Ricordando Totò, il principe metafisico, a 50 anni dalla sua morte

A 50 anni dalla scomparsa del grande e inimitabile Antonio De Curtis, in arte Totò, proponiamo parte della lunga intervista realizzata dalla giornalista e scrittrice Oriana Fallaci al principe della risata, nel 1963 e riportata nel libro Intervista con il mito. La Fallaci considerava Totò l’unico autentico artista tra tanti cialtroni, l’unico vero signore tra tanti cafoni, l’unica altezza imperiale dinanzi alla quale lei si toglieva non uno ma cento cappelli.

Totò è stato un innovatore, in quanto ha allargato il linguaggio napoletano, adottando nuove espressioni e abbracciando tutti i dialetti italiani. L’arte di Totò, come ha evidenziato Mario Soldati, ha un persistente còte funebre. La stessa suprema qualità comica di Totò, si affidava alla rigidità della mimica alla Keaton e delle mosse: il suo corpo, più che un burattino, diventava un cadavere elettrizzato. E la sua intima esuberanza e vitalità diventavano poetiche proprio per questo suggerimento, questo beffardo presagio di morte. Totò danzava e recitava ricordandoci con semplicità il nostro destino, come se dicesse di continuo, in sottofondo: «Mi agito tanto e anche voi vi agitate tanto: ma fa lo stesso: siamo già scheletri dentro di noi, e finiremo, tutti stecchiti».

Smascheratore di ipocrisie contemporanee e nemico del potere e del conformismo, Totò è stato regista di se stesso, dotato di quella grandezza propria degli afflitti, degli umili; e sebbene avesse avuto un successo internazionale se fosse stato diretto da registi di lusso, probabilmente avrebbe dato meno, perché sarebbe stato congelato dal talento di qualcun altro.

 

Le altre altezze imperiali come la trattano, principe?

All’inizio mi snobbavano, si capisce. Poiché lavoro, poiché faccio il pagliaccio, mi guardavano con la puzza sotto al naso. Ad ogni modo, sa, io me ne infischio di come mi trattano poiché il mio titolo è più forte del loro. E poi su queste cose la penso come lo spazzino della mia poesia ‘A livella: quella del marchese che è seppellito accanto allo spazzino e vuole mandarlo via. <<Marché, me so scucciato/Te vuo’ mettere ‘n capo alle cervella/ che stai malato ancora ‘e fantasia?/ La morte sai cos’è?/ E’ na livella/Lu re. lu magistratu, lu grand’omme/traversa ‘stu canciello fatto a punte/ e ha perso tutto: ‘a vita e pure ‘o nomme./ Perciò stamme a senti’, nun fa ‘o restivo: /sopportami vicino, che t’importa?/ Ste’ pagliacciate ‘e fanno solo ‘e vive/ Nui simmo serie, appartenimmo ‘a morte>>. Dico bene?

Lei dice sempre bene. E poi lei è un Divo, un artista.

Macché artista: venditore di chiacchiere. Un falegname vale di più di noi artisti, almeno fabbrica un tavolino che rimane nei secoli. Ma noi, dica, che facciamo? Quanto duriamo? Al massimo, se abbiamo molto successo, una generazione. Lo scritto rimane, il quadro rimane, il lavandino rimane, ma di ciò che facciamo noi non rimane un bel nulla. Dico bene?

Principe, la Sua modestia mi lascia smarrita. Principe, Lei sta recitando.

Io le giuro sulla tomba di mia madre, l’unica cosa cara che ho al mondo, che sono sincero: non recito. Sto per confessarmi, anzi come non ho mai fatto con nessuno. Io sono un misantropo, un timido, pensi che quando entro in un ristorante, abbasso gli occhi perché mi vergogno che la gente mi guardi, e non ho mai amato rivelare chi sono. Stavolta ci provo, però deve credermi: sennò tanto vale andarci a bere un caffè. Signorina, io recito solo nei miei brutti film.

E allora mi dica: perché recita in quei brutti film?

Signorina mia: io non prendo i cento, i settanta, i cinquanta che prendono gli altri. E ciò di proposito, perché se sento dire che il tale o la quale hanno preso seicento milioni per la parte di un film, resto inorridito, schifato. Io non ho mai voluto prendere grandi cifre perché ho sempre pensato che il produttore deve guadagnare, col film. Se non guadagna, fallisce. Se fallisce, io non faccio più i film. E se un po’ alla volta falliscono tutti, io che faccio? I film dove recito io, di conseguenza, sono commerciali, sono filmetti arraffati, destinati alle sale di seconda visione, e costano poco. Quando sono là, non posso mica dire no, questo io non lo fo, non mi piace, non va…Sarebbe scorretto, scortese…senza contare che io non posso vivere senza far nulla: se vogliono farmi morire, mi tolgano quel divertimento che si chiama lavoro e sono morto.

Lei non ha, vero?, una grande stima degli uomini, una buona opinione del suo prossimo. E forse non ha nemmeno molti amici tra gli uomini.

No. No. No! Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo. Di amici ne avrò due, forse. Il conte Paolo Gaetani e il conte Fabrizio Sarazani. A parte il titolo, due che lavorano come me: umili operai. Perché vede, quella mia battuta <<Siamo uomini o caporali?>> Non è affatto un gioco. Il mondo io lo divido in questo modo, in uomini e caporali. E più vado avanti, più scopro che di caporali ce ne sono tanti, di uomini che ne sono pochissimi.

E quando nacque questo Suo odio per i caporali, Principe?

Sotto le armi, con un caporale di Alessandria che nella vita faceva lo spazzino. Caporali, vede, sono quelli che vogliono esser capi. C’è un partito e sono capi. Cambia il partito e sono capi. C’è la guerra e sono capi. C’è la pace e sono capi. Sempre gli stessi. Io odio i capi come le dittature, le botte, la malacreanza, la sciatteria nel vestire, la villania nel parlare e mangiare, la mancanza di puntualità, la mancanza di disciplina, l’adulazione, i ringraziamenti…

Principe, io non l’ho mai vista ridere. A parte il fatto che esser tristi è la legge dei comici, io temo che Lei abbia sempre riso pochissimo: che non conosca il sapore di una bella risata.

Pochissimo, niente. Io non rido. Sorrido. E anche quello, raramente. Sorrido a lei, per esempio, perché è una donna, non si può mica parlare ad una donna con il musone. Però vede, non è esatto nemmeno dire che io sia triste: sono calmo, privo di ansia. Io l’ansia non la conosco. Deve influire, in questo, il mio residuo di sangue orientale, bizantino. Non so..Starei ore a guardare il cielo, la luna. Io amo la luna assai più del sole. Amo la notte, le strade vuote, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, l’eleganza tetra della notte: bella quanto il giorno è volgare. Il giorno..che schifo! Le automobili, i camion, la luce, la gente..che schifo! Io amo tutto ciò che è scuro, tranquillo, senza rumore. La risata fa rumore, come il giorno.

Lei è un animale notturno, lo so: non va a letto prima dell’alba e si sveglia quando il sole è già alto. Ma come passa la notte in questa veglia. Che fa?

Nulla e tante cose. Ora le spiego. La servitù va a dormire alle undici. Franca, mia moglie, resta con me fino alle due, mi parla, mi legge i giornali perché come lei sa io sono mezzo cieco… Poi anche lei va a dormire e io resto solo. Giro per la casa, sto seduto, penso molto, mi affaccio alla finestra, vado in cucina a controllare che il gas sia chiuso, vuoto i portacenere.. E poi, siccome ho una radio che prende tutte le stazioni, e in più la radio marina, mi ascolto tutti i discorsi che si fanno le navi, i telegrammi dei pescherecci, e ci trovo l’alba. Ridicolo, eh? Una scena da uomo ridicolo.

No una scena da uomo solo. Lei deve essere un uomo terribilmente solo, principe. Solitario e solo.

Molto solo, non terribilmente. Perché io amo esser solo, ne ho bisogno: per contemplare, per pensare. A volte mi danno noia persino le persone che amo. E quando accade, zitto zitto, mi alzo e vado in camera mia; […] è difficile vivere con me. La base della mia vita è la casa. Io adoro la casa, per me è una fortezza, una difesa, quasi una persona.

Ma quando recita, le capita di essere un pochino felice?

Quella non è felicità, è un’altra cosa, che non so spiegare. Recitare per me è come una droga, o meglio:  un ossigeno. E se lei tenta di intervistarmi su questo, non ne ricava risposta. Per esempio se lei mi chiede: come faccio a far ridere, a essere tanto snodabile? Io le rispondo: non lo so. […]. Non è una disciplina, uno studio, è istinto, una roba che succede da se, quasi indipendentemente dalla mia volontà. Sicché è inutile che i critici mi rimproverino perché faccio sempre le medesime cose da decine di anni, perché sono sempre lo stesso. […] Sono passato con disinvoltura dalla commedia dell’arte alla prosa, all’operetta, al varietà, al cinema, alle canzoni, e ora giro un film, Il comandante che è un film serio. Ma che io sia quello e non altro, non vi è dubbio. Perché non sono io che comando la mia faccia, è la mia faccia che comanda me.

Lei non ama i critici, vero? I critici non sono stati spesso generosi con Lei.

Li rispetto. Ma i critici devono consigliare, non distruggere. […] Io rispetto ma voglio anche essere rispettato.

Ma a Lei…a Lei piace Totò?

Le rispondo con una cosa che non ho mai detto a nessuno, una cosa a cui non crederà […]. Non mi piace neanche un po’. Anzitutto come uomo, fisicamente. Signorina ma l’ha visto quanto è brutto? La faccia…tutta torta, asimmetrica..[…] Poi non mi piace come personaggio, non lo so, mi sta antipatico. […] E non mi piace come attore, come recita. Perché non mi fa ridere. E badi che a me i film umoristici piacciono, divertono. Mi divertono Sordi, Tognazzi, mi divertiva Charlot. Ma questo Totò, parola mia d’onore, non mi diverte per niente.

Per questo principe, quando lavora, chiede sempre “Va bene?”, “Sono stato bravo”?. Per questo è tanto modesto?

Per questo. Io, signorina mia, sono afflitto da un gran brutto complesso: il complesso d’inferiorità. Inferiorità fisica, intellettuale, culturale. Per esempio: non sono un uomo colto, e questo mi pesa. Vorrei aver studiato di più, letto di più guardato di più. Vorrei essere stato più curioso. E ora che sono mezzo cieco e non posso curiosare più, studiar più, legger più….

Si consoli principe: al vocabolario c’è arrivato lo stesso. Guardi… Dice che è uscito un libro, Storia linguistica dell’Italia, dove Lei viene citato come esempio di efficacia linguistica e dove le sue espressioni fa “d’uopo”, “quisquiglie”, “pinzillacchere”, sono riportate come espressioni ormai entrate nell’uso comune, quindi nel vocabolario.

Oh, oh oh!!!! Che bello! Che bello! Che onore, che gioia. (Afferra il giornale, tenta inutilmente di leggerlo, e i suoi occhi sono lucidi)

 

 

 

 

Lettera a un bambino mai nato, lo struggente monologo di Oriana Fallaci

Lettera a un bambino mai nato (1975) è un commovente e struggente monologo con cui la scrittrice Oriana Fallaci, sola ed indipendente, riflette sulla maternità ponendosi spinosi interrogativi.

Il libro comincia così: “Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto , in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: si c’eri. Esistevi. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo”.

Lettera a un bambino mai nato non è solo commozione ma anche dramma, quello di una donna che aspettando un bambino, non sa di lui il nome, l’indirizzo, l’età, di cui non si conosce nulla eccetto il fatto che vive sola, indipendente, forte e che deve affrontare il dilemma se dare alla luce il proprio bambino o continuare la sua brillante carriera senza alcun ‘intoppo’.

Il monologo ha inizio proprio dal momento in cui lei scopre di essere incinta ed ecco che allora inizia a porsi innumerevoli dubbi: basta volere un figlio per metterlo al mondo? E se a lui non piacesse nascere? Meglio uomo o donna? Il monologo procede diviene quasi una confessione, una confessione di una madre forte e coraggiosa ma anche impaurita al proprio figlio, mentre questo dramma matura entrano in scena altri personaggi. Tutti testimoni incoscienti di quel rapporto che oscilla tra la rabbia e l’amore fino ad arrivare all’accettazione di quella maternità.

Cosa si cela in realtà dietro a questi interrogativi? Egoismo? Paura di non essere all’altezza? Di vedere la propria vita stravolta? La maternità è un dovere morale? Nascere è davvero meglio di non nascere? E se il mondo non piacesse al nuovo venuto? Non sarebbe allora una spietata violazione? Perchè una donna dovrebbe rinciare alla propria libertà che ha inseguito per tutta la vita? L’unico modo per proseguire il proprio cammino sarebbe quindi archiviare il problema, e quindi eliminarlo, ma  non si tratta forse, anche in questo caso, di una brutale prevaricazione?

Leggendo questo libro è impossibile non commuoversi, non rabbrividire dinnanzi ad una donna sola che si trova ad affrontare la gioia più grande ma anche la più terribile: se dare o meno la vita ad un bambino. Oriana Fallaci è una donna intelligente che non ha la presunzione di chiedere a se stessa se vuole o meno questo figlio ma che vorrebbe invece capire anzitutto cosa vuole questo essere che porta in grembo. Il libro rappresenta l’emblema di un rapporto indissolubile che si crea fra una madre e il proprio figlio prima ancora che questo venga alla luce, una vita che si nutre di un’altra vita di cui non potrà mai farne a meno, di cui avrà bisogno per sempre. La sfida più grande è affrontata da sola, da una donna spietata contro questo uomo che  le chiede inizialmente di dare via il bambino, una donna che mentre si chiede se dare la vita o negarla a questo piccolo esserino che cresce dentro di sé ha già deciso proteggendolo da un padre che non lo vuole, che non intende accettare questa sfida, una donna che rifiuta l’idea di aver amato un uomo che non ama il proprio figlio. Gli altri personaggi sono solo delle comparse: il padre, appunto, l’amica, i genitori, i medici e il commendatore. Alla fine il bambino le darà a sua madre la risposta che tanto attende.

Non è ancora la Oriana aspra e dura de La rabbia e l’orgoglio o de La forza della ragione, ma in questo libro riconosciamo la Oriana non corretta politicamente, le cui parole colpiscono la nostra coscienza, mettendoci in confusione, e quindi qual è la cosa giusta? Considerare il feto già bambino e quindi uomo, dato che il dna è scritto, oppure ritenere che in fondo non è altro che un uovo, non un essere umano e quindi si può fare a meno di lui? La Fallaci non dà risposte definitive, è una donna di dubbi, non di certezze. Ma la certezza è che non importa di cosa una persona sia convinta, in questo straordinario libro si legge il proprio credo e anche quello più lontano dal nostro e quando giungiamo all’ultima pagina, ci ritroviamo a pensare e ripensare. Certamente chi è estremamente religioso, ha un approccio diverso verso gli eventi della vita, rispetto a chi la affronta laicamente e quindi crederà che il feto sia già un bambino, magari anche senza riflettere, senza porsi quesiti esistenziali ma solo perché l’aborto lo si considera un peccato, così come alcune lo ritengono una libera scelta in virtù delle lotte femministe, e di un diritto che mette nelle condizioni una donna si essere in questo modo, al pari di un uomo, di non reputarsi inferiori, in quanto libere di scegliere se dare o meno la vita.

Lettera a un bambino mai nato è la storia di una scelta. Dare vita ad un altro essere umano è il miracolo più grande della vita e questo libro merita  assolutamente di essere letto, che siamo madri o meno, donne o uomini.
Decidere se dare la vita o negarla, quando non si ha fede, non si crede in Dio (la Fallaci si è sempre considerata un’atea, ma nell’ultimo periodo dell sua vita si è molto avvicinata alla Chiesa Cattolica grazie all’amicizia con Mons. Fisichella) vuol dire dover percorrere da soli una strada ancora più difficile, piena di contraddizioni e lacerazioni interiore che solo una grande fede può alleggerire.

La Fallaci è una madre piena di tenerezza, il suo è un amore puro, non imposto dallo Stato, dalla società, dalla religione, è una madre capace di difendere il suo bambino contro tutto e tutti, ma forse non da se stessa: “Dormiamo insieme, abbracciati. Io e te, io e te… Nel nostro letto non entrerà mai nessun altro”.
Ma il mondo deve entrarci con le sue leggi e con le sue ipocrisie, e infatti la scrittrice poi dice: “Tu che non conosci ancora la peggiore delle verità: il mondo cambia e resta come prima”.
Anche questo è il compito di una madre: preparare il figlio a lottare, a difendersi dalle prepotenze, insinuargli il dubbio, insegnarli a mettere in discussione tutto.
Ma su questo terreno scivoloso del dubbio lei stessa finisce per inciampare, e i pensieri ostili ed egoisti di una donna che non risparmia nemmeno se stessa, prendono il sopravvento: “Ti insinuasti in me come un ladro, e mi rapinasti il ventre, il sangue, il respiro. Ora vorresti rapinarmi l’esistenza intera. Non te lo permetterò”.

Qui viene fuori l’Oriana indipendente donna in carriera abituata agli spazi aperti e costretta all’immobilità da una gravidanza difficile,  ma forse è solo un momento di stizza, disturbante ma necessario. La Fallaci approda ad una speranza piena di disillusione: “Il dolore non è il sale della vita. Il sale della vita è la felicità, e la felicità esiste: consiste nel darle la caccia”.

Oriana Fallaci rimane e rimarrà per sempre una straordinaria donna prima che scrittrice di enorme successo, il suo linguaggio struggente, chiaro e comprensibile per chiunque (ogni parola è pesata), fa di lei una delle scrittrici più amate e conosciute al mondo; l’immagine che si scorge di lei in tutte le sue opere è quella di una donna forte che non si piega al maschilismo, una donna che ha combattuto contro una grave malattia e che, nonostante i suoi dolori e i suoi drammi, è diventata il simbolo di tutte quelle donne che hanno dovuto combattere contro le ingiustizie del mondo.

 

A chi non teme il dubbio
a chi si chiede i perché
senza stancarsi e a costo
di soffrire di morire
A chi si pone il dilemma
di dare la vita o negarla
questo libro è dedicato
da una donna
per tutte le donne

 

 

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