Il bersaglio del momento: lo storico Alessandro Barbero

Alessandro Barbero è genericamente antipatico. Divulgatore, ha il tono del grillo parlante, del giullare di corte: sorride, pieno di sé, fiero del successo popolare. Incomprensibile. Affari suoi: basta cambiare canale. Nell’era dei vili, questa, invece, siamo in attesa che l’uomo di successo cada. Le mani che un attimo prima, becere, hanno applaudito, per mero riflesso, sono le stesse che inaugurano la lapidazione.

La frase pronunciata da Alessandro Barbero, per la cronaca, è questa:

“Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendano a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda”.

La domanda posta da Barbero è tradotta in affermazione: il titolo con cui l’intervista realizzata da Silvia Francia è stata pubblicata su “La Stampa” suona così: Le donne secondo Barbero “Insicure e poco spavalde così hanno meno successo”. Eppure, Barbero non ha detto proprio così. L’intervista è nata intorno a un pretesto, un ciclo di lezioni del prof Barbero sulle “Donne nella storia”, presso il grattacielo Intesa Sanpaolo a Torino: si parte da Caterina la Grande, si chiude con Nilde Iotti. Del resto, l’intervista è piuttosto modesta, soprattutto per le domande poste.

Sul punto espresso da Barbero – banale, per altro – ciascuno può pensarla come vuole: dargli ragioni, stare nel suo interrogativo o fottersene, credendo che quell’uscita sia una cretinata come un’altra. D’altronde, il prof – di norma carino, coccoloso, di sinistra (a Torino ha votato per Angelo d’Orsi, “autentica candidatura della sinistra”) – non è un legislatore, non è neanche un politico, non rappresenta altro che la propria opinione. Invece. Intorno alle opinioni – in forma interrogativa – di Barbero è montato un ‘caso’, di varia casistica, fomentato da femministe salottiere e mercanti del perbenismo.

Già, perché questo è il tempo in cui un po’ tutti gli intellettuali d’antan pigliano posizione – a novanta – contro la cancel culture, che coraggio, per promuovere però, dal seggio dei giornali di vaglia, il conformismo più allucinato. Così, per dire, Massimo Gramellini, ha fatto l’acido simpatico: “Non pensa, Barbero, che il titolare di una cattedra universitaria farebbe meglio a non frequentare il Bar Sport della battuta a tema libero…?”. Prima pagina del “Corriere della Sera”.

“La Stampa”, va da sé, non avendo evidentemente altro da dire ai suoi lettori, intorno alla frase di Barbero – pronunciata nell’ambito di un’intervista occasionale, non certificata in saggio né saggiata da uno studio o tradotta in legge – ha impalcato una specie di imbarazzante ‘inchiesta’ giornalistica, invitando alla lapidazione pubblica del prof un florilegio di firme, sussiegose, sottomesse al regno dell’egolatria. Secondo Dacia Maraini, per dire, a causa della frase di Barbero Rischiamo il razzismo di genere e di dimenticare secoli di oppressione.

Questo è il titolo del suo commento, che rischia, piuttosto, di offendere la nostra intelligenza, dimenticando secoli di logos, quando attacca con la solita pippa che “esiste una cultura dominante che ha sempre escluso le donne dai luoghi delle decisioni importanti, colpevolizzandole e denigrandole”.

Se Barbero dice delle cose odiose, non fatela troppo lunga: leggete altro. Un personaggio pubblico non esiste per pettinare le opinioni del pubblico pagante, non esita, piuttosto, a sconcertarle, a sconvolgerle, per essere un segno di contraddizione e di scandalo.

Le questioni dominanti, qui, sono due.

Primo. Non abbiamo più nulla da dirci. La notizia giornalistica si è ridotta a chiacchiera, ogni pretesto è buono per far chiasso, facciamo teologia su un’unghia rotta, impalchiamo inchieste intorno a una minchiata. Il senso delle altezze è del tutto scomparso, mirare alto dà vertigine: l’aristocrazia dei fatti – cosa conta e cosa no –, la potenzialità degli effetti, la curiosità di sfondare l’ignoto al posto di fecondare sempre e soltanto le solite quattro idee rifritte, rifatte. Basta vagabondare nella Rete, basta uscire di casa, passeggiare, sentire, il sentore della meraviglia è ovunque.

Secondo. Siamo circondati dagli avvoltoi del rancore. Incapaci di vedere la gloria, aneliamo, con ansia da sanguisughe, alla caduta, al macello. Siamo tutti piccoli cecchini che mirano all’errore altrui, al minimo inciampo, al microscopico difetto. Miseri giudici, ci attacchiamo alle miserie degli altri, le succhiamo, avidi, smistiamo giudizi, calcoliamo le frattaglie di un cadavere, comminiamo condanne, siamo concupiti dalla colpa, ci masturbiamo al cospetto del fallimento altrui.

Sfigati calvinisti, dimentichi che ogni ascesa è possibile come esito di molteplici cadute, che la gloria passa per l’assassinio delle opinioni condivise, è la conquista dell’autoritarismo dell’autorevolezza, spacchiamo il capello in quattro al posto di praticare lo scalpo, lanciamo anatemi sulle sciocchezze, confondiamo l’indimenticabile con il dimenticato. Che civiltà satura di avventatezza, insipida, quella che si fa grande sulle infermità del prossimo, invidiosa, grigia per eccesso di ricchezza, che non sa discernere il genio dall’infimo.

E poi, terzo, diciamocelo, c’è chi occupa indegnamente le prime pagine dei giornali che contano – che, effettivamente, non contano più nulla da tempo. Sul “Corriere della Sera”, per dire, giganteggiano i nani, i Gramellini, i D’Avenia – che al confronto di Gramellini è un Tommaso d’Aquino.

Gente lì per bonificare le tenebre, per placare le masse, a propalare rubriche che fungono da lassativo, per lassisti dell’intelletto, la candida cretinata come lasciapassare per la carriera. Il solito Pier Paolo Pasolini, ormai amuleto dei conformisti, su quello stesso giornale, qualche decennio fa, scriveva che

“I giovani italiani nel loro insieme costituiscono una piaga sociale forse ormai insanabile: sono o infelici o criminali (o criminaloidi) o estremistici o conformisti… I miei colleghi intellettuali si dichiarano quasi tutti convinti che l’Italia, in qualche modo, sia migliorata. In realtà, l’Italia è un luogo orribile”.

L’intellettuale è lì a dire l’orrore e l’orribile, non a titillare il rancore, a sostenere le ipocrisie rasoterra, vili. Il resto – le frasette estorte da Barbero, l’estorsione delle idiozie di chi si professa tutore delle diversità di massa – sono tutte cazzate.

 

L’intellettuale dissidente

‘Troppo tardi’ di Carlo Cassola. Le contraddizioni dell’animo umano secondo uno scrittore ormai dimenticato

È ormai caduto nel dimenticatoio Carlo Cassola, che ha vinto a suo tempo premi letterari importanti come lo Strega e il Bagutta. Non rientra ormai nei canoni letterari.

Gli italianisti a stento lo citano. Il suo nome ed i suoi romanzi sono caduti nell’oblio. Eppure negli anni ’60 e’ 70 aveva una grande popolarità e vasto consenso. Le sue opere avevano avuto notevole risonanza nel pubblico.

Come scrive Cassola  non è esatta l’equazione successo=demerito, ancora in voga oggi ed utilizzata da tanti critici letterari. Qualcuno però, soprattutto in Toscana, lo ricorda ancora Cassola. Recentemente la tratta ferroviaria Cecina-Saline, di cui aveva scritto in “Ferrovia locale” è assurta alla cronaca per delle iniziative culturali in memoria dello scrittore, che era nato a Roma ma toscano d’adozione, tanto è vero che aveva ambientato molti romanzi nell’entroterra pisano.

Cassola: uno scrittore dimenticato

Nel 2020 l’università Cattolica ha istituito un premio di laurea in memoria di Cassola. La biblioteca comunale degli Intronati di Siena ha allestito una mostra bibliografica in suo ricordo.

I letterati non sono mai stati benevoli con lui. Alcuni critici hanno visto nella sua narrativa il ritorno al grado zero della scrittura. Altri però hanno evidenziato l’influsso delle epifanie di Joyce. Cassola è stato uno scrittore coerente stilisticamente e politicamente.

I suoi libri erano letteratura ma erano anche best seller. La neoavanguardia lo accusò di essere la Liala del’63, ma lui con stile ed educazione andava a braccetto con Sanguineti.

Le critiche

Pasolini lo criticò perché i suoi libri erano un ritorno al realismo. Nei suoi romanzi non ci sono le tematiche comuni a tanta narrativa in auge all’epoca: la nevrosi, l’alienazione, l’incomunicabilità, l’inettitudine.

Erano tutti argomenti, considerati di primaria importanza per gli artisti. Lui si astiene da tanta intellettualità. Nel Novecento letterario il mondo ed anche la psiche sono costituiti da frammenti eterogenei e la verità umana si trova solo nel dettaglio.

La verità si fa puntiforme. I romanzi del ’900 sono i segni di una crisi profonda, tra tutti “L’uomo senza qualità” di Musil, “Oblomov” di Goncarov, “Auto da fé” di Canetti, “La cognizione del dolore” di Gadda, “La coscienza di Zeno” di Svevo. Ma di esempi se ne potrebbero fare altri.

Cassola amante delle vite comuni e quotidiane

Cassola invece privilegia il grigiore dell’esistenza, le vite comuni, connotate dall’insensatezza. Il poeta Carlo Bordini diceva che c’era della narratività nella sua poesia e della poesia nella sua narrativa.

Anche in Cassola in fondo troviamo una commistione di generi. Non c’è una prosa lirica, una prosa poetica, ma la poesia della quotidianità. Spesso sono narrati fattarelli insignificanti di personaggi umili e dimessi con un lessico comune. La trama è scarna, mai avvincente, mai ricca di colpi di scena.

I grandi eventi, la storia stanno molto spesso sullo sfondo. Eppure si percepisce la lunga mano sapiente di Cassola che orchestra e dirige tutto fin nei minimi dettagli: un grande narratore acuto e consapevole.

Nessuna traccia comunque di quelle che oggi chiameremo realtà aumentata o iperrealismo. L’acme della vita sta nei vagiti, negli orgasmi, nei rantoli. Ma nessuno sa con certezza quali sono gli istanti decisivi, i momenti topici del percorso.

Un anti-rivoluzionario

È anche questo che vuole dirci lo scrittore, che rimuove l’inconscio e non cerca mai di fare la rivoluzione: in vita sua ha già fatto la Resistenza e questo è più che sufficiente. Quindi non è mai stato velleitario né demagogo.

“Troppo tardi” è ambientato a Roma ai tempi del fascismo. Tratta di due fratelli adolescenti, Anna e Giorgio, abbandonati dal padre. I due hanno un rapporto ambivalente come si usa tra fratelli. La madre ha una mentalità comune, tiene molto al decoro piccolo-borghese. Vivono in una appartamento in affitto nel quartiere Prati.

I due vengono mandati a scuola, ma Anna decide di interrompere gli studi di stenografia perché è svogliata. Non sa quello che vuole. Alcuni giorni si veste per passare inosservata, altri giorni si veste in modo vistoso per attirare l’attenzione.

Troppo tardi: trame e contenuti

Il romanzo per la maggior parte è essenziale e dialogico. Nelle conversazioni tra ragazze si parla di questioni amorose, di confidenze. Anna è irrequieta, vorrebbe vivere “cento vite”.

Ma deve stare attenta perché basta accettare un invito in macchina da un medico per rischiare seriamente di venire abusata. Il dottore infatti la porta in campagna in un luogo appartato, ma lei riesce ad opporsi efficacemente.

Giorgio fa le sue congetture sulle ragazze. Cerca di trovare differenze di costume tra quelle che lavorano e quelle che studiano, pensa che le ragazze delle grandi città siano tutte poco serie: insomma pensieri e pregiudizi ricorrenti nei ragazzi di ogni generazione.

Cassola si fa sfuggire un commento, una osservazione amara, mette in bocca ai suoi personaggi una sentenza inoppugnabile: nella vita è solo questione di soldi, coi soldi si può essere generosi o farsi perdonare tutto. Su tutto prevale la cupidigia, il culto del denaro ed un’etica del lavoro, che se analizzata risulta riprovevole moralmente.

La trilogia di Mastronardi ad esempio  (“Il maestro di Vigevano”, “Il calzolaio di Vigevano”, “il meridionale di Vigevano”) è eloquente a riguardo, illustra chiaramente la grettezza e l’arrivismo della borghesia votata esclusivamente al profitto.

Ma quelli descritti da Cassola erano anche i tempi in cui una ragazza se usciva la sera e fumava le sigarette destava scalpore e scandalo nei perbenisti. C’era una ristrettezza di vedute all’epoca. Poco era consentito e molto era tabù.

Anna si sposa incautamente e frettolosamente con un avvocato di mezza età di Recanati, che ha conosciuto ad una festa. Eppure prima aveva conosciuto Ferruccio, amico di suo fratello, con cui c’era stata una amicizia affettuosa senza intimità.

L’unica affinità elettiva tra Anna ed il suo marito era che entrambi si annoiavano a quella festa. Il suo fratello si sposa senza pensarci troppo con l’incoscienza della gioventù.

Si può affermare che come i protagonisti di “Delitto e castigo” di Dostoevskij e di “I sotterranei del Vaticano” di Gide compiono l’omicidio assurdo allo stesso modo in questo romanzo i due fratelli compiono un gesto assurdo sposandosi entrambi in modo avventato. Ma la guerra inizia a trasformare le vite dei protagonisti.

Il marito di Anna va in guerra e di lui per diverso tempo non si hanno più notizie. Anna e  Ferruccio diventano amanti. Ferruccio si mette a fare il giornalista.  Giorgio perde l’impiego perché scoperto in combutta coi repubblichini.

A tratti il romanzo diventa concettuale, soprattutto quando Ferruccio, amante di Anna, decide che vuole fare lo scrittore, decide di spendere gran parte del suo stipendio in libri ed allora vengono fatte delle riflessioni intellettuali sui romanzi del Novecento. La digressione però non annoia.

Il marito di Anna ritorna e chiede la separazione. Ferruccio poi capisce di non amare più Anna perché si invaghisce di una ragazza molto più giovane.

Le contraddizione dell’animo umano sullo sfondo del fascismo

Cassola si dimostra  maestro a rivelare le contraddizioni dell’animo, ormai insanabili dei suoi personaggi. In fondo se i lettori dell’epoca si appassionavano per le vicissitudini  narrate nei suoi libri qualche motivazione più che plausibile c’era, ovvero il fatto di essere letteratura di consumo di alta qualità per quei tempi.

Infine come nel romanzo “L’antagonista”, che Cassola considerava la sua miglior opera, anche qui c’è un duello a distanza tra due maschi, che si contendono una donna.

Ricapitolando e facendo una breve sintesi dei romanzi italiani sul nazifascismo e sulla seconda guerra mondiale abbiamo:

  • Uomini e no” di Vittorini: la Resistenza a Milano e la rappresaglia dei tedeschi
  • La storia” della Morante: romanzo corale, crudo, ambientato a Roma, criticato anche per la descrizione della crudezza della Resistenza
  • Il giardino dei Finzi Contini” di Bassani : la condizione degli ebrei a Ferrara
  • “Se questo è un uomo” di Primo Levi: il lager
  • “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi: il confino
  • Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino: la Resistenza vista con gli occhi di un bambino
  • Il partigiano Johnny” di Fenoglio: la presa di Alba e la Resistenza nelle Langhe
  • Lessico famigliare” della Ginzburg: l’attività antifascista e gli intellettuali antifascisti
  • La polvere sull’erba” di Bevilacqua: il triangolo rosso in Emilia
  • Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern: la ritirata in Russia
  • La ragazza di Bube” di Cassola: ex partigiano che uccide il figlio di un carabiniere
  • Il clandestino” di Mario Tobino: la lotta partigiana in Versilia
  • L’ombra delle colline” di Arpino: l’uccisione di un tedesco da parte di un bambino
  • L’Agnese va a morire” di Renata Viganò: la staffetta partigiana
  • La casa in collina” di Pavese: la fuga e il rifugio dai bombardamenti nazisti
  • Troppo tardi” di Cassola: la storia di un fratello, di una sorella e dei suoi due amori ai tempi del fascismo e della guerra.

 

Di Davide Morelli

 

 

 

 

 

Pasolini: smettiamola di mitizzarlo e strumentalizzarlo!

2 Novembre 1975. Pasolini viene assassinato vicino ad un campetto di calcio all’idroscalo di Ostia. Riceve percosse, bastonate e agonizzante viene travolto più volte con la sua stessa auto. I capelli intrisi di sangue. Le tracce di pneumatici segnano la sua schiena. Le dita della mano sinistra fratturate.

Dieci costole fratturate. Il cuore scoppiato. E’ irriconoscibile, tant’è vero che la donna che scopre il suo cadavere ed avverte la polizia di primo acchito aveva pensato che fosse un sacco di stracci.

Muore quella notte uno dei più grandi intellettuali dell’epoca. Non solo, ma anche uno degli intellettuali più scomodi che la letteratura del ’900 possa annoverare.

Cosa rappresenta Pasolini oggi

Oggi a molti anni dalla sua scomparsa sarebbe l’ora di smettere di demonizzarlo o al contrario di mitizzarlo per cercare nel modo più obiettivo di valutare la portata del suo testamento e di analizzare il suo iter creativo.

E’ stato ammazzato e quindi potremmo mitizzarlo quanto vogliamo, diranno i più. Non sappiamo ancora chi è stato veramente e soprattutto quanti sono stati, però sappiamo sicuramente chi è stato a linciarlo quando era in vita, diranno altri: è stata quella borghesia, che secondo Pasolini non era una classe sociale, ma una vera e propria malattia, una serpe covata nel seno della società italiana.

A tal riguardo Moravia lo aveva già detto che la borghesia italiana era capace di tutto; bastava volgersi indietro e constatare le responsabilità effettive del ceto borghese nella controriforma e nel fascismo.

Il suo omicidio “irrisolto” è una ferita ancora aperta nella società civile, dirà il presidente dell’Arcigay. Mitizzare o sacrificare laicamente Pasolini, si perdoni l’ossimoro, significhi togliere ai più la possibilità di conoscere le sue opere, anche se certamente questo tipo di operazione lo rende maggiormente popolare.

Mitizzarlo significa considerarlo un fenomeno da baraccone e diffondere una conoscenza sempre più vaga del suo pensiero e delle sue opere ed è inutile “pubblicizzarlo” come personaggio e riempirsi la bocca di ipotesi più o meno plausibili sulla sua morte, quando invece a molti anni dalla sua morte il poeta e lo scrittore Pasolini non fanno ancora parte dei programmi ministeriali della letteratura italiana delle superiori.

Omicidio “irrisolto” si diceva. Sarà Pino Pelosi ad essere condannato per questo omicidio. Ma molte cose non saranno mai chiarite definitivamente.

Pasolini; delito politico?

Sono in molti ad ipotizzare una pista politica. Il potere perciò avrebbe ucciso il poeta friulano perché dentro di sé sentiva sempre la necessità di dire la verità o quantomeno la sua verità in un paese di intellettuali cortigiani, che stavano sempre dentro il palazzo.

Pasolini non era cortigiano e per essere cortigiani non significava necessariamente essere dei fascisti, né dei reazionari, né dei liberali in un dopoguerra in cui si registrava un’egemonia culturale della sinistra.

Pasolini era comunista, ma era stato espulso dal partito per delle accuse infondate (per i fatti di Ramuscello per cui venne assolto dal giudice) e per l’omofobia di quegli anni del partito [nota dell’agenzia Fert il 14 Luglio 1960: “La Fert apprende che l’on. Togliatti ha rivolto ai dirigenti dei settori culturali e stampa del partito l’invito ad andare cauti con il considerare Pasolini un fiancheggiatore del partito e nel prenderne le difese. L’iniziativa di Togliatti che riscontra molte contrarietà, parte da due considerazioni. Togliatti non ritiene, a suo giudizio personale, Pasolini un grande scrittore, ed anzi il suo giudizio in proposito è piuttosto duro. Infine, egli giudica una cattiva propaganda per il Pci, specialmente per la base, il considerare Pasolini un comunista, dopo che l’attenzione del pubblico, più che sui romanzi dello scrittore, è polarizzata su talune scabrose situazioni in egli si è venuto a trovare fino a provocare l’intervento del magistrato………”].

Maestro del pensiero della sinistra italiana?

Solo dopo la sua morte è stato compreso che Pasolini aveva dei meriti culturali indiscussi e che doveva essere considerato legittimamente uno dei maestri di pensiero della sinistra italiana perché come dichiarò Moravia fu il primo poeta a realizzare una poesia civile di sinistra, una poesia senza la retorica ed il trionfalismo di Foscolo, Carducci, D’Annunzio.

Pasolini aveva iniziato la sua carriera letteraria con la pubblicazione di “Poesie a Casarsa”, liriche osteggiate dal fascismo, che difendeva strenuamente l’italiano e non voleva ammettere a nessun costo l’esistenza di dialetti e particolarismi locali.

Va ricordato a tale proposito che a causa del regime il grande critico letterario Gianfranco Contini pubblicò la sua recensione sull’opera, da cui era rimasto favorevolmente colpito, non su “Primato“, ma sul “Corriere di Lugano”, giornale svizzero. Raggiunse la notorietà nell’ambito della poesia con “Le ceneri di Gramsci” [1957], costituite da undici poemetti, che dopo la “scoperta di Marx” nell’ultima sezione de “L’usignuolo della chiesa cattolica” facevano i conti con l’eredità lasciata appunto da Gramsci, le cui ceneri si trovavano nel cimitero degli inglesi a Roma.

Questa raccolta poetica testimoniava la coscienza infelice dei comunisti italiani in un periodo travagliato sia per la condanna di Stalin al XX Congresso del Partito Comunista Sovietico sia per i tristi fatti d’Ungheria. Nelle raccolte poetiche “Le ceneri di Gramsci”, “La religione del mio tempo” e “Poesia in forma di rosa” farà la sua comparsa il mondo proletario, nonostante ciò questi componimenti non desteranno nessun scandalo come la narrativa pasoliniana, perchè scritti in un italiano letterario e non nel gergo romanesco della malavita, come in “Ragazzi di vita” e in “Una vita violenta”.

Compaiono spiazzi assolati dove sciami di pischelli rincorrono un pallone, giovani sorridenti e sporchi in sella ai motorini a rincorrere disperatamente la vita, tuguri fatti di calce, autobus affollati, operai dalle canottiere intrise di sudore, garzoni che canticchiano spensierati al lavoro.

Anche nei lungometraggi pasoliniani verrà narrato il mondo sottoproletario degli anni ’50-60, però questa mondo non verrà solo descritto, ma anche trasfigurato con l’ausilio di citazioni pittoriche (Caravaggio, Mantegna, Masaccio). Intendiamoci: nonostante questa originalità del suo “cinema di poesia” [come lo definirà lui stesso in “Empirismo eretico”] la ricerca espressiva del cineasta sarà tutta tesa verso la realtà perché per l’intellettuale era l’unico ambito in cui poteva confrontarsi con le miserie e gli splendori di quel mondo, in cui poteva relazionarsi all’altro.

Per Pasolini i ragazzi di vita non hanno una coscienza di classe, non hanno una religione e sono fuori dalla storia. Non hanno nessuno che possa far valere i loro diritti perché per il poeta la chiesa è il cuore spietato dello stato ed anche i politici di nessuno schieramento vogliono rappresentarli.

Riguardo alla chiesa come cuore spietato dello stato nel 1958 scrive la poesia “A un Papa” [da “Umiliato e offeso” (epigrammi)]:

“Bastava soltanto un tuo gesto, una tua parola,/ perché quei tuoi figli avessero una casa:/ tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola./ Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un’onda/ immensa che si rifrange da millenni di vita/ ti separava da lui, dalla sua religione ma nella tua religione non si parla di pietà?/ Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,/davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili./ Lo sapevi, peccare non significa fare il male:/ non fare il bene, questo significa peccare./ Quanto bene tu potevi fare ! E non l’hai fatto:/ non c’è stato un peccatore più grande di te”. E riguardo ai politici Pasolini nella lirica “Terra di lavoro” [da “Le ceneri di Gramsci”] scrive: “….Gli è nemico chi rende/ grazie a Dio per la reazione del vecchio popolo, e gli è nemico/ chi perdona il sangue in nome/ del nuovo popolo…”.

L’unica consolazione della loro miseria è solo ed unicamente il sesso; solo il sesso comprato a buon mercato per un quarto d’ora può dare al giovane borgataro come al padre di famiglia l’illusione del possesso.

Il compagno scomodo del PCI

Pasolini era un compagno scomodo del Pci, sempre pronto a levare la sua voce contro un partito che a suo avviso si stava istituzionalizzando ed i cui vertici si stavano imborghesendo.

Non va dimenticato che, nonostante il poeta si dichiarasse marxista, negli ultimi anni della sua vita guardò con simpatia alla sinistra americana progressista, così come non bisogna dimenticare la sua opera “Passione ed ideologia”, in cui questi due termini mai si contrappongono, si confondono e si compenetrano, ma nella quale piuttosto è la passione ad essere conditio sine qua non dell’ideologia.

Pasolini oltre ad essere un grande poeta ed un grande scrittore era anche un intellettuale lucido e disincantato, le cui analisi e riflessioni originavano da un senso critico ineguagliabile. La sua visionarietà d’artista era tale da portarlo a prevedere con vent’anni di anticipo gli sviluppi della società italica.

Per uno come lui uniformarsi ai dettami ed alle restrizioni del partito comunista di allora sarebbe equivalso a rinnegare la sua passione ed il suo impegno politico. Non solo, ma aveva anche una onestà intellettuale esemplare. Si pensi solo al fatto che, pur essendo una star televisiva, criticava l’omologazione dovuta a suo avviso ad opera della televisione e che sapendo di entrare nelle case di tutti gli italiani nelle trasmissioni televisive a cui prendeva parte non era mai volgare né provocatorio ed addirittura si autocensurava spesso, come ebbe lui stesso modo di dire.

Ci si ricordi che più volte dichiarò -lui che era noto al grande pubblico anche per il suo presenzialismo nel piccolo schermo- che la televisione instaurava un rapporto asimmetrico tra personaggio televisivo e spettatore del tipo superiore/inferiore, ma che in un linguaggio più moderno potremmo anche definire del tipo comunicatore/ricevitore passivo.

Il suo fu sempre un marxismo critico nei confronti del comunismo ufficiale ed ortodosso. Da intellettuale marxista non si scagliava come prevedibile solo contro la piccola-borghesia, ma anche contro quel conformismo di sinistra, che giorno dopo giorno era stato fagocitato dall’egoismo, dal moralismo, dall’incultura di un benessere economico, così rapido da aver trasformato nel giro di pochi anni completamente il Paese.

Ma lo scrittore non criticava solo l’applicazione del marxismo, ma poneva l’accento anche sulle contraddizioni interiori dei marxisti e sulla crisi del marxismo. Pasolini l’aveva intuito che in un paese profondamente cattolico come l’Italia per ogni comunista la coscienza era marxista e l’esistenza invece borghese.

Ne “Le ceneri di Gramsci” scriveva: “…e se mi accade/ di amare il mondo non è che per violento/ e ingenuo amore sensuale/ così come, confuso adolescente, un tempo/ l’odiai; se in esso mi feriva il male borghese di me borghese….”. Si noti proprio questa ultima espressione: “se in esso mi feriva il male borghese di me borghese”.

Ma se molti avevano cercato di risolvere la questione cercando di coniugare comunismo e cattolicesimo (da qui il cattocomunismo), l’intellettuale friuliano ebbe il merito di essere uno dei pochi che cercò di unire la vera essenza del cristianesimo, ovvero una religiosità che pervadeva in ogni frangente ogni suo sguardo sul mondo, ed un marxismo colto e consapevole che il neocapitalismo aveva mutato totalmente il volto alle cose, al punto che la struttura economica sembrava aver inglobato qualsiasi tipo di struttura ideologica ed essersi tramutata in una sovrastruttura anch’essa: l’unica sovrastruttura.

Tutto queste senza enfasi e senza mistificazioni di nessuna sorta. Ecco spiegato allora perché nelle analisi pasoliniane il partito comunista veniva considerato facente parte del Potere e perciò mai esentato dalle critiche.

Come ebbe modo di dire il politico comunista Edoardo D’Onofrio: “Pasolini non nasconde la verità per carità di partito…”. Il poeta però non rinunciava alla sua fede politica, pur non credendo più nella rivoluzione né in nessuna palingenesi della società.

Pasolini con tutte le sue anomalie e divergenze era un comunista e lo dimostra ad esempio il suo lavoro di critico militante nella rivista “Officina”, che diresse con Leonetti e Roversi, ed in “Nuovi argomenti”, che invece diresse con Moravia.

Almeno durante il periodo de “La scoperta di Marx” per l’intellettuale l’essere sociale determinerà la coscienza, la letteratura sarà sinonimo di prassi sociale e la coscienza verrà considerata in ottica leninista come il riflesso della realtà.

Esprimersi o morire o essere inespressi e immortali

D’altronde Pasolini non poteva che essere comunista perché in quegli anni le strade percorribili a livello filosofico erano tre: credere nel marxismo e quindi ritenere che la causa dei mali della società fossero il plusvalore e l’alienazione, schierarsi contro il nichilismo e quindi abbracciare i sistemi di pensiero di Spengler, Junger, Heidegger, oppure rivolgersi al personalismo ontologico, alla democrazia cristiana.

Pasolini per la sua aspirazione all’uguaglianza e per la sua vocazione al realismo piuttosto che allo spirito non poteva che scegliere la via marxista. Naturalmente ho scartato per ovvie ragioni l’esistenzialismo perché, laddove gli esistenzialisti vedevano l’angoscia nella scelta, il poeta vedeva la speranza e la possibilità della scelta. Infatti scrisse: “O esprimersi e morire o essere inespressi ed immortali!”; volendo dire che finchè si è in vita la nostra esistenza fortunatamente non ha soluzione di compiutezza e di continuità perché è aperta ad ogni possibilità, mentre solo la morte fa chiarezza, permette una sintesi di ciò che è stato, sceglie gli episodi significativi e memorabili di una vita umana.

Essere inespressi significa quindi avere opportunità di scelta e perciò essere vitali. Per Pasolini morte significa compiutezza e compiutezza significa morte. Questo per il nostro era vero sia nel significato letterale che nel significato metaforico. Pasolini, sebbene eretico, a tratti sarà condizionato fortemente dall’influsso dell’estetica marxista e dal fascino delle teorie del grande critico letterario G.Lukacs.

Infatti scriverà un dramma borghese solo e soltanto nel 1968, cioè “Teorema”. In questa opera un ospite di bell’aspetto getterà scompiglio in una ricca famiglia industriale milanese e scardinerà i codici borghesi del decoro, della rispettabiltà e della morigeratezza.

Riguardo al suo rapporto con il comunismo Pasolini in “Uccellacci e uccellini” farà dire al corvo: “Non piango sulla fine delle mie Idee, che certamente verrà qualcun altro a prendere la mia bandiera e a portarla avanti ! Piango su di me……”.

La pista politica

Chi ipotizza la pista del delitto politico non ha certo in mente il potere comunista di quegli anni, ma i neofascisti oppure i democristiani, che sarebbero stati mandanti dell’assassinio, utilizzando i fascisti come puri esecutori materiali. Esistono sicuramente degli elementi per avvallare questa tesi.

Era un poeta, uno scrittore, un polemista, un regista noto al grande pubblico. Possedeva una grande capacità comunicativa, non si chiudeva in una torre di avorio né si perdeva nel settarismo e nell’intellettualismo, fenomeni così diffusi tra gli intellettuali dell’epoca.

Dava fastidio non solo per la contaminazione dei generi, ma anche per il suo sperimentalismo in tutti i campi, per la frequentazione assidua di tutti i generi: dalla poesia, al romanzo, dal giornalismo al cinema, dall’inchiesta sociologica alla polemica televisiva.

Se aveva iniziato con la poesia in dialetto friulano e con la poesia civile in una forma metrica tradizionale (ci si ricordi l’uso delle terzine) si era successivamente rivelato un uomo contro in tutte le altre sue opere, tant’è che subì nel corso della sua vita ben 30 processi.

Le accuse di vilipendio e pornografia

Spesso le accuse erano di vilipendio alla religione e di pornografia. Probabilmente la difesa migliore a queste accuse è stato un intervento del poeta stesso dal titolo “La pornografia è noiosa”, nel quale sostiene che nonostante il degrado e la sottocultura di coloro che guardano opere pornografiche, tuttavia bisogna considerare che sono milioni di persone e che anche se fossero tutte persone depravate non è certo eliminando la pornografia che si eliminerebbe la loro depravazione; la loro depravazione repressa potrebbe anche sfociare in qualcosa di diverso e di più pericoloso socialmente; inoltre per il nostro il problema non è tanto nel numero più o meno consistente dei fruitori, né della repressione o meno del fenomeno, ma dell’incapacità o della malafede di coloro che non distinguono tra opera d’arte provocatoria e opera pornografica.

Se oltre a leggere le opere di Pasolini ci mettessimo anche a rileggerle e a meditare attentamente su di esse ci rendiamo conto che in ognuna ci lasci intravedere le sue potenzialità inespresse.

Salta subito all’occhio che debba ancora dare il meglio di sé e che ogni sua opera sua eternamente incompiuta, volutamente lasciata a metà. Da Pasolini molti si aspettavano un’opera folgorante, che aprisse un mondo ed invece in molti rileggendo i suoi lavori si sono accorti che la globalità ed il corpo organico dell’insieme delle sue opere erano il vero e proprio capolavoro. Da lui tutti si aspettavano un Libro Totale.

La mutazione antropologica transnazionale

La televisione, il cinema, i rotocalchi, la moda sono gli agenti primari dell’omologazione giovanile. La televisione soprattutto è la più deleteria da questo punto di vista. I giovani aderiscono biecamente e ciecamente ai modelli propinati dal piccolo schermo e dai suoi palinsesti. Pasolini aveva già intuito questo aspetto.

“La mutazione antropologica” transnazionale, i cui dettami e le cui variazioni indicano i gusti, i modelli di comportamento, gli stili di pensiero, è fissata ciclicamente dai mass media. Modelle filiformi e longilinee, attori dal corpo scultoreo, ripresi dai cineasti della pubblicità, inducono i giovani ad un confronto spietato con il proprio corpo ed il proprio volto. Sempre più frequentemente inducono i giovani ad operazioni di chirurgia estetica (lifting, silicone, etc etc) oppure a diete forzate ed ossessive.

Pasolini e i giovani

Nei casi meno preoccupanti i giovani si sottopongono a spossanti ore di body-building per avere un fisico degno di considerazione per i propri coetanei. Magari per avere lo sguardo terso e cristallino di questo o quell’attore si mettono le lenti a contatto azzurre, altri per avere un colorito mediterraneo, una tintarella estiva tutto l’anno si sottopongono ad ore di lampada.

Ma nei casi limite? E’ forse un caso che in questi anni rispetto al passato c’è stato un aumento impressionante di casi di anoressia e di bulimia tra le ragazze? Ogni giovane immagina ogni sorta di accorgimento estetico per rendersi più piacevole alla vista dei coetanei, per avere il loro consenso, per non essere “out”.

Esiste un edonismo ad immagine e somiglianza dell’omologazione (dato che tutti cercano di migliorarsi esteticamente, prendendo come modelli i protagonisti del mondo di celluloide, i personaggi televisivi, i vip che fanno tendenza). E per edonismo intendo un nuovo tipo di edonismo. Non quello di Sardanapalo, non quello dei personaggi di Rabelais né quello dei vitelloni di Fellini.

Il culmine dell’edonismo (ossia ricercare il piacere ed evitare il dolore) in questa generazione di giovani è l’apparire: il piacere di apparire belli e prestanti di fronte agli altri. Se per altre generazioni apparire belli era un mezzo per avere altri tipi di piacere (ovvero avere più opportunità ad esempio per un uomo di fare più sesso) oggi il mezzo è diventato il fine: il narcisismo fa da padrone su tutti gli altri piaceri della vita.

Piacere agli altri diventa il modo più rassicurante e confortevole di piacere a se stessi (e da ciò si desume la grande insicurezza dei giovani d’oggi), mentre la maturità consisterebbe nell’accettare prima sé stessi e poi accettare coscientemente il giudizio degli altri. Può sembrare paradossale, ma è così: se continuiamo di questo passo la bellezza non avrà più valore. La bellezza della natura viene deturpata dall’industrializzazione e dall’abusivismo edilizio, la bellezza dei monumenti dai vandali e la bellezza fisica non esisterà più. Pasolini accusava anche la Dc della distruzione paesaggistica ed urbanistica dell’Italia e di intrallazzare con industriali e banchieri.

L’omosessualità come nemico

L’omosessualità di Pasolini non poteva essere adoprata dai potenti di turno come mezzo di ricatto per zittirlo o almeno indurlo ad essere più accomodante. La sua diversità sessuale era stata origine di sensi di colpa e di angoscia nella giovane età, però successivamente Pasolini aveva accettato questa parte di sé stesso.

Nell’adolescenza e nella giovinezza certamente la scoperta della sua diversità era stata un dramma. In una lettera inviata all’amica Silvana Ottieri fine anni ’40 scriveva: “E’ una cosa scomoda, urtante e inammissibile, ma è così; e io, come te, non mi rassegno…..io ho sofferto il soffribile, non ho mai accettato il mio peccato, non sono mai venuto a patti con la mia natura e non mi ci sono neanche abituato. Io ero nato per essere sereno, equilibrato e naturale: la mia omosessualità era in più, era fuori, non c’entrava con me. Me la sono sempre vista come un nemico, non me la sono mai sentita dentro”.

Questa presa di coscienza non significava quindi che lo scrittore non si portasse con sé delle contraddizioni insanabili, come ad esempio le dinamiche interne di un complesso edipico non risolto. Infatti al sentimento ambivalente provato nei confronti del padre, prima tenente di fanteria e poi maggiore dell’esercito, contrapponeva un amore smisurato nei riguardi della madre.

Il padre secondo il nostro provava risentimento e delusione nei suoi confronti per la sua diversità. In “Ritratti su misura” dichiarò:

“Aveva puntato tutto su di me, sulla mia carriera letteraria, fin da quando ero piccolo, dato che ho scritto le mie prime poesie a sette anni: aveva intuito pover’uomo, ma non aveva previsto, con le soddisfazioni, le umiliazioni. Credeva di poter conciliare la vita di un figlio scrittore col suo conformismo”.

Il rapporto con la madre

Ed ancora in un’altra intervista ebbe modo di dire:

“La morte di mio fratello e il dolore sovrumano di mia madre; il ritorno di mio padre dalla prigionia: reduce, malato, avvelenato dalla sconfitta del fascismo, in patria, e in famiglia, della lingua italiana; distrutto, feroce, tiranno senza più potere, reso folle dal cattivo vino, sempre più innamorato di mia madre che non l’aveva mai altrettanto amato e ora era, per di più, solo intenta al suo dolore; e a questo si aggiunga il problema della mia vita e della mia carne” [“Al lettore nuovo”].

In “Supplica a mia madre” scrive:

“Sei insostituibile. Per questo è dannata/ alla solitudine la vita che mi hai data. / E non voglio essere solo. Ho un’infinita fame /d’amore, dell’amore di corpi senz’anima./ Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu/ sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù”.

Ed ancora scrive: “Il mio amore è solo/ per la donna: infante e madre”. Il poeta Dario Bellezza nel libro “Morte di Pasolini” era dell’avviso che Pasolini potesse amare le donne come uno stilnovista del trecento, ma che sessualmente era incessantemente attratto dai ragazzi delle borgate.

In Pasolini si verificò quindi una scissione drastica tra la sfera affettiva e la sfera sessuale. Sentiva una sensazione di fusione talmente profonda nei confronti della madre, da avvertire in questo tipo di affetto il sentore di qualcosa di innaturale.

Pasolini per preservare la purezza di questo sentimento nei confronti della donna che lo aveva generato e cresciuto non poteva che distogliere, spostare le sue pulsioni sessuali verso persone del suo stesso sesso. Amare una donna avrebbe significato cercare prima un’altra madre e poi avere un altro termine di paragone per la madre che lo aveva compreso e sostenuto, quando Pasolini -dopo lo scandalo in Friuli e l’espulsione dal partito- era da solo e sentiva gravare su di sè il marchio infamante di Oscar Wilde e di Rimbaud.

Il padre al contrario aveva dimenticato Pier Paolo, sconvolto com’era dalla morte del figlio partigiano Guido, ucciso a sua volta dalla Brigata Garibaldi, legata ai partigiani di Tito.

Scritti ricchi di complessità e frammentarietà

Probabilmente furono l’autoritarismo paterno, i continui spostamenti e trasferimenti a causa della sua carriera militare e le continue assenze del padre tra il 1941 ed il 1947 (perché inviato in Africa) a far crescere in lui un desiderio di identificazione con la madre.

In questo senso l’intera opera omnia di Pasolini è una continua autoterapia, una incessante automedicazione della propria interiorità ed allo stesso tempo è l’unica via per compiere un processo di individuazione, di accoglimento e di accettazione della propria Ombra per dirla alla Jung.

I suoi scritti quindi non sono mai lineari, perché comprendono ed esprimono la complessità, la multilateralità e la frammentarietà della sua personalità; e la sua personalità era sfuggente ed irrisolta e leggendo le sue pagine della sua totalità psichica è possibile percepire il senso globale, ma è controverso stabilire un’unità indissolubile perché nelle sue espressioni artistiche si avverte il continuo fluire di tutti i suoi stati psichici, mentali ed intellettuali mutevoli e temporanei.

Angosce di persecuzione, elementi fantasmatici, nuclei inconsci ed emozioni di tipo depressivo si amalgano con distinguo intellettuali sottili, con codici culturali dalla natura più disparata: si intrecciano razionalismo, illuminismo, religiosità ed un irrazionalismo, costituito da un vitalismo disperato e da una voglia costante di autodistruzione.

Realtà e razionalità

In Pasolini non tutto ciò che è reale è razionale. Se è vero che la sua poesia non possiede fortunatamente istanze metafisiche, non è mai un mezzo per questo o quel tipo di filosofia e nemmeno per un eclettismo moderno, è altrettanto vero che con l’insieme dei suoi scritti è difficile fare i conti per quella mistura di sensibilità e conoscenza, per quella contrapposizione tra classico e moderno, per quel suo far ricorso sia alla filologia che all’ermeneutica, intesa in senso lato e quindi nell’accezione più moderna del termine.

Nelle migliaia di pagine che ha lasciato ai posteri talvolta solo la sua genialità sembra agire da tessuto connettivo. Comunque il potere non poteva ventilare a Pasolini la minaccia di uno scandalo perché l’uomo Pasolini voleva lo scandalo a tutti i costi e dichiarava ed esibiva la sua diversità e mai e poi mai taceva sulle sue preferenze sessuali e sulla sua vita notturna; non solo, ma lo scrittore sosteneva a ragione che qualsiasi intellettuale che cercasse di dire la sua verità era uno scandalo vivente.

In quegli anni il poeta de “Le ceneri di Gramsci” rappresentava un autentico scandalo intellettuale. Ricordo solo che venne accusato di pornografia per il romanzo “Una vita violenta” e di vilipendio alla religione di stato per il film “Ricotta”.

 

Il piacere di provacar e di essere provocato

Il poeta senz’ombra di dubbio trovava piacere nell’essere provocato da un’opera d’arte, così come amava provocare con le sue opere, perché scandalizzare per lui era una modalità per far scaturire piacere al pubblico.

Pasolini voleva essere amato oppure odiato. Non desiderava certo l’indifferenza. Amava essere insultato per strada dai benpensanti e dalle persone di destra perchè omosessuale.

Amava che i suoi film fossero contestati dai giovani dell’estrema destra. Quando “Accattone” venne contestato dichiarò che gli italiani erano sempre stati un popolo razzista e che con quel film gli era stata data la possibilità di dimostrare quanto fossero razzisti.

E forse la ragione principale per cui stupivano la critica era il fatto che nei suoi romanzi non si poteva fare nessuna commemorazione provvisoria del personaggio-uomo, in quanto incentrati non sull’inettitudine e lo smacco esistenziale di un unico protagonista, ma sul collettivismo e la messa in scena di ragazzi, la cui psicologia era semplice.

Nei romanzi di Pasolini il personaggio-uomo non era divenuto personaggio-particella a causa del tramonto dell’occidente e del famoso principio di indeterminazione di Heisenberg. Lo scrittore friulano non volgeva lo sguardo a Proust, Joyce, Kafka, Svevo e Pirandello. Se spiazzava i più colti figuriamoci quindi lo scandalo che era avvenuto, quando fu pubblicato “Ragazzi di vita” tra il pubblico.

Non erano tanto le vicissitudini dei protagonisti, la fine tragica dei ragazzi, né il triste epilogo del romanzo che scandalizzavano, piuttosto l’utilizzo del linguaggio delle borgate.

Non erano solo i contenuti e le trame a scatenare reazioni di disapprovazione, ma erano anche e soprattutto le scelte linguistiche innovative che il poeta aveva adoprato nelle sue opere.

L’utilizzo di un linguaggio diretto senza alcuna opera di mediazione o di elaborazione critica da parte dell’autore in quel determinato periodo della narrativa italiana non potevano che scandalizzare.

Inoltre Pasolini con i suoi romanzi disorientava il pubblico perché aveva apportato delle innovazioni dal punto di vista strutturale del romanzo (in quanto nelle sue opere non c’era un vero e proprio protagonista, ma diversi personaggi; non solo ma c’era anche un contrasto forte tra il gergo delle borgate, il crudo realismo dei personaggi da una parte e dall’altra il lirismo e la sapienza descrittiva dei paesaggi).

Pasolini aveva descritto in modo dettagliato e reale le esistenze dei sottoproletari, il loro universo di codici sottoculturali amorale prima ancora che immorale. Il senatore M. Montagnana scriveva sulla rivista “Rinascita“ del Pci :

“Pasolini riserva le volgarità e le oscenità, le parolacce al mondo della povera gente; in quegli anni anche persone di sinistra abbiano travisato il senso del romanzo “Una vita violenta”.

Probabilmente erano arrabbiati anche per il tipo di rapporto tra il Tommaso di “Una vita violenta” ed il Pci, perché costui muore. Questa morte venne forse letta in chiave metaforica, come a dire che, nonostante l’avvicinamento del personaggio sottoproletario il Pci non poteva stabilire con esso nessun rapporto stabile e costruttivo.

Pietas

La coscienza di Pasolini era al contrario permeata da una vera pietas, che non scadeva mai nel melenso. Se alcuni hanno ravvisato nei suoi lavori una rappresentazione negativa del sottoproletariato non hanno considerato in film come Accattone che Pasolini aveva come referente il neorealista Rossellini, così come nei suoi romanzi non hanno colto che ogni testo letterario è criticamente ricostruito e che lo scrittore non poteva abbellire la realtà perché sarebbe venuto meno al suo principio di mimesi del reale, al suo intendimento di compiere una semiologia della realtà.

Era senz’ombra di dubbio un elemento perturbante nei fruitori di queste sue opere l’impossibilità di distinguere nettamente il suo sguardo poetico al documentarismo sociologico del sottoproletariato degli anni ’50-60.

Ma forse una cosa molto semplice che disturbava era la mancanza di un finale idilliaco ed invece nei due romanzi di Pasolini nessun personaggio riesce a compiere una maturazione, se non culturale, quantomeno psicologica, a causa di una chiusura e di una frattura insanabile tra l’universo statico del sottoproletariato ed il mondo delle persone già integrate.

Se i suoi ragazzi di vita ammazzano per avere la grana a tutti i costi per spassarsela ciò non implica che i loro coetanei più ricchi non possano fare altrettanto. Pasolini non svolge l’equazione delinquenza uguale povertà più sfortuna né tantomeno il poeta vuole emendare da colpe o giustificare i suoi ragazzi che compiono azioni criminose.

Allo stesso tempo non fa della sociologia marxista a buon mercato quando avviene il massacro del Circeo. Pasolini lo sa bene che non essere pariolini non  può preservare dal compiere delitti orrendi e sevizie. L’agiatezza economica non causa necessariamente il nichilismo, che porta a compiere mostruosità all’arancia meccanica. Lo scrittore guarda tutto ciò da un punto di vista meramente antropologico.

I giovani sono omologati. Tutti i giovani di qualsiasi classe sociale. L’amoralità giovanile li accomuna e li unisce in un tutto indistinto. Infatti come ha notato il critico letterario G. Scalia l’omologazione della società neocapitalista secondo Pasolini non ci aveva fatti divenire uguali in quanto uguali nei diritti, ma simili nella degradazione.

Lo scrittore di “Ragazzi di vita” non si prefigurava nel futuro una società fondata sulla vera libertà, ma su una parvenza di libertà o per meglio dire su una libertà negativa. La stessa evoluzione dei costumi dal poeta non era vista di buon occhio. La libertà sessuale della maggioranza era stata regalata dal Potere per distrarla dai reali problemi del Paese. Era quindi una nuova libertà, tuttavia una tolleranza imposta, che non poteva che causare nevrosi.

Pasolini non si era mai riconosciuto in questo tipo di società ed allora aveva sentito la necessità di creare il mito contadino, il mito del sottoproletariato ed il mito terzomondista. Nel mondo contadino la vita di ognuno era scandita dall’avvicendarsi delle stagioni, ma con l’avvento della società capitalistica il ciclo della natura era stato soppiantato dal ciclo della produzione industriale.

La simbiosi tra Vangelo e civiltà contadina era finita bruscamente. Per Pasolini il mondo contadino simboleggiava la vera essenza del tradizionalismo del Passato, che era latore di universali ed archetipi davvero cristiani. Il mito del mondo contadino per il poeta andava a costituire il nucleo più profondo del cristianesimo.

Pasolini e Tolstoj

Pasolini a tratti sembra un novello Tolstoj, che scrivendo metaforicamente del carro rovesciato della società russa, che grava sui contadini, non si mette a disquisire su quante persone salgono sul carro o su come devono essere posizionate le ruote, ma che evocando con nostalgia il passato invita quasi gli sfruttati a vivere secondo i comandamenti di Dio.

Fuor di metafora: l’impostazione marxista è evidente, il consumismo crea nuovi bisogni, ma non soddisfa quelli elementari dei più, la merce diviene feticcio, però non bisogna fare la rivoluzione, ma abbracciare Marx e Cristo.

Una volta giunto a Roma lo scrittore aveva bisogno anche del mito del sottoproletariato, cioè di un macrocosmo di individui non ancora contaminati dal Neocapitale. Entrambi i miti pasoliniani possedevano dei caratteri intrinseci e dei significati intimi, che trascendevano la morfologia e la metafisica di un sistema di pensiero.

Prima veniva il cuore, poi Pasolini metteva in moto il pensiero, infine ritornava al cuore.

Al poeta friulano non restava che attaccarsi con tutta la sua forza e la sua energia creativa al mito del sottoproletariato per cercare di aggrapparsi disperatamente ad un’umanità altra, che non appartenesse a quella massa collettivizzata ed amorfa del proletariato e della borghesia, così come non restava che sperare nel mito terzomondista per pensare ad un altro tipo di sviluppo possibile della società.

Ne “La religione del mio tempo” scriveva “Africa! unica mia/ alternativa…..”. Se il mito contadino rappresentava il passato ed il mito del sottoproletariato il presente, il mito del terzomondismo invece simboleggiava l’avvenire.

 

Di Davide Morelli

 

Pierpaolo de Mejo, nipote di Alida Valli e tra i realizzatori del documentario a lei dedicato: ‘Mia nonna non era scontrosa, solo riservata’

Pierpaolo de Mejo è un giovane regista e attore, nato in una famiglia di artisti, suo padre infatti è Carlo de Mejo, attore attivo nel cinema dalla seconda metà degli anni sessanta (ha preso parte, tra gli altri a Teorema di Pasolini), figlio della grande attrice Alida Valli e di Oscar de Mejo, compositore di musica jazz.

Pierpaolo ha collaborato alla realizzazione di un documentario, selezionato nella sezione Classics di Cannes 2021, su sua nonna insieme al regista Domenico Verdasca e al supporto dell’attrice Giovanna Mezzogiorno, voce narrante nel film, per celebrare i 100 anni della nascita della diva italiana, suo malgrado. Già, perché Alida Valli era una donna schiva, timida, riservata, amava il suo lavoro, l’arte, ma non la mondanità. Se oggi Alida fosse viva e avesse 20-30-40-50 anni non avrebbe un profilo social e sarebbe restia alle interviste.

Pierpaolo de Mejo

Ma probabilmente non è questo il motivo per cui Alida Valli è stata in parte dimenticata, seppur rappresenti un bel pezzo di storia del cinema per i registi con cui ha lavorato e anche della Storia stessa, in quanto testimone dell’esodo istriano, in quanto nata a Pola il 31 mag 1921: in questo senso il documentario mostra un quadro completo e mai visto prima della vita di una giovane e bellissima ragazza di Pola Valli, che diventò in poco tempo una delle attrici più famose e amate del cinema italiano e internazionale.

Alida Valli infatti portando con sé il ricordo delle sue origini istriane, ma soprattutto è stata e forse è tuttora sentita come non italiana, primo motivo per il quale a molti è quasi sconosciuta. Il secondo motivo, è legato al pregiudizio e all’ideologia: la cronaca di quel tempo, dopo la caduta del fascismo, voleva Alida Valli amante di Mussolini, calunnia dalla quale l’attrice si è sempre difesa.

Alida Valli è poco ricordata non perché fosse riservata, protettiva verso i suoi affetti e indipendente, come giustamente sottolinea il nipote Pierpaolo de Mejo; lo sono state anche altre attrici, italiane e non, come Greta Garbo, Silvana Mangano, Claudia Cardinale, Grace Kelly, Audrey Hepburn, Romy Schneider, ma Alida Valli paga lo scotto di essere nata a Pola e l’accostamento del suo nome a quello di Mussolini, nonché al celebre omicidio di Wilma Montesi, fatto che all’epoca fece molto scalpore, in quanto il suo compagno, Piero Piccioni, noto musicista jazz, venne ingiustamente coinvolto nella vicenda dai media.

Il contesto storico e il sottotesto politico e di cronaca hanno gravato molto sull’immagine dell’altera e umile attrice dalle nobili origini, compromettendone la forza del ricordo. Tuttavia grazie a questo documentario che mette insieme tanto prezioso materiale (diari, lettere, filmati inediti, testimonianze), e all’impegno del regista e di Pierpaolo di Mejo che in comune con la nonna ha la timidezza, viene restituita un’Alida Valli bellissima, tormentata, ironica, intensa, versatile, credibile in film drammatici e lirici quali il capolavoro Senso di Visconti, passando per l’angosciante e disperato Il grido di Antonioni, l’esistenziale e precario La prima notte di quiete di Zurlini, il poderoso Novecento di Bertolucci, il mitologico e tragico Edipo re di Pasolini, il sentimentale e melodrammatico I miracoli non si ripetono due volte, L’inverno ti farà tornare, basato un fatto realmente accaduto, la trasposizione dei libro di Bernanos, I dialoghi delle camerlitane, di Balzac, Eugenia Grandet e di Solinas, La grande strada azzura diretto da Pontecorvo, fino ad arrivare ai gialli quali il capolavoro dello spionaggio Il terzo uomo di Orson Welles, Il caso Paradine di Hitchcock e agli horror La casa dell’esorcismo, Lisa e il diavolo, Occhi senza volto, Inferno e Suspiria.

Alida Valli, partendo dalle pellicole dei cosiddetti telefoni bianchi, dal Feroce Saladino di Bonnard, La casa del peccato, Mille lire al mese e Oltre l’amore di Gallone, Piccolo mondo antico di Soldati, dai film di Camerini, Mattoli e Alessandrini, è stata protagonista del cinema italiano e internazionali nelle veste più svariate, dimostrando di amare le sfide e anche i personaggi più meschini e diabolici, oltre che di calarsi perfettamente nel dramma sia quella che vita sul sociale che quella sentimentale ed esistenziale, e nella commedia.

Non è diventata la Ingrid Bergman italiana come auspicava il produttore hollywoodiano Selznick, Alida Valli diventò Alida Valli, elegante, fotogenica, insofferente alle imposizioni e italianissima, tanto che nel 2004, la Croazia decise di premiarla come grande artista croata, lei rifiutò il premio affermando: “Sono nata italiana e voglio morire italiana”.

Alida Valli nel film Senso di Visconti

 

 

1 Quando ha deciso e perché di realizzare un documentario su sua nonna Alida Valli?

In realtà devo ringraziare il regista Domenico Verdesca che mi ha aiutato e supportato in questo bellissimo e faticoso lavoro, perché temevo di essere troppo coinvolto emotivamente e di non dare il mio contributi in modo obiettivo. Penso che fosse arrivato il momento di dedicare un documentario a mia nonna per farla conoscere meglio agli appassionati di cinema e non, mettendo a disposizione del regista l’archivio privato di mia nonna. Molti ancora non la conoscono, non penso che le sia stata resa “giustizia” Alida Valli rappresenta un pezzo di storia del cinema italiano e la sua vita professionale, secondo me va raccontata; non perché è mia nonna ovviamente, e senza entrare nell’ambito strettamente personale, nel gossip, dimensione che mia nonna ha sempre tenuto lontana dai riflettori.

2 Pensa che sia riuscito ad avere il giusto “distacco” o si è sentito estremamente coinvolto nel girarlo?

Grazie al regista e a Giovanna Mezzogiorno che ha prestato la sua voce al racconto, credo di sì. Inizialmente pensavo di essere troppo dentro alla storia, poi ho avuto il giusto distacco anche grazie alle altre importanti personalità che sono presenti del documentario, testimonianze preziose di mostri sacri del cinema italiano e internazionale come Charlotte Rampling, Vanessa Redgrave, Piero Tosi, Bernardo Bertolucci, Dario Argento, Margarethe von Trotta, Lilia Silvi, Carla Gravina, Roberto Benigni, Bernard Bertolucci…Ritengo che con la VeniceFilm e Kublai Film in associazione con l’Istituto Luce Cinecittà e Fenix Entertainment in collaborazione con Rai Cinema si sia realizzato un ottimo lavoro.

3 Ritiene che il cinema italiano onori la memoria di sua nonna?

Sinceramente, credo di no! (sorride)

4 Perché soprattutto i giovani dovrebbero conoscerla secondo lei?

Perché Alida Valli è la storia del nostro cinema, ha avuto successo anche all’estero, ha preso parte a film importanti, per scoprire la sua timidezza spesso e purtroppo scambiata per scontrosità e snobismo, per la sua indipendenza, per il suo non voler essere trattata come una diva da sfruttare dall’industria hollywoodiana. Infatti pur di non farsi schiacciare da quel “sistema”, preferì pagare una penale molto alta. In America aveva girato Il caso Paradine con Gregory Peck e diretto da Alfred Hitchcock, dando grande prova anche come attrice di noir.

5 Ad Alida Valli piacerebbe il cinema di oggi?

Penso di sì, mia nonna era molto curiosa. Non a caso ha girato molti film, tutti diversi tra loro. Si pensi a La prima notte di quiete con Zurlini, agli horror Suspiria e Inferno con Dario Argento, al Grido con Antonioni, a Un’orchidea rosso sangue di Chereau, ad un altro horror in Italia, La casa dell’esorcismo, partendo dal cosiddetto cinema dei telefoni bianchi fino ad Edipo re di Pasolini. Lei si divertiva molto a misurarsi con generi diversi.

6 Tre film con protagonista sua nonna che secondo lei hanno fatto la storia del cinema?

Diciamo subito Senso di Visconti perché va sempre citato, per non scontentare nessuno, Novecento di Bertolucci e un film che pochi conoscono ma che è considerato uno dei migliori horror della storia del cinema, ovvero Occhi senza volto del francese Georges Franju, un film moderno che tratta del tema della scienza avveniristica e che ha aperto la strada a molti altri, dove mia nonna veste i panni di una “cattiva”.

7 Qual era la più grande dote cinematografica di sua nonna? Ed umana, che poi fa da corroborante anche per la recitazione?

D’istinto direi la fotogenia e lo sguardo magnetico, quegli occhi di ghiaccio che bucano lo schermo, ma pensandoci meglio, la costanza, la serietà. La grande capacità di mantenere la concentrazione per tutta la durata delle riprese, in virtù del fatto che come si sa, a volte si gira direttamente l’ultima scena e poi la prima, ci sono pause, ecc…Ecco Alida non perdeva mai la concentrazione e il senso della misura. Dal punto di vista umano direi la dignità, il temperamento e la riservatezza.

8 Nonostante sua nonna facesse di tutto per smitizzare la propria immagine, lei, guardando i suoi film e quell’epoca la considera una diva?

Certo in riferimento al mio concetto di diva, ovvero, paradossalmente un’antidiva, un’attrice che fa di tutto per tenere fuori dalla propria carriera di attrice il privato. Una donna misteriosa e affascinante che non si prende troppo sul serio, autoironica, non scontrosa, soprattutto con i giornalisti, come si potrebbe pensare. Una donna che non amava la mondanità, né andare alle feste che spesso fanno parte di questo lavoro. Difendeva la sua vita privata e i suoi affetti.

9 Anche Lei si occupa di cinema, a cosa si dedica nello specifico e quali sono i suoi obiettivi?

Ho studiato regia e sceneggiatura cinematografica all’Università, ho lavorato con mio padre in teatro, ho fondato una compagnia teatrale che porta il nome di mia nonna, ho diretto il film Come diventai Alida Valli e preso parte ad un film, Black Star – Nati sotto una stella nera. Ho girato un corto con Giulio Brogi, Pedone va a donna, selezionato per il Festival del Cinema di Roma e Cuore con Giorgio Colangeli, grazie al quale ho vinto il bando del Nuovoimaie. Ho sempre respirato arte a casa mia, soprattutto grazie e mio padre che mi ha trasmesso questa passione.

10 Un tratto particolare che ha in comune con sua nonna?

Mi ritrovo nel suo sguardo, intravedo la sua timidezza e riservatezza che sono anche tratti della mia personalità.

 

Interview with Pierpaolo de Mejo, Alida Valli’s grandson, for the occasion of the centenary of the birth of the great actress, celebrated with a documentary

L’alienazione dal sacro e il continuo manifestarsi delle ierofanie tradizionali e moderne, tra Pasolini e Jung

Tramontate le ipotesi di un futuro senza religione, il sacro o l’archetipo tendono ad assumere un’apparenza tecnica, accettabile senza difficoltà anche dalla forma mentis illuministica; così, pure attraverso manifestazioni degenerate, quali teorie ufologiche, psicologie sacralizzate o feticci tecnologici, esse continuano a parlarci di una ineliminabile dimensione altra. L’occhio d’improvviso gli splende, il tono della voce si accalora, il discorso conosce l’inconoscibile tenerezza, scrisse Pier Paolo Pasolini («Tempo», 5 aprile 1969) ma non per descrivere l’incontro tra due amanti o il passaggio ad uno stato estatico, quanto l’ultima ierofania possibile: il discorso sul motore. L’ultima emozione in grado di scuotere i giovani spentisi nella società del benessere occidentale: parole di amore e di adorazione innanzi ad un cruscotto, quali estremi rantoli dell’agonia di Dio. Tale agonia, secondo Pasolini, non sarebbe durata ancora a lungo, salde allora le previsioni o piuttosto la “fede” in un futuro assolutamente non religioso infine mai giunto, smentito clamorosamente dal fuoco dei fondamentalismi, come dal rinnovato manifestarsi della religione quale realtà culturale necessaria alla comprensione dell’umano e del sociale fin dentro la modernità più tarda.

Pratiche e credenze religiose risultano infatti tutt’ora ben lungi dal dissolversi, anche nel modo secolarizzato, tra la resistenza, più o meno strenua, delle istituzioni religiose tradizionali, la pretesa antimoderna dei modernissimi fondamentalismi e le tendenze fluide della religiosità New Age; queste ultime spesso assai armoniche agli irresistibili processi disgregativi all’opera in ogni campo. Credenze e riti religiosi invece che scomparire, anche quando la globalizzazione ha mandato in frantumi i rispettivi contesti e le rispettive istituzioni di appartenenza tradizionale, sono caduti preda della forza centrifuga del tempo; offrendosi quali frammenti-merce ai moderni individui consumatori, anch’essi più o meno frantumati. I quali, nel contemporaneo super market del religioso, hanno conseguito la possibilità di acquistare, provare ed eventualmente gettare via in un secondo momento, credenze, pratiche, miti e riti, componendoli liberamente tra loro per ottenere una religiosità personale, unica e privata, scollegata dall’originale provenienza dei frammenti e naturalmente in qualunque momento revocabile, modificabile ad libitum. I templi moderni non si innalzano verso il cielo ad onore di Dio, quanto ad onore del proprio mutevole, umano capriccio consumista.

Così, contrariamente alle previsioni di Pasolini, anche la ierofania del motore ha continuato a manifestarsi, raggiungendo il massimo grado nel feticismo del telefono cellulare: medium del legame sociale e di legami sociali effimeri, nemico di limiti e giuste misure, nella sua rincorsa infinita verso sempre nuovi modelli, fondatore di una temporalità ultima dove tutto è subito e niente può valere, costare o distare più dell’attimo di un clic. Se non possono più Apollo e Dioniso, surrogano pertanto oggi gli smartphone, aprendo ecstasy solari apatiche verso la flebile luminosità dei touchscreen o scatenamenti tellurici, ritmati dalla continua ripetizione di toni e vibrazioni della messaggistica.

In maggior grado che il motore, proprio il telefono cellulare ha infatti portato alle conseguenze estreme quanto già aveva osservato Pasolini. Esso, dopo essersi lasciato adorare, da strumento è giunto a confondersi con la soggettività che ha creduto di utilizzarlo: insieme all’adorazione per questo oggetto privilegiato c’è una tendenza alla fusione e all’identificazione con esso: io sono il mio motore [telefono cellulare]… oppure: io manco di motore [telefono cellulare], quindi sono privo di comunicazione col divino. Non sorprende affatto la cogenza con la quale il moderno capitalismo riesce a suscitare il desiderio di acquisto verso sempre nuovi prodotti, spesso desiderata tecnologici, scatenanti la ierofania del momento, alla quale è sempre più difficile rinunciare; pena la perdita di comunicazione con il divino nonché della propria personalità. Va in oltre da sé, come il pericolo di tali perdite non possa essere scongiurato definitivamente, stante la folle corsa alla novità inesausta dei prodotti e delle credenze, invertendo la tendenza di una storia delle religioni che aveva fin qui manifestato la novità quale elemento di eccezione, lontana dal rappresentare la regola.
Esiste però anche un’altra ierofania moderna o piuttosto una teofania, le cui forme hanno mantenuto una maggiore costanza rispetto a quelle dei desiderata tecnologici; apparentemente meno distante dalle manifestazioni del sacro tradizionali: l’ossessione per gli ufo. Carl Gustav Jung ha dedicato uno dei suoi ultimi studi al fenomeno: Un Mito Moderno, le cose che si vedono in cielo (1958). Attraverso tale opera, sospendendo il giudizio sulla realtà fisica degli ufo, certo concretissimi per coloro i quali li osservano, Jung ha analizzato i dischi volanti dal punto di vista psichico; rendendo pertanto poco significante la distinzione tra l’eventualità di fenomeni psichici capaci di originare una sensazione visiva, confermata da un’eco radar e la comparsa reale di oggetti fisici, incidentalmente utili all’inconscio, al fine di manifestare quanto non può più assumere una forma mitologica tradizionale.

Sempre che tali ipotetiche corrispondenze tra fenomeni fisici e psichici, piuttosto che in termini causali, non possano spiegarsi meglio tramite una constatazione di sincronicità; al modo di quella che secondo Jung, avrebbe affiancato la realtà dolorosa di un’umanità scissa al sincronico rappresentarsi delle due polarità sessuali in ottica di antitesi: con la raffigurazione del principio maschile nella stella rossa dell’Unione Sovietica e del principio femminile nella stella bianca degli Stati Uniti, applicando la lettura simbolica dei colori propria dell’alchimia occidentale.
La forma circolare degli ufo rappresenterebbe così soprattutto, nella geometria archetipale comune (ad esempio la mandala), l’unione degli opposti e l’integrità dell’anima; bisogno inconscio di un individuo moderno, interiormente minacciato da rischi di scissione dell’io e oppresso al di fuori dalla spaccatura dell’umanità tra i blocchi degli Usa e dell’Urss, in bilico sul precipizio spaventoso dell’apocalisse nucleare. Nota di fatti Jung, come spesso gli ufo preferiscano sfidare le leggi fisiche del volo attraverso i cieli degli Stati Uniti ed effettuare le proprie evoluzioni nelle prossimità di aeroporti o installazioni nucleari; mentre diverse teorie ufologiche siano solite spiegare tale propensione, proiettando sugli abitanti di altri mondi l’umana preoccupazione per lo sviluppo dell’arma atomica e la nostra capacità di esplorare lo spazio cosmico. Quanto ai rischi di scissione dell’io, ad essi non è estraneo il modello educativo contemporaneo, di tipo tecnico, estremamente specialistico ed esclusivamente materialista che, rivolto allo sviluppo di una singola facoltà dell’essere umano, esclude l’inconscio e contribuisce alla disgregazione anche della società. No, non sorprende che l’ossessione per gli ufo si sia manifestata prima negli Stati Uniti e di lì progressivamente, assieme allo stile di vita americano, si sia diffusa nel resto del mondo.

Innanzi a questo uomo ultimo, razionale, illuminista, ormai lontano dalle concezioni religiose dei suoi antenati, avvinto dalla fede nel mondo terreno e nella propria potenza, convinto di poter fare a meno di inconscio, dei e spiriti, occorre che l’archetipo assuma in contrasto con i suoi aspetti precedenti una forma concreta, anzi addirittura tecnica, per evitare l’indecenza di una personificazione mitologica. Ciò non di meno va rilevato come neanche tale uomo riesca davvero a rinunciare alla speranza di un intervento divino salvifico, inconsciamente percepita l’impossibilità di superare con le sole sue forze un’epoca divenuta ormai intollerabile; eppure perfino le divinità devono sottostare al primato della tecnica che, già dispiegatosi su tutti i campi del sociale, va appropriandosi anche della dimensione del sacro, alienandola dalle manifestazioni tradizionali quali le religioni, Dio o gli Dei, in favore di nuove espressioni più plausibili scientificamente come teorie ufologiche, ipotesi di fisica quantistica, arti della guarigione o psicoterapie sacralizzate. L’uomo moderno accetta senza difficoltà ciò che presenta un’apparenza tecnica, così anche le più recenti manifestazioni del sacro assumono tale aspetto.

Pare pertanto potersi concludere come la civiltà contemporanea, con il suo primato della tecnica, piuttosto che svilupparsi verso un futuro assolutamente non religioso, tenda piuttosto ad appropriarsi anche della non eliminabile dimensione del sacro; ma non di meno anche come, se pure per tramite di un cellulare connesso ad Internet – meglio se costoso – o di un alieno, percepito come divino perché più ricco di tecnica, l’uomo moderno, alla dimensione del sacro, desideri ancora rapportarsi. Le ierofanie, moderne o tradizionali, continueranno a manifestarsi e ad esercitare un ruolo significativo nel futuro dell’umanità.

 

Alessio Mariani

Moriremo eleganti! La tirannia della mediocrazia in tutti gli ambiti del vivere civile

L’anno scorso è stato pubblicato il saggio di un filosofo canadese saggiamente intitolato Mediocrazia, ma non è del libro che si vuole parlare, semmai del titolo. La mediocrazia come cifra del nostro tempo, il trionfo o anzi la tirannia della mediocrità in tutti gli ambiti del vivere civile. Gli esempi abbondano, non è difficile individuarla in ogni ambito della vita pubblica, dalla inappellabile medietà della politica alla generale incuria della produzione artistica e letteraria, per non parlare della volgarizzazione della lingua parlata e scritta, della condotta pubblica e privata, dell’abbigliamento e dell’oggettivo decadimento dell’architettura. Materiale di scarto, riciclo di avanzi estetici e politici presentati come novità. Ci siamo dentro tutti, nessuno escluso. Philippe Daverio, uomo d’eleganza sopraffina, ha definito il nostro tempo l’epoca del trash:
Il trash è una cosa semplicissima: è l’opposto della complessità. Si prende un tema, lo si riduce al minimo dei suoi contenuti e quando si è superato il minimo di tollerabilità del banale, la sua capacità di comunicazione diventa vastissima.
Portare un tema qualsiasi alla portata di tutti, indistintamente, operando solo con la carta vetrata fino a mostrarne le ossa e iniziando poi a rosicchiare anche quelle. L’intento fu nobile: rendere la complessità alla portata dei semplici. Peccato però che la realizzazione si è rivelata un disastro: invece di abituare ed educare alla complessità, si è ridotta questa ai minimi termini fino a non renderla più concepibile se non come affettazione, come posa o atteggiamento di aristocratica alterità.

Poco tempo fa un insegnante di scuola media si trovò a leggere dei temi scritti da ragazzini degli anni Quaranta e a paragonarli a quelli dei suoi studenti. Il confronto fu impietoso. Non solo l’abisso di distanza nella padronanza dell’italiano, nella costruzione dei periodi e nell’uso dei vocaboli, ma soprattutto un’incomparabile superiorità nella complessità dello sguardo sul mondo: in un tempo in cui l’analfabetismo era ancora dilagante e le opportunità d’accesso agli strumenti culturali molto più scarse, emergeva una visione delle cose molto più matura e articolata. Ancora, pochi giorni fa il neo Presidente della Camera è stato ritratto sull’autobus in mise da impiegato comunale, incolta barba sale e pepe a incorniciare l’espressione istrionica da tribuno della plebe, mentre il deputato presidente la seduta d’insediamento non si è neppure degnato di indossare una modesta cravatta – almeno in Senato è obbligatoria. Uno di noi, anzi uni di noi, uomini del popolo. Ma chi fa maggiormente la posa: l’elegantone che può permetterselo attenendosi a un codice, che sia anche personalissimo, o il finto proletario che sbaraglia volutamente le convenzioni risultando fuori luogo?
Sempre a Roma, l’originale biglietteria della stazione Termini, costruzione razionalista in vetrocemento dal profilo ondulato che segue fedelmente i resti dell’aggere serviano, le prime mura romane, site proprio lì accanto. Un edificio grande, luminoso e spazioso, dal quale i passeggeri in attesa potevano ammirare i resti antichi rimanendo nel tempo moderno, nel caldo di una struttura che rende omaggio al genio latino e ne segue le forme, quasi a rappresentare la continuità e la memoria viva dell’arte classica. Oggi l’atrio pullula di box metallici; negozi e biglietterie hanno schermato la luce solare richiedendo l’installazione di luci artificiali e la vetrata che dà sulle mura serviane – l’incastonatura plastica tra passato e presente – è completamente ostruita da un negozio a due piani della Nike. Sono immagini, solo immagini di una mutazione in atto, quella che Massimo Mantellini in un libro ha chiamato Bassa risoluzione, ossia la tendenza dell’apparato tecnologico a sostituire beni e servizi esistenti con altri di sempre minore qualità.

Tutto si fonde in questa nostra modesta e scalcagnata argomentazione: da un lato la tirannia della mediocrità in senso culturale, dall’altro l’epopea del trash nel pubblico dibattito e nell’arte, infine la bassa risoluzione di beni e servizi, necessari e superflui. Il lettore mi scuserà se la trattazione sembra sconclusionata e confusionaria ma tale è nella realtà, poiché il mutamento è ancora in corso e delinearne nettamente i contorni è difficile e azzardato. Questo sincero scoramento nei confronti dell’esistente nasce dall’osservazione di quante belle cose o idee o luoghi incantevoli vengano insozzati dalla volgarità e dalla sciatteria, senza ragione apparente; di quanto la bellezza venga deturpata dall’incuria e dal disinteresse. Forse più d’ogni altra cosa si impone la mediocrità estetica, una lenta e inarrestabile accettazione di tutto quanto sia brutto, mal fatto, dozzinale, scadente e volgare – nelle cose come nelle persone. La domanda che monta è: siamo in grado di concepire veramente il bello, premesso che non si lascia categorizzare? Quella bellezza che il principe Mishkin de L’idiota di Dostoevskij evoca nel dire il mondo lo salverà la bellezza, dove la красота (krasotà, la bellezza) è da intendersi come grazia, nell’ampia accezione di unione tra buono e bello. La grazia che per Agostino è pulchritudo dei, dove la pulchritudo è attributo delle fanciulle, l’armonia delle forme.

È allora la grazia, fusione di armonia e virtù, che potrà mai salvare il mondo, non di certo la bellezza, indefinibile e sfuggente, legata a canoni estetici passeggeri e strutturali. Ebbene questa grazia si fa molta fatica a trovarla. Fare bella tv è impossibile, comanda l’audience; fare bella prosa è controproducente, si viene tacciati di ermetismo ed elitismo letterario; bella musica men che mai, va per la maggiore il polpettone commerciale; vestirsi bene diventa altezzosità, eccesso da gagà; parlare bene è da cattedratici, basti osservare come stona qualche bella parola nelle nuove piazze pubbliche, i social network, colmi di volgarità, insulti e bestemmie; arredare bene una casa è riservato ai ricchi (che spesso si affidano a architetti, dimostrando l’assenza di gusto) mentre il vulgus è costretto a comprare mobili in cartone compresso nei grandi magazzini; elaborare idee politiche fini e passionali condanna all’irrilevanza, la politica è mutata nel consenso per slogan. Basta così, credo che il concetto sia chiaro, allungare l’elenco ci condannerebbe alla deprimenza.

Quanta difficoltà nella distillazione del gusto, quanta fatica nel rovistio tra la spazzatura, alla ricerca di qualcosa di veramente bello… Un tempo era l’omologazione il cruccio degli intellettuali, l’appiattimento delle masse su unico canone estetico e linguistico: palazzi quadrati, jeans, neon, capelloni, televisione, politichese, Fiat 500, Sophia Loren, ecc. Roba per noi vintage. Pasolini denunciava la perdita di tradizioni secolari e dialetti, di usi popolari e costumi regionali, della bellezza selvaggia del popolo non corrotto dall’industria e dalla scolarizzazione, mentre gli alfieri del progresso proponevano di educare il volgo, di avvicinare le masse all’élite culturale e economica attraverso l’istruzione diffusa, la cultura di massa, la moda semplice, lo stile di vita piccolo-borghese e nazional-popolare. L’effetto collaterale è stata l’emergenza di una larga schiera di cafoni arricchiti e la compressione verso il centro di modi e mode, nonché la perdita del gusto: da un lato del gusto contadinesco per le cose semplici, dall’altro del gusto artificioso per le cose complesse, a tutto vantaggio di un indistinto non-gusto universale e industriale.
Già Longanesi sessanta anni fa ci avvertiva che

non c’è più fantasia, i nuovi ceti non sanno che farsene della fantasia. I grandi problemi della produzione, i monotoni miti dei nuovi ceti non tollerano più la fantasia. Tutto è destinato a ubbidire alle leggi del peso e della quantità. Oggi si procede soltanto a miliardi e tonnellate. (…) Si tende a mettere tutto in scatola: idee, frutta, sentimenti, carne. Non c’è posto per la fantasia, che è figlia diletta della libertà.
E il gusto è figlio della fantasia o della tradizione, entrambe agonizzanti. In una parola, ciò che si stenta a incontrare è l’eleganza, che non è la formalità.

Oggi che l’omologazione è stata superata si è giunti all’omogeneizzazione e – se mi è concesso – definirei la nostra come l’epoca della marmellata, che è sempre uguale a se stessa, la consistenza non cambia mai, il colore è uniforme da qualsiasi parte la si guardi, il sapore non muta e la si può spalmare a piacimento. Le parole che si leggono in un romanzo o che si sentono in tv o in una birreria sono uguali; lo studio di un avvocato è indistinguibile da quello di un agente immobiliare; il cantante e il docente universitario vestono allo stesso modo, e non perché queste coppie appartengano alla medesima alcova sociale e ne condividano dunque i canoni, bensì perché è il canone stesso ad essersi uniformato e spalmato su tutti i contingenti della società. Qual è un brano musicale degli ultimi dieci anni che merita di essere ascoltato tra due secoli come noi oggi ascoltiamo la nona di Beethoven? Nessuno, perché nessuno riesce a emergere dall’amalgama, che ovviamente non concede spazio a fantasia ed eleganza, a dispetto dei lodevoli ma sporadici tentativi di proporre novità davvero brillanti.

Heideggerianamente, si potrebbe dire che quel che manca è la cura in senso stretto: non ci si prende cura delle cose che ci circondano, delle idee elaborate e delle opere prodotte, se tutte durano poco, sono fatte male e destinate a morire nell’indifferenza passeggera e nella bruttura più negletta. L’attenzione ai dettagli è scarsissima, alla fantasia non è lasciata briglia sciolta perché – banalmente – non serve. È un di più, un superfluo che nell’epoca dei miliardi e delle tonnellate perde utilità, non porta profitto di alcun tipo, se non al più considerazione sociale. Ma se perfino l’ascensore sociale è bloccato, il gusto e lo stile non possono neppure più farsi strumento per l’ascesa. Fino a qualche decennio fa portamento, stile, linguaggio e modi erano sovente espressione di appartenenza sociale, distinguevano i signori dai cafoni, ma oggi che non esistono più gli uni né gli altri dell’eleganza non sappiamo che farcene. Ugualmente livellati su un grado omogeneo di origine sociale, di scolarizzazione e di fruizione culturale, non c’è distinzione nel non-gusto in cui ci si trova immersi e che ciascuno potrebbe piegare per giocarci a proprio piacimento. Perché si può essere eleganti nel condividere un codice estetico ma anche creandone uno che sia insolito, un coup de théâtre individuale, frutto della ricerca unita alla spontaneità; naturalezza e artificio messi al servizio della bellezza.

I tedeschi dicono kleider machen leute (i vestiti fanno la gente), all’opposto degli italiani, e per “vestiti” non intendiamo solo l’abbigliamento bensì tutta l’estetica. Se l’estetica che siamo in grado di produrre è così scadente è forse perché tutti stiamo diventando sempre più delle persone scadenti. Se parliamo male e scriviamo peggio, se ci vestiamo tutti modestamente uguali, se la musica che passa in radio è un tedio e libri inqualificabili vengono piazzati in commercio, non resta che opporsi individualmente. Ciascuno risponda per se stesso e alla fine si vedrà: si guardi allo specchio e si chieda se il mondo com’è fatto qui e oggi gli piace davvero. Se sì, buon per lui; se no, si dia da fare in solitudine per farsi più bello e rischiarare con la propria eleganza ciò che lo attornia, anche nella meschinità. Altrimenti può fare come la punta di diamante della trivella che sta forando i canoni estetici, il caro Mark Zuckerberg che dispone di un intero di armadio di sole magliette grigie e blue jeans – lo si è visto per la prima volta incravattato per rispondere ai parlamentari della fuga di dati: il karma, alle volte.

È solo una battuta, ma dove vada a finire quell’eleganza partorita dalla grazia, dalla pulchritudo dei, destinata a salvare il mondo, non si sa. L’eleganza è innanzitutto rispetto: per se stessi, per gli altri e per il mondo intero. Non è solo questione di guardaroba, tutt’altro: è questione di stile. Un mezzo per comunicare al mondo il proprio rispetto, per omaggiare i morti, interloquire coi vivi e lasciare un testimone ai nascituri. Allora vivano pure i modi semplici, la cordialità spontanea, la lingua non affettata e la modestia sincera. Ma volgarità, banalità e mediocrità, quelle no. Né snob né elitisti, non antiquati e neppure formali, ma se un tempo si diceva non moriremo democristiani oggi noi diciamo: non moriremo cafoni, non moriremo omogeneizzati, anzi, moriremo eleganti!

 

Alessio Trabucco

La Napoli ispanica di Francisco Elias de Tejada e il significato attuale dell’Europa

Settembre 1734, giorno 19. Una soleggiata giornata bacia l’acqua che bagna il golfo di Napoli; nell’aria il vento tipico dell’atmosfera settembrina soffia sui capelli ricci e mori – quasi a testimoniare una presa di coscienza di dove si è – delle donne occupate nelle consuete mansioni familiari, mentre restituisce energie e vitalità ai pescatori assiepati lungo le rive del golfo. I primi raggi colpiscono imperiosi la collina svettante di Pausilypon (Posillipo), il cui nome, in un paesaggio commisto da visioni suggestive e bellezze naturali, ci testimonia l’effettiva tregua dal pericolo che al solo sguardo di un simile panorama, si prova. Nel frattempo, nel centro della città fervono grandi preparativi. Non è un giorno come gli altri e ciò si riflette nei gesti del volgo, nei volti ansimanti delle vecchie, persino nelle parrucche della nobiltà. Non c’è nulla di più interclassista di una giornata come questa; nulla che unisca e racchiuda in un medesimo spirito, anelito i sentimenti e le emozioni di una intera popolazione.

Una fiumana di popolani si dirige compatta e incredibilmente ordinata lungo il Duomo, percorrendo le strade del centro storico snodantesi attorno ai tre decumani, sopraggiungendo da ogni dove, anche da oltre città. La nobiltà, intanto, si riunisce simbolicamente davanti Porta Capuana, come già fece cinque mesi prima, quando con grande solennità e fasto accolse il nuovo re, il fondatore della dinastia dei Borbone delle Due Sicilie, Re Carlo III.
Lentamente, questa, vien formandosi in corteo lungo Via dei Tribunali, dispensando elemosine ai lazzari, mostrando dignità e sacralità nel vigore dei sui simboli, delle sue ricchezze, delle splendide bardature dei cavalli, nelle preziose fogge delle vesti, nel portamento fiero e virile dei suoi rappresentanti, nei cui cuori sono incise a chiare lettere il motto: noblesse oblige. Il centro catalizzatore di una giornata, di una stagione, di un’annata – ma potremmo ben dire, dello spirito di una intera popolazione – è il Duomo di Napoli, è il principe che lo abita e che custodisce in maniera inveterata i sogni, le aspirazioni, le tradizioni e le preci di centinaia di migliaia di persone: San Gennaro.

Eppure, una descrizione come questa, per quanto possa tentare di dare un’immagine, un affresco di un tratto costitutivo, ancestrale dello spirito partenopeo (che è presente e persiste tutt’oggi, nonostante tutto) non riesce a rendere verità ed onore ad una concezione del mondo estremamente differente da quella di buona parte d’Italia e, perfino, d’Europa. Un breve assaggio di quanto si è detto, ce lo da, con il suo solito e proverbiale occhio da fine indagatore della società, Pasolini:

Napoli è stata una grande capitale, centro di una particolare civiltà ecc. ecc; […] Io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù, che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia, o altrimenti la modernità.

(P.P. Pasolini, La napoletanità, in Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori)

Ma sarà corretto parlare di estinzione, o, al contrario, non sarebbe assai più giusto il termine: preservazione? Si tenterà di fornire una risposta proponendo una lettura della storia di un pensatore e intellettuale spagnolo, o per meglio dire, ispanico, come avrebbe senz’altro preferito. Francisco Elias de Tejada, accademico, filosofo del diritto e della politica, cattolico e tomista convinto, amava la sua terra, le Spagne – come amava ripetere – più d’ogni altra cosa. Scrittore assai prolifico, scrisse circa 300 monografie e fu tra i più illustri sostenitori del Carlismo, una dottrina politica strenuamente difesa da una un movimento che ha attraversato più di due secoli in coerente fedeltà ai propri principi ispiratori: la difesa della tradizione cattolica delle Spagne e della legittimità dinastica. Nel pensiero del filosofo madrileno si impone anzitutto una puntualizzazione storica con evidenti risvolti filosofici, da cui risulta fondamentale procedere.

L’Europa, culturalmente intesa, appare sul palcoscenico dell’umanità nel corso del secolo XI; in particolare, con l’impero carolingio si formerà e verrà consolidandosi quel medesimo spirito, stile di vita, Weltanschauung che caratterizzerà la cultura di un continente e forgerà l’uomo europeo. Sennonché, ad un certo momento della storia, il termine Europa perderà il suo significato più profondo, e cioè quello attestante una Civiltà ben precisa (la Cristianità), per indicare un luogo geografico, o tutt’al più una società fondatasi su idee e concezioni moderne totalmente opposte alla Civiltà che l’aveva preceduta.
L’Europa non nasce nella cerchia di Carlo Magno, che è la restaurazione dell’impero cristiano nella gerarchizzazione organica dei popoli, più tardi presieduta dagli imperatori germanici; l’Europa nasce, al contrario, al lusinghiero richiamo delle idee dette per antonomasia moderne, nella congiuntura del serrato ordine del medio evo cristiano. La Età media dell’Occidente ignorava il concetto di Europa, perché solo conosceva quello del suo antecessore: il concetto di Cristianità.

Il termine Europa, oggi, designa dunque il mondo e la società moderna. Elias de Tejada individua cinque cause della rottura dell’orbe pre-moderno definendole cinque pugnali nella carne storica della Cristianità che vanno dal 1517 al 1648:

[…] la frattura religiosa del protestantesimo luterano, la frattura etica con Machiavelli, la frattura politica per mano di Bodin, la frattura giuridica in Grozio e in Hobbes e la definitiva frattura del corpo mistico cristiano con le disposizioni della pace di Westfalia.

E in questo preciso periodo che si va costituendo un mondo che si attarda su posizioni apparentemente perdute. Il filosofo spagnolo fa riferimento ad una Cristianità minore e di riserva, rude e di frontiera: le Spagne; che raccolse il testimone della fedeltà ad un modo di essere, ad un modo di concepire la vita e di ordinare il mondo. Ancora oggi è abbastanza facile constatare le enormi differenze che intercorrono tra persone cresciute in contesto di tradizione anglosassone o germanica e quelli cresciuti in riva al mediterraneo di etnia latina, come del resto buona parte della popolazione del Sud America.

Non a caso Elias de Tejada utilizza il termine Spagne e non semplicemente Spagna. Queste, al loro interno, racchiudevano una varietà di popoli (la Castiglia impose il suo sigillo e si trascinò nella sua nobile follia il posato commerciante catalano, il duro sardo, il sognatore napoletano, l’indifferente andaluso, il basco semplicemente valoroso e il gagliego o il portoghese di stirpe celtica) uniti da una comune fede, visione del mondo e modo di organizzazione della società. Uniti secondo vincoli gerarchici, manifestavano la loro accalorata ed indomita fedeltà all’Impero, al quale tutti i principi e i re tributavano onori e gratitudini, ad imitazione dell’unica ed universale Patria celeste.
La Cristianità concepì il mondo come raggruppamento gerarchico di popoli intrecciati secondo principi organici, subordinati agli astri di: il sole del Papato e la luna dell’Impero.

Quando si osserva Napoli, si scrutano i suoi vicoli, si tenta di entrare in osmosi con il popolo e le sue contraddizioni, ebbene si sappia che una parte di questo spirito sopravvive ancora. Solamente qui, da nessun’altra parte. Il pensatore ispanico dedicherà ben cinque volumi della sua produzione bibliografica alla Napoli spagnola. La fierezza e l’orgoglio con i quali molti napoletani, ancor oggi, sventolano le bandiere candide e immacolate del Regno delle Due Sicilie (non semplicemente uno Stato cristiano, ma un’emanazione statale della Chiesa), la devozione e la sentita gratitudine verso i santi patroni della città, l’inesorabile orgoglio di far parte di un mondo diverso, sono a testimoniare che un pezzo di quella cristianità minor, che una parte ispanica sopravvive ancora e sopravvivrà nella misura in cui brandirà le armi della fede, della speranza e della carità.
Finché scolpirà nel cuore le parole con cui Don Chisciotte giustifica la sua missione, che lo stesso Elias de Tejada presenta come simbolo ed esempio dello spirito delle Spagne, di cui Napoli è parte integrante:

E’ per caso cosa vana o è tempo male speso quello che si impiega nel vagare per il mondo, non cercando i regali di esso, ma le asperità per le quali i buoni salgono al seggio dell’immortalità? Se mi avessero considerato stupido i cavalieri, i magnifici, i generosi, gli uomini di alto lignaggio, la giudicherei un’irreparabile offesa; ma che mi ritengano uno sciocco gli studenti, che non si sono mai messi e non si sono mai avventurati per sentieri della cavalleria, non me ne importa un fico secco: cavaliere sono, cavaliere morirò, se così piace all’Altissimo. Gli uni si muovono sul vasto terreno della superba ambizione; altri, su quella dell’adulazione bassa e servile; altri, su quello della ipocrisia ingannatrice, e alcuni, su quello della vera religione; io invece spinto dalla mia stella, procedo per l’angusto sentiero della cavalleria errante, e per esercitarla non mi curo delle ricchezze; ma non così dell’onore. Io ho riparato offese, raddrizzato torti, castigato insolenze, vinto giganti e sgominato mostri.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

Pasolini e Thibon, l’intellettuale scomodo e il ‘filosofo contadino’ uniti nel parteggiare per il reale

Gustave Thibon e Pier Paolo Pasolini, personalità estremamente differenti ma simili; vite e sensazioni diverse, dai gusti netti, radicali, ma intimamente anelanti il sacro. Da più di una decina d’anni, probabilmente una ventina, descrivendo l’epoca nella quale viviamo – o per meglio dire, sopravviviamo – accademici, sociologi e politici non fanno altro che ripetere che tutti gli schematismi nei quali si era immersi sino alla caduta del muro di Berlino, non hanno più alcuna valenza, se non quella assegnata loro dalla storia. Ecco allora che politicanti affaccendati – un po’ per esprit democristiano mai sopito, un po’ per mostrare di saperne qualcosa – si sforzano di ripetere con meticolosi gargarismi che destra e sinistra non esistono più. Non ha senso dividersi, non vi è ragione di identificarsi in categorie morte, ma di puntare alla prassi, al fattuale, al concreto.

Inconsapevolmente affermando ciò si è già creato un divario, una diga. In nome della “concretezza” si è delineato un modo d’essere, prima ancora che di operare, che incide a fuoco, marchia la “modernità”. Un giovane friulano dal temperamento riflessivo, presto rifugiatosi nella capitale, non poté che approcciarsi alla visione di questo passaggio di epoca, in maniera tragica, persino schizofrenica. In una celebre lettera-articolo indirizzata a Calvino, il quale lo rimproverava di essere un “nostalgico dell’Italietta”, Pasolini non esita a rispondere che è di una civiltà ormai eclissata che ha nostalgia, di un mondo antimoderno, contadino e preindustriale… Non per niente, egli aggiunge:

dimoro il più a lungo possibile, nei paesi del Terzo Mondo, dove esso sopravvive ancora, benché il Terzo Mondo stia anch’esso entrando nell’orbita del cosiddetto Sviluppo.
(8 luglio 1974. Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino).

Qual é la reale portata dello Sviluppo? Egli si guarda attorno, si pone domande, riflette, cerca risposte che cozzano con il mondo che lui più di ogni altra cosa ama. I paesaggi della sua terra natia, i dialetti friulani, le borgate romane, scompaiono dinanzi all’incedere della peste consumistica che omologa, avviluppa, trascina perfino i corpi in una uniformità di sguardi, di fattezze esteriori. L’ideologia del consumo

è un nuovo potere che mi è difficile definire: ma di cui sono certo che è il più e totalitario che ci sia mai stato: esso cambia la natura della gente, entra nel più profondo delle coscienze
(11 luglio 1974. Ampliamento del «bozzetto» sulla rivoluzione antropologica in Italia).

Ecco allora che un j’accuse schietto, tanto irrispettosamente garbato quanto intellettualmente onesto, si impone – in primis – contro quei compagni che sbagliano ostinatamente miopi che non hanno o non possono avere la capacità di vedere ciò che li circonda. Il poeta friulano non si rivolge ai brigatisti ma all’intero PCI, che saluta come vittorie di civiltà l’aborto e il divorzio, non capendo che la partecipazione delle masse alle grandi decisioni storiche formali è in realtà voluto dal potere; il quale ha appunto bisogno di un consumo di massa e di una cultura di massa. La massa partecipante, inoltre, anche se formalmente comunista o progressista, è manipolata dal potere attraverso l’imposizione di altri valori e di altre ideologie: imposizione che viene nel vissuto, e nel vissuto avviene anche l’adozione.

La televisione – in questo processo – ha un ruolo altamente rivoluzionario, il più totalitario e soverchiante che ci sia mai stato, perché apparentemente soft, lento nel lacerare tessuti e ferite ma non altrettanto docile nell’essere letale. Pasolini non ha dubbi: mai un modello di vita (edonistico) ha potuto essere propagandato con tanta efficacia che attraverso la televisione. La televisione non spiega astrattamente, racconta rappresentando, salta ogni filtro teorico, lo schermo fa e in quel fare, invita a fare.

Ma in nome di cosa allora si è restii ad accettare l’epoca della modernità, il tempo nel quale il consumismo ha il ruolo di primo protagonista nello sfaldamento di un mondo in cui ogni appartenenza, identità, sacralità è bandita? In nome della “terra”, in nome del “reale”, si risponderà. Un naufrago non si accontenta del salvagente, esso può essere un valido aiuto, un concreto appiglio per non affogare ma non dà certezze a lungo termine. La speranza, nell’intimo dell’individuo, in quei momenti, si salda in maniera inossidabile con la natura ragionevole, rendendosi in tal modo riconoscibile come pienamente “umana”, quanto la vita stessa, o forse ancor più. Ciò è confermato dal fatto che ogni disastro che si produce nell’intimo dell’uomo – per poi avere ripercussioni ben più ampie – procede da una mancanza o vera e propria assenza di speranza.

Ma alle menzogne dei “nemici invisibili”, di cui parla l’Apostolo nell’ultimo capitolo della lettera agli Efesini, la “terra” nella sua imperturbabile fermezza, fertilità, dipendenza offre verità. La terra è scuola di verità: al tempo stesso essa frena gli istinti di dissoluzione e favorisce la salute dell’anima e dei costumi; essa aiuta l’uomo ad essere sé stesso, difendendolo contro sé stesso (G. Thibon, Ritorno al reale, Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, Effedieffe).

Così si esprime uno che ai campi, ai grandi spazi da lui tanto amati, ci ha “consacrato” la vita, fuor di ogni esagerazione. Le philosophe-paysan, il filosofo contadino, come veniva chiamato – scoperto da filosofi del calibro di Jacques Maritain e Gabriel Marcel – è indubbiamente una delle figure più paradossali e straordinarie del ‘900, come ci testimoniano le parole di Gabriel Marcel nella prefazione ad una delle sue opere più conosciute:

Chi è dunque […]? Un religioso? O piuttosto un professore universitario? Un filosofo di professione? Un economista? Un medico? Niente affatto: è un contadino, nel senso più preciso del termine…[…] Non ha altro diploma, che io sappia, oltre la licenza elementare.[…] E per un caso fortunato uno dei suoi compagni che aveva ereditato una biblioteca la mise a sua disposizione. Senza mai trascurare il proprio lavoro, egli trovò il modo di imparare da solo il latino a fondo, il greco, il tedesco e le matematiche, di leggere i filosofi e i poeti: conosce migliaia di versi a memoria.

Un uomo dall’acume sottile e dalla intelligenza cristallina cui gli appare naturale, quanto il sole del mattino che nasce già alto nelle torride albe di agosto, dare risposte, analizzare la società in cui egli si sente estraneo e che rifiuta. Il pensiero di Thibon si tocca con mano e non è frutto di un autodidatta ma di un uomo che ha avuto per maestri i libri: dall’analisi della modernità, passando per le storture dell’ambiente cittadino corroso dal consumismo e dalla tecnica più sfrenata. Egli individua nell’artificialità delle relazioni sociali che contraddistinguono l’uomo divenuto borghese, nel senso del superfluo che attanaglia l’intera esistenza odierna, nella mancanza di ogni fine superiore che giustifichi l’agire quotidiano, alcune delle peggiori calamità del mondo moderno. Ciò è possibile in un tempo in cui si è perduto il senso di tutto, in cui si vive di menzogna per mascherare la sete di assoluto, di realtà – in definitiva – di autentica felicità di cui ciascun individuo ha ineluttabilmente bisogno. La rivolta contro lo spirito del borghese in Thibon, il quale non desidera illuminare gli uomini con la sua luce, ma aiutarli soltanto a contemplare meglio il sole, non poggia su una veste romantica o semplicemente declamatoria tipica del Decadentismo, essa poggia su di un terreno stabile:

E non soltanto la terra non mente, ma non permette all’uomo di mentire: essa guarisce l’uomo dalla menzogna. In altri campi (nelle professioni liberali e amministrative in particolare) si può pascere di illusioni, circondare di un falso prestigio, incutere rispetto agli e a sé stessi: la sanzione dei fatti è vaga e lontana… Questa possibilità di illusione non esiste nella vita dei campi.

Come un duro lavoro riserva a fine giornata la gioia sofferente di aver adempiuto al proprio dovere, allo stesso modo la terra diviene fonte di felicità. Anche Pasolini nella sua vasta produzione più volte mette in risalto questo dato, spesso con delle modalità espressive discutibili – si pensi ai suoi film -, le quali pur tuttavia lasciano intatto il messaggio di fondo che intende dare.

Dinanzi a dicotomie politiche fuorvianti, a pretese polemiche sul nulla, a paradigmi epocali edificatisi su di una falsa libertà, bisognerebbe sforzarsi di tornare di tanto in tanto alle origini, alla “nostra terra” che è la nostra anima. Scrutarla, non temere di avvicinarvisi, scovare il “moderno che è in ognuno di noi” e lentamente abbatterlo con una lieve ma letale poesia, che potrebbe iniziare così:

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.[…]

(P.P. Pasolini)

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

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