‘Storia di un presidente che si credeva un topo’, la pandemia vista da Giuseppe Tecce

“Storia di un presidente che si credeva un topo” di Giuseppe Tecce è un romanzo in cui si mescola realtà e fantasia per parlare di questa pandemia che ha cambiato per sempre le vite e i progetti di tutti gli esseri umani. Con una scrittura molto attenta a descrivere anche i gesti più semplici compiuti dal protagonista – che si chiude a causa del Coronavirus in una quarantena ad oltranza, ben oltre i limiti indicati dalle disposizioni governative – si narra la storia di un uomo le cui azioni, anche le più piccole, diventano fondamentali nella sua routine quotidiana, essendo l’appiglio a cui aggrapparsi per non perdere la lucidità.

Andrea è un uomo metodico e tranquillo; è il presidente di una cooperativa sociale ed è appassionato di testi medici, che divora nel tempo libero per mitigare la sua ipocondria. L’autore ci fa entrare nella sua vita nel momento in cui, agli inizi di marzo 2020, il mondo si è fermato per cercare di contrastare l’avanzata del Covid19; Andrea è confuso dai primi decreti che parlano di misure restrittive e di un numero di contagi sempre più elevato, ed è anche spaventato dalla possibilità di prendere il virus essendo affetto da diabete mellito.

«Andrea si svegliò alle sette e quaranta. Sentì un nodo alla gola, non riusciva ad accettare di essere prigioniero dentro la sua stessa casa».

L’autore presenta quindi un diario del lockdown, sin dal giorno uno, in cui descrive l’atteggiamento maniacale adottato dal protagonista per affrontare quel periodo di smarrimento: ad esempio, ogni mattina si osserva attentamente allo specchio, come per essere sicuro di riconoscersi ancora. Lentamente, però, si abbandona alla monotonia della sua “prigionia”, diventando sempre più apatico e nervoso – «Il senso di peso psicologico che Andrea portava dentro di sé – ben oltre la solita sensazione di ansia – era un macigno, messo in bilico tra testa e cuore, che sbilanciandosi, verso l’uno o verso l’altro, lo portava a sragionare o ad avere le palpitazioni». Andrea non fa che pensare al virus e, quando scopre che si sta sperimentando un vaccino, è ossessionato dall’idea di trovare un modo per essere vaccinato al più presto, per «salvarsi dall’imminente distruzione del genere umano».

Mentre il protagonista svela il suo esasperato individualismo che sfocia in un egoismo senza pari, un evento a dir poco surreale lo spinge a cambiare la direzione del suo sguardo; forse una possibilità di salvezza c’è, per quanto sia estremamente azzardata, e potrebbe anche redimerlo dalla sua codardia.

Giuseppe Tecce racconta una storia emozionante che si conclude con un finale profondamente amaro e audace, che lascia un pressante interrogativo sulla veridicità di ciò che ci è stato appena narrato.

 

SINOSSI DELL’OPERA. Andrea è lo storico presidente di una cooperativa sociale di Benevento. La sua routine, divisa tra gli impegni lavorativi e quelli familiari, subisce una battuta d’arresto che coinvolge buona parte della popolazione terrestre: la pandemia causata dal Coronavirus ridisegna le ascisse e le ordinate della quotidianità. Per Andrea è l’inizio di un periodo di forte disorientamento, poiché la sua salute è fragile e il timore del contagio lo porta all’autoreclusione, oltre i confini del lockdown. Quando cominciano a circolare le prime notizie relative a delle sperimentazioni in un istituto di Napoli, cresce in lui una speranza e in parallelo anche una consapevolezza: se fosse un topo, potrebbe avere un canale privilegiato per raggiungere il prezioso vaccino. E a desiderare troppo qualcosa, a volte, si ottengono risultati insperati.

 

BIOGRAFIA DELL’AUTORE. Giuseppe Tecce (Benevento, 1972) è laureato in Giurisprudenza e dal 2001 è presidente di una cooperativa sociale di Benevento che si occupa di servizi dedicati a persone svantaggiate ed emarginate, realizzando strutture residenziali di accoglienza per minori temporaneamente allontanati dal proprio nucleo familiare, per persone affette da disabilità psichica e per migranti. Tra il 2012 ed il 2018 è stato presidente del Consorzio di Cooperative Sociali ASIS nella Regione Campania, specializzandosi nella realizzazione di progetti europei. Si occupa di tutela del territorio, valorizzazione e conservazione del patrimonio culturale e di paesaggio tra il Sannio e l’Alta Irpinia, attraverso l’associazione “I Coccioni”. “Storia di un presidente che si credeva un topo” è il suo primo romanzo, dopo “L’agente della Terra di Mezzo”, il diario di un viaggio in bicicletta nella terra Irpina, e due raccolte di poesie.

 

Casa editrice: Scatole Parlanti

Collana: Voci

Genere: Narrativa contemporanea

Pagine: 118

 

 

 

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‘Dicerie degli untori moderni. Green pass e tamponi’. Una storia vera

Vogliamo raccontarvi una storia all’interno della Storia di questi ultimi anni. Una storia i cui interrogativi sono quelli di molte persone. Una storia che si spera, possa innestare un sano dubbio in tutti noi, senze temere di essere giudicati ignoranti, complottisti e paranoici.

Un signore ultrasessantenne, affetto da osteopatite si reca in un centro fisioterapico su prescrizione dell’osteopata, per organizzare, insieme all’esperto, il proprio percorso “riabilitativo”. Il signore, come il suo medico è vaccinato e non vede l’ora di iniziare la terapia per sentirsi meglio; ma le strade della dittatura moderna del bene con tutte le sue contraddizioni e storture, sono infinite e il signore mai avrebbe pensato di sentirsi dire tali parole: <<Guardi, bisogna che lei faccia il tampone tre volte alla settimana, come lo faccio io e tutti gli altri che frequentano questo centro, nonostante siamo vaccinati, non possiamo rischiare>>.

<<Ma come?!>>, sussulta l’ignaro signore, <<Il vaccino non è sperimentale, è sicuro, funziona, ci mette al sicuro, perché devo tamponarmi tre volte alla settimana?!>>

<<Eh no, non è come ci raccontano, si fidi, e non sono l’unico medico a pensarla in questo modo>>, rispose lo sconsolato fisioterapista, aggiungendo: <<Io ho dovuto vaccinarmi, ma per essere più sicuri, bisogna effettuare il tampone. Sa, ho mia madre ricoverata in ospedale, vaccinata, e io, vaccinato, devo fare il tampone, altrimenti non mi fanno entrare>>.

Un gelido silenzio cala nello stretto corridoio di quella struttura che il protagonista della storia alla quale il protagonista della storia già si stava preparando a dire addio, talmente è amareggiato. Ma non è l’unico a sentirsi preso in giro. Ci sono i suoi colleghi riabilitandi a fargli buona compagnia.

Mentre quello che doveva essere un ex sessantenne a rischio, usciva camminando lentamente dal centro, come se avesse sulle spalle tutto il peso del disagio degli uomini che si fidano della Scienza e dei suoi paladini. Ad un tratto l’uomo viene fermato da un giovane che di nascosto aveva ascoltato la conversazione con il medico: <<In TV dovrebbe parlare di queste cose, invece vediamo sempre le stesse facce, tutti appecorati che celebrano l’importanza del vaccino. Perché dobbiamo farci pure la terza dose e perché se il vaccino è l’unica arma che abbiamo contro il virus e le varianti, allora nei luoghi chiusi con molte persone dobbiamo tenere la mascherina e cercare di stare distanziati? Perché, perché?!>>.

Spiazzato dalle parole del giovane, il signore non sa cosa dire, tranne questo: <<Sembra una presa in giro, perché non mettono l’obbligo vaccinale?>>

Il giovane, con l’espressione di chi è stato beccato con il sorcio in bocca: <<Hanno trovato l’escamotage del green pass! E dopo i fatti vergognosi di Roma, avranno un motivo in più per parlare di fascismo! Se metti in discussione il senso del green pass e fai domande scomode sul vaccino immediatamente ti etichettano come no-vax! La rabbia con cui si condannano alcune opinioni e ragionamenti mi fanno pensare che il disegno, forse non tanto partorito da una volontà precisa ma da un clima collettivo, sia quello di creare un sistema di controllo strutturato>>

L’uomo più anziano si gratta il capo perplesso mentre è pervaso da pensieri contrastanti. Dopo aver riflettuto un paio di minuti, nemmeno il tempo di terminare la frase, ma allora i 70 mil…. che viene subito interrotto bruscamente dal ragazzo: <<Ecco un altro che si beve la menata dei 70 milioni, un altro tenuto volutamente all’oscuro, un altro che non si chiede quanto sia costata la campagna vaccinale, cose che non sono il solo costo vivo del vaccino, ma di tutta la baracca, gli hub, il personale sottratto ai servizi sanitari. Sono diversi miliardi suscettibili di aumento visto che già si parla di fare partire la terza dose per tutti a fine anno!>>

Il sessantenne non sa cosa controbattere, ma di una cosa è certo: dopo essere andato in overdose da virologi vip, quelli che che scorrazzano ogni giorno nei pollai televisivi, dove non c’è spazio per opinioni differenti, desiderava ascoltare Carlo Freccero, il complottista, l’uomo nero.

La sera stessa l’uomo, convincendosi sempre di più che la scienza è democratica e che avere dei dubbi su questo vaccino non significhi essere un no-vax, semmai avere paura delle conseguenza a breve e a lungo termine, si fionda su una trasmissione in cui è ospite Freccero e mentre lo ascolta attentamente, ha un’illuminazione: <<Possibile che tutti quelli che hanno dubbi su questo vaccino, non sui vaccini in generale, compresi premi Nobel, scienziati importanti, divulgatori scientifici seri che in TV non vanno, siano tutti rimbecilliti secondo quelli che hanno occupato i posti della ragione?>>

L’assunto che sta partorendo la mente del povero sessantenne, prima di coricarsi e di confessare a sua moglie i propri dubbi, ha la forma di un millepiedi, tanto era ramificato e pieno di sotto-pensieri: ci sono personalità più intelligenti di chi fa l’intelligente di mestiere! Cullandosi in questo “dogma”, l’uomo si addormenta profondamente senza risvegliarsi più volte durante la notte, come purtroppo spesso gli succedeva da 10 anni a questa parte.

Il mattino seguente, il nostro protagonista, deciso a recarsi nuovamente al centro per conversare con il suo mancato fisioterapista, è catturato dal titolo provocatorio che campeggia su un giornale: “La pandemia è uno stato d’eccezione e i limiti dello stato d’eccezione sono decisi dal potere” di un tale di  nome G. A., malvisto dagli espertoni e dai giornalisti prezzolati.

All’uomo non resta che comprendere da dove proviene questo potere, dall’alto o da tutte le parti? Mentre si impantana in queste riflessioni, dallo studio proveniva la voce di sua moglie che sta leggendo:

“Il singolo può avere di mira parecchi fini, mete, speranze, previsioni […], se l’epoca stessa, […] è in fondo priva di speranze e prospettive, se furtivamente gli si rivela disperata, vana, disorientata e al quesito formulato […] di un ultimo significato, ultrapersonale, assoluto, di ogni fatica e attività, oppone un vacuo silenzio, […] sarà quasi inevitabile un’azione paralizzante di questo stato di cose, la quale, passando attraverso il senso morale psichico, finisce con l’estendersi addirittura alla parte fisica e organica dell’individuo”.  

<<Accidenti, lo sapevo che avrei dovuto leggere la Montagna incantata di Thomas Mann! Aveva ragione mia moglie; la letteratura aiutare a svelare la verità o quantomeno a ragionare in modo diverso, a prendere in considerazione aspetti che per comodità e pigrizia ignoriamo. La scienza, da sola, è arida e presuntuosa.>> Disse tra se l’uomo.

Come suole fare ogni mattina prima di andare a lavoro, il distinto signore si ferma al suo bar preferito abbastanza lontano dalla sua abitazione perché solo qui preparano i cornetti alla crema di limone come piacciono a lui, e riprendendo la discussione che ha avuto ieri con il giovane del centro, chiede al barista; <<Alfré, tu pensi che siamo troppo malati di salute o siamo troppo negligenti? Come la vedi questa storia del green pass?>>

Il barista senza pensarci troppo sbotta: <<Non so se ancora ci vogliono vivi e basta o preferiscono che si siano un po’ di morti, come ci sono stati>>

Interviene un cliente che possa lentamente la sua tazzina di caffè sul bancone: <<Ma chi ci vorrebbe vivi o morti?! Voi siete paranoici!>>

Prende parola la professoressa Ida De Angelis, una vera e propria celebrità della zona per via della sua aria aristocratica, della sua verve e delle sue opinioni poco ortodosse: <<L’ottica clinica che finge di preoccuparsi dei nostri corpi e tutti quelli che guardano alla salute come fulcro della loro sindrome dell’assedio, minacciata dal mondo esterno, quelli che si inventano nemici, quelli che dicono che siamo troppi su questa Terra e poi rompono anche se non ci facciamo l’anti-influenzale! Io non ho fatto il vaccino e non ho,mai preso il covid, sto attenta a differenza di chi il vaccino lo ha fatto e si dà alla pazza gioia, infatti ne conosco diversi contagiati, pur avendo fatto il vaccino. Ma guai a sollevare tale questione!>>

Barista: <<Beh, devo dire che molte persone che prima non si lavavano mai le mani, ora lo fanno. Sono soddisfazioni!>>

La battuta di Alfredo suscita riso anche nel signore che vede complottisti ovunque mentre la signora Ida prosegue la sua arringa: <<A noi occidentali ci è rimasta solo Scienza e l’emozione per gli amorini romantici. Se sapessimo davvero come funziona la scienza, ci renderemmo conto che quelli che si vaccinano e quelli che non si vaccinano stanno mettendo in atto lo stesso strumento epistemologico>>.

<<Prego?>> Dissero tutti i presenti.

Ida: <<Diciamo che i dati sul vaccino sono ancora in corso..ehm…ecco…nemmeno Galileo avrebbe giustificato in modo assoluto la scelta di vaccinarsi. Lo avrebbe fatto Occam. Avrete tutti sentito parlare del principio metodologico del rasoio di Occam, spero…>>

Il nostro protagonista ha una folgorazione: <<Sicuro, mia moglie me lo ha spiegato. Le etichette in effetti sono prive di consistenza…pro-vax, no-vax, chi è no-vax è fascista ecc…>>

Il Barista: <<E la politica è un nuovo modo di fare la guerra. D’altronde l’uomo ce l’ha nel sangue…>>

Il Sessantenne: <<Però, pensandoci bene, credo che non ci sia alcuna dittatura…e poi se uno deve morire muore, se già è conciato male, anche di influenza si può morire, ci possono essere delle complicazioni letale per un soggetto fragile. Noi siamo smaniosi di governare anche l’mponderabile! Per non parlare di qualche virologo che pensa di avere la verità in tasca solo perché è stato minacciato di morte da quattro imbecilli, e spadroneggia in TV dalla mattina alla sera!>>

<<Alleluja!!>> urla colui che si fida cecamente della scienza.

<<A lavoro, su! Il tempo è galantuomo, signori….>> tuona l’uomo con un’espressione più serena e distensiva; chiosando: <<Alcuni esperti in tempi non sospetti dicevano che il covid non si doveva curare con la tachipirina, per questo ci sono stati tanti morti..e ho anche sentito Pregliasco dire che bisognava mettere paura alla popolazione e che dal covid si guarisce…a voi non sfugge qualcosa? Per non parlare del caso Astrazeneca, secondo voi c’è stata un buona comunicazione in merito?>>

 

Silenzio…

 

Il nostro uomo affetto da osteopatite sta raggiungendo il posto di lavoro, quando una lieve soddisfazione e consapevolezza comincia a scendere su di lui mentre nelle sue orecchie riecheggiano le parole del Presidente francese Macron nell’introdurre il green pass: “Noi siamo la patria della scienza, di Louis Pasteur, dell’illuminismo!”

<<Geniale>>, pensa l’uomo di cui molti politicanti e opinionisti snob credono sia qualificabile con l’aggettivo “medio”. <<L’Illuminismo! Ma si è mai messo in discussione l’Illuminismo?, lui da solo, intendo…mah>>, mentre inizia a guardare su Youtube tutorial “fisioterapici”, rigorosamente eseguiti da professionisti.

Senza dubbio l’istinto di conservazione dell’uomo, la volontà di stare meglio, nel corpo, nell’anima e nella mente (a casa propria) era eguale all’ansia di conservazione, rozza e spregevole dell’illuminismo, i cui effetti sono ancora ben visibili.

‘Sillabari dal cortile’, la poesia civile di Fernando Della Posta

Fernando Della Posta in “Sillabari dal cortile”, titolo che richiama quello del racconto di Goffredo Parise, dà voce alla poesia di contenuto civile su un piano, reale. È infatti presente un chiaro riferimento alla realtà storica contemporanea, segnata dalla pandemia e dal desiderio di reagire a una condizione di inerzia per maturare una coscienza dei propri doveri e della necessità di un impegno attivo. Ma è anche attraverso gli incontri e i rapporti con gli altri, come ha giustamente notato la Prof.ssa Maria Allo:

Fernando della Posta

 

Nei chiusi mondi della porta accanto

giacciono personalità che si danno

scoperte e date per sempre. Ma non colte,

colorate, sfilano per le strade

occasioni nuove.

e con i luoghi che si possono stabilire rapporti affettivi autentici e impegni costruttivi, prosegue Maria Allo. Roma è il luogo di cui si sostanzia la sezione Sillabari nel cortile, è il luogo da cui Della Posta osserva e registra un mondo con vigile coscienza tesa a decifrare la sua contraddittoria realtà e la volontà di operare per modificarlo, implicita nell’essere poeta. Così si esprime nei suoi versi:

 

(…) Proprio per questo

le ideologie di morte non avranno mai

l’ultima parola. Anche il boia è fatto di vita.

 

La forza della poesia di della Posta sta nella capacità di dare luce alle parole che diventano immagini, fotografate da un testimone dei nostri giorni che rivaluta la figura del boia in chiave “antimoderna”, alla De Maistre, per il quale il boia è una figura fondante della società, in quanto fa compiere un sacrificio per purificare tutta l’umanità. Anche da questa pandemia, oltre che da alcune ideologie mortifere che ancora persistono.

Come nota ancora Maria Allo, nella sezione Terra e lavoro emerge la consapevolezza di quanto sia alienante per il singolo la ricerca di una meta che non c’è e l’accettazione a muoversi in una terra disabitata, e non c’è retorica nella voce nuda del poeta che non si lascia ridurre al silenzio. Poesia esistenziale in cui l’identità personale vacilla e ciascuno è un disperso, così in Terra di lavoro scrive:

 

(…)

Il vago sentore di appartenere

alla tribù sbagliata.

Tutta questa voglia di urlare

con puntiglio e costanza

di farsi notare, di farsi dire:

“dove sbagliamo?

Perché non siamo tra voi?”

L’autore fa autocritica, è come se puntasse il dito contro la sua generazione che ha scelto una casa sbagliata in cui abitare e urlare per farsi sentire.

Della Posta non denuncia ma riflette il ripiegamento di una generazione che sta attraversando un periodo di tensioni ideali e si sente fallita e delusa, dichiara la propria stanchezza di fronte a un domani nel quale si consumano, virtù e giovinezza:

 

(…)

Ma torni ogni deluso dalla vita

a chiedere un futuro che non sia

rovina di un cortile abbandonato!

 

Il sentimento dominante è una nostalgia di futuro che proietta un sentimento destinato al passato, quindi assimila il futuro al passato, cioè gli anni ancora da vivere, ignoti e imprevisti, a quelli già vissuti, noti e scontati.

La vita è come un cortile abbandonato, cosa ci può essere di più triste e desolante? La rovina di questo cortile che è costituito dal nostro futuri fatto di delusioni.

La presa di posizione di Della Posta, che traduce la sua tensione morale in versi lucidi e fermi, rifacendosi alla lezione di Brecht, è a favore di una nuova cultura che non si limiti a consolare ma che protegga perché “Amore è concedere possibilità”.  E la poesia deve essere anche impegno civile come sosteneva Manzoni.

In un mondo reso sempre meno leggibile dal moltiplicarsi dei linguaggi, “Il lievito madre è oppresso/ dallo straripare dei contesti”, la poesia può attraversare la crisi di una cultura e di una società e del loro linguaggio, afferma Della Posta, e può muovere alla riconquista di un ordine razionale per far maturare sempre più le riflessioni e i significati dai sillabari dei cortili, come un seguito di onde o cerchi concentrici che da essi si irradiano.

Scrive nella densa prefazione, che spazia tra le varie sezioni del libro, Nicola Grato: “Ricerca di parole vere, questa è la poesia di Fernando Della Posta; nessuna concessione al bel verso all’immagine strabiliante, al triplo salto dei nessi”  perché la poesia con la sua “inutilità” rappresenta qualcosa di autenticamente umano, rifiuta di essere ridotta a produzione e a merce e incarna il valore del raccoglimento di fronte all’universo chiassoso e dispersivo delle comunicazioni di massa, lasciando spazio a interrogativi profondi “dove sbagliamo? Perché non siamo tra voi?”

La poesia di Della Posta in tal senso richiama l’approccio di Gozzano e Palazzeschi: pur conservando il suo impegno civile non si lascia sedurre da virtuosismi e barocchismi, perché, secondo l’autore, il “nostro cortile” oggi non ne ha bisogno, non lo capirebbe.

 

L’autore

 

Fernando Della Posta è nato nel 1984 a Pontecorvo in provincia di Frosinone e vive e lavora a Roma. Tra i tanti riconoscimenti ottenuti in poesia nel 2011 è arrivato tra i finalisti al concorso di poesia “Ulteriora Mirari” nella sezione silloge poetica inedita; nel 2015 è risultato tra i finalisti del concorso letterario “Sistemi d’Attrazione”, legato al festival “Bologna in lettere 2015”, nella sezione dedicata a Pier Paolo Pasolini; nel 2016 vince il concorso “Stratificazioni: Arte-fatti Contemporanei” legato al festival letterario di Bologna in Lettere 2016 nella sezione B poesia inedita a tema libero e ottiene una menzione al XXX premio Montano per la silloge inedita. Nel 2017 vince il Premio Nazionale Poetika nella sezione silloge inedita.

Nel 2018 si classifica secondo nella sezione inediti di poesia al Premio “Andrea Torresano”, ottiene una segnalazione al premio Lorenzo Montano per la silloge inedita e vince il Premio Letterario Zeno nella sezione poesia. Nel 2019 ottiene piazzamenti da finalista per la raccolta inedita ai concorsi: “Paul Celan”, “Pietro Carrera” e menzioni speciali al premio nazionale editoriale “Arcipelago Itaca”.

Nel 2021 ottiene il terzo posto per la poesia inedita al Premio Umbertide XXV Aprile. Numerose sono le sue recensioni e le sue sillogi reperibili su diversi blog letterari come Neobar, di cui è redattore, Words Social Forum, Viadellebelledonne, Poetarum Silva, L’EstroVerso e Il Giardino dei Poeti.

Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di poesie “L’anno, la notte, il viaggio” per Edizioni Progetto Cultura e, sempre in poesia, nel 2015 “Gli aloni del vapore d’Inverno” per Divinafollia Edizioni, nel 2017 “Cronache dall’Armistizio” per Onirica Edizioni, nel 2018 “Gli anelli di Saturno” per Ensemble Edizioni, nel 2019 “Voltacielo” per Oèdipus Edizione, nel 2020 “Sembianze della luce” per Giuliano Ladolfi Editore e nel 2021 Sillabari dal cortile per Macabor Editore.

‘Il silenzio’, l’ultimo capolavoro apocalittico pop di Don DeLillo ambientato durante la pandemia

La fine di un mondo passa sempre per i suoi contrari, perciò non bisogna meravigliarsi se per lo scrittore statunitense Don DeLillo a spegnere la civiltà umana così come la conosciamo sia il silenzio, che poi forse non sarebbe una cosa malvagia. Sembra essere proprio questa la chiave di lettura principale dell’ultimo romanzo di Don De Lillo, Il silenzio, 2020.

Manhattan, 2022. Una coppia è in volo verso New York, di ritorno dalla loro prima vacanza dopo la pandemia. In città, in un appartamento nell’East Side, li aspettano tre loro amici per guardare tutti insieme il Super Bowl: una professoressa di fisica in pensione, suo marito e un suo ex studente geniale e visionario. Una scena come tante, un quadro di ritrovata normalità. Poi, all’improvviso, non annunciato, misterioso: il silenzio.

Tutta la tecnologia digitale ammutolisce. Internet tace. I tweet, i post, i bot spariscono. Gli schermi, tutti gli schermi, che come fantasmi ci circondano ogni momento della nostra esistenza, diventano neri. Le luci si spengono, un black-out avvolge nelle tenebre la città (o il mondo intero? Del resto come fare a saperlo?) L’aereo è costretto a un atterraggio di fortuna. E addio Super Bowl. Cosa sta succedendo? È l’inizio di una guerra, o la prima ondata di un attacco terroristico? Un incidente? O è il collasso della tecnologia su se stessa, sotto il proprio tirannico peso? È l’apparizione di un buco nero, l’aprirsi di una piega dello spazio e del tempo in cui le nostre vite scivolano inesorabilmente? Di certo c’è questo: era dai tempi di Rumore bianco che Don DeLillo non ci ricordava con tanta accecante precisione che viviamo, disperati e felici, in un mondo delilliano.

Vera protagonista del romanzo è la teoria dell’apocalisse che De Lillo ha affidato al suo editore poco prima che la pandemia prendesse il largo: a marzo le ultime bozze, qualche giorno dopo i lockdown in tutto il mondo. In America Il silenzio è uscito a ottobre per Picador; resta inedito in Italia dove arriverà per Einaudi a febbraio 2021, un romanzo brevissimo in cui assistiamo al blackout della nostra tecnologia digitale in un ipotetico 2022, nel giorno del Super Bowl, giornata evento per gli americani. Ma non è un libro dagli intenti profetici come ha spiegato lo stesso autore al Guardian: “È solo una storia ambientata nel futuro”.

De Lillo si sforza poco di spiegare cosa sia veramente successo al mondo dei suoi personaggi. La catastrofe è al cuore della trama ma non lo sono le sue cause. Quel che DeLillo vuole mostrarci è la reazione umana allo spegnimento delle cose: quel rumore digitale che permea le nostre vite e a cui inconsapevolmente non solo siamo dipendenti, ma anche, in una certa misura, legati ormai culturalmente e persino a livello intellettivo.

Protagonisti del Silenzio sono alcuni intellettuali di classe medio alta che gradualmente si radunano a casa di due amici, dove avrebbero dovuto seguire la partita e dove invece lo schermo del televisore è morto dopo aver trasmesso un ultimo misterioso segnale. Una volta caduto il silenzio digitale (muta la radio, inerti gli smartphone) i presenti, sebbene in compagnia, si isolano in lunghi monologhi, solo in parte filosofici e più spesso sconnessi. Si parlano addosso ignorando gli altri nella stanza, come se d’improvviso non fossero più capaci di comunicare tra loro senza la mediazione di un dispositivo elettronico.

Il silenzio è un capolavoro della non scrittura, delle pause e delle cesure tra le parole, il subconscio implicito che, quando viene meno la base, il terreno comune che ci rende animali sociali che condividono le stesse passioni, non riesce ad innalzarsi come coscienza di massa, in quanto inadatto e superato per gestire i pezzi di un mosaico che compongono il vivere comune.

Quali sono i potere e allo stesso tempo i pericoli della modernità? Senza qualcosa da guardare, da ascoltare, se non digitiamo, chattiamo, creiamo una storia su Instagram, noi non siamo più niente. Sono solo parole nel vuoto, pensieri vagabondi. Silenzio, appunto.

Il nuovo romanzo minimale di DeLillo ha uno stile scarno, mostrando ancora una volta come la scrittura di dell’autore di Underworld sia cambiata, non servono più paragrafi, frasi elaborate e articolate. Solo delle parole, leggere che ci indicano la strada, la nostra strada.
Il modo di scrivere di DeLillo è diventato olografico, per consentirci di scandagliare le ombre della nostra coscienza e di vivere anche noi il vissuto dei suoi personaggi.

Come ha acutamente rilevato Paolo Latini  (tenutario del Blog Americanorum), qui ancora più che in altre sue opere abbiamo personaggi che parlano una lingua peculiare, il DeLilliano, e questo concorre a creare un insieme di dialogo e sequenze probabilmente inconfondibili, quasi al limite della auto-parodia: cultura pop, frasi spezzate, frasi fatte e riflessione sulle stesse, filosofeggiare, calchi e mixaggi di alto e basso.

Proprio in questa estremizzazione di un linguaggio volutamente artefatto, il libro clamorosamente funziona e funzionano spunto e ambientazioni, che impropriamente hanno fatto pensare a un romanzo sulla pandemia e sul lockdown. Più suggestivamente e apocalitticamente si immagina invece una New York dove tutta la tecnologia (tutta!) smette improvvisamente di funzionare, e un insieme di cinque personaggi principali intrappolati (o forse compiutamente liberi) in questo nuovo (provvisorio?) paradigma.

 

Fonte: L’apocalisse di Don DeLillo

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