L’alienazione dal sacro e il continuo manifestarsi delle ierofanie tradizionali e moderne, tra Pasolini e Jung

Tramontate le ipotesi di un futuro senza religione, il sacro o l’archetipo tendono ad assumere un’apparenza tecnica, accettabile senza difficoltà anche dalla forma mentis illuministica; così, pure attraverso manifestazioni degenerate, quali teorie ufologiche, psicologie sacralizzate o feticci tecnologici, esse continuano a parlarci di una ineliminabile dimensione altra. L’occhio d’improvviso gli splende, il tono della voce si accalora, il discorso conosce l’inconoscibile tenerezza, scrisse Pier Paolo Pasolini («Tempo», 5 aprile 1969) ma non per descrivere l’incontro tra due amanti o il passaggio ad uno stato estatico, quanto l’ultima ierofania possibile: il discorso sul motore. L’ultima emozione in grado di scuotere i giovani spentisi nella società del benessere occidentale: parole di amore e di adorazione innanzi ad un cruscotto, quali estremi rantoli dell’agonia di Dio. Tale agonia, secondo Pasolini, non sarebbe durata ancora a lungo, salde allora le previsioni o piuttosto la “fede” in un futuro assolutamente non religioso infine mai giunto, smentito clamorosamente dal fuoco dei fondamentalismi, come dal rinnovato manifestarsi della religione quale realtà culturale necessaria alla comprensione dell’umano e del sociale fin dentro la modernità più tarda.

Pratiche e credenze religiose risultano infatti tutt’ora ben lungi dal dissolversi, anche nel modo secolarizzato, tra la resistenza, più o meno strenua, delle istituzioni religiose tradizionali, la pretesa antimoderna dei modernissimi fondamentalismi e le tendenze fluide della religiosità New Age; queste ultime spesso assai armoniche agli irresistibili processi disgregativi all’opera in ogni campo. Credenze e riti religiosi invece che scomparire, anche quando la globalizzazione ha mandato in frantumi i rispettivi contesti e le rispettive istituzioni di appartenenza tradizionale, sono caduti preda della forza centrifuga del tempo; offrendosi quali frammenti-merce ai moderni individui consumatori, anch’essi più o meno frantumati. I quali, nel contemporaneo super market del religioso, hanno conseguito la possibilità di acquistare, provare ed eventualmente gettare via in un secondo momento, credenze, pratiche, miti e riti, componendoli liberamente tra loro per ottenere una religiosità personale, unica e privata, scollegata dall’originale provenienza dei frammenti e naturalmente in qualunque momento revocabile, modificabile ad libitum. I templi moderni non si innalzano verso il cielo ad onore di Dio, quanto ad onore del proprio mutevole, umano capriccio consumista.

Così, contrariamente alle previsioni di Pasolini, anche la ierofania del motore ha continuato a manifestarsi, raggiungendo il massimo grado nel feticismo del telefono cellulare: medium del legame sociale e di legami sociali effimeri, nemico di limiti e giuste misure, nella sua rincorsa infinita verso sempre nuovi modelli, fondatore di una temporalità ultima dove tutto è subito e niente può valere, costare o distare più dell’attimo di un clic. Se non possono più Apollo e Dioniso, surrogano pertanto oggi gli smartphone, aprendo ecstasy solari apatiche verso la flebile luminosità dei touchscreen o scatenamenti tellurici, ritmati dalla continua ripetizione di toni e vibrazioni della messaggistica.

In maggior grado che il motore, proprio il telefono cellulare ha infatti portato alle conseguenze estreme quanto già aveva osservato Pasolini. Esso, dopo essersi lasciato adorare, da strumento è giunto a confondersi con la soggettività che ha creduto di utilizzarlo: insieme all’adorazione per questo oggetto privilegiato c’è una tendenza alla fusione e all’identificazione con esso: io sono il mio motore [telefono cellulare]… oppure: io manco di motore [telefono cellulare], quindi sono privo di comunicazione col divino. Non sorprende affatto la cogenza con la quale il moderno capitalismo riesce a suscitare il desiderio di acquisto verso sempre nuovi prodotti, spesso desiderata tecnologici, scatenanti la ierofania del momento, alla quale è sempre più difficile rinunciare; pena la perdita di comunicazione con il divino nonché della propria personalità. Va in oltre da sé, come il pericolo di tali perdite non possa essere scongiurato definitivamente, stante la folle corsa alla novità inesausta dei prodotti e delle credenze, invertendo la tendenza di una storia delle religioni che aveva fin qui manifestato la novità quale elemento di eccezione, lontana dal rappresentare la regola.
Esiste però anche un’altra ierofania moderna o piuttosto una teofania, le cui forme hanno mantenuto una maggiore costanza rispetto a quelle dei desiderata tecnologici; apparentemente meno distante dalle manifestazioni del sacro tradizionali: l’ossessione per gli ufo. Carl Gustav Jung ha dedicato uno dei suoi ultimi studi al fenomeno: Un Mito Moderno, le cose che si vedono in cielo (1958). Attraverso tale opera, sospendendo il giudizio sulla realtà fisica degli ufo, certo concretissimi per coloro i quali li osservano, Jung ha analizzato i dischi volanti dal punto di vista psichico; rendendo pertanto poco significante la distinzione tra l’eventualità di fenomeni psichici capaci di originare una sensazione visiva, confermata da un’eco radar e la comparsa reale di oggetti fisici, incidentalmente utili all’inconscio, al fine di manifestare quanto non può più assumere una forma mitologica tradizionale.

Sempre che tali ipotetiche corrispondenze tra fenomeni fisici e psichici, piuttosto che in termini causali, non possano spiegarsi meglio tramite una constatazione di sincronicità; al modo di quella che secondo Jung, avrebbe affiancato la realtà dolorosa di un’umanità scissa al sincronico rappresentarsi delle due polarità sessuali in ottica di antitesi: con la raffigurazione del principio maschile nella stella rossa dell’Unione Sovietica e del principio femminile nella stella bianca degli Stati Uniti, applicando la lettura simbolica dei colori propria dell’alchimia occidentale.
La forma circolare degli ufo rappresenterebbe così soprattutto, nella geometria archetipale comune (ad esempio la mandala), l’unione degli opposti e l’integrità dell’anima; bisogno inconscio di un individuo moderno, interiormente minacciato da rischi di scissione dell’io e oppresso al di fuori dalla spaccatura dell’umanità tra i blocchi degli Usa e dell’Urss, in bilico sul precipizio spaventoso dell’apocalisse nucleare. Nota di fatti Jung, come spesso gli ufo preferiscano sfidare le leggi fisiche del volo attraverso i cieli degli Stati Uniti ed effettuare le proprie evoluzioni nelle prossimità di aeroporti o installazioni nucleari; mentre diverse teorie ufologiche siano solite spiegare tale propensione, proiettando sugli abitanti di altri mondi l’umana preoccupazione per lo sviluppo dell’arma atomica e la nostra capacità di esplorare lo spazio cosmico. Quanto ai rischi di scissione dell’io, ad essi non è estraneo il modello educativo contemporaneo, di tipo tecnico, estremamente specialistico ed esclusivamente materialista che, rivolto allo sviluppo di una singola facoltà dell’essere umano, esclude l’inconscio e contribuisce alla disgregazione anche della società. No, non sorprende che l’ossessione per gli ufo si sia manifestata prima negli Stati Uniti e di lì progressivamente, assieme allo stile di vita americano, si sia diffusa nel resto del mondo.

Innanzi a questo uomo ultimo, razionale, illuminista, ormai lontano dalle concezioni religiose dei suoi antenati, avvinto dalla fede nel mondo terreno e nella propria potenza, convinto di poter fare a meno di inconscio, dei e spiriti, occorre che l’archetipo assuma in contrasto con i suoi aspetti precedenti una forma concreta, anzi addirittura tecnica, per evitare l’indecenza di una personificazione mitologica. Ciò non di meno va rilevato come neanche tale uomo riesca davvero a rinunciare alla speranza di un intervento divino salvifico, inconsciamente percepita l’impossibilità di superare con le sole sue forze un’epoca divenuta ormai intollerabile; eppure perfino le divinità devono sottostare al primato della tecnica che, già dispiegatosi su tutti i campi del sociale, va appropriandosi anche della dimensione del sacro, alienandola dalle manifestazioni tradizionali quali le religioni, Dio o gli Dei, in favore di nuove espressioni più plausibili scientificamente come teorie ufologiche, ipotesi di fisica quantistica, arti della guarigione o psicoterapie sacralizzate. L’uomo moderno accetta senza difficoltà ciò che presenta un’apparenza tecnica, così anche le più recenti manifestazioni del sacro assumono tale aspetto.

Pare pertanto potersi concludere come la civiltà contemporanea, con il suo primato della tecnica, piuttosto che svilupparsi verso un futuro assolutamente non religioso, tenda piuttosto ad appropriarsi anche della non eliminabile dimensione del sacro; ma non di meno anche come, se pure per tramite di un cellulare connesso ad Internet – meglio se costoso – o di un alieno, percepito come divino perché più ricco di tecnica, l’uomo moderno, alla dimensione del sacro, desideri ancora rapportarsi. Le ierofanie, moderne o tradizionali, continueranno a manifestarsi e ad esercitare un ruolo significativo nel futuro dell’umanità.

 

Alessio Mariani

Moriremo eleganti! La tirannia della mediocrazia in tutti gli ambiti del vivere civile

L’anno scorso è stato pubblicato il saggio di un filosofo canadese saggiamente intitolato Mediocrazia, ma non è del libro che si vuole parlare, semmai del titolo. La mediocrazia come cifra del nostro tempo, il trionfo o anzi la tirannia della mediocrità in tutti gli ambiti del vivere civile. Gli esempi abbondano, non è difficile individuarla in ogni ambito della vita pubblica, dalla inappellabile medietà della politica alla generale incuria della produzione artistica e letteraria, per non parlare della volgarizzazione della lingua parlata e scritta, della condotta pubblica e privata, dell’abbigliamento e dell’oggettivo decadimento dell’architettura. Materiale di scarto, riciclo di avanzi estetici e politici presentati come novità. Ci siamo dentro tutti, nessuno escluso. Philippe Daverio, uomo d’eleganza sopraffina, ha definito il nostro tempo l’epoca del trash:
Il trash è una cosa semplicissima: è l’opposto della complessità. Si prende un tema, lo si riduce al minimo dei suoi contenuti e quando si è superato il minimo di tollerabilità del banale, la sua capacità di comunicazione diventa vastissima.
Portare un tema qualsiasi alla portata di tutti, indistintamente, operando solo con la carta vetrata fino a mostrarne le ossa e iniziando poi a rosicchiare anche quelle. L’intento fu nobile: rendere la complessità alla portata dei semplici. Peccato però che la realizzazione si è rivelata un disastro: invece di abituare ed educare alla complessità, si è ridotta questa ai minimi termini fino a non renderla più concepibile se non come affettazione, come posa o atteggiamento di aristocratica alterità.

Poco tempo fa un insegnante di scuola media si trovò a leggere dei temi scritti da ragazzini degli anni Quaranta e a paragonarli a quelli dei suoi studenti. Il confronto fu impietoso. Non solo l’abisso di distanza nella padronanza dell’italiano, nella costruzione dei periodi e nell’uso dei vocaboli, ma soprattutto un’incomparabile superiorità nella complessità dello sguardo sul mondo: in un tempo in cui l’analfabetismo era ancora dilagante e le opportunità d’accesso agli strumenti culturali molto più scarse, emergeva una visione delle cose molto più matura e articolata. Ancora, pochi giorni fa il neo Presidente della Camera è stato ritratto sull’autobus in mise da impiegato comunale, incolta barba sale e pepe a incorniciare l’espressione istrionica da tribuno della plebe, mentre il deputato presidente la seduta d’insediamento non si è neppure degnato di indossare una modesta cravatta – almeno in Senato è obbligatoria. Uno di noi, anzi uni di noi, uomini del popolo. Ma chi fa maggiormente la posa: l’elegantone che può permetterselo attenendosi a un codice, che sia anche personalissimo, o il finto proletario che sbaraglia volutamente le convenzioni risultando fuori luogo?
Sempre a Roma, l’originale biglietteria della stazione Termini, costruzione razionalista in vetrocemento dal profilo ondulato che segue fedelmente i resti dell’aggere serviano, le prime mura romane, site proprio lì accanto. Un edificio grande, luminoso e spazioso, dal quale i passeggeri in attesa potevano ammirare i resti antichi rimanendo nel tempo moderno, nel caldo di una struttura che rende omaggio al genio latino e ne segue le forme, quasi a rappresentare la continuità e la memoria viva dell’arte classica. Oggi l’atrio pullula di box metallici; negozi e biglietterie hanno schermato la luce solare richiedendo l’installazione di luci artificiali e la vetrata che dà sulle mura serviane – l’incastonatura plastica tra passato e presente – è completamente ostruita da un negozio a due piani della Nike. Sono immagini, solo immagini di una mutazione in atto, quella che Massimo Mantellini in un libro ha chiamato Bassa risoluzione, ossia la tendenza dell’apparato tecnologico a sostituire beni e servizi esistenti con altri di sempre minore qualità.

Tutto si fonde in questa nostra modesta e scalcagnata argomentazione: da un lato la tirannia della mediocrità in senso culturale, dall’altro l’epopea del trash nel pubblico dibattito e nell’arte, infine la bassa risoluzione di beni e servizi, necessari e superflui. Il lettore mi scuserà se la trattazione sembra sconclusionata e confusionaria ma tale è nella realtà, poiché il mutamento è ancora in corso e delinearne nettamente i contorni è difficile e azzardato. Questo sincero scoramento nei confronti dell’esistente nasce dall’osservazione di quante belle cose o idee o luoghi incantevoli vengano insozzati dalla volgarità e dalla sciatteria, senza ragione apparente; di quanto la bellezza venga deturpata dall’incuria e dal disinteresse. Forse più d’ogni altra cosa si impone la mediocrità estetica, una lenta e inarrestabile accettazione di tutto quanto sia brutto, mal fatto, dozzinale, scadente e volgare – nelle cose come nelle persone. La domanda che monta è: siamo in grado di concepire veramente il bello, premesso che non si lascia categorizzare? Quella bellezza che il principe Mishkin de L’idiota di Dostoevskij evoca nel dire il mondo lo salverà la bellezza, dove la красота (krasotà, la bellezza) è da intendersi come grazia, nell’ampia accezione di unione tra buono e bello. La grazia che per Agostino è pulchritudo dei, dove la pulchritudo è attributo delle fanciulle, l’armonia delle forme.

È allora la grazia, fusione di armonia e virtù, che potrà mai salvare il mondo, non di certo la bellezza, indefinibile e sfuggente, legata a canoni estetici passeggeri e strutturali. Ebbene questa grazia si fa molta fatica a trovarla. Fare bella tv è impossibile, comanda l’audience; fare bella prosa è controproducente, si viene tacciati di ermetismo ed elitismo letterario; bella musica men che mai, va per la maggiore il polpettone commerciale; vestirsi bene diventa altezzosità, eccesso da gagà; parlare bene è da cattedratici, basti osservare come stona qualche bella parola nelle nuove piazze pubbliche, i social network, colmi di volgarità, insulti e bestemmie; arredare bene una casa è riservato ai ricchi (che spesso si affidano a architetti, dimostrando l’assenza di gusto) mentre il vulgus è costretto a comprare mobili in cartone compresso nei grandi magazzini; elaborare idee politiche fini e passionali condanna all’irrilevanza, la politica è mutata nel consenso per slogan. Basta così, credo che il concetto sia chiaro, allungare l’elenco ci condannerebbe alla deprimenza.

Quanta difficoltà nella distillazione del gusto, quanta fatica nel rovistio tra la spazzatura, alla ricerca di qualcosa di veramente bello… Un tempo era l’omologazione il cruccio degli intellettuali, l’appiattimento delle masse su unico canone estetico e linguistico: palazzi quadrati, jeans, neon, capelloni, televisione, politichese, Fiat 500, Sophia Loren, ecc. Roba per noi vintage. Pasolini denunciava la perdita di tradizioni secolari e dialetti, di usi popolari e costumi regionali, della bellezza selvaggia del popolo non corrotto dall’industria e dalla scolarizzazione, mentre gli alfieri del progresso proponevano di educare il volgo, di avvicinare le masse all’élite culturale e economica attraverso l’istruzione diffusa, la cultura di massa, la moda semplice, lo stile di vita piccolo-borghese e nazional-popolare. L’effetto collaterale è stata l’emergenza di una larga schiera di cafoni arricchiti e la compressione verso il centro di modi e mode, nonché la perdita del gusto: da un lato del gusto contadinesco per le cose semplici, dall’altro del gusto artificioso per le cose complesse, a tutto vantaggio di un indistinto non-gusto universale e industriale.
Già Longanesi sessanta anni fa ci avvertiva che

non c’è più fantasia, i nuovi ceti non sanno che farsene della fantasia. I grandi problemi della produzione, i monotoni miti dei nuovi ceti non tollerano più la fantasia. Tutto è destinato a ubbidire alle leggi del peso e della quantità. Oggi si procede soltanto a miliardi e tonnellate. (…) Si tende a mettere tutto in scatola: idee, frutta, sentimenti, carne. Non c’è posto per la fantasia, che è figlia diletta della libertà.
E il gusto è figlio della fantasia o della tradizione, entrambe agonizzanti. In una parola, ciò che si stenta a incontrare è l’eleganza, che non è la formalità.

Oggi che l’omologazione è stata superata si è giunti all’omogeneizzazione e – se mi è concesso – definirei la nostra come l’epoca della marmellata, che è sempre uguale a se stessa, la consistenza non cambia mai, il colore è uniforme da qualsiasi parte la si guardi, il sapore non muta e la si può spalmare a piacimento. Le parole che si leggono in un romanzo o che si sentono in tv o in una birreria sono uguali; lo studio di un avvocato è indistinguibile da quello di un agente immobiliare; il cantante e il docente universitario vestono allo stesso modo, e non perché queste coppie appartengano alla medesima alcova sociale e ne condividano dunque i canoni, bensì perché è il canone stesso ad essersi uniformato e spalmato su tutti i contingenti della società. Qual è un brano musicale degli ultimi dieci anni che merita di essere ascoltato tra due secoli come noi oggi ascoltiamo la nona di Beethoven? Nessuno, perché nessuno riesce a emergere dall’amalgama, che ovviamente non concede spazio a fantasia ed eleganza, a dispetto dei lodevoli ma sporadici tentativi di proporre novità davvero brillanti.

Heideggerianamente, si potrebbe dire che quel che manca è la cura in senso stretto: non ci si prende cura delle cose che ci circondano, delle idee elaborate e delle opere prodotte, se tutte durano poco, sono fatte male e destinate a morire nell’indifferenza passeggera e nella bruttura più negletta. L’attenzione ai dettagli è scarsissima, alla fantasia non è lasciata briglia sciolta perché – banalmente – non serve. È un di più, un superfluo che nell’epoca dei miliardi e delle tonnellate perde utilità, non porta profitto di alcun tipo, se non al più considerazione sociale. Ma se perfino l’ascensore sociale è bloccato, il gusto e lo stile non possono neppure più farsi strumento per l’ascesa. Fino a qualche decennio fa portamento, stile, linguaggio e modi erano sovente espressione di appartenenza sociale, distinguevano i signori dai cafoni, ma oggi che non esistono più gli uni né gli altri dell’eleganza non sappiamo che farcene. Ugualmente livellati su un grado omogeneo di origine sociale, di scolarizzazione e di fruizione culturale, non c’è distinzione nel non-gusto in cui ci si trova immersi e che ciascuno potrebbe piegare per giocarci a proprio piacimento. Perché si può essere eleganti nel condividere un codice estetico ma anche creandone uno che sia insolito, un coup de théâtre individuale, frutto della ricerca unita alla spontaneità; naturalezza e artificio messi al servizio della bellezza.

I tedeschi dicono kleider machen leute (i vestiti fanno la gente), all’opposto degli italiani, e per “vestiti” non intendiamo solo l’abbigliamento bensì tutta l’estetica. Se l’estetica che siamo in grado di produrre è così scadente è forse perché tutti stiamo diventando sempre più delle persone scadenti. Se parliamo male e scriviamo peggio, se ci vestiamo tutti modestamente uguali, se la musica che passa in radio è un tedio e libri inqualificabili vengono piazzati in commercio, non resta che opporsi individualmente. Ciascuno risponda per se stesso e alla fine si vedrà: si guardi allo specchio e si chieda se il mondo com’è fatto qui e oggi gli piace davvero. Se sì, buon per lui; se no, si dia da fare in solitudine per farsi più bello e rischiarare con la propria eleganza ciò che lo attornia, anche nella meschinità. Altrimenti può fare come la punta di diamante della trivella che sta forando i canoni estetici, il caro Mark Zuckerberg che dispone di un intero di armadio di sole magliette grigie e blue jeans – lo si è visto per la prima volta incravattato per rispondere ai parlamentari della fuga di dati: il karma, alle volte.

È solo una battuta, ma dove vada a finire quell’eleganza partorita dalla grazia, dalla pulchritudo dei, destinata a salvare il mondo, non si sa. L’eleganza è innanzitutto rispetto: per se stessi, per gli altri e per il mondo intero. Non è solo questione di guardaroba, tutt’altro: è questione di stile. Un mezzo per comunicare al mondo il proprio rispetto, per omaggiare i morti, interloquire coi vivi e lasciare un testimone ai nascituri. Allora vivano pure i modi semplici, la cordialità spontanea, la lingua non affettata e la modestia sincera. Ma volgarità, banalità e mediocrità, quelle no. Né snob né elitisti, non antiquati e neppure formali, ma se un tempo si diceva non moriremo democristiani oggi noi diciamo: non moriremo cafoni, non moriremo omogeneizzati, anzi, moriremo eleganti!

 

Alessio Trabucco

La Napoli ispanica di Francisco Elias de Tejada e il significato attuale dell’Europa

Settembre 1734, giorno 19. Una soleggiata giornata bacia l’acqua che bagna il golfo di Napoli; nell’aria il vento tipico dell’atmosfera settembrina soffia sui capelli ricci e mori – quasi a testimoniare una presa di coscienza di dove si è – delle donne occupate nelle consuete mansioni familiari, mentre restituisce energie e vitalità ai pescatori assiepati lungo le rive del golfo. I primi raggi colpiscono imperiosi la collina svettante di Pausilypon (Posillipo), il cui nome, in un paesaggio commisto da visioni suggestive e bellezze naturali, ci testimonia l’effettiva tregua dal pericolo che al solo sguardo di un simile panorama, si prova. Nel frattempo, nel centro della città fervono grandi preparativi. Non è un giorno come gli altri e ciò si riflette nei gesti del volgo, nei volti ansimanti delle vecchie, persino nelle parrucche della nobiltà. Non c’è nulla di più interclassista di una giornata come questa; nulla che unisca e racchiuda in un medesimo spirito, anelito i sentimenti e le emozioni di una intera popolazione.

Una fiumana di popolani si dirige compatta e incredibilmente ordinata lungo il Duomo, percorrendo le strade del centro storico snodantesi attorno ai tre decumani, sopraggiungendo da ogni dove, anche da oltre città. La nobiltà, intanto, si riunisce simbolicamente davanti Porta Capuana, come già fece cinque mesi prima, quando con grande solennità e fasto accolse il nuovo re, il fondatore della dinastia dei Borbone delle Due Sicilie, Re Carlo III.
Lentamente, questa, vien formandosi in corteo lungo Via dei Tribunali, dispensando elemosine ai lazzari, mostrando dignità e sacralità nel vigore dei sui simboli, delle sue ricchezze, delle splendide bardature dei cavalli, nelle preziose fogge delle vesti, nel portamento fiero e virile dei suoi rappresentanti, nei cui cuori sono incise a chiare lettere il motto: noblesse oblige. Il centro catalizzatore di una giornata, di una stagione, di un’annata – ma potremmo ben dire, dello spirito di una intera popolazione – è il Duomo di Napoli, è il principe che lo abita e che custodisce in maniera inveterata i sogni, le aspirazioni, le tradizioni e le preci di centinaia di migliaia di persone: San Gennaro.

Eppure, una descrizione come questa, per quanto possa tentare di dare un’immagine, un affresco di un tratto costitutivo, ancestrale dello spirito partenopeo (che è presente e persiste tutt’oggi, nonostante tutto) non riesce a rendere verità ed onore ad una concezione del mondo estremamente differente da quella di buona parte d’Italia e, perfino, d’Europa. Un breve assaggio di quanto si è detto, ce lo da, con il suo solito e proverbiale occhio da fine indagatore della società, Pasolini:

Napoli è stata una grande capitale, centro di una particolare civiltà ecc. ecc; […] Io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù, che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia, o altrimenti la modernità.

(P.P. Pasolini, La napoletanità, in Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori)

Ma sarà corretto parlare di estinzione, o, al contrario, non sarebbe assai più giusto il termine: preservazione? Si tenterà di fornire una risposta proponendo una lettura della storia di un pensatore e intellettuale spagnolo, o per meglio dire, ispanico, come avrebbe senz’altro preferito. Francisco Elias de Tejada, accademico, filosofo del diritto e della politica, cattolico e tomista convinto, amava la sua terra, le Spagne – come amava ripetere – più d’ogni altra cosa. Scrittore assai prolifico, scrisse circa 300 monografie e fu tra i più illustri sostenitori del Carlismo, una dottrina politica strenuamente difesa da una un movimento che ha attraversato più di due secoli in coerente fedeltà ai propri principi ispiratori: la difesa della tradizione cattolica delle Spagne e della legittimità dinastica. Nel pensiero del filosofo madrileno si impone anzitutto una puntualizzazione storica con evidenti risvolti filosofici, da cui risulta fondamentale procedere.

L’Europa, culturalmente intesa, appare sul palcoscenico dell’umanità nel corso del secolo XI; in particolare, con l’impero carolingio si formerà e verrà consolidandosi quel medesimo spirito, stile di vita, Weltanschauung che caratterizzerà la cultura di un continente e forgerà l’uomo europeo. Sennonché, ad un certo momento della storia, il termine Europa perderà il suo significato più profondo, e cioè quello attestante una Civiltà ben precisa (la Cristianità), per indicare un luogo geografico, o tutt’al più una società fondatasi su idee e concezioni moderne totalmente opposte alla Civiltà che l’aveva preceduta.
L’Europa non nasce nella cerchia di Carlo Magno, che è la restaurazione dell’impero cristiano nella gerarchizzazione organica dei popoli, più tardi presieduta dagli imperatori germanici; l’Europa nasce, al contrario, al lusinghiero richiamo delle idee dette per antonomasia moderne, nella congiuntura del serrato ordine del medio evo cristiano. La Età media dell’Occidente ignorava il concetto di Europa, perché solo conosceva quello del suo antecessore: il concetto di Cristianità.

Il termine Europa, oggi, designa dunque il mondo e la società moderna. Elias de Tejada individua cinque cause della rottura dell’orbe pre-moderno definendole cinque pugnali nella carne storica della Cristianità che vanno dal 1517 al 1648:

[…] la frattura religiosa del protestantesimo luterano, la frattura etica con Machiavelli, la frattura politica per mano di Bodin, la frattura giuridica in Grozio e in Hobbes e la definitiva frattura del corpo mistico cristiano con le disposizioni della pace di Westfalia.

E in questo preciso periodo che si va costituendo un mondo che si attarda su posizioni apparentemente perdute. Il filosofo spagnolo fa riferimento ad una Cristianità minore e di riserva, rude e di frontiera: le Spagne; che raccolse il testimone della fedeltà ad un modo di essere, ad un modo di concepire la vita e di ordinare il mondo. Ancora oggi è abbastanza facile constatare le enormi differenze che intercorrono tra persone cresciute in contesto di tradizione anglosassone o germanica e quelli cresciuti in riva al mediterraneo di etnia latina, come del resto buona parte della popolazione del Sud America.

Non a caso Elias de Tejada utilizza il termine Spagne e non semplicemente Spagna. Queste, al loro interno, racchiudevano una varietà di popoli (la Castiglia impose il suo sigillo e si trascinò nella sua nobile follia il posato commerciante catalano, il duro sardo, il sognatore napoletano, l’indifferente andaluso, il basco semplicemente valoroso e il gagliego o il portoghese di stirpe celtica) uniti da una comune fede, visione del mondo e modo di organizzazione della società. Uniti secondo vincoli gerarchici, manifestavano la loro accalorata ed indomita fedeltà all’Impero, al quale tutti i principi e i re tributavano onori e gratitudini, ad imitazione dell’unica ed universale Patria celeste.
La Cristianità concepì il mondo come raggruppamento gerarchico di popoli intrecciati secondo principi organici, subordinati agli astri di: il sole del Papato e la luna dell’Impero.

Quando si osserva Napoli, si scrutano i suoi vicoli, si tenta di entrare in osmosi con il popolo e le sue contraddizioni, ebbene si sappia che una parte di questo spirito sopravvive ancora. Solamente qui, da nessun’altra parte. Il pensatore ispanico dedicherà ben cinque volumi della sua produzione bibliografica alla Napoli spagnola. La fierezza e l’orgoglio con i quali molti napoletani, ancor oggi, sventolano le bandiere candide e immacolate del Regno delle Due Sicilie (non semplicemente uno Stato cristiano, ma un’emanazione statale della Chiesa), la devozione e la sentita gratitudine verso i santi patroni della città, l’inesorabile orgoglio di far parte di un mondo diverso, sono a testimoniare che un pezzo di quella cristianità minor, che una parte ispanica sopravvive ancora e sopravvivrà nella misura in cui brandirà le armi della fede, della speranza e della carità.
Finché scolpirà nel cuore le parole con cui Don Chisciotte giustifica la sua missione, che lo stesso Elias de Tejada presenta come simbolo ed esempio dello spirito delle Spagne, di cui Napoli è parte integrante:

E’ per caso cosa vana o è tempo male speso quello che si impiega nel vagare per il mondo, non cercando i regali di esso, ma le asperità per le quali i buoni salgono al seggio dell’immortalità? Se mi avessero considerato stupido i cavalieri, i magnifici, i generosi, gli uomini di alto lignaggio, la giudicherei un’irreparabile offesa; ma che mi ritengano uno sciocco gli studenti, che non si sono mai messi e non si sono mai avventurati per sentieri della cavalleria, non me ne importa un fico secco: cavaliere sono, cavaliere morirò, se così piace all’Altissimo. Gli uni si muovono sul vasto terreno della superba ambizione; altri, su quella dell’adulazione bassa e servile; altri, su quello della ipocrisia ingannatrice, e alcuni, su quello della vera religione; io invece spinto dalla mia stella, procedo per l’angusto sentiero della cavalleria errante, e per esercitarla non mi curo delle ricchezze; ma non così dell’onore. Io ho riparato offese, raddrizzato torti, castigato insolenze, vinto giganti e sgominato mostri.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

Pasolini e Thibon, l’intellettuale scomodo e il ‘filosofo contadino’ uniti nel parteggiare per il reale

Gustave Thibon e Pier Paolo Pasolini, personalità estremamente differenti ma simili; vite e sensazioni diverse, dai gusti netti, radicali, ma intimamente anelanti il sacro. Da più di una decina d’anni, probabilmente una ventina, descrivendo l’epoca nella quale viviamo – o per meglio dire, sopravviviamo – accademici, sociologi e politici non fanno altro che ripetere che tutti gli schematismi nei quali si era immersi sino alla caduta del muro di Berlino, non hanno più alcuna valenza, se non quella assegnata loro dalla storia. Ecco allora che politicanti affaccendati – un po’ per esprit democristiano mai sopito, un po’ per mostrare di saperne qualcosa – si sforzano di ripetere con meticolosi gargarismi che destra e sinistra non esistono più. Non ha senso dividersi, non vi è ragione di identificarsi in categorie morte, ma di puntare alla prassi, al fattuale, al concreto.

Inconsapevolmente affermando ciò si è già creato un divario, una diga. In nome della “concretezza” si è delineato un modo d’essere, prima ancora che di operare, che incide a fuoco, marchia la “modernità”. Un giovane friulano dal temperamento riflessivo, presto rifugiatosi nella capitale, non poté che approcciarsi alla visione di questo passaggio di epoca, in maniera tragica, persino schizofrenica. In una celebre lettera-articolo indirizzata a Calvino, il quale lo rimproverava di essere un “nostalgico dell’Italietta”, Pasolini non esita a rispondere che è di una civiltà ormai eclissata che ha nostalgia, di un mondo antimoderno, contadino e preindustriale… Non per niente, egli aggiunge:

dimoro il più a lungo possibile, nei paesi del Terzo Mondo, dove esso sopravvive ancora, benché il Terzo Mondo stia anch’esso entrando nell’orbita del cosiddetto Sviluppo.
(8 luglio 1974. Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino).

Qual é la reale portata dello Sviluppo? Egli si guarda attorno, si pone domande, riflette, cerca risposte che cozzano con il mondo che lui più di ogni altra cosa ama. I paesaggi della sua terra natia, i dialetti friulani, le borgate romane, scompaiono dinanzi all’incedere della peste consumistica che omologa, avviluppa, trascina perfino i corpi in una uniformità di sguardi, di fattezze esteriori. L’ideologia del consumo

è un nuovo potere che mi è difficile definire: ma di cui sono certo che è il più e totalitario che ci sia mai stato: esso cambia la natura della gente, entra nel più profondo delle coscienze
(11 luglio 1974. Ampliamento del «bozzetto» sulla rivoluzione antropologica in Italia).

Ecco allora che un j’accuse schietto, tanto irrispettosamente garbato quanto intellettualmente onesto, si impone – in primis – contro quei compagni che sbagliano ostinatamente miopi che non hanno o non possono avere la capacità di vedere ciò che li circonda. Il poeta friulano non si rivolge ai brigatisti ma all’intero PCI, che saluta come vittorie di civiltà l’aborto e il divorzio, non capendo che la partecipazione delle masse alle grandi decisioni storiche formali è in realtà voluto dal potere; il quale ha appunto bisogno di un consumo di massa e di una cultura di massa. La massa partecipante, inoltre, anche se formalmente comunista o progressista, è manipolata dal potere attraverso l’imposizione di altri valori e di altre ideologie: imposizione che viene nel vissuto, e nel vissuto avviene anche l’adozione.

La televisione – in questo processo – ha un ruolo altamente rivoluzionario, il più totalitario e soverchiante che ci sia mai stato, perché apparentemente soft, lento nel lacerare tessuti e ferite ma non altrettanto docile nell’essere letale. Pasolini non ha dubbi: mai un modello di vita (edonistico) ha potuto essere propagandato con tanta efficacia che attraverso la televisione. La televisione non spiega astrattamente, racconta rappresentando, salta ogni filtro teorico, lo schermo fa e in quel fare, invita a fare.

Ma in nome di cosa allora si è restii ad accettare l’epoca della modernità, il tempo nel quale il consumismo ha il ruolo di primo protagonista nello sfaldamento di un mondo in cui ogni appartenenza, identità, sacralità è bandita? In nome della “terra”, in nome del “reale”, si risponderà. Un naufrago non si accontenta del salvagente, esso può essere un valido aiuto, un concreto appiglio per non affogare ma non dà certezze a lungo termine. La speranza, nell’intimo dell’individuo, in quei momenti, si salda in maniera inossidabile con la natura ragionevole, rendendosi in tal modo riconoscibile come pienamente “umana”, quanto la vita stessa, o forse ancor più. Ciò è confermato dal fatto che ogni disastro che si produce nell’intimo dell’uomo – per poi avere ripercussioni ben più ampie – procede da una mancanza o vera e propria assenza di speranza.

Ma alle menzogne dei “nemici invisibili”, di cui parla l’Apostolo nell’ultimo capitolo della lettera agli Efesini, la “terra” nella sua imperturbabile fermezza, fertilità, dipendenza offre verità. La terra è scuola di verità: al tempo stesso essa frena gli istinti di dissoluzione e favorisce la salute dell’anima e dei costumi; essa aiuta l’uomo ad essere sé stesso, difendendolo contro sé stesso (G. Thibon, Ritorno al reale, Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, Effedieffe).

Così si esprime uno che ai campi, ai grandi spazi da lui tanto amati, ci ha “consacrato” la vita, fuor di ogni esagerazione. Le philosophe-paysan, il filosofo contadino, come veniva chiamato – scoperto da filosofi del calibro di Jacques Maritain e Gabriel Marcel – è indubbiamente una delle figure più paradossali e straordinarie del ‘900, come ci testimoniano le parole di Gabriel Marcel nella prefazione ad una delle sue opere più conosciute:

Chi è dunque […]? Un religioso? O piuttosto un professore universitario? Un filosofo di professione? Un economista? Un medico? Niente affatto: è un contadino, nel senso più preciso del termine…[…] Non ha altro diploma, che io sappia, oltre la licenza elementare.[…] E per un caso fortunato uno dei suoi compagni che aveva ereditato una biblioteca la mise a sua disposizione. Senza mai trascurare il proprio lavoro, egli trovò il modo di imparare da solo il latino a fondo, il greco, il tedesco e le matematiche, di leggere i filosofi e i poeti: conosce migliaia di versi a memoria.

Un uomo dall’acume sottile e dalla intelligenza cristallina cui gli appare naturale, quanto il sole del mattino che nasce già alto nelle torride albe di agosto, dare risposte, analizzare la società in cui egli si sente estraneo e che rifiuta. Il pensiero di Thibon si tocca con mano e non è frutto di un autodidatta ma di un uomo che ha avuto per maestri i libri: dall’analisi della modernità, passando per le storture dell’ambiente cittadino corroso dal consumismo e dalla tecnica più sfrenata. Egli individua nell’artificialità delle relazioni sociali che contraddistinguono l’uomo divenuto borghese, nel senso del superfluo che attanaglia l’intera esistenza odierna, nella mancanza di ogni fine superiore che giustifichi l’agire quotidiano, alcune delle peggiori calamità del mondo moderno. Ciò è possibile in un tempo in cui si è perduto il senso di tutto, in cui si vive di menzogna per mascherare la sete di assoluto, di realtà – in definitiva – di autentica felicità di cui ciascun individuo ha ineluttabilmente bisogno. La rivolta contro lo spirito del borghese in Thibon, il quale non desidera illuminare gli uomini con la sua luce, ma aiutarli soltanto a contemplare meglio il sole, non poggia su una veste romantica o semplicemente declamatoria tipica del Decadentismo, essa poggia su di un terreno stabile:

E non soltanto la terra non mente, ma non permette all’uomo di mentire: essa guarisce l’uomo dalla menzogna. In altri campi (nelle professioni liberali e amministrative in particolare) si può pascere di illusioni, circondare di un falso prestigio, incutere rispetto agli e a sé stessi: la sanzione dei fatti è vaga e lontana… Questa possibilità di illusione non esiste nella vita dei campi.

Come un duro lavoro riserva a fine giornata la gioia sofferente di aver adempiuto al proprio dovere, allo stesso modo la terra diviene fonte di felicità. Anche Pasolini nella sua vasta produzione più volte mette in risalto questo dato, spesso con delle modalità espressive discutibili – si pensi ai suoi film -, le quali pur tuttavia lasciano intatto il messaggio di fondo che intende dare.

Dinanzi a dicotomie politiche fuorvianti, a pretese polemiche sul nulla, a paradigmi epocali edificatisi su di una falsa libertà, bisognerebbe sforzarsi di tornare di tanto in tanto alle origini, alla “nostra terra” che è la nostra anima. Scrutarla, non temere di avvicinarvisi, scovare il “moderno che è in ognuno di noi” e lentamente abbatterlo con una lieve ma letale poesia, che potrebbe iniziare così:

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.[…]

(P.P. Pasolini)

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

L’Italia negli occhi dei grandi stranieri, da Cioran, Goethe, Borges a Pasolini, passando per Churchill

La storia patria abbonda di italiani antitaliani e di italiani arcitaliani; di esaltatori del genio trascurato e innocente, come di finissimi castigatori del malcostume. Ci sono due modi per conoscere un paese: visitarlo di persona o studiarlo sui testi. Se il paese in questione è il proprio la prima opzione si depenna da sé. Studiare la storia del proprio paese e sviscerare tutto quanto sia stato realizzato dai più acuti osservatori è la sola strada da battere. Molti di questi concordano con l’icastica affermazione cambiare tutto per non cambiare niente (a voler fare i filologi, la frase originale è “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”) e si sa, l’Italia è sempre stata vista come un paese di voltagabbana, di impudenti scanzafatiche, di cittadini machiavellici quanto basta, per il resto guicciardiniani, nel senso che ciascuno bada al proprio particulare e del resto poco importa. La storia patria abbonda di italiani antitaliani e di italiani arcitaliani, di esaltatori del genio trascurato e innocente che da sempre ci distingue, come di austeri e finissimi castigatori del malcostume che da sempre, anch’esso, ci distingue. Chi avrà ragione? Ci chiediamo sempre cosa ne sarà dell’Italia e gli internazionali à la page ci accusano di provincialismo (forse a ragione, anche Cioran sosteneva che una nazione che passa il tempo a riflettere su se stessa non ha futuro), per una volta allora si lasci perdere il proprio ombelico e ci si lasci guidare da illustri penne straniere che in passato hanno solcato l’Italia, che l’hanno vissuta e fedelmente raccontata.

Diciamo subito le cose come sono: l’Italia la si ama o la si odia, tertium non datur. Gli unici che hanno il diritto di amarla e oltraggiarla al contempo sono gli italiani stessi. Gli stranieri hanno sempre visto l’Italia come una terra in bianco e nero, gonfi di pregiudizi positivi o negativi che fossero, mentre l’italiano vive nel grigio di sentimenti contrastanti: a volte si pensa all’Italia come al paese più bello del mondo, altre volte si sogna un bombardamento al napalm dal Brennero a Pachino. Curiosamente – ma non ci sorprende – l’opinione dell’Italia e degli italiani nel passato era ben diversa dall’immagine dei Berlusconi pizza e mandolino che ci viene spiattellata in faccia ogni volta che varchiamo i confini. Oggi si ha la sensazione che molti stranieri ritengano l’Italia un paese meraviglioso e ricco di un patrimonio che non ha eguali nel mondo, peccato però per la gente che vi abita, rozza, inconcludente e ritardataria. Sarà pur vero, saranno le esigenze del tardo capitalismo, ma la flemma che ci ha da sempre caratterizzati veniva additata come il pregio di un popolo in grado di vivere senza affanni.

Goethe, felicissimo di scoprire il Belpaese, scrisse un Viaggio in Italia colmo d’estasi e di ammirazione, in cui annota che

tutto induce a credere che una terra felice come questa, dove ogni bisogno è copiosamente soddisfatto, produca anche gente d’indole felice, capace d’aspettare flemmaticamente dall’indomani ciò che le ha portato l’oggi e di vivere, quindi, senza pensieri. Appagamento istantaneo, moderato godimento, lieta sopportazione d’effimeri mali!

A meno di improbabili accessi calvinistici, sembra un bel modo di vivere, anche se non si è più nel 1787 e l’Italia non è certo quella di allora. Ma ancora Goethe batte sul chiodo del binomio flemma contro fatica, che oggi è il binomio nord Europa contro Europa mediterranea, riscontrando negli italiani un’industriosità sommamente viva e accorta, al fine non già di arricchirsi ma di vivere senza affanni. Non è tutta una questione di Pil, diremmo oggi, ma di saper vivere bene pur mancando di sfarzo e avanguardie. Con una punta di orgoglio nazionale, per chiudere sul binomio di cui sopra, è lecito compiacersi del fatto che un ultratedesco come Goethe appunti:

cupa è l’idea che ci si fa in Italia del mondo oltramontano, anche a me tutto ciò che sta al di là delle Alpi appare tetro.

Bruciante passione di Goethe in Italia fu l’ammirazione della classicità, le vestigia di Roma e la gloria antica. Non fu certo il solo a subirla. Jorge Luis Borges, ancora negli anni Settanta, riteneva l’Italia l’Impero Romano e Roma, volente o nolente, la caput mundi che fu. Dopotutto la cultura che Roma produsse ed esportò, prendendo anche a prestito quella greca, si trasferì intrisa di cristianità al Medioevo europeo e di lì agli stati nazione che ne sorsero, fino alle Americhe. Questa fascinazione per l’Italia come unica superstite tangibile della Roma antica, culla della civiltà europea, è una costante nella storia. Dai primi viaggiatori del Cinquecento alle frotte di turisti che visitano Pompei e il Colosseo, in questo senso, poco è cambiato.

Di certo i visitatori odierni difficilmente sono come Goethe o Borges. Oggi si frequenta un posto da turisti, non da viaggiatori. Goethe sognò l’Italia fin da bambino e vi arrivò solo in età adulta, soggiornandovi per quasi un anno quando già conosceva lingua, storia, opere d’arte, culti, riti e miti. Era venuto a vedere tutto ciò con i pochi occhi, ad ascoltare la viva voce di un popolo che già frequentava su carta. Viaggi del genere in pochissimi potevano permetterseli. Oggi la necessaria democratizzazione del turismo permette spostamenti rapidi e fugaci ed è forse un bene ma, per dirla con Giorgio Gaber, la fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconia. A proposito di turismo di massa, Stendhal scrisse che Firenze è solo un museo pieno di stranieri: essi vi trasportano i loro costumi. Era il 1817.

Molti credono che l’Italia altro non sia che un immenso museo a cielo aperto; che oggi il frutto del genio italiano può solo essere osservato e rimpianto, mentre in tempi andati esso era attivo e figliava con tanto godimento. Un fondo di verità si trova in questa teoria: c’era senz’altro un’alta società capace di farsi ammirare da illustri visitatori stranieri, erano attivi teatri che inscenavano opere oggi consideriate classici imprescindibili, la società letteraria si movimentava ed esponeva, i prodotti della fantasia e dell’industria giravano il mondo forgiando il mito del made in Italy. Si fatica a ritrovare qualcosa di simile. Tuttavia alcune leggende andrebbero sfatate: già Stendhal, in Roma, Napoli e Firenze – visitò molte altre città –, notava con stupore che in Italia i nobili leggono pochissimo, figuriamoci i borghesi e i lavoratori comuni.

Quando Pasolini pose la lapide sulla società italiana come il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa – sia detto con un sorriso amaro – non aveva scoperto nulla: è sempre stato così. Ancora Stendhal testimonia che qui un uomo che fosse stato intelligente e capace lo avrebbe mostrato nei fatti, con i commerci, le tresche politiche e quelle amorose, non con la fantasia. La scrittura è sospetta tanto quanto è pericoloso pensare; pericoloso in tutti i sensi: all’epoca gli autori di saggi, tragedie, commedie (di romanzi neppure l’ombra) finivano in galera come niente fosse, accusati di eversione o spionaggio. I Berlusconi e i Briatore che si vantano di non aver mai letto alcunché non sono eccezioni nate ieri, duecento anni fa li avremmo trovati tali e quali. Così come avremmo trovati artisti squattrinati e talenti in disperazione. Si parla di proletariato intellettuale e di artisti sottopagati ma tali sono sempre stati, quando non lavoravano alla corte del principe o per il partito. La storia si ripete.

Cambiamo versante, nel peregrinare tra luoghi e tempi, tra i crinali delle virtù e le valli del vizio. Un’altra tirata comune è la mancanza di orgoglio nazionale e di senso del dovere, fatta eccezione per quando gioca l’Italia del pallone. Già Winston Churchill se la rideva, tra una boccata d’avana e un calice di champagne, motteggiando che gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre. Peccato che a Churchill stesso capitò una disavventura in quanto a onor di patria. Andò a visitare un quartiere di Londra distrutto, il giorno che venne bombardato dai tedeschi, e vi trovò un barbiere aperto tra le macerie sulla cui vetrina un cartello recitava business as usual, lo slogan coniato da Churchill stesso. Fiero e orgoglioso, il primo ministro mostrò il barbiere alla folla prendendolo ad esempio per l’intera nazione. Nessuno ebbe il coraggio di dirglielo, ma quel barbiere era Pasquale Esposito, napoletano.

Esposito viveva a Londra dal 1915 perché, barbiere su una nave da crociera inglese, scese al primo porto dopo la dichiarazione di guerra italiana, per paura di essere chiamato alle armi. Chi è l’eroe e chi il vigliacco? Chi il furbo e chi il fesso? In Italia, da sempre, sono la stessa persona. Quanto al senso del dovere, per rispettarlo bisogna che un dovere ci sia, dunque che vi siano valori condivisi, moralità salda e Stato forte. Non è facile incontrarli nella storia nazionale degli ultimi secoli, non a caso Stendhal ci racconta che

su centocinquanta azioni (…) il milanese fa centoventi volte ciò che gli piace proprio in quel momento. Il dovere, sanzionato dall’infelicità che tien dietro al suo mancato rispetto, e opposto alla propria inclinazione attuale, a lui appare appena trenta volte su centocinquanta azioni.

Ma non è affare esclusivamente lombardo, ecco il fondo del carattere nazionale di questa estremità d’Italia: una puerilità appassionata. Questa gente conduce una vita dolcissima; mai l’idea del dovere si affaccia loro in mente. Si dirà che era il 1817, che tutto è mutato, ma la storia – non ci stanchiamo di ribadirlo – si ripete.

Manca il senso del dovere e forse non è un dramma, manca l’orgoglio nazionale e forse ce ne sarebbe un po’ bisogno. Una cosa che certo non manca è il patriottismo d’anticamera: guai a chiunque tocchi la propria regione o la propria città! Sempre Stendhal ci illumina definitivamente, sancendo che

questo popolo non è compatto. (…) Ogni città esecra le sue vicine e ne viene ricambiata con odio mortale. I sovrani ottengono dunque senza fatica il divide et impera.

La politica è sempre stata una disgrazia in Italia, non si è mai trovata coesione e unità d’intenti a livello nazionale dalla caduta dell’Impero Romano, qui il governo è sempre stato visto come un delinquente che ruba dai quindici ai venti milioni l’anno; sarebbe totalmente squalificato chi pretendesse di difendere i suoi provvedimenti; sarebbe atteggiamento ridicolissimo, e che nessuno capirebbe.

Non si fa che parlare di antipolitica e di populismo, forse sarebbe meglio rendersi conto che solo il Novecento è stato il secolo delle ideologie e della politica di massa, una piccola parentesi nella millenaria storia di questo paese. Il malcostume politico si riversa anche nell’economia: a quante vessazioni non è esposto un proprietario! Per essere proprietario in questo paese occorre avere un titolo e un grande nome. È sempre Stendhal che parla, due secoli fa. Non serve neppure commentare l’attualità delle sue considerazioni.

Proprio uno strano paese, il nostro. Ricco di arte quanto di malcostume, glorioso quanto meschino, superbo e goffamente tronfio. Qualcuno, non ricordo chi, disse che l’Italia è un paese ancora in piedi perché non saprebbe da che parte cadere. Forse proprio questa ne è la forza, rimanere a ondeggiare come una bellissima bandiera issata sul pennone dell’inconcludenza, sempre viva e splendente ma assolutamente inutile. Non si può sfuggire al proprio destino, l’Italia è radicalmente mutata rispetto a quella di due secoli e mezzo fa, eppure Goethe sembra andare a spasso per le nostre strade non più di ieri, quando scrive che

tutto ciò che mi circonda è pieno di nobiltà, è l’opera grande e rispettabile d’una forza umana concorde, il monumento magnifico non già d’un principe sovrano, ma d’un popolo. E se pur (…) il commercio langue e la potenza della Repubblica declina, nondimeno la sua grandiosa struttura e il suo carattere non cesseranno un istante di apparire all’osservatore degni di venerazione. Come tutto ciò che è provvisto di esistenza sensibile, anch’essa soggiace al tempo.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

«Pier Paolo Pasolini era spiato dall’ufficio stragi del Sid>>. Un libro chiede una nuova inchiesta sul caso

Pier Paolo Pasolini era spiato dall’ufficio D del Sid, il famigerato reparto dei servizi segreti militari che negli stessi anni stava inquinando e depistando le indagini sulla strage nera di Piazza Fontana. E poco prima di essere ucciso, il grande scrittore si scambiava lettere riservate con Giovanni Ventura, il terrorista di destra, legato proprio al Sid, che dopo l’arresto e mesi di carcere sembrava sul punto di pentirsi e aveva cominciato a confessare le bombe sui treni dell’estate 1969 e gli altri attentati preparatori della strategia della tensione. Un carteggio inedito, durato sette mesi, che ha portato l’intellettuale di sinistra a chiedere apertamente all’ex editore neonazista di uscire finalmente dall’omertà e raccontare tutta la verità sull’attentato che ha cambiato la storia d’Italia.

Sono passati esattamente 42 anni dalla morte violenta di Pasolini, assassinato nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. Per il brutale omicidio dello scrittore, regista e polemista scomodo, c’è un unico colpevole ufficiale: Pino Pelosi, 17enne all’epoca del delitto, condannato dal tribunale minorile a nove anni e sette mesi, scarcerato nel 1983, morto nel luglio scorso dopo una lunga malattia. I familiari, gli amici più stretti, gli avvocati di parte civile e molti studiosi sono sempre stati convinti, come gli stessi giudici di primo grado, che l’omicidio sia stato deciso da mandanti rimasti occulti ed eseguito da altri complici, probabilmente un gruppo di criminali legati alla destra eversiva, come lo stesso Pelosi aveva finito per confermare, tra molte reticenze (giustificate dalla paura di vendette anche sui parenti), in una celebre intervista televisiva alla Rai.

Ora un nuovo libro-inchiesta, firmato da Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, e da Andrea Speranzoni, avvocato e saggista, chiede ai magistrati di Roma di riaprire le indagini sull’omicidio Pasolini. Per approfondire nuove piste investigative, portate alla luce grazie alla digitalizzazione dell’enorme archivio del processo di Catanzaro su Piazza Fontana: tonnellate di carte rimaste sepolte dagli anni Settanta negli scantinati giudiziari, trasportate a Milano e a Brescia negli anni Novanta per far ripartire le inchieste sulle stragi impunite, e poi scannerizzate da una cooperativa di detenuti di Cremona. Con il risultato di rendere accessibili e ricercabili decine di migliaia di documenti perduti, dimenticati e in qualche caso del tutto inediti.

Il libro, “Pasolini. Un omicidio politico” (prefazione di Carlo Lucarelli, editore Castelvecchi) è stato presentato dai due autori ieri, giovedì 2 novembre nella sala Aldo Moro della Camera dei deputati, dove è atteso l’intervento dell’avvocato Guido Calvi, che come parte civile fu il primo a denunciare, insieme al collega Nino Marazzita, i possibili complici neri che terrorizzavano Pelosi. Paolo Bolognesi, che è anche deputato, è il primo firmatario della proposta di legge per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio Pasolini.

Negli atti dello storico processo di Piazza Fontana, in particolare, gli autori del libro hanno trovato documenti che provano l’esistenza di un fascicolo del Sid, protocollato con il numero 2942, intestato personalmente a Pasolini. Un dossier, finora ignoto, che comprova un’inquietante attività di spionaggio della sua vita privata e professionale, che mirava a scoprire, in particolare, cosa avesse scoperto negli ottantamila metri di pellicola utilizzati per realizzare il documentario «12 dicembre»: un filmato che sosteneva la tesi della «strage di Stato» quando gli apparati di sicurezza accreditavano ancora la falsa “pista rossa” degli anarchici milanesi.

L’esistenza e il numero di protocollo del dossier segreto su Pasolini è documentata, in particolare, da un’informativa del Sid, pubblicata integralmente nel libro, datata 16 marzo 1971 e indirizzata dagli agenti di Milano all’ufficio D di Roma: il reparto dei servizi destinato ad essere soprannominato “ufficio stragi”, dopo la scoperta che il suo capo, l’allora colonnello (poi generale) Gian Adelio Maletti, e il suo braccio destro, il capitano Antonio Labruna, invece di aiutare la giustizia facevano sparire le prove contro i terroristi neri. Al punto da fornire soldi e documenti falsi per far scappare all’estero e pagare la latitanza ai neofascisti ricercati dai magistrati di Milano.

Maletti e Labruna, entrambi affiliati alla P2, sono stati condannati con sentenza definitiva per il reato di favoreggiamento. Freda e Ventura sono stati proclamati colpevoli in tutti i gradi di giudizio per 16 attentati preparatori del 1969 e assolti in appello per la strage di piazza Fontana, per insufficienza di prove (e abbondanza di depistaggi). Il libro-inchiesta rivela che Pasolini era spiato anche dall’Ufficio Affari Riservati, il servizio parallelo che completava il lavoro sporco degli apparati deviati perseguitando gli innocenti anarchici milanesi.

Un’altra scoperta sorprendente è il ritrovamento, tra gli atti ora informatizzati del maxi-processo di Catanzaro, di un carteggio tra Pasolini e Ventura. Le prime notizie di queste lettere erano emerse grazie a un altro libro-inchiesta, firmato da Simona Zecchi (“Pasolini, massacro di un poeta”, pubblicato nel 2015 dalla casa editrice Ponte alle Grazie), che rivelava per la prima volta anche altri elementi di prova, come la foto di una seconda macchina sul luogo del delitto, diversa dall’auto dello scrittore (con cui Pelosi passò sul corpo della vittima prima di darsi alla fuga), le minacce subite dall’intellettuale antifascista poco prima dell’omicidio e il possibile collegamento con le sue indagini su piazza Fontana. Documentato anche dal carteggio finito agli atti dello storico processo sulla strage.

Nei primi mesi del 1975 lo scrittore riceve una lettera dal terrorista nero, allora detenuto, e decide di rispondergli. La corrispondenza prosegue per circa sette mesi. Ventura è in crisi, ha ormai firmato la cosiddetta “semi-confessione”, ammettendo le responsabilità sue e di Freda per tutti i 16 attentati preparatori (bombe all’università di Padova, in fiera e in tribunale a Milano, e su otto treni delle vacanze), che causarono decine di feriti. Poco prima, il 14 novembre 1974, Pasolini aveva firmato il famoso articolo, sul Corriere della Sera di Piero Ottone, che si apriva con queste parole: «Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti. (…) Io so. Ma non ho le prove (…)».

Nel carteggio, controllato dalla direzione del carcere, Ventura allude a verità inconfessabili, ma resta evasivo e reticente. Poco prima del suo omicidio, in una delle ultime lettere ora pubblicate nel libro-inchiesta, Pasolini lo invita personalmente a confessare tutto: «Gentile Ventura», gli scrive, «vorrei che le sue lettere fossero meno lunghe e più chiare. Una cosa è essere ambigui, un’altra è essere equivoci. Insomma, almeno una volta mi dica sì se è sì, no se è no. La mia impressione è che lei voglia cancellare dalla sua stessa coscienza un errore che oggi non commetterebbe più. (…) Si ricordi che la verità ha un suono speciale, e non ha bisogno di essere né intelligente né sovrabbondante (come del resto non è neanche stupida né scarsa)».

Il processo di primo grado per l’omicidio Pasolini si è chiuso con la condanna di Pino Pelosi «in concorso con ignoti»: i giudici del tribunale considerano assolutamente certa la presenza di altri assassini non identificati. In appello, su richiesta dell’allora procuratore generale, la sentenza cambia: Pelosi diventa l’unico colpevole. In questi anni gli avvocati di parte civile hanno cercato più volte di far riaprire il caso, ma senza risultati.

Ora il libro-inchiesta pubblica molti nuovi elementi di prova, tra cui le testimonianze, finora inedite, di alcuni abitanti dell’Idroscalo, che già nel 2010 hanno verbalizzato che quella notte nel luogo dell’omicidio non c’erano soltanto Pasolini e Pelosi, ma diverse altre persone. La speranza è che il nuovo vertice della procura di Roma, che sta facendo dimenticare la nomea della capitale giudiziaria come «porto delle nebbie», possa fare ogni sforzo per cercare verità e giustizia su un delitto di portata storica come l’omicidio di Pier Paolo Pasolini.

 

Fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/11/02/news/pier-paolo-pasolini-omicidio-riaprire-il-caso-1.313185?ref=fin

Loescher Editore pubblica “Per leggere i classici del Novecento”: un’antologia per scoprire i capolavori del nostro tempo

Per leggere i classici del Novecento è il titolo del nuovo volume della collana I Quaderni della Ricerca/Didattica e letteratura pubblicato da Loescher Editore, storica casa editrice di Torino. Il libro, a cura di Francesca Latini e Simone Giusti, raccoglie 22 saggi dedicati a testi novecenteschi, apparsi sulla rivista “Per Leggere” tra il 2001 e il 2016. Un’antologia unica nel suo genere, che colma l’assenza di contributi critici e filologici dedicati a prove letterarie recenti o addirittura contemporanee, e che rappresenta un’opportunità – a disposizione dei docenti di oggi e di domani – per scrutare con la giusta messa a fuoco opere che per la loro vicinanza cronologica rischiano di scomparire dal nostro orizzonte.

Nei saggi selezionati trovano spazio le analisi di prose liriche, racconti, poesie, poemetti in versi e persino di una canzone, a testimonianza della scelta dei curatori di allargare i confini della scrittura d’arte oltre i tradizionali testi ‘classici’ che, come ricorda Francesca Latini nell’articolo di apertura, Calvino definiva “quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”. Ed è proprio il desiderio di creare “le migliori condizioni” per i nuovi lettori alla base del volume, che affianca il Guido Gozzano di Invernale a maestri come Ungaretti, Montale e Fenoglio; e protagonisti della scena letteraria del XXI secolo del calibro di Giovanni Raboni, Andrea Zanzotto, Alda Merini, alle intense voci contemporanee di Milo de Angelis, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, per arrivare sino al cantautore Francesco Guccini.

Commentare un’opera – scrive nella Postfazione Simone Giusti – è un’attività tra le più artigianali che si trova a compiere lo studioso di letteratura, richiede di mettersi in ascolto del testo, tenendo sempre d’occhio il suo svolgersi nello spazio della pagina […] È un’opera di comprensione, di interpretazione e di valorizzazione che può essere compiuta solo attraverso una pratica di lettura puntuale del testo”. A partire da questa volontà, il nuovo Quaderno di Loescher Editore rivolge un appello al mondo degli studi umanistici e dell’insegnamento scolastico e universitario, per considerare la lettura come pratica indispensabile alla formazione dei docenti.

Un progetto editoriale che guarda a una scuola in cui insegnare non la letteratura, ma con la letteratura, usando le opere per costruire competenze linguistiche e culturali. “L’esperienza ‘mediata’ dalle opere della letteratura e, in generale, dalle storie, – prosegue Giusti – è libera e liberatoria, consente di ‘moltiplicare la vita’, di allenare l’empatia e di sviluppare l’‘immaginazione narrativa’. Un’esperienza che, esattamente come le esperienze reali, lascia tracce di sé nella memoria, preparando il terreno ad altre esperienze, tracciando piste per comportamenti futuri, aprendo la strada ad altre interpretazioni”. 

Per leggere I classici del Novecento si può ordinare in tutte le librerie (anche online) d’Italia; i docenti possono richiederlo agli agenti Loescher di zona. La Postfazione è online; sempre online è possibile consultare, in versione pdf, l’indice, l’introduzione e il primo capitolo.
QdR Per leggere i classici del Novecento – Indice

Invernale di Guido Gozzano – a cura di Nicoletta Fabio
Il maiale di Umberto Saba – a cura di Marzia Minutelli
Genova di Dino Campana – a cura di Paolo Giovannetti
Stralcio e Perdóno? di Clemente Rebora – a cura di Matteo Giancotti
Dove la luce di Giuseppe Ungaretti – a cura di Francesca Latini
La vite e A Carlo Tomba di Camillo Sbarbaro – a cura di Simone Giusti
Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale – a cura di Tiziano Zanato
L’Appennino di Pier Paolo Pasolini – a cura di Francesca Latini
L’avventura di uno sciatore di Italo Calvino – a cura di Giovanni Bardazzi
Un altro muro di Beppe Fenoglio – a cura di Marco Gaetani
Ferro di Primo Levi – a cura di Anna Baldini
Pensieri di casa di Attilio Bertolucci – a cura di Fabio Magro
Falso sonetto di Franco Fortini – a cura di Davide Colussi
Amerigo di Francesco Guccini – a cura di Paolo Squillacioti
Laggiù dove morivano i dannati di Alda Merini – a cura di Marilena Rea
Periferia e Treni di Antonia Pozzi – a cura di Georgia Fioroni
Le ceneri di Vittorio Sereni – a cura di Rodolfo Zucco
Diffidare gola, corpo, movimenti, teatro di Andrea Zanzotto – a cura Marco Manotta
Ombra ferita, anima che vieni di Giovanni Raboni – a cura di Fabio Magro
L’ordine di Milo De Angelis – a cura di Marco Villa
Children’s corner di Valerio Magrelli – a cura di Claudia Bonsi
Le parentesi di Fabio Pusterla – a cura di Sabrina Stroppa

Libertà, ricerca e musicalità nella poesia di Amelia Rosselli

Un linguaggio frantumato e oscuro caratterizza l’appartata esperienza poetica di Amelia Rosselli che si distingue però per un’intonazione appassionata, rara nel secondo Novecento. Non può seguire studi regolari, costretta a trasferirsi con la famiglia dalla Francia all’Inghilterra, ma acquisisce una piena padronanza di tre lingue (italiano, francese e inglese); forse anche per questa sua formazione internazionale Amelia Rosselli risulta estranea alla tradizione italiana e continua senza sosta a coltivare l’idea precisa e dichiarata di una lingua poetica universale, come universale è la musica. In tal modo punta al cuore della sua personale ricerca e ne scandaglia l’esperienza sofferta nel corpo e nella psiche.

Traumatica deve essere stata la vita da “rifugiata” che iniziò a condurre sin dall’omicidio del padre Carlo Rosselli, esule antifascista, fondatore di Giustizia e Libertà e teorico del Socialismo Liberale, e del fratello di lui, Nello, assassinati da sicari fascisti. Amelia, nata nel 1930, ha appena sette anni ed è ovvio che questa vicenda la segni in maniera indelebile, come la segna il devastante rapporto con la madre Marion Cave. Viaggia tra l’Europa e gli Stati Uniti: «Non sono “apolide”» – precisava in un’intervista rilasciata a Spagnoletti, nel 1987 – «Sono di padre italiano e se sono nata a Parigi è semplicemente perché lui era fuggito […] perché era stato condannato per aver fatto scappare Turati. Mia madre lo aiutò a fuggire e quindi lo raggiunse a Parigi. […] Cosmopolita è chi sceglie di esserlo. Noi non eravamo dei cosmopoliti; eravamo dei rifugiati» (1987/2004, p. 9). Negli anni Sessanta si iscrive al Partito Comunista Italiano, mentre i suoi testi attirano l’attenzione, tra gli altri, di Pasolini e di Zanzotto. È Pasolini a presentare nel 1963, sulla rivista letteraria “Il Menabò”, diretta da Italo Calvino, una prima scelta di Variazioni belliche della Rosselli, preparazione all’edizione in volume dell’anno successivo, edito dalla Garzanti; è sempre Pasolini a definire la sua scrittura poetica come ‘scrittura di lapsus’: versi fatti di distrazione, caratterizzati da «una grammatica di errori nell’uso delle consonanti e delle vocali».

Soffiati nuvola, come se nello
stelo arricciato in mia bocca
fosse quell’esaltazione d’una
primavera in pioggia, che è il
grigio che ora è era appeso nell’aria…
… E se paesani
zoppicanti sono questi versi è
perché siamo pronti per un’altra
storia di cui sappiamo benissimo
faremo al dunque a meno, perso
l’istinto per l’istantanea rima
perché il ritmo t’aveva al dunque
già occhieggiata da prima.
(da Impromptu, 1981)

Amelia Rosselli e la malattia

Il tema dei lapsus, Pasolini aveva comunque precisato, «è un piccolo tema secondario rispetto ai grandi temi della Nevrosi e del Mistero che percorrono il corpo di queste poesie», quindi ne ridimensiona la rilevanza e individua nello stile di Amelia Rosselli una dimensione tragica e dissacrante, che unisce registro alto e basso, lingua del passato e del presente, trasversalità e scardinamento di regole e misure. Insomma, una scrittura pericolosamente libera. Disse bene, anni dopo, il critico Pier Vincenzo Mengaldo a proposito della lingua della Rosselli, definendola: «un organismo biologico, le cui cellule proliferano incontrollatamente in un’attività riproduttiva che come nella crescita tumorale diviene patogena e mortale». Il disagio esistenziale della Rosselli si riflette nella sua opera e sarà lei stessa a raccontare in forma di prosa poetica i suoi vent’anni di vita: il solitario arrivo a Roma, l’incontro con Rocco Scotellaro, in una relazione sempre rimasta ambiguamente in bilico tra l’amore e la grande amicizia. Poi la morte di lui e l’inizio di un periodo di oscuramento progressivo della memoria e della ragione, peregrinando fino alle campagne fangose di Matera in cerca del fantasma del perduto amico/innamorato morto. Quando Amelia Rosselli morì, l’11 febbraio 1996, gettandosi dalla finestra del suo appartamento romano di via del Corallo, si pensò che quel suicidio avesse posto termine a un lungo silenzio creativo, ulteriore dolorosa ferita in una vita segnata dalla malattia mentale. Una malattia che, come ha sottolineato il cugino, Aldo Rosselli, «fa parte della sua voce, della sua voce vera, della sua voce interna, ma anche esterna, quella delle sofferenze che ha affrontato nella vita».

In realtà in quel periodo Amelia Rosselli aveva appena ricominciato a scrivere, in inglese e in italiano, con il bilinguismo tipico della sua opera matura. Molti critici infatti, valutando la quantità di elementi di disagio, malinconia, depressione, nevrosi di cui le poesie sono colme, concordano nel sostenere che quello di Amelia Rosselli sia stato un suicidio, lentamente, gradatamente preannunciato nei suoi versi, con una particolarità ulteriore e singolare: Amelia Rosselli scelse di togliersi la vita l’11 febbraio, esattamente come la poetessa Sylvia Plath, autrice da lei tanto studiata e tradotta con passione. Sul suicidio di Silvia Plath, posto in relazione al rapporto con la madre, Amelia dice: “noi possiamo anche accusare la madre, non è certo la madre che deve essere ritenuta responsabile, ma la società, una società terapeuticamente ignorante, meccanicistica e, quello che è peggio, una società incosciente nel suo matriarcato di stampo capitalistico”.

ARIEL
di Sylvia Plath

Stasis in darkness.
Then the substanceless blue
Pour of tor and distances.
God’s lioness,
How one we grow,
Pivot of heels and knees! – The furrow
Splits and passes, sister to
The brown arc
Of the neck I cannot catch,
Nigger-eye
Berries cast dark
Hook –
Black sweet blood mouthfuls,
Shadows.
Something else
Hauls me through –
Thighs, hair;
Flakes from my heels.
White
Godiva, I unpeel –
Dead hands, dead stringencies.
And now I
Foam to wheat, a glitter of seas.
The child’s cry
Melts in the wall.
And I
Am the arrow,
The dew that flies
Suicidal, at one with the drive
Into the red
Eye, the cauldron of morning.

(traduzione di Amelia Rosselli)
Stasi nell’oscurità.
Poi gli azzurri insostanziali
Versano cime e distanze.
La leonessa di Dio,
Come uniti cresciamo,
Perno di tacchi e ginocchia! – Il solco
Si spacca e passa, sorella al
Bruno arco
Del collo che non posso fermare,
More dal negro occhio
Spargono cupi
Ganci –
Boccate nere di dolce sangue,
Ombre.
Qualcos’altro
Mi tira in aria –
Cosce, capelli;
Scaglie dai miei tacchi.
Bianca
Godiva, io mi sbuccio –
Mani morte, urgenze morte.
E ora io
Schiumo come grano, uno scintillio di mari.
Lo strillo del bambino
Si fonde nel muro.
E io
Sono la freccia,
La rugiada che giace
Suicidale, una con la spinta
Nel rosso
Occhio, la fucina del mattino.

Una lingua intellettuale, espressione del privato e dell’autenticità

L’inglese è per Amelia Rosselli territorio femminile/materno come apertura a spazi del ‘sentimento’, ma è anche una lingua intellettuale, una lingua che è acquisita e che le è più familiare nelle modulazioni di padri o madri elettivi, come Donne, Shakespeare, Joyce, Thomas, Cummings, Woolf, Dickinson, Plath e tanti altri. Questa condizione plurilinguistica di base, connaturata con le difficili esperienze vissute, costituisce la radice antropologica delle poesie della Rosselli, che, in un saggio nel 1962, Spazi metrici, ha così dichiarato: «la lingua in cui scrivo di volta in volta è una sola, mentre la mia esperienza sonora logica e associativa è certamente quella di molti popoli, e riflettibile in molte lingue». Per Amelia Rosselli la poesia è il terreno su cui si scontrano due opposti aspetti del linguaggio: da un lato, il linguaggio è espressione del privato, dell’autenticità, dell’interiorità; ma dall’altro lato, non appena esso entra nel circolo della comunicazione sociale, diventa falso. Il suo punto di forza è la competenza musicale che ha favorito nella Rosselli la ricerca di una nuova metrica, dove il valore fonico delle sillabe, delle vocali e delle consonanti, il ritmo della frase finiscono per prevalere sul significato e sulle forme consuete della lingua: questo comporta l’invenzione di parole, la polivalenza del significato, la presenza di metafore oscure che dicono le cose mentre le celano, e, non ultima l’esigenza che la poesia sia detta ad alta voce, ascoltata più che letta. Musica, ritmo, suono, contaminazione delle lingue, ricerca di sempre nuovi sensi da comunicare: forma e significato sono elementi altrettanto imprescindibili e altrettanto curati nel fare poetico di Amelia Rosselli.

L’opera Documento vede la luce con grande fatica nel 1976; ed è la testimonianza della crisi della poesia che non si configura più come ricerca dell’assoluto e di una forma in grado di decifrare il senso del mondo, ma come testimonianza della vita, che è il rovescio della poesia, quello che resta in assenza di poesia. Fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, Documento è del resto concepito e programmato come libro conclusivo.
Il testo che segue, profondamente attuale, appartiene alla serie Variazioni (1960-1961):

Contiamo infiniti cadaveri

Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l’ultima specie umana.
Siamo il cadavere che flotta putrefatto su della sua passione!
La calma non mi nutriva il solleone era il mio desiderio.
Il mio pio desiderio era di vincere la battaglia, il male,
la tristezza, le fandonie, l’incoscienza, la pluralità
dei mali le fandonie le incoscienze le somministrazioni
d’ogni male, d’ogni bene, d’ogni battaglia, d’ogni dovere
d’ogni fandonia: la crudeltà a parte il gioco riposto attraverso
il filtro dell’incoscienza. Amore amore che cadi e giaci
supino la tua stella è la mia dimora.
Caduta sulla linea di battaglia. La bontà era un ritornello
che non mi fregava ma ero fregata da essa! La linea della
demarcazione tra poveri e ricchi.

La dedizione dell’autrice alle passioni forti

Qui Rosselli piange il limite umano di fronte al male. Versi liberi, che hanno però una certa costanza ritmica, per quanto estranea alla metrica italiana tradizionale. Sullo sfondo di un mondo di stragi, lotte e “fandonie”, l’autrice afferma la sua dedizione alle passioni forti e autentiche, la volontà di non piegarsi ai mali e alle mistificazioni sociali, la fedeltà a una “bontà” che la relega inevitabilmente tra i “poveri”. Questa affermazione non è affidata solo al senso delle parole, ma più alla struttura formale della poesia che si presenta come un flusso traboccante di emozioni e di idee, apparentemente incontrollato. Più che dichiarata, la passione è in atto, in un tono esclamativo, e insieme ritmato come una litania, attraverso le insistenti ripetizioni. Tutto questo sembra scaturire da un livello psichico profondo, primitivo, che non può parlare una lingua ordinaria: la Rosselli svolge continuamente le regole della comunicazione normale con le volute goffaggini della lingua (“su della”, “la crudeltà a parte il gioco”, “ero fregata da esso”), con gli scarti fra lingua letteraria (“la sua stella è la mia dimora”) e volgare (“non mi fregava”) come chi si sforzasse di balbettare una lingua mal conosciuta. Il fatto che la Rosselli fosse stata educata in francese e in inglese ha una sua rilevanza, ma nel senso che questo le dava una particolare sensibilità linguistica, non nel senso che non fosse in grado di scrivere in italiano normale.

Amelia Rosselli possiamo leggerla in tanti modi, ma sarebbe riduttivo leggerla esclusivamente come una scrittura privata, anche se non si può scindere dalla propria interiorità e dalla modalità espressiva che per lei erano fondamentali. Tema ricorrente nella lirica della Rosselli è lo scontro tra la sua sofferenza esistenziale e l’indifferenza e la superficialità altrui; è uno scontro che si riflette nella sua opera di poetessa come ricerca di continua sperimentazione formale. La scrittura si propone al tempo stesso come denuncia della propria pena, la cui violenza è trasmessa dalla forzatura della lingua, e come tentativo di trasferirla in schemi geometrici e musicali. Va perciò detto che il disagio individuale di Amelia Rosselli riflette un disagio storico di portata epocale e che la poetica, fortemente innovativa nelle forme e dai toni profondamente dolorosi della Rosselli è unica, nel panorama letterario italiano, per il senso che trasmette di un coinvolgimento emotivo totale nella parola, e perché dà vita ad alcuni dei momenti più alti della sperimentazione letteraria contemporanea.

 

Fonte:

Sulla poesia di Amelia Rosselli (di M. Allo)