi prima a Pisa e poi a La Spezia . Congedato dall’esperienza della guerra partecipa ad un concorso per la Cattedra di Storia, Filosofia e Pedagogia nei licei classici e scentifici e negli istituti Magistrali. Insegna prima a Foligno e poi a Volterra per due anni, quest’ultima sua patria spirituale e poetica che gli ha lasciato nell’animo un vuoto incolmabile.

In questo periodo lo scrittore lascia scorrere i suoi pensieri più profondi con un velo di tristezza al petto incidendo parole scottanti che ritraevano lo scenario di quegli anni, anni di fame e miseria, di lotte e ribellioni per un mondo migliore e più unito. La sua angoscia, la sua solitudine comune ad ogni uomo, il suo dolore e la delusione per la guerra, sono il ritratto di uno dei suoi romanzi più celebri a carattere autobiografico dal titolo Fausto e Anna.

Carlo Cassola è tra i romanzieri italiani che ha vissuto una delle epoche più scottanti nella storia dell’umanità: la Resistenza. Un capitolo per lui, come per milioni di partigiani italiani, straziante. Durante la Resistenza vive nell’Alta Valdi Cecina dove si dedica ad un’umanità nuova, alla gente popolare, agli operai, agli artigiani, ai contadini, ai taglialegna. In memoria della militanza partigiana e dei suoi compagni di brigata, scrive L’ultima frontiera in cui si emoziona, si commuove al solo ricordo di tutti i luoghi di combattimento, dei suoi compagni morti, di chi ce l’ha fatta, e di che invece non s’è più visto.

Cassola è stato ed è al centro di aspre dispute politiche e letterarie benché lui, lo scrittore dall’aria provinciale, rintracciasse ciò che vi è di eterno e immutabile nelle storie umane calate nel dopoguerra, come testimonia il bestseller La ragazza di Bube, pubblicato da Einaudi nel 1960 e vincitore del Premio Strega, criticato aspramente dal Movimento degli Avanguardisti e da Pasolini per un semplicismo innato ed un realismo indignato alla luce della Resistenza . ‘’Liala63’’ così è stato nominato Cassola dagli Avanguardisti mentre Togliatti su <<Rinascita>> parla di lui come un diffamatore della Resistenza. Contestano allo scrittore lo stile, la scrittura e un linguaggio piatto. Gli rimproverano la prosa piana e mimetica, senza spessore, ma soprattutto denunciano La ragazza di Bube ‘’un intrico tra patetismo e ideologia’’. Ma la critica peggiore gli arriva da Italo Calvino quando, in riferimento alle opere di Cassola, parla di “romanzi sbiaditi come l’acqua della rigovernatura dei piatti, in cui nuota l’unto dei sentimenti ricuci nati’’. Gli anni Sessanta sono strazianti per Cassola, che si difende dall’accusa di diffamatore della Resistenza, sostenendo di aver smascherato la verità fatta dai giudici, dagli avvocati e dai politici. Parla di letteratura della crisi, cioè di quella letteratura che parte dal presupposto che la verità del nostro tempo sia la crisi di tutti i valori e che perciò i soli tempi consentiti alla letteratura del nostro tempo siano i temi negativi così come i personaggi, appunto gli annoiati, gli indifferenti, gli erotomani, i nauseati, gli stranieri e via discorrendo.

Critiche eccessive, probabilmente dettato da pregiudizi ed ideologie, da una certa irritazione scaturita dal “rifiuto” di Cassola di schierarsi all’interno movimenti e tendenze vigenti, optando, come fa anche Bassani, per storie, di natura cattolica, idilliaca e piccolo-borghese, dove l’elemento epico, tragico, di tensione morale che ha rappresentato la Resistenza nella vita di molti individui sono in contrasto con l’elemento elegiaco, lirico del tempo che tutto cancella, vero vincitore del romanzo.

Ma sarà l’esaurirsi della Resistenza, il ritorno alla quotidinità senza eroi ad indirizzare Cassola sempre più verso la scrittura come scelta di vita. Così l’antieroe della resistenza sopravvive: scrivendo. Si dedica negli anni Settanta ad Un cuore arido che riscuote un enorme successo. La tenacia di Cassola è ammirevole e sempre pronta ad emergere dai suoi scritti, come si può constatare anche in Gisella, romanzo epico nonché emblema della quotidianità degli anni 60-70 soprattutto in riferimento alle donne che amavano chiacchierare e prendere il sole lungo le spiagge di Cecina a Firenze.
I personaggi più amati da Cassola non a caso sono proprio le donne, delle quali fa trasparire nei suoi romanzi il coraggio e la forza, l’amore per la vita. Donne che a trent’anni si sentono ancora giovani ma che non cercano di nascondere gli anni col trucco. Donne che combattono contro il destino e le tempeste della vita.

Dai romanzi di Carlo Cassola sono stati tratti alcuni film come L’amore ritrovato di Carlo Mazzacurati dal romanzo Una relazione,  La Visita di Antonio Pietrangeli e La ragazza di Bube di Luigi Comencini tratto dall’omonimo romanzo.

Giorgio Bassani: una vita tra letteratura e antifascismo

Figlio di una agiata famiglia ebrea borghese, Giorgio Bassani nasce a Bologna nel 1916: negli anni della formazione si iscrive alla facoltà di Lettere di Bologna, dimostrando una mentalità aperta alle contaminazioni che fioriscono in quell’ambiente. Si dimostrerà infatti particolarmente vivace nei rapporti con altri esponenti non solo letterari di metà novecento, come Bacchelli, Longanesi e Morandi. Negli anni trenta Bassani si cimenta quindi con le prime prove di scritture: “Nuvole e mare” e “I mendicanti” vengono pubblicati nel 1936, suscitando l’apprezzamento di Roberto Longhi, suo grande maestro. Successivamente attiva una proficua collaborazione con la rivista “Il padano” : in questo periodo si accosta a quello che dichiarerà essere il suo principale ispiratore, ovvero Benedetto Croce.

Nel 1937, a causa delle leggi razziali, inizia a dedicarsi all’attività antifascista: tutti gli ebrei sono costretti ad emigrare e anche Bassani, diventato professore quello stesso anno, dovrà esercitare la sua professione nella scuola del ghetto ebraico di Ferrara.
Nel 1940, con lo pseudonimo di Giacomo Marchi, pubblica “Una città di pianura”: con uno stile lirico descrive la decadenza della borghesia e quest’opera sarà la definitiva prova giovanile prima di convicersi a calcare completamente la strada della scrittura.
Nel maggio del 1943 viene condotto in carcere, con l’accusa di antifascismo: vi resterà per poco meno di due mesi, visto che nel luglio di quello stesso anno il fascismo vedrà la sua fine. L’esperienza del carcere lo segna profondamente, infatti scrive lettere piene di malinconia e amarezza, che veranno pubblicate nel 1984 sotto il titolo di “Di là dal cuore”.

Segue  il  matrimonio, ostacolato però dalle pesanti ristrezze economiche e dall’ansia della liberazione anglo americana: nei periodi successivi si dedica alla poesia e a varia collaborazioni con riviste e biblioteche: nel 1948 gli viene affidata la redazione di “Botteghe oscure”, dove Bassani limerà il suo sprito critico.
Nel 1956 pubblica “Cinque storie ferraresi”, con cui vince il Premio Strega: storie che poi confluiranno nell’edizione definitiva de “Il romanzo di Ferrara” del 1980. Tutte le storie sono contrassegnate da un senso di esclusione e di amarezza, dettati dall’esperienza negativa che ha subito con il fascismo. Negli anni cinquanta diventa  amico di Pasolini e si cimenta anche in rielaborazioni cinematografiche: scrive sceneggiature per Mario Soldati e collabora con Pasolini nella sua “Ricotta” del 1963.

Nel 1962 pubblica il suo romanzo più noto, “Il giardino dei Finzi Contini”, che lo consacrerà nel pantheon della letteratura italiana: romanzo da cui, diranno i critici, emerge tutto il vero Bassani, la sua testimonianza memoriale, la sua prosa equilibrata e tutta la sua esperienza politica e sociale. I rapporti con la neo nata “Officina 63” si fanno difficili: critica il libro “Fratelli d’Italia” di Arbinio e quindi risente di un allontamento da un certo ambiente letterario, ma non lo scoraggia nella produzione. Nel 1964, infatti, pubblica  “Dietro la porta”, nel 1968 “L’airone”(che rappresenta un punto di svolta nel percorso letterario dello scrittore, data l’eliminazione della barriera spazio-temporale tra l’io personaggio e l’io narrante ) e numerosi saggi, con cui completa la sua produzione letteraria. In questi anni gli vengono assegnati numerosi premi e entra anche in politica, diventando presidente di “Italia Nostra”, allontanandosi dal PCI e avvicinandosi ai repubblicani.

Gli ultimi anni sono dedicati alla revisione delle sue precedenti opere: “L’odore del fieno” del 1972, è infatti una revisione di testi e poesie già pubblicati nei suoi numerosi saggi. Nel 1972, sempre nell’ambito delle revisioni, esce “Dentro le mura”, una edizione riveduta e corretta delle “Storie ferraresi”. Nel 1977 pubblica “Epitaffio”, ovvero un insieme di componimenti e versi che seguono il suo antico filone lirico, inaugurato in gioventù. Non apprezzerà, poi molte delle rielaborazioni cinematografiche dei suoi romanzi (come  “Gli Occhiali d’oro” e “Il giardino dei Finzi-Contini”), perché non si rivela mai convinto della congiunzione tra soggetto romanzesco e soggetto cinematografico.

Muore a Roma nel 2000, dopo aver ricevuto molteplici onorificenze, tra cui una laurea honoris causa a Ferrara e 1993 viene organizzato un convegno in suo onore come risarcimento simbolico dell’allontanamento patito nel 1938.

Il merito letterario di Giorgio Bassani sta nell’essere riuscito ad esprimere un punto di vista totale sulle questioni storiche  e sociali non affidandosi al realismo ma alle istanze novecentesche di Proust, Joyce, Kafka creando delle tensioni drammatiche estreme in maniera analitica, senza riscontrare identificazione tra vita e arte, ponendosi in questo modo, agli antipodi delle avanguardie. Inevitabili sono stati gli attacchi nella prima metà degli anni Sessanta da parte della critica marxista e della neoavanguardia nei confronti di Bassani; ma si è trattato di attacchi di natura prettamente ideologica, un pò come è avvenuto nei riguardi di Carlo Cassola.

 

Secondo il critico Ferretti il tema dominante delle storie bassaniane è quello “dell’individuo solo, incomprensibile, isolato in una realtà non modificabile, in un mondo ostile e inesorabilmente uguale a sè stesso” (G. C. Ferretti, “Bassani e Cassola tra idillio e storia”). Ferretti prosegue la sua analisi bassaniana ponendo la sua attenzione sulla concezione delle storia che ha lo scrittore bolognese: “la mancanza di una matura coscienza storica spiega l’istanza genericamente moralistica di Bassani, che, se mostra acutezza nello scandagliare il suo cosmo ferrarese, lo fa sempre e solo fino ad un certo punto”.

Il critico non ha tutti i torti, Bassani sembra non essere molto toccato dagli eventi storici, non li rende influenti per i suoi personaggi enigmatici; ma probabilmente questi personaggi che vivono un profondo conflitto tra l’elemento tragico e quello epico, come ha giustamente notato Italo Calvino, non hanno dei giudizi critici sulla Storia perché non la comprendono fino in fondo.Cogliere una particolare dimensione interiore del personaggio e la sua incomunicabilità non può rappresentare un limite per uno scrittore nè una tendenza da essere oggetto di dileggio da parte dei detrattori di Bassani (il quale rifiuta eticamente il concetto stesso di avanguardia)che lo reputavano uno scrittore mediocre.

Nel 1973 Bassani risponde a Ferretti dalla pagine de “Il mestiere di scrittore” di F. Camon: “Invece di scendere sul mio terreno, e leggere i miei testi, Ferretti applica, a me, schemi che non sono i miei.”

Come dare torto a Bassani…Il difetto di molti critici sta proprio nel non cercare di entrare nel mondo di chi scrive una storia, lasciandosi imbrigliare dal gusto, dalle tendenze dell’epoca, dal clima culturale vigente. Semmai, il “limite” dello scrittore potrebbe essere quello di non aver aperto le porte della scrittura introspettiva al mistero.