‘I colori del vetro’ è il nuovo romanzo di Ornella De Luca

I colori del vetro – il tempo riesce a levigare anche il vetro più tagliente- è il nuovo romanzo di Ornella De Luca, scrittrice e collaboratrice della rivista ‘900 Letterario uscito da poco per Rizzoli libri in formato kindle.

Ornella De Luca classe 1991 è nata a Messina. Diplomatasi e laureatasi con il massimo dei voti ha partecipato a numerosi concorsi di scrittura: si è classificata seconda al premio Maria Messina nel 2009 con il racconto Diapositiva di un ricordo; è poi risultata 16esima a livello nazionale al concorso C’era una svolta promosso dalla scrittrice Simonetta Agnello Hornby. Nel 2010 con il romanzo In una prigione di carta si è classificata al 2° posto del premio Nanà e nel 2012 ha partecipato allo stesso concorso nella sezione adulti con il romanzo Raccontami del vento. Nel Dicembre 2011 Ornella ha visto pubblicato il suo primo romanzo Dove la Neva si getta nel mare con la casa editrice digitale EDrops. Nel Settembre 2014 ho partecipato al concorso Parolexdirlo organizzato da Donna Moderna e Scrivo.me classificandosi al primo posto con il racconto Caro giorno che vorrei. Nell’ Aprile 2015 ha pubblicato il romanzo La consistenza del bianco uscito per Onirica Edizioni, un romanzo d’avventura e d’amore a sfondo storico.

I colori del vetro è una storia delicata e appassionante. Un romanzo emozionante che vuole parlare al cuore. La storia è quella di Faith Price bambina rimasta orfana di entrambi i genitori, morti in un brutto incendio. Un trauma questo che, a distanza di anni, Faith non riesce a superare. Con la fine del liceo e la partenza per il college si aprono nuove strade; dovrà costruirsi una nuova vita e trovare il proprio posto nel mondo. La passione per la scultura, la vicinanza di suo cugino Kyle e l’incontro con Aaron, un inaspettato coinquilino, costringeranno Faith a mettersi in discussione e a uscire dal proprio guscio. Ma a spingere Faith a fare una volta per tutte i conti con il passato sarà personaggio misterioso e l’arrivo di un messaggio inaspettato. I ricordi riaffiorano e solo dopo aver fatto i conti col passato sarà possibile per Faith poter guardare con fiducia al futuro e all’amore.

Saprà ancora una volta Ornella De Luca coinvolgere il lettore attraverso un intelligente mix di mistero, suspence e sentimento?

Intervista alla scrittrice Ornella De Luca

Sono titoli suggestivi quelli che la giovane autrice emergente siciliana Ornella De Luca riserva ai suoi romanzi,  Dove la neve si getta nel mare, edito nel 2012 e La consistenza del bianco, nel 2015, dopo aver riscosso molto successo nei concorsi letterari nazionali, aggiudicandosi il secondo posto al premio Nanà nel 2012 e il primo posto a febbraio al concorso “Parolexdirlo” organizzato da Donna Moderna e Scrivo.me, vinto con il racconto Caro giorno che vorrei. Ornella quando scrive dà vita ad un nuovo mondo, riempendo le sue storie di situazioni avvincenti e personaggi coinvolgenti, con una particolare predilezione per le epoche e gli ambienti d’antan, in particolare quelli medievali, rinascimentali e novecenteschi.

 

Cos’è per te l’atto dello scrivere?
Scrivere per me è creare allo stato puro. Dare la vita a un nuovo mondo e rendere permanente ciò che in realtà non lo è. Mi sento come se avessi la ‘necessità’ di mettere nero su bianco le immagini che mi vorticano per la mente; a volte una scena mi tormenta per settimane, per mesi, prima che mi decida a raccontarla in una vera storia. Solo allora finalmente mi sento libera.

Cosa rappresenta per te una fonte di ispirazione?
Sono le azioni a ispirarmi, più che le persone in sé. Quando vedo un lavoro ben fatto, un risultato raggiunto, la soddisfazione negli occhi della gente nel vedere i propri sforzi ricompensati, gioisco anch’io con loro, e mi sprono a dare di più e a fare ancora meglio.

“La scrittura esige virtù scoraggianti, sforzi, pazienza; è un’attività solitaria in cui il pubblico esiste solo come speranza”. Cosa pensi di questa affermazione di Simone De Beauvoir?
Credo che questa affermazione ben si adatti soprattutto ai primi sforzi di affermarsi nel mondo dell’editoria. Gli esordienti raramente vengono ricompensati per la fatica del loro lavoro e ancora più di rado riescono acomunicare il loro messaggio al pubblico. Così i fantomatici ‘lettori’ diventano una chimera e sempre più spesso validi manoscritti rimangono cestinati dentro l’hard disk (l’odierna versione del famoso ‘libro nel cassetto’) per paura di osare e fallire. Ci vogliono lacrime e nottate insonni per riuscire ad emergere, ma quando si riesce è la sensazione più bella del mondo, che vale tutti gli sforzi fatti per raggiungerla.

Pensi ad una “categoria” di pubblico precisa quando inizi a scrivere una storia?
In realtà no. Va da sé che, scrivendo spesso romanzi storici incentrati sulle disavventure di una giovane donna, il pubblico di riferimento sia soprattutto femminile. Ma senza fasce d’età.
Cosa vorresti che provassero i lettori dei tuoi scritti una volta conclusa la lettura?
-Un profondo senso di perdita. Come disse Salinger nel suo capolavoro Il giovane Holden: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. È questo che vorrei provassero i miei lettori.

Come nasce questa particolare predilezione per gli ambienti e le epoche passate?
Dalle mie letture, probabilmente. E anche dai miei gusti cinematografici. Sono sempre stata interessata alla Storia, soprattutto determinati periodi come il Novecento, il Rinascimento e il Medioevo. Sono anche una grande appassionata dei romanzi dell’Ottocento, da Tolstoj, Emily Bronte a Goethe, e dei romance storici di Lisa Kleypas.

Cosa vorresti che il lettore percepisse?
Vorrei si sentisse parte integrante del mio romanzo, e che colmasse i frammenti che mancano nella storia, il non detto. Metà del libro lo scrive l’autore, metà il lettore.

Quanto è stato difficile e gratificante riuscire a far editare i tuoi romanzi?
Molto. Il primo romanzo, Dove la Neva si getta nel mare, è stato pubblicato e dopo pochi mesi la casa editrice ha chiuso i battenti. Quindi immagina la mia delusione. Ho dovuto ricominciare da zero con La consistenza del bianco, inviando un centinaio di email. Molte risposte erano di editori a pagamento e io sono contraria a queste scelte di marketing, l’editoria dev’essere assolutamente NoEap. Dopo qualche mese è arrivata finalmente un’offerta interessante e, dopo un’attenta valutazione, ho firmato il contratto. La gioia di stringere letteralmente fra le mani il mio libro è stata enorme!

Come nasce “La consistenza del bianco”?
Nasce nell’estate del 2013. Continuavo a vedere davanti ai miei occhi la scena del prologo: una bambina che corre di notte per la campagna inglese portando con sé solo un misero fagotto. Mi sono chiesta chi è? Da chi sta scappando? E verso dove? Una volta trovata la risposta a queste domande è partita la storia.

Senti di aver fatto un passo in avanti in termini di stile dal tuo primo romanzo Dove la Neva si getta nel mare a La consistenza del bianco? C’è stata un’evoluzione?
Decisamente sì. Sono molto critica nei miei confronti e ammetto sempre le mie pecche. Dove la Neva si getta nel mare è molto più acerbo come stile, ed è più che altro un romanzo breve. La consistenza del bianco è stato curato nel minimo dettaglio, l’ho scritto in tre fasi: la prima durante la quale ho scritto la prima parte, poi mi sono presa una pausa e mesi dopo ho scritto la seconda. La terza è stata la fase di revisione, arrivata dopo settimane, per avere il tempo necessario a osservare con un occhio distaccato e più oggettivo la mia storia. Tutto questo lavoro non è stato fatto per il mio primo romanzo, scritto di getto.

È corretto secondo te definire in un certo senso “La consistenza del bianco” anche un romanzo “di formazione”?
Assolutamente sì. L’idea di fondo era raccontare la crescita della protagonista, non solo fisica, nel corso degli anni, ma soprattutto mentale. Cheryl riesce a superare il suo orgoglio, il suo egoismo e la sua infantilità per diventare una persona più matura e consapevole delle persone che le stanno a fianco.

C’è un dato autobiografico nel tuo romanzo?
Sì. La protagonista, Cheryl, ha l’abitudine di scrivere su un diario, l’aiuta a distendere la mente e venire a capo dei suoi pensieri. È una cosa che faccio sempre anche io.

Se c’è, che messaggio hai voluto dare?
Probabilmente volevo trasmettere la necessità di ritagliarsi uno spazio per sé in ogni situazione. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa ci tormenti di giorno, di notte è il momento di lasciar andare ogni cosa. Mettere nero su bianco i propri tormenti è decisamente liberatorio.

C’è uno scrittore in particolare che stimi e a cui ti ispiri?

Sicuramente più di uno, ma in questo momento mi viene in mente Carlos Ruiz Zafòn. Il modo in cui riesce a inserire in una narrazione mistero, suspense, avventura, storia, fantasia, amore e morte è magistrale, come nel suo capolavoro L’ombra del vento. Se riuscissi a descrivere un luogo bene almeno la metà di quanto Zafòn fa nel ricreare su cartai vicoli più oscuri della Barcellona della prima metà del Novecento, allora mi sentirei davvero una scrittrice.

È stata una scelta mirata quella di intervenire spesso con delle riflessioni sulle vicende e sui personaggi?
Certo. Spesso mi capita di intervenire nelle riflessioni dei protagonisti con pensieri del tutto miei, che in quel momento arrivano al pubblico tramite la bocca di uno dei personaggi. In quasi tutti i protagonisti delle mie storie c’è almeno un lato, anche solo un piccolo dettaglio, del mio carattere, quella è la porta per entrare in contatto prima con lui e poi con i lettori.

Cosa non ti piace della narrativa italiana contemporanea, sia per quanto riguarda gli autori che le operazioni di marketing?
Per quanto riguarda gli autori detesto ammettere che si sentono sempre e solo gli stessi. Ormai si pubblica per ‘nome’, i pochi grandi scrittori italiani potrebbero anche scrivere una lista della spesa e la Mondadori la pubblicherebbe lo stesso, come per Sveva Casati Modignani. Per quanto riguarda le operazioni di marketing si punta troppo poco sugli esordienti, non si rischia più.

Progetti futuri?
Ho appena terminato un altro romanzo, il terzo per la precisione, dopo Dove la Neva si getta nel mare (EDrops Edizioni) e La consistenza del bianco (Onirica Edizioni). Sono nella fase di revisione e invio alle case editrici. Incrociamo le dita!

“La consistenza del bianco” di Ornella De Luca: la ribellione giovane

A chi segue con attenzione la compagine narrativa contemporanea italiana non sarà di certo sfuggita l’uscita di un romanzo insolito che piacerà soprattutto ad un pubblico femminile, il quale non faticherà ad identificarsi nella protagonista. Il romanzo in questione ha un titolo suggestivo, evocativo: La consistenza del bianco, a metà tra romanzo di formazione e giallo, della giovane autrice siciliana Ornella De Luca, che si presterebbe ottimamente ad una versione cinematografica data l’appetibilità degli ingredienti.

Ambientato in un ovattato mondo corrotto e ricattatorio agli inizi del Novecento, La consistenza del bianco presenta un microcosmo superbo e prevaricatore abitato da nobili inglesi ricchi e viziati ma con qualche scheletro nell’armadio e una realtà più sofferente comune a molti nostri bisnonni emigranti negli States alla ricerca di una vita migliore fatta di delinquenti mercenari nei bassifondi di New York. La nobile e sensibile Cheryl Milton, protagonista della vicenda, è una giovane ribelle che nel giorno delle sue nozze, combinate con un uomo più anziano di lei, immorale e violento, scappa dallo Yorkshire e dal controllo della sua famiglia, per tentare di rifarsi una vita in America con una falsa identità, con la sua cameriera e amica Jane. Cheryl si scontrerà con nuove realtà che metteranno in pericolo la sua stessa vita ma che hanno un profondo legame con il suo passato. Sarà capace di far fronte alle nuove difficoltà che le si presenteranno davanti?

Ornella De Luca lascia entrare il lettore nei pensieri della protagonista alla quale non riserva solo giudizi positivi: Cheryl è una ragazza di buoni sentimenti, non una classista come sua madre Lady Susan Milton, arrivista ed egoista, ma non è facile per lei liberarsi del proprio egoismo, dell’orgoglio, dei suoi vecchi privilegi, tanto che questa sua bramosia di conquistare la propria libertà appare inizialmente come un capriccio. Sarà l’incontro con un ragazzo dei sobborghi di New York, Nick, a farla uscire diventare donna. E Nick scoprirà il vero amore.

L’autrice dimostra di saper tratteggiare i caratteri dei vari personaggi, di conoscere in maniera approfondita l’America dei primi del ‘900, i rituali e i vezzi dell’aristocrazia inglese, di destreggiarsi con abilità con un’opera di tipo corale, attraverso l’innesto di personaggi che fungono da punto di riferimento per Cheryl e Jane, come Sorella Helèn e  altri come Peet e Michael che fanno comprendere meglio al lettore gli usi e costumi di un’epoca, di una classe sociale, inducendolo con semplicità ad empatizzare anche con personaggi minori, regalandoci una narrazione scorrevole, ricca di colpi di scena, suscitando nel lettore curiosità riguardo i segreti di casa Milton.

La consistenza del bianco ci conduce gradualmente allo svelamento dei segreti e degli intrighi che sembrano siano insiti nelle famiglie ricche e potenti, alla presa di consapevolezza e di responsabilità di Cheryl attraverso il suo non poco sofferto percorso di maturazione, percorso che riguarda anche la sua amica Jane e il suo amore Nick. Una storia universale quella della protagonista, un’eroina senza tempo Cheryl nella quale si immedesimeranno molte lettrici.

Dettagli, ambientazione, psicologia e descrizione estetica e comportamentale dei personaggi, azione, rimandi narrativi, tutte queste componenti sono rese al meglio soprattutto grazie al principio di verosimiglianza, al linguaggio adottato dall’autrice che va dal formale al metropolitano, dall’adolescenziale al melodrammatico, intervallato da interventi che si configurano come riflessioni, considerazioni dall’aspirazione di oggettività, sottoforma di massime che richiamano alla mente i romanzi di Jane Austen.

Ornella De Luca riflette anche se sommariamente sulla società dell’epoca spostando il raggio di azione dall’Europa aristocratica osservante delle convezioni e preoccupata della propria reputazione, all’America borghese, dei self made men con la sua variegata e dinamica umanità sociale. Certamente la giovanissima autrice ha ampi margini di miglioramento specialmente se si fa riferimento al tema delle differenze culturali, filosofiche e storiche tra Europa e America, ma il suo romanzo tenta di vincere il torpore e la banalità dell’offerta narrativa italiana contemporanea che riguarda soprattutto gli emergenti, volta al facile successo attraverso operazioni di marketing.

 

La consistenza del bianco: l’esordio di Ornella de Luca

La consistenza del bianco è il romanzo di esordio di Ornella De Luca, giovanissima autrice messinese che ha già pubblicato diverse storie, vinto concorsi e si è anche classificata al secondo posto al premio Nanà edizione 2012 promosso dalla casa editrice Avagliano con il romanzo breve Raccontami del vento.

La consistenza del bianco è ambientato a inizio Novecento e ritrae un mondo corrotto di nobili inglesi viziati e di malviventi nei bassifondi di New York. È la storia di Cheryl Milton che scappa dallo Yorkshire e dalla sua famiglia, che la aveva promessa in sposa a un uomo di dubbia moralità, e fugge in America cercando di rifarsi una vita. Cheryl, egoista e vanesia, si troverà a scontrarsi con nuove realtà e con verità difficili e sconosciute; minacciata dal suo oscuro passato, sempre in agguato, Cheryl matura nel corso del romanzo una nuova sensibilità.
In tutto il romanzo si aggirano personalità irrequiete e contraddittorie, che sebbene investiti di buone intenzioni, imboccano pericolosamente la strada per la propria rovina. Ma è proprio in questo buio intricato e confuso che si stringono legami importanti, legami che lasciano trapelare un inaspettato bagliore di speranza.

Questo l’incipit del romanzo:

«Va da sé che ogni famiglia, pur sancita istituzionalmente e socialmente dall’atto di nascita, non sia necessariamente e altrettanto solennemente posta in essere da eguali forti vincoli relazionali. Direi piuttosto che assai di frequente capita di trovare sotto lo stesso tetto un’accozzaglia di gente male assortita, che condivide lo stesso corridoio e gli stessi servizi igienici ma non le stesse radici emozionali e valoriali. Vivere insieme può essere claustrofobico quando le diverse attitudini caratteriali tendono a scontrarsi o peggio ad ignorarsi. Esiste un gap di comunicazione sia per difetto che per eccesso. E l’unica soluzione sembra essere l’ arrendersi alla codardia e a quella che apparentemente risulta sempre la scelta più sbagliata: scappare. Cheryl l’aveva capito senza rendersene conto, spinta più dall’istinto di sopravvivenza che da un ragionamento ben ponderato. L’unico che non avrebbe voluto abbandonare era il fratellino di quattro anni. Disprezzava lo snobismo e la ristrettezza mentale della madre, l’ipocrisia e lo sciovinismo del padre, la malignità e l’estremo egoismo che sovente manifestava sua sorella, cresciuta con la consapevolezza di poter ottenere tutto solo alzando di un’ottava il tono della voce. E proprio seguendo quest’impeto di ribellione, una notte decise di scavalcare il muro di cinta della tenuta della sua famiglia e correre verso il paese. Portando con sé solo qualche vestito e sei pezzi d’argenteria da poter rivendere. Più qualche gioiello della madre. Ma solo quelli che sapeva detestasse, regali del marito per farsi perdonare le lunghe assenze e forse qualcos’altro. God bless the king… and his aristocracy. Era buio e la strada sterrata poco praticabile a causa della fanghiglia. Il canale di scolo era allagato e gli alberi ai margini avevano perduto le proprie ramificazioni sul selciato. A sole tre miglia da casa dovette fermarsi a riposare e a controllare un taglio sul polpaccio sinistro, che si era procurata superando lo steccato del bestiame. La stazione più vicina era ancora a un paio di miglia da lì, ma dalla sua parte aveva il tempo. Non credeva, infatti, che si sarebbero accorti della sua scomparsa fino al mattino seguente, quando la cameriera sarebbe entrata a svegliarla, portando con sé la colazione e gli asciugamani puliti. Così, temporeggiò e si introdusse in quello che sembrava un grosso capanno da caccia. Il cancello di legno marcio era socchiuso e incastrato nel selciato, ma non fu difficile aprirlo quel tanto che bastava da passarci trasversalmente. Avere un vitino sottile le portò dei vantaggi quella sera. La stanchezza e il dolore alla gamba le provocarono un tale senso di ottundimento che non notò subito la flebile luce di una candela poggiata ai piedi del soppalco. Poi la fiamma si spense. Che sconsideratezza accendere un fuoco in un luogo chiuso, pieno di paglia e fogliame. Cheryl aguzzò la vista ed intravide una sagoma. Stava sdraiata, accasciata contro una cassa… o una valigia. La curiosità la portò a chiedersi chi si ostinasse a nascondersi con tale caparbietà, ma poi si ricordò di essere una fuggitiva e la paura ebbe la meglio sull’interesse, quel tanto da indurla a uscire di gran corsa dal capanno. Zoppicò attraverso la brughiera seguendo il profilo dei fienili in fondo alla valle, illuminati dal chiaro di luna. Arrivò fino al canale che divideva la proprietà dei Milton, la propria famiglia, da quella dei Campbell, i noiosi vicini, e cercò di attraversarlo, ma il frastuono di un branco di cani da caccia la pietrificò e le impedì di continuare ad incedere. Si voltò e vide, oltre il profilo della collina, Norman ed altri sette servitori di Laverstock Hill, la propria casa, venirle incontro gridando il suo nome. È finita, pensò. Ma avere undici anni ha i suoi vantaggi. Hai una vita davanti per incolpare i genitori dei tuoi fallimenti».

Questa storia sembra avere in sé tutti gli ingredienti del romanzo di formazione: l’adolescenza, la fuga, la speranza e la voglia di poter ricominciare in un posto nuovo; si tratta di un viaggio che comincia con uno sguardo già maturo che poi non può far altro che definirsi e consolidarsi. Fin dalle prime righe si evince una volontà di riscatto, quell’ostinato senso di speranza e di cambiamento che agita tutti noi; l’abbandono delle proprie radici e la conquista del proprio posto del mondo; una storia che parte da una ribellione per maturare nel corso della narrazione e scoprire che in fondo, anche nei momenti bui si nasconde una luce pronta a brillare.

A noi dunque non resta che fare gli auguri all’autrice e addentrarci nella sua storia per viverla in prima persona.

Ornella De Luca vince il concorso Scrivo.me

È on line “parolexdirlo”, il primo e-book gratuito realizzato grazie ai racconti arrivati nella redazione di Donna Moderna e appena pubblicato da Donna Moderna stesso e da Scrivo.me, il portale di self-publishing della casa editrice Mondadori.

La giuria, presieduta dalla scrittrice Chiara Gamberale (Le luci nelle case degli altri, L’amore quando c’era, Per dieci minuti, Avrò cura di te) ha selezionato i 41 racconti migliori scritti sotto forma di lettera e indirizzati al vostro destinatario del cuore, vero o immaginario che sia. Per quanto riguarda il tema degli scritti, trattasi di un segreto scottante, difficile da confessare.

«Sono arrivati centinaia di racconti, che ci hanno stupito per la varietà e la forza» ha affermato Edoardo Brugnatelli, direttore di Scrivo.me: «Ho la fortuna di leggere per lavoro da quasi 30 anni e mi emoziono sempre di fronte alla potenza creativa della mente umana. Anche stavolta l’emozione è tornata: selezionare le lettere migliori è stata durissima» (Dall’e-book Parolexdirlo). Ai 41 racconti si sono affiancati 13 storie firmate da importanti autori italiani che hanno partecipato con entusiasmo a questo grande lavoro editoriale collettivo: da Sandrone Dazieri a Licia Trosi, da Michela Murgia a Pulsatilla.

I racconti che hanno partecipato al concorso hanno reso molto difficile la scelta, data la loro varietà, con la predominanza tra le tematiche, di quelle con contenuti dolorosi, frutto di esperienze travagliate, amare, a volte strazianti. Tra chi ha scritto al destino, ad un parente lontano o malato, ad un amore passato, ne è uscito vincitore il racconto Caro giorno che vorrei, della giovane Ornella De Luca, 23 anni, neolaureata in Editoria e giornalismo di Messina, che, come ha dichiarato durante l’intervista rilasciata per Donna Moderna, sogna, un giorno, di diventare scrittrice. La sua lettera, che apre la raccolta dei brani, è un inno all’ottimismo: dimostra che il momento migliore della vita è proprio quello che stiamo vivendo. Spiega l’autrice che ha già in cantiere un romanzo cui sta lavorando al PC: «È un invito che faccio a me stessa. Voglio godermi il presente, essere istintiva, senza pianificare troppo le mie giornate». 

Questo il racconto completo di Caro giorno che vorrei:

“Caro giorno che vorrei, tra mille e passa giorni, sei quello più inconsistente, sfuggente come l’ultimo treno della sera, indefinito come il sogno dimenticato appena svegli. Sei fatto di tutto e niente, dei desideri irrealizzati, di quelli ancora da desiderare, delle sciocchezze di cui vergognarsi la mattina dopo. Sei l’inaspettato più atteso al mondo. Magari ti avessi già vissuto. Sei la speranza di un lavoro nuovo, di un’amicizia ritrovata, delle passioni che si consumano senza mai consumarsi. Sei il gelato colato sui jeans appena usciti dal bar, la risata soffocata davanti a un atroce taglio di capelli per strada, sei la mano stretta in mezzo al caos della sera che mi riporta alla terra meglio di una fune. La malinconia per un’epoca mai vissuta, per il viaggio mai fatto, per le parole mai pronunciate. Ma forse ti ho già vissuto. La voce rotta davanti a un regalo inaspettato, l’ultimo birillo caduto al bowling, il rumore di una chiave che gira nella toppa, la corsa al portone più vicino sotto la pioggia scrosciante. Sei la banalità più eccezionale. La consapevolezza del gradino successivo mentre si scende di corsa le scale. Ma a volte si cade. Perché la rampa finisce. Con gli occhi persi nel buio dell’androne, a pensare a quanto vorremmo aver indossato un altro paio di scarpe, o esserci svegliati in tempo per prendere un caffè, o magari aver guardato solo un po’ di più il nostro riflesso allo specchio prima di uscire, ci dimentichiamo di controllare gli scalini. Tutti gli scalini. Caro giorno che vorrei, io non ti voglio più. Mi rendi nervosa e insoddisfatta, perché mangio ogni cornetto pensando solo alla punta di cioccolato alla fine. Che poi magari si spezza, e non posso più mangiarla. Caro giorno che vorrei, io ti ho vissuto già. E ti vivo ancora”.

Con un linguaggio che si muove tra realismo contemporaneo (il cornetto Algida, i jeans, il bar, il birillo del bowling, il caffè, un nuovo lavoro) e metafore incisive (i gradini delle scale, la caduta, il buio dell’androne, le scarpe), Ornella De Luca ci regala una riflessione profonda sul periodo storico che stiamo vivendo, che non può lasciare indifferenti noi giovani, ci parla della malinconia di cose che non abbiamo mai fatto, di esperienze mai vissute, di qualcosa di indefinito che viene però reso attraverso una serie di correlativi oggettivi come “il gelato colato sui jeans”, “la risata soffocata”, “la mano stretta”,”la voce rotta”, “l’ultimo birillo caduto”, “il rumore della chiave nella toppa”, “la corsa al portone”, per giungere alla conclusione che il giorno che si vorrebbe è di una banalità eccezionale e in realtà l’abbiamo già vissuto, lo stiamo ancora vivendo, per cui meglio non affannarsi a pensarci troppo, ad aspettarci troppo.

 

Fonte: Donna Moderna