Pablo Neruda: poeta drammaticamente romantico

Uno tra i più grandi “poeti-pittori” di tutti i tempi, Pablo Neruda (Parral, 12 luglio 1904 – Santiago del Cile, 23 settembre 1973), nome d’arte di Ricardo Eliezer  Neftalì Reyes Basoalto, poeta, diplomatico e politico cileno, annoverato tra i maggiori esponenti della  letteratura latino-americana contemporanea, tale che Gabriel Garcia Marquez lo definisce: “Il più grande poeta del ventesimo secolo, in qualsiasi lingua”.  

Poeta-pittore”, in quanto Neruda, proprio come un pittore, usa una tavolozza di parole per dipingere il grande quadro della vita.  Per alcuni ci vogliono anni, per altri istantanei momenti ispiratori; qualcuno ha la propria musa, altri fanno della propria stessa esperienza la più grande maestra. Dipingere l’esistenza, non è cosa semplice, ma le parole, come i colori, hanno la capacità di plasmarsi in mille sfumature, e quando il poeta è un eccellente pittore, è la vita stessa che posa per lui, facendosi ritrarre così, con estrema naturalezza, anche nelle viscere più profonde, unendo pensiero e bellezza, raggiungendo il sublime.

Leggere una poesia diviene allora come ammirare un quadro; lasciandoci pervadere da svariate emozioni, cerchiamo la sua chiave di lettura, e invece di una, ne troviamo mille. Mille, perché mille sono le maschere diverse che il poeta ha dovuto indossare, immedesimandosi di volta in volta, respirando l’esistenza, interpretandola e raccontandocela in tutte le sue tonalità.

“Ora, lasciatemi tranquillo”. Questo  è l’incipit di una delle sue meravigliose poesie: Chiedo silenzio. Il poeta che diviene uomo prima che artista, l’uomo che diviene umanità, tramutando il singolo in comunità,  in un climax ascendente dove poeta, uomo e umanità  riflettono  sul proprio ruolo, sul senso che hanno nel grande ingranaggio cosmico, chiedendo silenzio, tranquillità, in un mondo dove il rumore, lo stridore dei pensieri che seguono la logica della sopravvivenza, impediscono di coglierne  l’essenza. È nel silenzio che “tutto torna”, dove “ il tutto “si dispone al proprio posto, conquistando il valore che gli spetta,  rimettendo insieme i pezzi di una natura svalutata e disprezzata, di una vita troppo spesso accartocciata e gettata via, dimenticata.

“..Io chiuderò gli occhi

E voglio solo cinque cose

Cinque radici perfette.

Una è l’amore senza fine.

La seconda è vedere l’autunno.

Non posso vivere senza che le foglie

Volino e tornino alla terra.

La terza è il grave inverno,

la pioggia che ho amato, la carezza

del fuoco nel freddo silvestre.

La quarta cosa è l’estate

rotonda come un’anguria…

Partendo dalla vita, passando per l’amore, arrivando alla morte e ritornando all’ “Essere”, il poeta ci mostra tutta la complessità del vivere. L’amore, quasi sempre presente nelle poesie di Neruda , che diviene , in questo caso,  il motore creatore di una nuova “primavera”,  la spinta per la rinascita, il “riscatto” dell’esistenza, dove ogni istante va vissuto pienamente, uscendo dalla “notte” e andando incontro al “giorno”.

“..La quinta cosa sono i tuoi occhi.

Matilde mia, beneamata,

non voglio dormire senza i tuoi occhi,

non voglio esistere senza che tu mi guardi:

io muto la primavera,

perché tu continui a guardarmi…”

Una luce che rinasce dal buio, il silenzio che non è morte, ma palpita di vita. La bellezza della vita che si comprende solo attraverso la morte:

“..Ma perché chiedo silenzio

non crediate che io muoia:

mi accade tutto il contrario:

accade che sto per vivere…”

Solo quando ci si immerge nella sorgente dell’esistenza, abbeverandosi dei piaceri che essa ci offre, respirando piccoli sprazzi di quotidianità, godendo di essi, nutrendoci del semplice “vivere”, comprendendo che è il presente ciò che conta, unico ed irripetibile, riusciamo a cogliere la bellezza del ciclo cosmico, arriva il momento dove possiamo acquietare il nostro animo e provare come spiega Neruda il senso della felicità. Così racconta nella sua poesia “Ode al giorno felice”:

Questa volta lasciate che sia felice,

non è successo nulla a nessuno,

non sono da nessuna parte,

succede solo che sono felice

fino all’ultimo profondo angolino di cuore.

Camminando, dormendo, scrivendo,

che posso farci, sono felice. ..”

 

“…Oggi lasciate che sia felice, io e basta,

con o senza tutti, essere felice con l’erba

e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,

essere felice con te, con la tua bocca, essere felice.

Questi versi, sono come raggi di sole, emersi dal grigiore, spesso dilagante delle sue raccolte poetiche. Ma Neruda non è un poeta statico, la sua poesia attraversa turbini e tempeste, riscopre quiete e pacificazione, recando in sé il segno dell’immenso.

Dovrebbe occuparsi di tutto la poesia, passando dal cuore del poeta”, diceva.

In lui ritroviamo un cruento romanticismo:

Ho un concetto drammatico della vita e romantico; non mi riguarda ciò che non giunge profondamente alla mia sensibilità

Soltanto tenendo conto di questa dialettica, di questo contrasto vita-morte, luci ed ombre,  si può davvero comprendere fino in fondo la sua poetica, dove l’inno alla morte diviene assai vicino all’inno alla vita, dove il poeta, proprio come un filosofo-psicologo rappresenta nella sua opera  un proprio completo e complesso sistema del mondo e delle relazioni umane, con la sola differenza che invece di esporre il proprio sistema in termini di ragionamento, lo configura  mediante la funzione poetica, per mezzo di simboli narrativi. E’ come se ogni poesia costituisse un piccolo modello di architettura del mondo.

Neruda, uno tra i grandi “poeti-profeti”, che, versificando la normalità, la riempie di significati universali. Non a caso i suoi versi sembrano scritti “più che con l’inchiostro, con il sangue” a riprova della passione con la quale coltivava la sua arte. E quando l’arte infiamma, palpita, arde, nemmeno la morte la può spegnere.

Pablo Neruda, semplicemente eterno!

 

L’esperienza bellica in Saba, Montale, Ungaretti

Il ventesimo secolo è ricco di avvenimenti che hanno mutato dalle fondamenta il nostro Paese.
Le guerre, i regimi dittatoriali, hanno scritto la storia più cruenta del Novecento e hanno finito per creare un legame anche con la cultura del tempo, coinvolgendo sotto tutti i punti di vista scrittori come Ungaretti, Montale, Saba. Tre grandi pilastri della letteratura italiana, accomunati dall’esperienza della guerra, dalla cognizione del profondo malessere umano, quella solitudine esistenziale che ognuno di essi esprime attraverso il proprio stile, passando dalle “illuminazioni” ungarettiane, al “male di vivere”, a quella rottura insanabile tra individuo e mondo tipicamente montaliana, alla tenerezza infantile e non per questo meno profonda, che è il “marchio di fabbrica” di Saba.

Tutti e tre gli autori italiani affrontano nei propri versi gli orrori della guerra e ognuno ne mette in luce diversi aspetti, facendo di essa la “propria” guerra, ricercando oltre il dolore e la morte il senso più profondo della vita, attaccandosi attraverso la poesia, ad una speranza, che diviene speranza per l’intera umanità. Questo ci fa comprendere come la poesia e la letteratura in generale, non siano un qualcosa di lontano e obsoleto, ma sono vita che pulsa , passato che torna a vibrare nel presente, presente che scava nella storia e la rilegge, scoprendone ogni volta qualcosa di nuovo; sono le voci, le sensazioni, le emozioni di chi ci ha preceduto e che scopriamo inaspettatamente così vicino a noi; sono ciò che il nostro cuore, la nostra anima cela; è tutto ciò che spesso non siamo capaci di esprimere con le nostre parole. La guerra descritta in questi componimenti non è solo quella fisica, quella combattuta al fronte ma è anche la battaglia che l’individuo affronta quotidianamente con la propria esistenza, è la “molla” che fa scattare l’attaccamento alla vita o al contrario è la prova più evidente di quella profonda insofferenza insita nell’uomo, la dimostrazione di quella scissione insanabile tra individuo e mondo, l’ espressione di quella debolezza, incompiutezza, fragilità umana. Leggiamo in una poesia ungarettiana:
 

“… Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo.”

Il titolo del componimento è “ Sono una creatura” e appartiene alla raccolta “ L’ Allegria”. La poetica di Ungaretti è interamente pervasa dal ricordo dell’esperienza del fronte, da quella commemorazione così ermetica e per questo ancor più tagliente dei caduti di guerra, da quei flashback che sembrano squarciare la carta su cui si posano parole concise e prive di punteggiatura , che intrecciano passato e presente, dolore e speranza, vita e morte.

Eugenio Montale

Non poteva la poesia ungarettiana non risentire del bagaglio di sensazioni, ricordi, tomenti, di cui il poeta si fa carico partendo volontario per la prima guerra mondiale, legando la sua vita alla politica del tempo, partecipando con fervore non solo allo scenario culturale, ma anche sociale dei suoi anni. La pietra di cui leggiamo nel componimento è infatti quella del Carso, celebre per le sanguinose battaglie che ospitò durante la guerra, la cui durezza e asprezza viene paragonata al pianto del “soldato” Ungaretti, un pianto che non è più solo suo, ma di tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza della guerra; un pianto che si pietrifica nel petto, rendendoli incapaci di esprimere emozioni, dubbiosi sull’essere ancora delle “creature”.  “La morte si sconta vivendo”. Un pensiero profondo, abissale, che ci fa comprendere come il confine tra vita e morte sia labile, come l’una si mescoli inevitabilmente con l’altra, come non c’è vita senza morte né morte senza vita, poiché colui che sopravvive alla morte non può non pensare a chi invece ne soccombe. È un tormento che si “sconta vivendo”, e la vita allora rende schiavi della morte, creando un intreccio esistenziale delicato e complesso. Ne “Il sogno del prigioniero”, poesia di Montale, contenuta nella sezione  “Conclusioni provvisorie” de “La bufera ed altro”, con uno stile completamente diverso da quello ungarettiano, ma comunque complesso, il poeta attraverso l’utilizzo del “correlativo oggettivo” descrive, quasi come se stesse disegnando, una condizione di prigionia e di oppressione che si estende a tutta l’umanità, che vive intrappolata nelle trame e negli orrori della società moderna.

“….e i colpi si ripetono ed i passi
e ancora ignoro se sarò al festino
farcitore o farcito. L’attesa è lunga,
il mio sogno di te non è finito”.

 

Umberto Saba

Anche in questo componimento emerge l’intreccio tra vita e morte, che tocca però un campo ancor più complesso, quell’intima esigenza di moralità, priva di qualunque intenzione moralistica, tipica della poetica di Montale ; una moralità che serpeggia nei suoi versi, ma che è sfuggevole, evanescente, non si svela mai del tutto. “Il prigioniero”, qui metafora dell’umanità ,può divenire vittima o carnefice, in nome di un senso morale dimenticato o al contrario esaltato. Ma lo “ignora”, così come noi lettori per volontà del poeta ignoriamo quale sia la scelta che il prigioniero, dunque l’umanità, dovrà compiere. Il “sogno” citato all’ultimo verso è invece metafora di quella speranza, di quel ruolo salvifico che il poeta conferisce alla poesia, rappresentata simbolicamente dall’immagine di una donna-angelo; una poesia che è l’ultimo spiraglio di positività in un mondo che per Montale è pervaso dal “male di vivere”.
Anche nella poesia di Saba, seppure in quantità minore, si riflette l’influsso della guerra e di tutto ciò che ha rappresentato, come le persecuzioni razziali di cui il poeta è stato vittima. Ma Saba, a differenza di Ungaretti e di Montale , riesce a descrivere anche la guerra con una delicatezza e una semplicità espressiva che non ha eguali. In “Marcia notturna”, contenuta nel  “Canzoniere”, si descrive la marcia dei soldati lungo il mare e nei versi emerge un ritmo lento, pacato, che accompagna un’evanescente dolcezza di ricordi, ricordi d’infanzia, di quando il poeta non conosceva la guerra, ma la inventava, giocandoci:

“….così che intorno io mi ritrovi il bello
lasciato quando qui venni a marciare,
e i sogni dell’infanzia a ritrovare”.

Un’immagine della guerra nuova, una chiave di lettura diversa e singolare, pienamente accordata allo stile del poeta, che forgia il suo dolore, lo trasforma, lo plasma attraverso la poesia che per lui è il suo scudo, la sua corazza, il mondo del conforto e della speranza.
Tre uomini, tre anime profonde e complesse e una poesia che diviene passato, poi presente, infine eterno.

 

‘Il carcere’ di Pavese: un paese come non-luogo dell’anima

Il 17 gennaio 1949, a poco meno di un anno dalla sua morte, Cesare  Pavese ammise che si era a lungo vergognato de Il carcere come una ricaduta nel solipsismo e disse di essersi reso conto che questo problema lo attanagliava ancora, anche quando scriveva “La casa in collina”.

“Il carcere” fu pubblicato solo nel 1948, essendo stato scritto però dieci anni prima: indubbiamente non si può non dare ragione a Pavese riguardo la ricaduta nel solipsismo. Con “Paesi tuoi”, il suo “solipsismo” era definitivamente svanito: ora invece nel 1948 ritorna preponderante con questo romanzo, uscito per altro in coppia con “La casa in collina”.

Tuttavia a una prima lettura può sembrare che “Il carcere” sia solo un esercizio intimo di sviluppo della solitudine, ma forse non è così. E’ la storia di Stefano (alter ego dello scrittore) che viene mandato al confino a Rossano Calabro per aver difeso la sua donna, militante del Pci.
Quella  di Stefano è una storia struggente, e lo capiamo sin dai primi righi: “Per qualche giorno Stefano studiò le siepi di fichidindia e lo scolorito orizzonte marino come strane realtà di cui, che fossero invisibili pareti di una cella, era il lato più naturale”.

Stefano dirà più volte, nel corso della storia, che il confino era libertà rispetto al carcere, ma questa affermazione sarà poi ben smentita dal decorso degli eventi. Sin dal primo momento, sin dal suo arrivo al paese in un pomeriggio assolato di agosto, a bordo di una auto polverosa, Stefano si rende conto che è stato catapultato in un mondo immobile, dove la gente è “costretta a restarci”.
Le descrizioni esterne sono affidate alle lunghe passeggiate che Stefano fa durante il giorno, in solitaria: sono passeggiate durante cui pensa e ripensa alla sua condizione precaria, al suo dipendere da un foglio. Stefano non vive con serenità la sua “libertà”: ogni volta che il maresciallo lo manda a chiamare, pensa sia arrivato il momento di partire, che gli avessero condonato il confino. Come accade nell’episodio in cui viene chiamato dal maresciallo e tutta una angoscia e una trepidazione tremenda lo eccitano: scoprirà poi che invece del tanto agognato foglio di via, si tratterà solo di una notifica giudiziaria.

Il racconto si consuma così, tra le angosce di una situazione precaria e indefinita, in un luogo in cui è costretto a vivere ma che è costretto a considerarlo come un “non luogo”: le lunghe descrizioni dello stato d’animo di Stefano e la profonda solitudine che si respira nel paese, dipingono lo stesso paese come un “non luogo dell’anima”. L’uomo lo vive esattamente così: “La gioia di riavere una porta da chiudere e aprire, degli oggetti da riordinare – che era tutta la gioia della sua libertà- gli era durata a lungo, come una umile convalescenza. Stefano ne sentì presto la precarietà, quando le scoperte ridivennero abitudini; ma vivendo quasi sempre fuori, riservò per la sera e la notta il suo senso d’angoscia” .

Stefano è coinvolto nella vita di paese: gioca a carte all’osteria, va a caccia con Vincenzo, ma sente tutto come estraneo, precario, anche i discorsi con i paesani sono formali e distaccati, e sono sempre e solo loro a prendere l’iniziativa. Ben presto nella storia si fa strada forse una questione  che non ci saremmo aspettata da Pavese, o che per lo meno non la trattasse come la tratta ne Il carcere: il desiderio sessuale.
Per un uomo solo l’astinenza può essere un grande problema: sono molti le parti in cui Stefano sogna i fianchi di Elena, la ragazza che le fa le pulizie in stanza, ripensa alla bellezza di Concia, bella “serva” dell’osteria. Molti paesani, Gaetano, Giannino, Pierino molte volte gli chiederanno se avesse bisogno di una donna, ma Stefano rifuggerà sempre l’argomento: una donna infatti già ce l’ha. O meglio ha una vera e propria storia: Elena si è innamorata di lui. Molte volte i due consumano le gioie della carnalità e Stefano sente che non ne può fare a meno, che in quei momenti si sente meno solo. Gli piace sentirsi dire “ti voglio bene”: la storia con Elena, madre di Vincenzino,  dovrà rimanere segreta, per non destare scalpore in paese, ma  sarà una storia che avrà fine brusca. A lungo andare Stefano si innamora di Concia e quando viene a conoscenza che Gaetano non è interessato a lei, allora gli vengono molti scrupoli sul fatto che dovesse “tentare”.

Proprio con Gaetano Fenoaltea, Stefano si rende conto di essersi sbagliato sui conti del paese. Quel paese non era un eden immacolato: anche qui le persone si abbandonano a torbidi atti e passioni. Ad esempio di Gaetano si diceva di una sua tresca segreta, cosa nessuno avrebbe mai sospettato.
Da lì Stefano inizia a capire che quei paesani non sono diversi da lui: nella solitudine della vita di paese, molti si sono , diciamo cosi, attrezzati . Ci rendiamo conto di questa situazione quando, verso la fine del racconto, Gaetano aveva mantenuto “la promessa”: avevano preso una donna, Annetta, e la tenevano a casa del sarto. Quella donna era a disposizione loro e di altri due: Stefano passerà solo qualche minuto in stanza con Annetta, senza farci niente, solo per non far scontentare Gaetano.  Penserà poi, tra se e se, che il rispetto di quel corpo lo aveva fatto sentire libero davvero.

Anche Giannino, il suo primo nuovo amico in paese, viene arrestato perché anarchico e poi verrà spedito anche lui in un paese lontano, ma al nord. Da quel momento per Stefano inizia una solitudine più armoniosa: quando guarda il cielo dalla sua finestrella, si chiede se anche Giannino pensasse di tanto in tanto di fissare il cielo azzurro, pensava alle loro passeggiate sulla spiaggia e alle loro sigarette in giardino: questi atti ora Stefano li compiva da solo, ma con un sorriso interiore, quasi beffardo, perché ora non era più solo. Ora la “compagnia” di Giannino, che viveva la sua stessa condizione, era vera, sentita, percepita molto di più di quando gli era accanto in carne ed ossa. “Fantasticava il mondo intero come un carcere dove si è rinchiusi per le ragioni più diverse ma tutte vere, e in ciò trovava conforto”.

Quando il momento della partenza arriva, Stefano riordina in men che non si dica la sua valigia, cosa che non avrebbe mai pensato di riuscire a fare in breve tempo: c’è tempo un ultimo saluto a Elena, che lui ha allontanato, forse per paura, forse per proteggerla. “Le disse che le pagava la stanza, perché tornava a casa, e che il resto, nulla avrebbe potuto pagarlo. Elena con la sua voce roca balbettò imbarazzata: – Non si vuole bene per essere pagati.  “volevo dire la pulizia” – pensò Stefano, ma tacque e le prese la mano.”

Questo racconto amaro di intima solitudine pare non riguardare solo Stefano: Elena, Gaetano e tutti i personaggi, soffiata via l’apparente e falsa coltre da innocenti paesanotti, lasciano intravedere tutta la disperazione per una solitudine che forse non è tanto diversa da quella di Stefano.  “Son paesacci – dice il giovanotto che Stefano incontra nei primi righi – di quaggiù tutti scappano per luoghi più civili. Che volete! A noi tocca restarci.”


Riviste italiane del Novecento

Gran parte dell’attività culturale degli intellettuali trova, dagli anni ’20 alla fine della Seconda Guerra Mondiale, espressione nelle riviste e nei periodici, nonostante il forte condizionamento e la censura del regime fascista. Le riviste più influenti ed importanti del ‘900 sono:

-<<La Ronda>>: rivista romana che ha  l’intento di restaurare i valori tradizionali e classici della letteratura, rivendicando la sua indipendenza dalla politica e accusando Giovanni Pascoli quale responsabile della decadenza della letteratura contemporanea. Si prendono invece come esempi da imitare Manzoni e Leopardi.

-<<Il Baretti>>: fondata da Piero  Gobetti per rendere omaggio al letterato  del settecento Giuseppe Baretti, sostenendo la rivoluzione liberale.

-<<Solaria>>: fondata da Alberto Carocci  a Firenze, nella quale spiccano figure come Montale e Debenedetti e in una posizione complessa anche Gadda.Vengono fatti conoscere scrittori come Eliot, Joyce, Woolf, Faulkner, Pasternak, Kafka, Gide, Proust, Rilke.

-<<Il Selvaggio>: ideata da Angiolo Bencini, presenta contenuti in linea con in regime.

-<<‘900>>: diretta da Massimo Bontempelli di ampio respiro europeo, per una letteratura più giovane. Ma il regime fece chiudere la rivista nel 1929.

– <<La letteratura>>: diretta da Alessandro Bonsanti  raccoglie intorno a se i fedelissimi solariani, anch’essa molto aperta alla cultura europea. Tra i suoi collaboratori spiccano intellettuali come Quasimodo, Montale, Vittorini, Saba, Lorca, Contini.

-<<Primato>>: fondata da Giuseppe Bottai, Ministro dell’educazione nazionale, per affermare il primato dell’Italia in vista delle guerra e per promuovere l’interventismo culturale. Molti furono i collaboratori, dalla filosofia alla pittura, tra i quali figurano: Abbagnano, Binni, Praz, Cecchi, Alvaro, Biagi, Montanelli, Guttuso, Luzi, Penna.

Il portale-rivista ‘900 letterario

Perché dedicare un sito di letteratura proprio al secolo del Novecento? Si potrebbe pensare alla vicinanza temporale, quindi,  ad un maggiore riconoscimento e conoscenza di questo periodo in quanto pone l’accento  sulla crisi esistenziale dell’uomo, ma sarebbe riduttivo. Specialmente il romanzo del Novecento rappresenta un genere totalmente nuovo, dove la parola d’ordine è sperimentazione atta a rappresentare al meglio la scissione, i tormenti, la sensibilità e le inquietudini dell’uomo moderno attraverso i vari personaggi-uomo dei romanzi che si definiscono in base alla loro mutevolezza, ai loro pensieri e sensazioni. E qui entra in gioco anche un altro importantissimo elemento, il tempo: i fatti non sono più raccontati secondo il loro ordine cronologico ma secondo il cosiddetto “flusso di coscienza” come direbbe James Joyce, ovvero quando si alternano continuamente presente e passato, ricordi, pensieri (secondo il francese Butor“il romanzo è una risposta ad una certa situazione della coscienza”). Nasce “Il tempo interiore”, “il monologo interiore”  tanto ambiguo e misterioso che coinvolge non solo i personaggi del romanzo ma la Storia stessa che si interseca con quella personale; è il tempo teorizzato dal filosofo Henry Bergson, dove gli istanti si dilatano o restringono a seconda della volontà del soggetto. Lo spazio non è più autonomo, la ragione del suo esistere è in funzione del personaggio che lo guarda, quindi anche dell’io-narrante che adotta la restrizione di campo: il lettore conosce i fatti solo attraverso le percezioni dei protagonisti.

Non si può prescindere naturalmente da un’analisi storico-culturale che da sempre ha influito sulla produzione letteraria, nel Novecento si raggiunge una maggiore consapevolezza dei limiti della scienza, e si fa molto affidamento alla psicologia, all’esplorazione della propria identità e la loro crisi, non a caso la maggior parte dei romanzi sono scritti in forma autobiografica, si pensi a Svevo, Pirandello, Mann, Kafka, Proust.

In questo senso, avendo parlato di sperimentazione, il Novecento è un secolo affascinante perché rischia di più, mette in discussione la tradizione e la parola per poi recuperarla, perché è sempre da li che si parte per innovare; per conferire alla letteratura una efficace valenza conoscitiva utilizzando il montaggio di un insieme di unità a scapito dell’azione che invece era fondamentale del romanzo dell’Ottocento.

I temi, già accennati, di questo secolo ci sono ben noti: l’inspiegabilità del male, il senso dell’assurdo e quello di colpa,lo smarrimento, acuiti dall’esperienza della guerra e che gli scrittori di questo periodo tentano di rendere universali come Italo Calvino. Le guerre e questi sentimenti ci sono sempre stati, spesso erroneamente, si crede che la letteratura muta perché mutano gli eventi  e le sensazioni ma in realtà cambia il modo di prendere coscienza di tali eventi e sentimenti, cambia il modo di rappresentarli, nel Novecento vi si imprime un afflato collettivo e un piglio sociale, impegnato, basta citare alcuni  intellettuali della prima metà del Novecento come Albert Camus, George Orwell, Ignazio Silone, Elio Vittorini. Negli anni Cinquanta si fa largo l’esigenza di evadere, di scappare dai vicoli del realismo verso una deformazione visionaria, ci riescono benissimo Carlo Emilio Gadda, Alberto Arbasino e Pier Paolo Pasolini. Negli anni Settanta prende forma la letteratura come strumento di indagine e di analisi critica, volta alla ricerca di un nuovo metodo; diventa poi una forma di spettacolo alla fine degli anni Settanta con George Perec ed Umberto Eco per una ridefinizione del racconto abbracciando la filosofia e la ricostruzione storica.

Si giunge al postmodernismo, di cui il maggior esponente è l’argentino Borges con le sue parodie e giochi tecnici per fare delle letteratura, ancora una volta, uno strumento conoscitivo; al modernismo di Pessoa e a scrittori internazionali che sono l’emblema del passaggio da una cultura all’altra come il praghese Kundera, francesizzato e il russo Nabokov, divenuto americano.

Di grande glamour risultano anche i romanzi gialli, molto popolari nelle loro diverse accezioni, dal thriller al noir, dal poliziesco al serial killer. Leonardo Sciascia che si è cimentato nel giallo, sull’esempio di Borges , disse che questo genere  non è altro che “l’avventura della ragione alla ricerca della verità”.

‘900 letterario non è solo una rivista, ma anche un portale che invita i propri visitatori alla scoperta e alla riscoperta dei romanzi più significativi ed importanti del Novecento, i cui protagonisti sono cosi intriganti perché sfuggono dalle mani dei loro autori, esteticamente sono anche poco piacenti (Federigo Tozzi infligge ai suoi personaggi la bruttezza fisica) come ha giustamente notato il grande critico Giacomo Debenedetti che non esita a definire il romanzo novecentesco con la suggestiva espressione rubata a Proust “una grande intermittenza di un succedersi di intermittenze” ovvero momenti privilegiati che rimandano a cose passate. Ma non solo; il portale oltre ad occuparsi delle recensioni dei romanzi più belli e significativi del Novecento, dedica delle sezioni a giovani scrittori emergenti e non, dando spazio anche agli autori più contemporanei di maggior successo nelle categorie “Autori emergenti”, ai “Best seller”,  agli “Eventi letterari” come il Salone del libro e ai vari Premi istituiti con i relativi vincitori oltre alla “Poesia”e alla “Classifica” dei libri più letti.” Vi è poi uno spazio riservato alla riflessione sulle sorti della critica letteraria e quindi anche della letteratura stessa: “Critica” e uno spazio dedicato agli approfondimenti, a tematiche e ad aspetti più specifici: “Focus”. Vi sono inoltre due rubriche dedicate al cinema, alla politica, all’attualità e alla musica.

Il romanzo del Novecento e solo questo genere di narrativa in prosa, ha disoccultato la realtà, ha portato alla luce il conflitto tra IO-ES e SUPER IO per dirla alla Freud, relazionandosi con le  grandi discipline del nostro tempo: sociologia, antropologia, psicoanalisi, arte che a loro volta offrono una valida chiave di lettura per la letteratura.

BUONA NAVIGAZIONE.