L’universo orwelliano delle sardine

Chi non è, a suo modo, fomentatore d’odio, scagli la prima pietra. Questa di sicuro non è la prima, dato il clima pro-regolamentazioni della comunicazione e dell’informazione online che aleggia intensamente, almeno dai tempi della Brexit in poi.  Ma il promotore di questa idea è colui che, onnipresente da mesi sulle reti e sulla stampa nazionale e internazionale, pretende una Politica “con la P maiuscola” (nonostante questa nasca da un dibattito fatto di proposte concrete che, in più occasioni, le Sardine hanno dimostrato di non poter offrire). Mattia Santori infatti è il leader del movimento delle sardine che, proprio perché nato sospinto dai venti di mezzi e personaggi più mainstream, vorrebbe la distruzione degli altri mezzi di diffusione del pensiero, più funzionali alla disintermediazione.

Pertanto, Santori propone il daspo dai social come misura a tutela della «sostenibilità democratica» (non sia mai che si andasse in overdose), garantita dalla vigilanza di organi di polizia su determinati account. In questo modo la manifestazione del pensiero, seppur espresso con veemenza, viene assimilata a un atto di turbamento dell’ordine pubblico, segnatamente per le manifestazioni a sua detta «ai limiti della diffamazione».

Come se, in giudizio, si potesse adottare un sistematico pressappochismo nel decretare la sussistenza di un reato descritto con estrema precisione da codice penale, laddove già quest’ultimo indica le fattispecie di delitti a mezzo stampa, comprendendo le aggravanti legate all’istigazione della violenza per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi, alla legge Mancino, oltre a quelle più classiche di calunnia, diffamazione, vilipendio e minaccia.

Benché l’organizzazione delle “piazze che non si Legano” avvenga proprio tramite la rete, Santori si fa promotore dell’antiquata distinzione tra reale e virtuale. È una visione nella quale si presenta una peculiare forma di «democrazia digitale», che ospita il populismo del sentimento umano più strumentalizzato: un odio (per la verità legittimo tanto quanto il suo opposto, fatti salvi i reati) talmente generico da poterci racchiudere tutte le manifestazioni del pensiero più sgradite; e pensare che Gramsci sull’odio aveva costruito un’invettiva agli indifferenti da premio. Secondo tale proposta, la (psico)polizia, in atto preventivo, dovrebbe controllare che i profili messi all’indice come fomentatori di violenza vengano banditi dalle piattaforme, in barba ad ogni precetto enucleato dall’art.21 della Costituzione.

Questo infatti, non solo comprende al primo comma «ogni altro mezzo di diffusione» della parola e dello scritto, come tutela della libertà di manifestare il proprio pensiero, senza prevedere, né con riserva giurisdizionale né di legge, la possibilità di esserne cacciati, anche dopo condanne definitive, ma persino l’istituto del sequestro avviene ex post la pubblicazione, e mai prima. Altrimenti, costituirebbe automaticamente una forma di censura. Per di più, Sartori beatifica quella privata, ad opera delle piattaforme social, in base agli ambigui “standard della community”, incoraggiando un esacerbarsi degli stessi: «va affinata la tecnica».

Il colmo, per un movimento che si dichiara antifascista, è proporre misure ultra-securitarie. Si ripresentano addirittura sembianze della norma sulle manifestazioni del pensiero redatte nel Testo Unico di Pubblica Sicurezza, tra il 1926 e il 1931, il quale riesce a mettere insieme l’inasprimento delle licenze di polizia per la stampa, e il passaggio dell’istituto del sequestro, da provvedimento azionato dal giudice, con atto motivato, a strumento preventivo delle forze dell’ordine, indipendentemente dall’effettivo reato commesso.

Il paradosso è realizzato. Insomma, a furia di voler mettere i lucchetti ai pericolosi populisti internauti, contro i quali l’art.21, nonostante sia erga omnes e coessenziale alla Forma Repubblicana stessa, viene presentato come sacrificabile, le Sardine finiscono col riproporre, nelle vesti di crociati contro Salvini, una perfetta restrizione distopica. Il tutto nell’ignavia generale, che la fa passare come un’idea addirittura lecita.

 

Caterina Betti

Orwell e Huxley, distopie per un futuro dispotico

Le distopie sono il termometro delle paure di una società, ma oggi uno stato rigidamente controllato e ordinato non ci sembra più una minaccia credibile. Le cose stanno davvero così?

Si deve a Thomas More il termine “Utopia”, dal nome dell’opera in cui tratteggia una società ideale in un non-luogo o luogo felice (a seconda di quale etimologia si preferisca). Nel corso del ‘900 è stato codificato un genere chiamato, invece “distopia”, dove vengono rappresentati in modo grottesco i tratti più disumani e crudeli di una società immaginaria. Le distopie mostrano un mondo assolutamente antiutopico con intento polemico, per mettere in guardia i lettori contro i pericoli futuri. Le due più famose, probabilmente, sono “1984” di George Orwell e “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley. Ciò che accomuna tutte queste opere, in ogni caso, è il movente delle loro rappresentazioni: la paura. Le distopie mostrano le paure dell’autore, che si fa portavoce di un sentire più grande, circa il futuro della società.

Le due opere citate, pur mostrando due società praticamente opposte, hanno in comune l’elemento di assoluto controllo da parte dello stato. Il clima novecentesco in cui sono state scritte tali opere traspira da ogni pagina. I totalitarismi erano dilaganti negli anni di pubblicazione, l’informazione (come del resto ogni contenuto psicologico, scientifico e filosofico) perdeva la sua verità monolitica per mostrarsi più sfaccettata e – per questo, manipolabile- il mito della natura umana vista come “buona” rovinava sotto i colpi degli avvenimenti storici. La tecnica si metteva al servizio dei sistemi di polizia a fini di controllo e le ideologie avevano ancora delle forme aguzze,  non scendendo a compromessi con la realtà. La paura di finire incasellati, controllati, ridotti a macchine era l’incubo per eccellenza nei paesi liberali. Si può dire che, in generale, questi autori non avessero torto. Queste due opere sono figlie del loro tempo, la loro funzione critica era legittima ed era condivisa da molti. Si è fatto, soprattutto di “1984”, un culto vero e proprio, segno che i timori espressi non erano aria fritta (al di là della strumentalizzazione politica liberale di quest’opera).

Perché, tuttavia, molti film o libri distopico-fantascientifici di oggi non ci spaventano minimamente? Pensiamo a due celebri libri-pellicole di successo come quella di Hunger Games e Divergent. Entrambe presentano una società rigidamente organizzata, non troppo distante da quelle delle grandi distopie del novecento, in cui uno o più eroi sovvertono quest’ordine. Ovviamente l’impostazione narrativa è differente, visto che l’attenzione è concentrata molto più sulla protagonista rispetto a ciò che la circonda. Il target di pubblico è diverso, la complessità è molto inferiore. Tuttavia è lecito chiedersi il perché di queste scelte e perché questi fanta-mondi non siano più spaventosi.
La verità è che queste opere non hanno intento polemico, non denunciano un processo di controllo e incasellamento in atto, pertanto il loro sfondo distopico è più un artificio letterario per proporre una morale di sicuro successo (viva la Libertà, meglio star peggio, ma liberi, che controllati da qualcuno) che un’esasperazione di una tendenza in corso. La morale di queste opere è proprio un rafforzativo dei valori democratico-liberali che non ha quasi più bisogno dello spauracchio totalitario, ma a cui basta l’elevazione dell’individuo a valore in sé (da cui la centralità della vicenda del protagonista).

Che la verità storica stia nei termini sopra enunciati è dubbio. Quelle distopie non ci fanno paura perché noi non crediamo possibile un controllo statale assoluto, non avvertiamo questo timore all’orizzonte, ma questo non vuol dire che il problema non sussista. Grazie soprattutto al progresso tecnico, oggi il controllo può essere totale. La registrazione in un social network consegna tutte le nostre informazioni ad aziende che le sfruttano per proporci cose che potrebbero interessarci, ogni nostra conversazione può essere controllata, i telefoni che abbiamo in tasca sono dei localizzatori e la nostra identità è sparsa per dei database. Per il momento abbiamo molte “licenze”. Sono queste a darci una parvenza di libertà. Ci sono strumenti di consenso più raffinati che la violenza o la coercizione.
Una vera distopia, ad ogni modo, deve denunciare questo, deve essere coerente con il suo tempo come lo sono state in passato quella di Orwell e quella di Huxley.

La libertà è premessa indispensabile della vita intellettuale di un paese: “i filosofi, gli scrittori, gli artisti, persino gli scienziati, non hanno solo bisogno di incoraggiamento e di un pubblico: hanno anche bisogno di costante stimolo degli altri. E’ quasi impossibile pensare senza parlare. (…) se si elimina la libertà di parola, le facoltà creative inaridiscono”. (G. Orwell)

 

Fonte: l’intellettuale dissidente

Bukowski scopre che gli scissionisti del PD sono uguali ai maiali de ‘La fattoria degli animali’ di Orwell

Charles Bukowski entra alla Bury Farm, ma c’è qualcosa di strano. Gli animali, le strutture, tutto a posto, ma qualcosa non va… non vede uomini. Bussa alla villa padronale e… gli apre un maiale.

Bukowski: Ma quanto cazzo ho bevuto? Devo proprio smetterla. Lo sa che lei mi sembra un maiale? – dice ridendo al maiale – Almeno riesco a vederla che ancora cammina su due gambe, lei sicuramente è un uomo, non sono poi così ubriaco. Senta, volevo chiederle se per caso ha un dollaro, o due, o… ma sì dai, facciamo prima, ha una bottiglia di alcool da offrirmi?

Il maiale lo guarda con un’aria di superiorità infinita: Aspetti qui due gambe, le chiamo Napoleon.

Bukowski: Chi?

Il maiale: Sì, mi scusi, può chiamarlo Massimo, Massimo d’Alema.

Bukowski: Ah! Come no, lo scissionista.

Il maiale: Rivoluzionario! – urla.

Bukowski: Ok, ok, stai calmo, compagno…

Il maiale: Può chiamarmi Pierluigi Bersani. Comunque non sono tuo compagno, due gambe, stai al tuo posto. – e gli indica il salotto dove Bukowski sente un gran vociare…

Bukowski entra accompagnato da maial-Bersani e vede seduti al tavolo tanti maiali. “Ma possibile che quello che ho bevuto mi fa vedere tutto, tranne che uomini? E poi i visi di quei maiali hanno qualcosa di familiare”, consulta lercio.it su facebook. “Ma sì!!! Ecco chi siete!” Riconosce d’Alema, che siede dietro il capotavola, pronto, se servisse (a lui) ad accoltellare il capotavola di turno, e poi c’è un maiale enorme, lo scruta a fondo… è Emiliano! E poi Speranza attaccato alla gamba di Bersani continua a sorridere come uno scemo.

Maial-Bersani: Prego, si accomodi due gambe.

Bukowski: Ma… ma voi sembrate gli scissionisti del Pd, ma dove sono finito, che fattoria è questa?

Napoleon-d’Alema: Questa non è una fattoria, questo è il paradiso, non lo riconosce? Forse deve bere di più, vedrà che con qualche sorso la vita sembra un paradiso, prego si sieda e beva, e ascolti.

A Bukowski sedendosi sembra di leggere

quattro gambe è buono, due gambe è meglio, popolo è buono, d’Alema è meglio.

Si rese conto che non aveva bisogno di bere ancora: No grazie, apposto così. Volete spiegarmi che succede?

Napoleon-d’Alema interviene dicendo: Compagno Boschi…

Bukowski: Bukowski.

Napoleon-d’Alema: Sì insomma, compagno Boschi, la dirigenza si occupa del suo bene, non di spiegarglielo. Altre domande saranno ritenute da noi come sintomo di… – E Napoleon-d’Alema cerca di schioccare le dita, ma non è ancora così antropomorfo per farlo con lo zoccolo a due punte che ha, così interviene subito il maial-Speranza che sfrega il suo zoccolo su quello di Napoleon-d’Alema, in modo da ottenere il suono dello schioccare per ricordarsi qualcosa – Ah sì ecco, sintomo di renzismo, tu compagno sei renziano?

Bukowski: Io?… Boh, non so neanche che vuol dire.

Maial-Bersani: Se lo faccia dire dal nostro Emiliano, lui è antirenziamo, ma anche renziano, dipende da chi apparecchia la tavola.

Maial-Emiliano intanto si muove di continuo sulla sedia giustificandosi: Mi scusi sa, ma sono abituato a cambiare sempre posizione.

Bukowski: Le pare.

Maial-Emiliano: Comunque le spiego, io non sono contro gli scissionisti, ma preferisco rimanere dentro il PD, non sono neanche renziano, io sono per un altro PD!

Bukowski: Che tipo di PD?

Maial-Emiliano: PD…. Vorrei dirglielo, ma non ho una posizione sola neanche su questo, sicuramente un PD diverso da tutti gli altri PD. Sicuramente!

Napoleaon-D’Alema: Sicuramente! – poi rivolgendosi di nuovo a Bukowski – Vede signor Boschi, noi, IL POPOLO, non possiamo restare nel PD, lì padron-Renzi…

Bukowski: Ma non era padron-Frodo nella storia?

Napoleaon-D’Alema: L’anello ce l’ha Renzi, no? Quindi noi, IL POPOLO, abbiamo capito che padron-Renzi non ci avrebbe mai lasciato il controllo: purtroppo vince sempre le primarie, anche se perde le elezioni e quindi comanda sempre lui. Ci tocca fare come in Russia, meno voti… allora armi e rivoluzione! Lui non riconosce l’uguaglianza delle minoranza, che deve comandare sulla maggioranza. Noi, signor Boschi, siamo più uguali degli altri!

Bukowski: Voi siete dei maiali, proprio come tutti i politici. – e ride di gusto, ma intanto maial-Bersani gli spacca una bottiglia d’alcool in testa uccidendolo.

Due giorni dopo, funerali di stato del regime…

Napoleaon-D’Alema: Noi POPOLO piangiamo oggi la terribile scomparsa del compagno Boschi. Da quello che dice il medico (il medico non è alla fattoria ma gli altri, cioè le pecore non lo sanno, sono pecore) è morto per un attacco di renzismo. Abbiamo cercato di cambiare la sua testa con questa bottiglia, aveva chiesto lui l’alcool, chiedendoci praticamente di morire, piuttosto che rimanere renziano. Non potevamo fare altro , lo ha chiesto lui. Ricorderemo sempre il suo amore per l’acool. Propongo di intitolare una pizza al defunto, la bukoskaiola!

Le pecore osannanti cantarono poi l’inno Boschi ciao…

«Una mattina mi sono scisso,
o Boschi, ciao! Boschi, ciao! Boschi, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son scisso
e ho salutato l’invasor (Renzi).

O d’alemiano, portami via,
o Boschi, ciao! Boschi, ciao! Boschi, ciao, ciao, ciao!
O bersaniano, portami via,
ché mi sento di morir.

E se io voto da speranziano,
o Boschi, ciao! Boschi, ciao! Boschi, ciao, ciao, ciao!
E se io voto da rossiano,
tu mi devi candidar.

Mi candiderai in Parlamento,
o Boschi, ciao! Boschi, ciao! Boschi, ciao, ciao, ciao!
E candiderai in Parlamento
al caldo di una bella poltron.

E le genti che passeranno
o Boschi, ciao! Boschi, ciao! Boschi, ciao, ciao, ciao!
E le genti che passeranno
Ti diranno «Che faccia da cul!»

«È questa la faccia da cul del d’alemiano»,
o Boschi, ciao! Boschi, ciao! Boschi, ciao, ciao, ciao!
«È questa la faccia da cul del d’alemiano
morto per la poltro-o-na!»

La natura politica della letteratura

Il novecento è stato un secolo dominato dalle ideologie. Per citare un’opera su tutte, esemplificativa di questo concetto, appare utile ricordarci de Il Novecento. Il secolo delle ideologie di Bracher Karl D., ove si percorrono minuziosamente la genesi e gli sviluppi dei fenomeni totalitari. Durante il secolo breve, la letteratura, come tutti i fatti umani, è complessivamente impregnata, utilizzando la definizione di Hobswan, di tutte le insenature pensieristiche dei fiumi totalitari. Negare la natura politica della letteratura equivale a negare un aspetto sottinteso, un nesso indissolubile e inequivocabilmente sempre presente. L’epica greca, partendo dal trapassato, è diretta, significativamente, alle πόλεις.

Il filosofo Massimo Cacciari, durante il “Premio Cesare Pavese 2014″, ha rimarcato con forza questo aspetto, asserendo che la letteratura occidentale,per mezzo del suo valore mitopoietico, ha fondato le qualità delle città e quindi le fondamenta stesse dell’esistenza convissuta. L’origine della letteratura, persino in chiave storica, appare quindi strettamente politica. Saltando più avanti nel tempo, potrebbero elencarsi infinità di esempi relegabili all’interno dell’insieme della “letteratura politica”, per evidenziare la declinazione delle intrecciate complicità di questi due mondi, che poi è la relazione tra il potere e il mondo intellettuale, basti pensare a Dante Alighieri.  Nel novecento la situazione appare farsi più complessa: indagando sulle riviste letterarie di quel secolo ci si rende conto dell’aspetto perfettamente organico di queste alle ideologie e alla propaganda di esse. Se prima della nascita dei totalitarismi, la letteratura si è principalmente distinta quale espressione indipendente dell’animo umano seppure, come si è visto, legata a doppio filo alle dinamiche del potere, alla auctoritas e alle sue manifestazioni, con l’avvento del novecento si innesta un processo di identificazione della letteratura con il pensiero dominante o con l’ opposizione e la resistenza ad esso.

Dalle pubblicazioni dell’estetismo decadente (<<Hermes>>, <<Leonardo>>, <<il Marzocco>>) alle esperienze di Gobetti e Gramsci (<<L’Ordine Nuovo>>, <<La Rivoluzione liberale>>, <<Energie Nuove>>), passando per le riviste fasciste (<<Gerarchia>>, <<La difesa della razza>>, <<Critica fascista>>) o attraverso le esperienze cattoliche (<<Il Rinnovamento>>, <<L’Eroica>>, <<Rassegna Nazionale>>), ci si può pienamente rendere conto di quanto viene pervaso il pensiero letterario da quello delle concezioni fideistiche delle visioni del mondo all’epoca presenti. Si contraddice, per così dire, la tensione esistenzialista di Sartre che, con la teorizzazione dell’intellettuale impegnato, l‘intellectual engaged, postula la necessità di non sposare una specifica dicotomica (destra/sinistra per semplificare) e di orientarsi diversamente, di volta in volta, verso scelte ideali orientate unicamente all’uomo e alla sua libertà. La funzione del letterato cambia radicalmente, banalizzando, con l’avvento dei regimi e se l’Imperatore Augusto necessitava di Virgilio per legittimare il proprio potere, questione anch’essa rimarcata da Cacciari durante il Premio sopracitato, gli aspetti contemporanei della politica non necessitano di legittimazione letteraria, anzi la respingono, prodotti come sono da cesure storiche-filosofiche invertibili. Quello che resta di questo processo, le scorie, appaiono essere le necessità degli uomini di potere di appropriarsi anche di “un’immagine letteraria”, utilizzando un esercizio di appropriazione a volte palesemente indebita delle opere letterarie e dei risvolti teorici a loro legate, etichettando autori e forzando l’attualizzazione di tematiche letterarie al fine di erudire un ipotetico pantheon di riferimento a cui un partito qualunque dovrebbe rivolgersi. Potere e letteratura viaggiano, durante i nostri giorni, su binari distinti, distanti e ben differenziati, apparendo quasi mossi da una reciproca repulsione, la letteratura appare disimpegnata e priva della sua originaria funzione creatrice.

Il romanzo di carattere politico-sociale è un genere ormai in disuso, estinto, non riproponibile. D’altro canto, la politica ha smesso di pensare e di esigere delle basi culturali per sostentare idealisticamente la propria esistenza , limitandosi così alla etichettizzazione di autori del passato per esigenze non sostanziali. Entrambi gli ambiti si mostrano, in definitiva, vicendevolmente impoveriti. Viene totalmente smarrito quell’appello di Orwell presente all’interno di un saggio del 1948 dal titolo significativamente Hobbesiano, Gli scrittori e il leviatano, nel quale l’autore di 1984, scriveva:

“E quindi? Dovremmo concluderne che ogni scrittore ha il dovere di non immischiarsi di politica? Certo che no! In ogni caso, come ho già detto, in un’epoca come la nostra nessuno che abbia un cervello riesce a tenersi, o si tiene in pratica, fuori dalla politica”.