‘Visti dalla meta siamo tutti ultimi’, il thriller di Francesca Picone

Visti dalla meta siamo tutti ultimi (Lettere Animate Editore, 2017) è un romanzo di Francesca Picone, educatrice di strada presso numerose cooperative sociali del napoletano e laureata in Scienze Religiose. L’autrice napoletana ha già scritto un altro romanzo, Pimmicella e la Comunità, edito da Navarra Edizioni, vincitore del concorso “Giri di Parole” nel 2010. Visti dalla meta siamo tutti ultimi è un thriller, anche se per l’analisi psicologica dei personaggi e per l’ambientazione malfamata sarebbe classificabile più precisamente come un noir.

La protagonista è Sally, una giovane donna che vive al Paradisiello, un vicolo di Napoli composto di 150 gradini, una fenditura di un’altra via che si scorge all’improvviso, come se volesse restare nascosta al resto della città. Sally è allergica alle etichette e alle giornate già programmate, preferisce sfuggire ai lavori d’ufficio e alle storie sentimentali durature. Ama invece il suo libero vagabondare per le strade di Napoli, la sua scrittura frammentata e introspettiva e l’erba che fuma per evadere dalla realtà. La narrazione è pregna del suo malessere esistenziale, un vuoto che Sally non riesce a indagare a fondo neppure con la sorella gemella , con la quale non ha più da anni lo stesso rapporto simbiotico di un tempo. Così la protagonista spiega il suo disagio:

La solitudine non è nel non comunicare, ma nel non poter essere compresi.

L’ angoscia esistenziale di Sally è evidenziata anche dalla scelta delle persone delle quali si circonda: i pazzi psicotici del Giano (Salvatore, Mimmo, Enzo, Stefano e gli altri), persi nel loro percorso di vita anche più di lei; Alessandra, psicologa milanese che prova a capirla ma che poi si allontana da lei bruscamente; Angelo Biondo, ragazzo all’apparenza affine a lei, ma che si rivelerà violento, e infine Loki e la sua compagnia, rifugiati che la trascineranno nel mirino della Digos.

Visti dalla meta siamo tutti ultimi: filone narrativo e tematiche

Il romanzo di Francesca Picone è diviso in tre capitoli: la cura, la relazione d’aiuto e la sicurezza dei cittadini. Ognuno di questi blocchi tratta personaggi e temi diversi e ha come collante la protagonista Sally, che viene sballottata da una situazione all’altra senza riuscire a opporsi.

Sally si mostra all’apparenza come una ragazza ribelle, contraria al sistema e in cerca del suo posto nel mondo, ma in realtà ha una fragilità che le impedisce di affrontare con durezza qualsivoglia situazione (ad esempio non prova in alcun modo a recuperare il rapporto con l’amica Alessandra, né prende provvedimenti in seguito alla violenza di Angelo Biondo, né indaga a fondo sui traffici di Loki e della sua compagnia, nei quali in qualche modo rimane invischiata anche lei). Sembra che non volendo essere “come tutti gli altri”, alla fine Sally non riesca a essere proprio nessuno, neppure se stessa.

Le tematiche di Visti dalla meta siamo tutti ultimi sono molteplici, forse troppe, dato che alcune vengono solo presentate e non approfondite: la differenza sottile tra follia e sanità, la questione dei rifugiati politici, la Camorra, la situazione palestinese, le religioni cosiddette “alternative”, la legalizzazione di alcune sostanze, e via dicendo. Purtroppo l’effetto è quello di un volo pindarico da un argomento all’altro, da un flashback all’altro, da un’immagine all’altra, provocando nel lettore un senso di straniamento, un desiderio di sapere di più. Questo lo porta a perdere il filo della narrazione, spesso frammentaria, quasi come se Sally vivesse e presentasse la sua storia sempre sotto l’effetto dell’erba che ama fumare, a lei piacerà pure quel senso di ottundimento, ma il lettore si ritrova confuso e attonito. Meno “carne sul fuoco” e maggiore attenzione alle vere motivazioni del disagio esistenziale di Sally avrebbero reso più chiara e fluida la narrazione, magari puntando più attenzione sul rapporto fra le due gemelle, che sembra si sfiorino senza mai toccarsi davvero. Lo stile di scrittura di Francesca Picone è lirico e profondo, sia nelle parti descrittive sia nei dialoghi, dove spesso una semplice conversazione diventa dibattito filosofico.

Surclassando anche Sally, la vera protagonista del romanzo si dimostra Napoli (grazie anche a un uso sapiente del dialetto), un organismo presentato quasi come “malato”, ma dal quale è impossibile fuggire, la tela di un ragno che attira con fascino e lusinghe per poi cibarsi di te. Così Sally ne parla nel primo capitolo, spiegando il suo rapporto con Alessandra, una citazione nella quale è racchiuso il sentimento di odio-amore nei confronti della città partenopea:

E cosa abbiamo in comune? Abbiamo in comune l’ostinazione a vivere nell’invadenza napoletana e il disprezzo dell’anonimato milanese, pare, ma se io mi ostino è solo per pigrizia, se critico Milano è solo perché non si è mai offerta alla mia conoscenza. Ogni dettaglio napoletano di cui lei si è innamorata è la zecca che per abitudine o per amore non riesco a scacciare.

‘I figli della notte’, ottimo esordio noir per il regista Andrea De Sica

Assimilare ciò che è stato per autenticare ciò che è nuovo: uno dei procedimenti più utilizzati eppure meno facili del cinema acquista piena evidenza in I figli della notte, eccellente esordio nel lungometraggio di Andrea De Sica. Nell’attuale fase di stallo tra chiusure e innovazioni del prodotto italiano, infatti, il noir del figlio del rimpianto Manuel dimostra che l’incubo concentrazionario non alligna esclusivamente nelle degradate periferie romane bensì può sgomentare allo stesso modo negli scenari narrativamente e topograficamente più diversi dell’immaginario collettivo. La sicurezza con cui il regista padroneggia atmosfere vicine a quelle di un genere classico come il gotico fa sì, in effetti, che prenda forma nello spazio atemporale dell’ambientazione –un collegio per eredi dell’alta società isolato tra le Alpi- un reticolo di relazioni, degenerazioni, bisogni, stati mentali e conflitti che lascia a poco a poco intravedere il sistema di potere societario attivo al di là dell’irreprensibile facciata dell’istituzione. Risulta cruciale, in questo senso, la compattezza dell’inedito cast adolescenziale rinforzato dalla presenza dell’attore Fabrizio Rongione caro ai Dardenne nel ruolo di deus ex machina di un oscuro progetto educativo degno delle teorie del Foucault di Sorvegliare e punire.

Protagonista de I figli della notte è il diciassettenne Giulio (Vincenzo Crea), orfano di padre e ingombrante per la madre in carriera, che tenta di resistere allo stress delle rigide regole della disciplina interna -modellata sulle presunte esigenze di formazione di una classe dirigente che lo sia davvero- grazie all’intensa amicizia con Edoardo (Ludovico Succio), col quale condivide le ripetute fughe notturne nello chalet-bordello situato nel cuore del bosco circostante. Attorno alla coppia, la cui complicità è stimolata e insieme destabilizzata dall’incontro con una bionda prostituta minorenne (Yuliia Sobol), è incisa una nitida serie di identikit per nulla stereotipati, in quanto ri-generati esclusivamente per via creativa -la perizia delle riprese in soggettiva, il montaggio alternato, la fotografia turgida e allusiva, l’inquietante colonna sonora composta dallo stesso Andrea- dalla sia pure nota galleria letteraria e cinematografica che va da “Il signore delle mosche” a “Shining”, da “I turbamenti del giovane Torless” a “Nel nome del padre”, da “Picnic ad Hanging Rock” a “In memoria di me”.

Nonostante qualche soluzione drammaturgica un po’ troppo plateale (specie in vista del finale), “I figli della notte” riesce quasi sempre a tenere scabro e teso lo stile e a non fare galleggiare nel brodo pret-à-porter del moralismo sociologico i valori della morale, dell’appartenenza, della ribellione, del desiderio che determinano l’evoluzione dei personaggi molto più in profondità dei comportamenti.

 

Fonte:

I figli della notte

‘Niente è mai acqua passata’, l’ ultimo noir di Alessandro Bongiorni

Niente è mai acqua passata (Frassinelli, 2016) è un noir italiano di Alessandro Bongiorni, il suo quarto romanzo dopo Capitale mortale (2009), Se tu non muori (2011) e La sentenza della polvere (2014). Tutti i suoi libri sono ambientati a Milano, la sua città natale. Niente è mai acqua passata è la seconda indagine del vice commissario Rudi Carrera, un vero talento nello scegliere indagini ‘sbagliate’ e ‘scomode’ come quella sulla tratta delle bianche in Europa.

A poco a poco la sua determinazione nello scoprire la verità si mescola a una motivazione personale, ovvero vendicare la scomparsa di Sanja, prostituta albanese che ha salvato dalla strada, e la morte del proprio figlio, ucciso ancora prima di nascere da alcuni magnaccia dell’Europa dell’Est. Le sue indagini si intrecciano con quelle di Beppe Modica, padre di una ragazza scomparsa misteriosamente quattro anni prima, probabilmente rapita per essere esportata all’estero come prostituta. Rudi Carrera e Beppe Modica: due facce della stessa medaglia. Due uomini mossi dai propri demoni personali alla ricerca della verità. Attorno a loro Pelide, Esposito, Monica, Erika, Raimondo… volti di una Milano inedita, non quella presentata ai turisti, che compongono le varie sfumature di questa storia.

Struttura e analisi di Niente è mai acqua passata

La scrittura di Alessandro Bongiorni è asciutta e segmentata, i periodi sono brevi, quasi dattilografati. I capitoli sono composti da poche pagine e hanno ognuno un punto di vista diverso sulla vicenda, ma questo alternarsi di personaggi crea talvolta confusione, non riuscendo a dare al lettore il giusto filo logico da seguire per inquadrare la trama. Alessandro Bongiorni usa spesso delle metafore ad effetto in Niente è mai acqua passata, precise e senza fronzoli, come quella presentata in questo passo:

“Ecco cos’era diventata Milano per Raimondo. Un vecchio zio che incontri solo ai matrimoni e che si affanna ogni volta a ricordarti quanto sei cresciuto. Gentile, simpatico, inutile”.

Niente è mai acqua passata è un poliziesco che trasmette l’ansia e l’attesa che le lunghe indagini della polizia spesso comportano per tutte le persone coinvolte, ma così facendo l’autore ha reso il ritmo della narrazione un po’ troppo lento, dando l’idea che non avvenga mai una vera svolta nell’indagine. Una maggiore adrenalina sarebbe di certo servita a rendere la lettura più accattivante, come accade ad esempio nei migliori noir scandinavi, con Henning Mankell, Camilla Läckberg e Stieg Larsson.

Luis Sepùlveda, un killer sentimentale per un noir originale

Le storie di killer, si sa, sono torbide. Sanno di vecchie polaroid, di fumo di sigarette ammezzate, di liquori aspri, di lerciume e sangue; e sanno di disumana confidenza con ognuno di questi elementi. Si potrebbe riconoscere un normale noir, senza particolari difficoltà, fin dalle primissime parti dell’opera. Si potrebbe, per giunta, decidere di abbandonare la lettura dell’ennesimo ‘mattone’ letterario, vinti dal tedio dell’aver già colto il prolisso disegno dell’autore, pur di non morire d’un libro scontato e malamente farcito. Tristemente ‘semplice’, oggigiorno, concepire storie simili: ambientazioni scure ed umide; personaggi poco raccomandabili; particolari scabrosi e registri coloriti. Totalmente diversa è la lettura del romanzo di Luis Sepùlveda, Diario di un killer sentimentale, risalente all’ormai lontano 1996: una storia che si legge, si rilegge, si vive con trasporto, e non si abbandona mai. In un uno spazio di poco più settanta pagine, l’autore ha inserito tutto un mondo nuovo, nell’ormai collaudato cosmo del roman noir.

Nella finzione letteraria, la narrazione è suddivisa in sette giorni: la quantità di tempo necessaria alla Creazione, o, verosimilmente, all’ottima realizzazione di un’opera ben fatta. L’io narrante è quello stesso del protagonista, un abile e quotato killer professionista al servizio dell'”uomo degli incarichi”, una persona mai incontrata fisicamente (“perché così funzionano le cose tra professionisti”). Il brillante assassino, nel punto più pieno della sua carriera, commette un errore: s’innamora di una giovanissima donna francese, che lo trascina in una costosa ed incauta vita aristocratica. Una giostra lussureggiante, interrotta dal protagonista esclusivamente per i viaggi di lavoro, al solo scopo di raggiungere le sue vittime, e ripartire.

All’alba, però, di una nuova commissione, un incarico con “sei zari sulla destra ed […] esentasse”, la bellissima francese tronca  la relazione, facendo piombare il protagonista in un insano vortice di ripensamenti e di monologhi profondi, insieme con la sua coscienza che agisce tramite la sua stessa immagine riflessa nello specchio, o tramite le foto dell’obbiettivo da eliminare. Tutta una serie di errori e tentennamenti che portano alla contrattazione di un pensionamento anticipato, fissato, ovviamente, al compimento di quell’ultimo lavoro. Nonostante i passi falsi e le incertezze, il killer si fa strada fino alla fine, trascinandosi dolorosamente fino al culmine di quell’ultimo omicidio, in un finale dal colpo di scena agrodolce.

Diario di un killer sentimentale, è un noir avvincente, spregiudicato ed efferato quanto basta. Una narrazione esile, asciutta ed agile, che alcuni canuti accademici annoiati, ai tempi, definirono scontata, ma che sorprende e colpisce il lettore ignaro come un colpo d’arti marziali, secco ed efficace. Un’opera in cui la crudeltà fredda del romanzo nero si mescola coi tormenti interiori di un’anima inaspettatamente fragile, e con debolezze e problematiche tutte umane, e tutte nuove, in un sottogenere già collaudato, ma abilmente svecchiato. “[…] perché era vero, l’amavo, ma non potevo agire diversamente in quel mio ultimo lavoro”.

‘La metà del diavolo’, il noir nichilista di Incardona

La metà del diavolo (NN editore 2016, titolo originale Derrière les panneaux, il y a des hommes) è l’ultimo libro di Joseph Incardona, il primo tradotto in italiano. È un noir teso e disperato che, fra le altre cose, getta una fievole luce sull’esistenza di un ben preciso tipo di umanità: quello che vive e lavora sulle autostrade, non-luoghi per eccellenza.

La metà del diavolo. L’altra metà, che cos’è?

Diversi sono i personaggi, alcuni dei quali nel ruolo di mera comparsa, che popolano questo romanzo, ma a tre si può dare il ruolo di comprimari: Pierre Castan, Pascal Folier, Julie Martinez. Il primo è un padre di famiglia distrutto dalla morte della figlia Lucie per mano del secondo, un serial killer di bambine; il terzo personaggio è il poliziotto incaricato di ritrovare la piccola Marie Mercier, l’ultima vittima di Pascal; quando dietro la scomparsa della ragazzina si innalza l’ombra del rapimento, le forze in gioco si gettato a caccia del rapitore.

I punti di forza di questo noir/thriller non sono tanto la trama, di per sé abbastanza poco originale, quanto piuttosto: 1) il carattere introspettivo dei personaggi, ben delineati; 2) l’atmosfera; 3) l’utilizzo di uno sviluppo alternativo per affrontare una storia che rientrerebbe, di diritto, nel genere giallo/poliziesco.

“Siamo soli con i nostri segreti”

Pierre Castan è un uomo distrutto, un fantasma rabbioso in cerca di vendetta. La vita sua e quella della (ex?) moglie Ingrid è finita con la morte della loro figlia. Da allora Ingrid è caduta in una depressione apatica dalla quale non sembra esserci possibilità di ritorno: passa le giornate ad alcolizzarsi e masturbarsi in un salotto invaso dalla sporcizia, ogni tanto si fa sodomizzare dai porta-pizza che capitano per casa. E questo è tutto il suo “ruolo” all’interno del romanzo; di fatto è un personaggio inutile ai fini dello sviluppo della trama, ma che ben rappresenta l’atmosfera nichilista di cui al punto 3. Pierre è un’anima tormentata, un uomo che ha abbandonato per dare la caccia all’assassino, e lo fa vivendo di fatto fra un autogrill e l’altro, convinto che prima o poi riuscirà a mettere le mani addosso all’uomo che ha annichilito la sua famiglia. La seguente frase viene riferita a Ingrid, ma è senza problemi applicabile anche a Pierre:

Per questo Ingrid resiste.
Soltanto per questo.
Resisterà il tempo necessario a strappargli gli occhi, la lingua, le orecchie, le dita, il naso. Il cazzo. Tutto ciò che ha approfittato di Lucie, tutto ciò che ha divorato Lucie sarà colpito piegato spezzato scuoiato dilaniato distrutto.
Sale sulle ferite.
Gli piscerà in bocca.
Cosparso di benzina e bruciato.

“Il cazzo”, dunque. Elemento quasi di scherno questo, visto che Pascal Folier, oltre a essere sociopatico, orfano e sordo, è anche impotente; e dunque non rapisce le bambine per violentarle. Il problema principale di Pascal è la solitudine: l’assenza di suoni nella sua vita si unisce con l’assenza di affetti e di emozioni. È di fatto una monade esistenziale, un alieno. Nel romanzo non lo vediamo intrattenere rapporti umani se non per mera necessità; prova più sentimenti per il suo furgone che per qualsiasi altro essere vivente; la sua estrema razionalità lo avvicina decisamente alla sociopatia. È dunque un individuo pericoloso, e bravissimo è Incardona a immedesimarsi nella sua mente, anche se a tratti si vacilla, da lettori, nel capire quali siano le sue motivazioni. Di fatto sembra rapire ragazzine per avere compagnia, ma poi non si fa problemi a chiuderle in una ghiacciaia o a scioglierle nell’acido per far scomparire le prove. È in ogni caso un personaggio diabolicamente affascinante.

Julie Martinez è forse, fra i tre, il meno azzeccato: è una donna forte, “cazzuta”, emotivamente fragile ma in grado di recuperare questa mancanza con una grande motivazione. Però sembra sfuggire a tratti quali sono i suoi obiettivi nella vita oltre a quelli lavorativi. La vediamo cedere solo quando, incapace di controllarsi e consapevole di star rischiando anche la vita nell’indagine, si lascia andare sessualmente (ma non emotivamente, almeno non del tutto) col suo compagno di squadra Thierry Gaspard.

Ciò che accomuna questi individui (e gli altri personaggi: la veggente Tìa Sonora, la prostituta transessuale Lola, il manager di autogrill Gérard Lucino, le varie comparse) è in una sorta di disperazione, di senso di sconfitta dalla vita assimilabile, per vie traverse, a quel grande non-luogo che è l’autostrada. E qui arriviamo al punto 2.

Non-luoghi, non-vite, non-senso

Non c’è nessun dio, Pierre.
Nessun riferimento al di là di noi stessi.
Non c’è nessuna macchinazione, nessun deus ex machina.
Qualcuno ha preso tua figlia perché il mondo è in movimento.

Il male esiste ma non è il Diavolo: questo ci dice Incardona ne La metà del diavolo. In un mondo senza Dio, in cui regnano non la Legge e il Disegno divino, bensì l’entropia e il caos totale, è l’essere umano il male, o meglio quella vitalità interna che porta avanti le sue azioni, e che può sdoppiarsi in qualsiasi momento: «Come spiegarle che, oltrepassata una determinata soglia di sofferenza, ci si trasforma in una scheggia impazzita, non c’è più nessun legame sociale, nessuna legge, più niente da rispettare se non la propria sete di vendetta. […] Distruggere. Vendicarsi. Far male. Purificare». Ecco il male cos’è: la mancanza di empatia da una parte, la voglia di distruzione dall’altra. È un male che terrorizza per la sua insensatezza e per l’impossibilità di redenzione che rappresenta. Senza Dio, a chi si può chiedere aiuto? Perché, ci dice altrove Incardona, «Dio è morto».

La caccia all’assassino, la caccia allo stile

La caccia è dunque al centro del romanzo La metà del diavolo, ma interessa poco a Incardona mostrare prove, referti medici, indagini ecc. Anziché puntare sul giallo, si butta sul nero, mostrandoci come la vendetta e la giustizia si confondano quando di mezzo c’è la disperazione. Allora le intuizioni e i colpi di scena tipici del primo genere vengono soppiantati da elementi introspettivi, ambientazioni squallide, vite bruciate e un senso di redenzione che si aspetta fino alla fine ma che proprio non arriva.

Se questo elemento rende peculiare La metà del Diavolo, d’altro canto è difficile mantenere la giusta tensione per 270 pagine. L’autore/narratore si intromette pesantemente, coi suoi giudizi e la sua visione del mondo, dialoga coi personaggi, dà loro consigli pur sapendo che non possono ascoltarlo, si diverte sadicamente col lettore anticipando alcune morti. La struttura scricchiola appena quando, dopo l’ennesima digressione dalla trama, Incardona vuole trasmetterci, ancora una volta, un senso di estraneità.

Ma questo è decisamente un difettuccio che gli si può perdonare.

Davide Bacchilega, autore del noir ‘Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati’

Pubblicato a Maggio di quest’anno da Las Vegas edizioni, Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati è il romanzo del giovane scrittore romagnolo Davide Bacchilega, nato a Lugo, in provincia di Ravenna, già autore di I romagnoli ammazzano al Mercoledì e Bad News e reduce dal Salone Internazionale del Libro di Torino 2016.
Ci troviamo in Emilia Romagna, durante il periodo natalizio. Una Emilia Romagna fredda in cui si snodano le vicende di uomini e donne con mestieri differenti eppure imprescindibilmente legati tra loro. Al centro un delitto e tre ex prostitute che ricevono una lettera minatoria. Da questo momento in poi Michele, giornalista di cronaca nera, non smetterà per un solo minuto di cercare la verità. Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati è un noir con molti colpi di scena che tengono sulle spine il lettore più attento, uno spietato ed ironico affresco della provincia italiana, attraverso quella dell’Emilia Romagna, descritta nel romanzo come una terra piena di contraddizioni.
 

1.Contrariamente all’idea che molti italiani hanno dell’Emilia Romagna, quella descritta da lei appare come una terra piuttosto ostile, fatta di strade asettiche e tanta nebbia che appesantisce l’aria e anche l’anima dei personaggi. Loro stessi sembrano vivere questa contraddizione tra desiderio irrefrenabile di vivere tutto a trecentosessanta gradi e momenti di accettazione della realtà. Insomma, come due facce della stessa medaglia. La sua è stata una scelta precisa?

È la scelta su cui si fonda il libro. D’altronde credo che il compito di chi scrive sia quello di cercare di illuminare tutte le facce di una realtà, che non sono necessariamente solo due. La realtà è un solido complesso che spesso, per pigrizia, viene osservato da un unico punto di vista. Scrivere significa invece muoversi attorno a quel solido e provare a rischiarare anche gli angoli e gli spigoli che si nascondono dietro. Ciò che più mi interessa è esplorare il confine e il conflitto tra apparenza e realtà, tra forma e sostanza, sempre che siano concetti scindibili. Per quanto riguarda l’Emilia Romagna, c’è da dire che si tratta di un territorio in cui il livello di benessere è senz’altro elevato, e anche gli stereotipi con i quali la regione viene descritta spesso non sono sbagliati. Nonostante ciò non può essere una terra priva di contraddizioni, proprio perché non ne possono essere prive le persone che ci vivono. In più, questo è un romanzo dalle forti connotazioni noir: pescare nel torbido è il divertimento principale di chi maneggia questo genere letterario.

2. Un giornalista di cronaca nera, un “tanatoprattore” (uno che ”aggiusta i morti”) e una donna incaricata di piangere ai funerali sembrano figure speculari che ho trovato pervase da uno spietato cinismo (forse un po’ meno Mauro che è più paranoico), è davvero così? Le minuziose descrizioni fatte da Mauro sono state indispensabili per la comprensione di alcuni suoi comportamenti. Quanto è importante la caratterizzazione psicologica dei personaggi, per lei?

La caratterizzazione psicologica dei personaggi per me è tutto. Senza trascurare la rilevanza dell’intreccio e lo stile linguistico con il quale la storia prende corpo, i miei romanzi sono incentrati soprattutto sui caratteri, le aspirazioni e le ossessioni di chi si muove sulla scena: personaggi a volte strambi e insoliti, ma sempre verosimili, o perlomeno possibili. Quasi mai li raffiguro attraverso tratti fisici, oppure osservandoli da fuori. Preferisco lasciare emergere le loro riflessioni e le loro emozioni, cercando di imitare con la scrittura il modo in cui ragionano e sentono. Il giornalista di cronaca nera, Stefano, è senza dubbio il più cinico di tutti. In lui combaciano alla perfezione lo squallore del suo privato e la sua missione professionale. La donna che piange ai funerali, Barbara, è cinica per necessità: il suo atteggiamento è una forma di difesa. Il tanatoprattore, Mauro, avrebbe più motivi degli altri per essere cinico (“aggiustare i morti” non è proprio un lavoro che mette allegria), ma in fondo non lo è. Seppure a modo suo, Mauro è un sognatore: spera di diventare milionario partecipando a un noto quiz televisivo e nonostante sia quotidianamente accerchiato dalla morte conserva uno sguardo pieno di dolcezza verso tutto ciò che lo circonda.

3. Un giro di prostituzione, una serie di omicidi compiuti nella stessa zona e un elenco di casi irrisolti fanno da scenario. “Bad news is good news”, quindi è proprio vero, come sostiene il cronista di Romagna sera, che i morti ammazzati fanno più notizia? Questo vale anche per un romanzo?

Per un romanzo giallo o noir vale per definizione. Per un romanzo non di genere il morto ammazzato è pur sempre un acceleratore narrativo. Ma la teoria secondo la quale “Bad news is good news” è valida soprattutto in campo giornalistico e ne abbiamo conferma ogni volta che un omicidio irrisolto (altrimenti non ci sarebbe il mistero, il giallo) sale ai primi posti delle notizie più trendy del momento. I casi che hanno coinvolto Yara Gambirasio, Sarah Scazzi, Chiara Poggi e Meredith Kercher, tanto per ricordarne solo alcuni, hanno rappresentato ottime notizie per qualsiasi redazione di cronaca, per gli inserzionisti pubblicitari e ovviamente per le audience (le cose brutte che capitano agli altri, magari in un luogo lontano, hanno sempre un notevole effetto catartico).

Come se non bastasse, a me sembra che per rendere più appassionanti le notizie di cronaca nera, la “narrazione” giornalista vada a ricalcare quella dei romanzi gialli, come se la realtà, per essere venduta meglio, debba rifarsi agli schemi della finzione.

 

4. Si può dire che le donne sono le uniche figure, forse un po’ disincantante, che tentano di reagire? Il loro punto di vista mi ha permesso di leggere gli eventi sotto la loro prospettiva. Giorgia accoglie la possibilità di curare il suo disturbo, Didi prova ad immaginare un futuro altrove e così Marta che lotta per sperare almeno in quello immediato, ad esempio…

Sì, è proprio così. Giorgia, Didi e Marta partono tutte da una condizione di disagio, per diversi motivi. Ma ognuna di loro attinge a tutte le risorse possibili per cambiare la situazione. C’è chi ci riuscirà e chi no, ma nessuna si arrende. Come sempre, a dare un senso ai nostri sforzi non è tanto l’ottenimento di ciò che desideriamo, ma le battaglie che combattiamo per guadagnarcelo.

 

5.Davvero molto efficace la metafora della partita a biliardo. Crede funzioni davvero così l’esistenza? Questione di geometrie e matematiche?

Se sapessi davvero come funziona l’esistenza smetterei subito di scrivere! Più semplicemente, nella scena a cui fa riferimento, quella in cui il dottor Benelli riallinea i suoi pensieri giocando a biliardo, ho cercato di descrivere una piccola mania del personaggio, e assieme la sua filosofia: date determinate cause si otterranno determinate conseguenze (così come la traiettoria impressa al pallino indirizza la sfera colpita nella direzione voluta, se il gesto tecnico è compiuto esattamente). Ma questo ineffabile rapporto di causa-effetto si può ritrovare letterariamente solo nel giallo classico, in cui la metodologia “scientifica” dell’investigatore conduce alla soluzione del caso. Di sicuro, non funziona così nella realtà. Il mio approccio narrativo è invece più vicino al pensiero di Friedrich Dürrenmatt, l’autore del romanzo La promessa: troppo spesso è il caso e non la logica a influire sull’esito delle nostre azioni.

 

6.Arrigosacchi è indubbiamente il mio personaggio preferito. Qual è il suo?

È curioso sapere che fra i tanti personaggi del libro il suo preferito è un cane! In effetti, non è la sola ad avermelo detto: questo piccolo Jack Russell terrier ha fatto breccia in molti cuori. La mia preferenza si divide invece tra il giornalista Stefano Guerra e il tanatoprattore Mauro Garavini.

 

7.Mi permetta la citazione forse azzardata ma è un’”Emilia paranoica” quella in cui si muovono i protagonisti del libro? Quanto è affezionato alla sua terra?

Si riferisce alla canzone dei CCCP, vero? Beh, allora l’accostamento mi piace. In questo caso però è meglio parlare di “Romagna paranoica” visto che le vicende del libro si svolgono a sud del torrente Sillaro. Come saprà, emiliani e romagnoli sono molto campanilisti e non vogliono essere confusi: si è dunque emiliani oppure romagnoli, mentre non ho mai sentito nessuno definirsi emiliano-romagnolo. Sono affezionato alla mia terra? Sì, pur non essendo un vitellone o un ballerino di liscio.

 

8. Sulla linea di confine tra giallo, noir e black comedy dove meglio si colloca il suo romanzo? Cosa è cambiato rispetto al precedente romanzo I romagnoli ammazzano al mercoledì?

Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati si avvicina al noir, mentre I romagnoli ammazzano al mercoledì vira più sulla black comedy.I due libri sono strettamente legati tra loro dalla stessa ambientazione, dalla presenza del quotidiano Romagna sera e da due personaggi che ricorrono in entrambe le vicende (Ermes e il suo cane Arrigosacchi, eccolo che ritorna), ma lo spirito di fondo è sensibilmente diverso: I romagnoli vuole essere più divertente e leggero; Più piccolo è il paese propone temi, atmosfere ed episodi più cupi e inquietanti, senza però rinunciare a quella dose di ironia che trasforma il macabro in grottesco.

 

9. Come è andata al Salone Internazionale del libro?

Per chi ama leggere e scrivere, partecipare a eventi come il Salone di Torino è sempre una festa. Prima di tutto perché si incontrano persone con le quali si condividono gli stessi interessi. E poi perché è l’occasione per conoscere dal vivo blogger, critici, librai e addetti ai lavori con cui in precedenza si era in contatto solo sui social network. Grazie ad Andrea Malabaila e Carlotta Borasio di Las Vegas edizioni, che hanno creduto nel libro, ho avuto inoltre la possibilità di presentare in anteprima Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati presso lo spazio Incubatore. Monica Coppola mi ha affiancato durante la serata, mentre gli attori Palma Della Rocca e Pier Mario Prandi hanno dato voce ai personaggi del romanzo. Per finire, cosa che non guasta, durante i giorni del Salone il libro è stato molto richiesto. Diversi lettori che avevano già acquistato I romagnoli ammazzano al mercoledì sono tornati allo stand Las Vegas per procurarsi anche l’ultimo nato.

10. Chi sono questi 25 affezionati lettori?

Sono i venticinque lettori di manzoniana memoria, a cui il buon Alessandro si rivolgeva ironicamente nelle pagine dei Promessi sposi. Vorrà concedermela anche a me una citazione, no?

Gianrico Carofiglio: il caos è la norma

Gianrico Carofiglio

Gianrico Carofiglio nasce a Bari il 30 Maggio del 1961. Dopo essere stato magistrato nel 1986, entra a far parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari. Nel 2008 si candida al Senato con il Partito Democratico e viene eletto senatore.

Durante questi anni, che vedono anche il suo esordio come scrittore, vince alcuni premi come il Premio Bancarella (nel 2005) grazie a Il passato è una terra straniera (da cui verrà tratto un film con la regia di Daniele Vicari e  la partecipazione dell’attore Elio Germano) ed il Premio Tropea (nel 2008).  Nel 2007  viene eletto in Germania “il miglior noir internazionale dell’anno”. Nello stesso anno, viene pubblicato Cacciatori nelle tenebre per Rizzoli, con disegni ed illustrazioni ad opera del fratello dell’autore. Carofiglio  figura anche tra  i finalisti del Premio Strega, nel 2011, con il  romanzo Il silenzio dell’onda. Il 21 Ottobre di quest’anno è uscito il suo ultimo lavoro Il bordo vertiginoso delle cose,  tratto da una poesia di Robert Browning, caratterizzato da toni insolitamente malinconici.

La scrittura di Carofiglio è scorrevole, a tratti nervosa, lo stile è asciutto ed elegante,  di grande impatto emotivo; raccontare la psicologia dei personaggi per lui è fondamentale senza cadere, come spesso accade, in piccole e banali  storie private che tanto vanno di moda e soddisfano il mercato editoriale. La dialettica tra ordine e caos, follia e sanità è molto presente nei suoi  romanzi (specialmente in Il passato è una terra straniera e in Testimone inconsapevole) ed è proprio l’atto della scrittura a mettere armonia in questo caos che è la norma,  soprattutto ai fini del racconto noir e Carofiglio è uno dei pochissimi in Italia a trattare questo genere in maniera degna e avvincente, e senza enfasi retorica quando si affrontano tematiche inerenti alla giustizia a lui care.

Gli piace giocare con l’ambiguità dei personaggi, con i loro equilibri instabili, la monotonia della vita quotidiana, sui loro lati oscuri che però affascinano e decretano l’alta qualità di un romanzo che di certo non è da inserirsi nella narrativa commerciale.

In un’intervista rilasciata per La Stampa, a proposito del suo ultimo romanzo, Carofiglio spiega quanto siano stati e siano tutt’ora importanti per lui gli incipit , che ricopiava e trascriveva sin da bambino, quasi come  fosse un esercizio di stile (Thomas Mann e Dostoevskij erano gli autori che amava di più). Secondo lo scrittore barese, è l’incipit a determinare una buona o cattiva lettura, poiché egli stesso sostiene che la chiave, volendo, è già tutta nell’inizio. I suoi incipit sono quindi una prefazione, una “preparazione alla lettura” (cita come esempio John Fante, nella ristampa di Aspetta primavera, Bandini).

Il protagonista del Il bordo vertiginoso delle cose, Enrico,  è combattuto tra il ricordo dell’adolescenza, dura ed acerba per chi subiva continuamente una violenza prima psicologica e poi fisica, ed il disagio nel dover vivere il presente tenendo conto anche e soprattutto di questo, in una condizione che lo rimanda più volte a quel passato così ostile. Per questo stesso motivo, Enrico ritorna a Bari, la sua città, insomma all’ incipit della sua vita. Ed è proprio da questi presupposti che parte per la stesura del suo ultimissimo romanzo, ancora in via di pubblicazione, La sorte del bufalo.


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