Dino Campana: tra follia e poesia

Nato a Marradi in provincia di Firenze, Dino Campana(Marradi, 20 agosto 1885- Scandicci, 1 marzo 1932), trascorre l’infanzia in modo apparentemente sereno ma, fin da giovane inizia a dare segni di squilibrio mentale, favoriti dalla religiosità bigotta della madre infelice che lo accusa di essere l’anticristo.

Dino Campana

La sua vita è un alternarsi di momenti di lucidità e di furore violento, per questo è a più riprese internato in un manicomio sino al ricovero definitivo del 1918. Destabilizzante e turbolenta  si è rivelata la sua relazione con la poetessa Sibilla Aleramo.

Le crisi nervose si acutizzano, come pure i frequenti sbalzi di umore, a causa dei difficili rapporti con la famiglia, soprattutto con la madre, e  della vita monotona del paese natio.

Dino Campana esprime il suo “male oscuro” con un irrefrenabile bisogno di fuggire e dedicarsi a una vita errabonda. La prima reazione della famiglia, e poi dell’autorità pubblica, è quella di considerare le stranezze del poeta come segni lampanti della sua pazzia. A ogni sua fuga, che si realizza con viaggi in paesi stranieri dove si dedica ai mestieri più disparati per sostentarsi, segue, da parte della polizia (in conformità con il sistema psichiatrico di quei tempi), il ricovero in manicomio.

Nel 1913 consegna ai direttori della rivista “Lacerba” il manoscritto di poesie “Il lungo giorno” ma questi lo smarriscono e il poeta riscriverà i versi a memoria, pubblicandoli poi sulle riviste “La Voce” e “Lacerba“. Muore in manicomio nel 1932 dopo 14 anni di internamento trascorsi a dettare al suo medico curante notizie autobiografiche e riflessioni.

Da molti considerato il “poeta visionario” italiano per eccellenza, da altri ridimensionato a semplice <<poeta visivo>> (Contini), Dino  Campana è un poeta discusso, coinvolgente e suggestivo. Nell’ambito della linea “vociana”, in cui può esser fatto rientrare almeno marginalmente, rappresenta una sintesi originale di simbolismo ed espressionismo. L’ansia di liberazione e realizzazione esistenziale, è uno dei tempi ricorrenti nella poesia di Campana.

Le sue opere sono  pervase da due tendenze apparentemente inconciliabili: da una parte l’immediatezza esistenziale nel rapporto con la realtà e dall’altra invece l’influenza di modelli importanti come Carducci e Nietzsche. Anche la follia di Campana è stata interpretata in due modi opposti ma che coesistono: essa rappresenta l’incapacità di compromessi sociali e l’adesione al modello culturale di poeta maledetto (rifacendosi a Rimbaud). Alla base della psicologia dell’arte del poeta c’è un sentimento lacerante di esclusione e disarmonia. In questo senso di disadattamento Campana esprime in modo personale l’instabile condizione dell’intellettuale novecentesco. La reazione dell’autore, però, è differente rispetto agli altri poeti contemporanei, per la sua tendenza a resistere disperatamente alla nuova condizione, negandola. e  tentando  disperatamente di reintegrare l’io nell’armonia generale delle cose.

La sua controversa collocazione critica e i giudizi non certo unanimi hanno contribuito a formare attorno a questa figura un alone di mistero, per cui, quando si parla di  Dino Campana, si tende sempre a dare credito all’immagine del “poeta maledetto”.

La follia però, per il poeta, non è un presupposto della sua produzione; semmai è considerabile un punto d’approdo la libertà sterminata, distruttiva e disgregatrice di ogni coerenza, figlia del tempo in cui Nietzsche aveva decretato “la morte di dio”.

Eugenio Montale fu tra i primi estimatori ufficiali, il più autorevole a oggi, delle composizioni di Dino Campana, tanto da dedicargli una poesia o meglio un omaggio a chi meglio di lui aveva saputo piegare le parole fino a renderle ancora più oscure.

La poesia di questo poeta visionario è una poesia nuova nella quale sono presenti i suoni, i colori e la musica in una trasfigurazione reale del simbolismo onirico. Il verso è indefinito e i valori classici e una grande modernità si compenetrano in una forma e purezza irripetibili.

Campana afferma di voler <<nel paesaggio collocare dei ricordi>> e sul paesaggio, fondamentale nella sua poesia, aleggia un alone di misteriosa lontananza. Nei suoi scritti sentiamo il fascino delle ore crepuscolari, della luna sui campi, del canto che si perde nelle strade solitarie, della finestra illuminata nel buio della notte mediterranea.

La partenza e il ritorno sono i temi fondamentali della poetica campaniana; un figliol prodigo che desidera la casa paterna, ma che odia al contempo; è possibile confrontarlo con la figura di Ulisse, nella misura in cui possiamo considerare che il poeta ha una reale volontà di ritornare a casa.

Un altro tema fondamentale della sua poetica è “l’oscurità tra il sogno e la veglia”, percepibile dal ripetersi degli aggettivi, che ritornano come se dettati durante un sogno.

Per comprendere meglio le qualità poetiche di Campana è utile servirci delle parole di Zanzotto, il quale afferma che <<una poesia come quella di Campana si configura come un flusso ininterrotto di armonie e di disarmonie, di serie melodiche e semantiche che si sovrappongono e s’intrecciano: proprio per questa ragione, la sua poesia risulta terribilmente difficile da cogliere. Il polverio delle discontinuità mentali di Campana giunge, in qualche oscuro modo, a fondersi al latteo suono, direi, dei suoi versi, a queste maree di armonie logiche e di armonie foniche che s’inseguono incessantemente, s’intersecano, si fondono e si differenziano per ricongiungersi ulteriormente, nelle sue poesie>>.

Canti Orfici

Dino Campana insegue una concezione alta e sublime della poesia come momento misterioso d’identificazione con la vita universale e dunque momento di assoluta verità. In questo senso va letto l’aggettivo orfico della prima e unica raccolta del poeta, “Canti Orfici” del 1914. Questo atteggiamento, sia nei riguardi dell’io che nei riguardai della poesia, è ben presente nella sua raccolta, che però cela un’altra verità: la condizione dell’emarginato. Il soggetto appare sulla scena nei panni di vagabondo e uomo sofferente tra la folla.  Sono riscontrabili  due tendenze prevalenti della sua poesia,  quello simbolistico. decadente e quello espressionistico.

Pensare nel languore
Catastrofi lontane
Mentre colle sue antenne
E le sue luci un grande
Cimitero il tuo porto
……………………….
Ne la città voluttuosa
Scuotevasi il mare profondo
Caldo ambiguo il silenzio sullo sfondo
Le navi inermi drizzavansi in balzi
Terrifici al cielo
Allucinate di aurora
Elettrica inumana,risplendente
A la poppa ne l’occhio incandescente.

 

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose

 

…………………………………………

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino.

 

Acqua di mare amaro
Che esali nella notte:
Verso le eterne rotte
Il mio destino prepara
Mare che batti come un cuore stanco
Violentato dalla voglia atroce
Di un Essere insaziato che si strugge…

(Poesie tratte dai “Canti Orfici”)

Altra tematica trattata da questa raccolta è la sessualità, rappresentata in termini sadici. La pulsione libica diventa il canale per esprimere la ribellione e la carica aggressiva del poeta.

AnchelLa ripetizione è una caratteristica fondamentale della poesia di Campana, il quale accuratamente studia le parole per ricavarne quella musicalità che tanto lo contraddistingue.

Tuttavia questae non crea ridondanza e monotonia, bensì contribuisce alla difficoltà e alla complessità del testo.Con  la sua instancabile ossessione a ripetere,  Dino Campana ha saputo rendere conto delle tensioni di un’epoca oltre che delle sue proprie, e insieme abbia dato voce ad una violenza psichica che fa parte in qualche misura di tutti noi.  La polisemia e l’ambiguità del testo mirano a produrre effetti musicali che, si fanno più intensi, proprio là dove il senso logico del discorso sembra rimanere sospeso. Se volessimo riferirci a Freud, è possibile affermare che l’oscuro significato delle parole, che porta alla sospensione del nesso logico, altro non è che l’effetto della rimozione che, per ubbidire al principio di realtà, trova nella sua espressione una formazione di compromesso tra l’impossibilità di esprime alcuni contenuti e la volontà di farlo.

La poesia, in questo senso, può essere dunque considerata un sintomo che esprime il disagio del poeta e di tutto un modello generazionale.

concludiamo  con il distico “Eterno” di Ungaretti che ci fa  comprendere a pieno la poesia di Campana:

Tra un fiore colto e l’altro donato

L’inesprimibile nulla.

Robert Musil, nevrotico cantore della crisi della società moderna

Robert Musil (Klagenfurt 6 Novembre 1880, Ginevra 15 Aprile 1942) nasce nel 1880 a Klagenfurt, in Austria. All’età di dieci anni si trasferisce a Brno (Moravia) con la famiglia, in quanto il padre viene nominato professore di ingegneria meccanica al politecnico della stessa città.

Pochi anni dopo, entra nell’accademia tecnico-militare di Vienna. Dopo qualche mese si iscrive al politecnico di Brno. Supera l’esame di ingegnere (nel 1901) ed ottiene il ruolo di assistente al politecnico di Stoccarda. Durante questo periodo, inizia la stesura del suo primo romanzo I turbamenti del giovane Torless (Die Verwirrungen des Zöglings Törleß)sicuramente più letto e conosciuto in Germania. Apparso prima presso un editore viennese nel 1906 e poi ristampato circa cinque anni dopo da George Muller ma a Monaco. Musil ha  solo 26 anni.

Masochismo e sadismo attraversano le pagine di questo romanzo, (ambientato in un collegio militare asburgico dove l’educazione è spesso anche perversione) proprio come le storie stesse dei protagonisti, adolescenti in crisi che rispecchiano profondamente la crisi di quegli anni. Omosessualità, torture fisiche e violenze psicologiche continue sembrano essere l’unico mezzo disponibile attraverso cui riflettere sulla propria esistenza, fatta di emozioni così forti da riuscire ad annientarti, ruoli dominanti che si confondono, negando volontà e desiderio, in un unico grande gioco che è quello degli impulsi. Impulsi prima di tutto naturali e poi sessuali , mai però vicini al patologico. C’è da dire, infatti, che Musil si difende in maniera molto decisa dall’accusa rivoltagli di trattare di omosessualità, pederastia e disturbi mentali (ricordiamo che questi sono anche gli anni delle teorie psicoanalitiche appena formulate) poiché questi temi potrebbero riguardare chiunque e sviluppare le vicende più diverse.

Lo stile utilizzato ci permette di distinguere il carattere anti-naturalistico dell’interpunzione (in questo è molto differente, ad esempio, dallo stile di Joyce pieno di ellissi) e a tal proposito dichiara “La concezione dell’arte che io professo è eroica”.

I poli filosofici tra cui si muove Musil sono sicuramente Nietzsche e Dostojevski; il primo per il rapporto morale-intelletto e per la dialettica della verità; il secondo per le nozioni d’inconscio e di irrazionale. Ed, insieme a Kafka, si presenta come il fondatore della prosa moderna tedesca.

Quindi, quando pensiamo a Musil come all’autore dell’Uomo Senza Qualità, il romanzo incompiuto della sua vita che è un unicum vero e proprio nella letteratura ( Nel 1931 esce il primo volume, il secondo invece nel ’33, ed il terzo, curato dalla moglie a spese proprie, appare postumo nel 1943), non dobbiamo dimenticare che è autore, con tutto diritto, anche di quest’altra grande opera. Nel 1903 decide di studiare filosofia presso l’Università di Berlino, dove si laurea nel 1908.

Nella vita di Musil, c’è ovviamente spazio anche per l’amore. Nel 1911, infatti, sposa Martha Heimann, un’ebrea berlinese conosciuta qualche anno prima. Sempre nel 1911 pubblica due racconti dal titolo Incontri, incentrati sul tema della fedeltà amorosa e dell’esperienza limite tra sogno e realtà.

Negli anni successivi, svolge attività di pubblicista ed è redattore della rivista Neue Rundschau. Partecipa alla guerra come capitano e dirige un foglio militare. Terminata la guerra, si stabilisce a Vienna dove lavora per il Ministero degli Esteri. Gli anni che verranno saranno, invece, quelli dedicati al teatro; pubblica delle opere destinate alle rappresentazioni teatrali come Vinzenz und die Freundin bedeutender Männer, una farsa ricca di battute ironiche ed apprezzata per certe trovate anche se considerata, allo stesso tempo, molto meccanica e gelida.

Nel 1938, le truppe naziste invadono l’Austria, così Musil è costretto a ritirarsi in volontario esilio a Zurigo. Si sposta a Ginevra l’anno successivo, dove vive in isolamento con la moglie. E sarà proprio qui a Ginevra che morirà a causa di un’aneurisma, il 15 Aprile del 1942.

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