L’Italia negli occhi dei grandi stranieri, da Cioran, Goethe, Borges a Pasolini, passando per Churchill

La storia patria abbonda di italiani antitaliani e di italiani arcitaliani; di esaltatori del genio trascurato e innocente, come di finissimi castigatori del malcostume. Ci sono due modi per conoscere un paese: visitarlo di persona o studiarlo sui testi. Se il paese in questione è il proprio la prima opzione si depenna da sé. Studiare la storia del proprio paese e sviscerare tutto quanto sia stato realizzato dai più acuti osservatori è la sola strada da battere. Molti di questi concordano con l’icastica affermazione cambiare tutto per non cambiare niente (a voler fare i filologi, la frase originale è “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”) e si sa, l’Italia è sempre stata vista come un paese di voltagabbana, di impudenti scanzafatiche, di cittadini machiavellici quanto basta, per il resto guicciardiniani, nel senso che ciascuno bada al proprio particulare e del resto poco importa. La storia patria abbonda di italiani antitaliani e di italiani arcitaliani, di esaltatori del genio trascurato e innocente che da sempre ci distingue, come di austeri e finissimi castigatori del malcostume che da sempre, anch’esso, ci distingue. Chi avrà ragione? Ci chiediamo sempre cosa ne sarà dell’Italia e gli internazionali à la page ci accusano di provincialismo (forse a ragione, anche Cioran sosteneva che una nazione che passa il tempo a riflettere su se stessa non ha futuro), per una volta allora si lasci perdere il proprio ombelico e ci si lasci guidare da illustri penne straniere che in passato hanno solcato l’Italia, che l’hanno vissuta e fedelmente raccontata.

Diciamo subito le cose come sono: l’Italia la si ama o la si odia, tertium non datur. Gli unici che hanno il diritto di amarla e oltraggiarla al contempo sono gli italiani stessi. Gli stranieri hanno sempre visto l’Italia come una terra in bianco e nero, gonfi di pregiudizi positivi o negativi che fossero, mentre l’italiano vive nel grigio di sentimenti contrastanti: a volte si pensa all’Italia come al paese più bello del mondo, altre volte si sogna un bombardamento al napalm dal Brennero a Pachino. Curiosamente – ma non ci sorprende – l’opinione dell’Italia e degli italiani nel passato era ben diversa dall’immagine dei Berlusconi pizza e mandolino che ci viene spiattellata in faccia ogni volta che varchiamo i confini. Oggi si ha la sensazione che molti stranieri ritengano l’Italia un paese meraviglioso e ricco di un patrimonio che non ha eguali nel mondo, peccato però per la gente che vi abita, rozza, inconcludente e ritardataria. Sarà pur vero, saranno le esigenze del tardo capitalismo, ma la flemma che ci ha da sempre caratterizzati veniva additata come il pregio di un popolo in grado di vivere senza affanni.

Goethe, felicissimo di scoprire il Belpaese, scrisse un Viaggio in Italia colmo d’estasi e di ammirazione, in cui annota che

tutto induce a credere che una terra felice come questa, dove ogni bisogno è copiosamente soddisfatto, produca anche gente d’indole felice, capace d’aspettare flemmaticamente dall’indomani ciò che le ha portato l’oggi e di vivere, quindi, senza pensieri. Appagamento istantaneo, moderato godimento, lieta sopportazione d’effimeri mali!

A meno di improbabili accessi calvinistici, sembra un bel modo di vivere, anche se non si è più nel 1787 e l’Italia non è certo quella di allora. Ma ancora Goethe batte sul chiodo del binomio flemma contro fatica, che oggi è il binomio nord Europa contro Europa mediterranea, riscontrando negli italiani un’industriosità sommamente viva e accorta, al fine non già di arricchirsi ma di vivere senza affanni. Non è tutta una questione di Pil, diremmo oggi, ma di saper vivere bene pur mancando di sfarzo e avanguardie. Con una punta di orgoglio nazionale, per chiudere sul binomio di cui sopra, è lecito compiacersi del fatto che un ultratedesco come Goethe appunti:

cupa è l’idea che ci si fa in Italia del mondo oltramontano, anche a me tutto ciò che sta al di là delle Alpi appare tetro.

Bruciante passione di Goethe in Italia fu l’ammirazione della classicità, le vestigia di Roma e la gloria antica. Non fu certo il solo a subirla. Jorge Luis Borges, ancora negli anni Settanta, riteneva l’Italia l’Impero Romano e Roma, volente o nolente, la caput mundi che fu. Dopotutto la cultura che Roma produsse ed esportò, prendendo anche a prestito quella greca, si trasferì intrisa di cristianità al Medioevo europeo e di lì agli stati nazione che ne sorsero, fino alle Americhe. Questa fascinazione per l’Italia come unica superstite tangibile della Roma antica, culla della civiltà europea, è una costante nella storia. Dai primi viaggiatori del Cinquecento alle frotte di turisti che visitano Pompei e il Colosseo, in questo senso, poco è cambiato.

Di certo i visitatori odierni difficilmente sono come Goethe o Borges. Oggi si frequenta un posto da turisti, non da viaggiatori. Goethe sognò l’Italia fin da bambino e vi arrivò solo in età adulta, soggiornandovi per quasi un anno quando già conosceva lingua, storia, opere d’arte, culti, riti e miti. Era venuto a vedere tutto ciò con i pochi occhi, ad ascoltare la viva voce di un popolo che già frequentava su carta. Viaggi del genere in pochissimi potevano permetterseli. Oggi la necessaria democratizzazione del turismo permette spostamenti rapidi e fugaci ed è forse un bene ma, per dirla con Giorgio Gaber, la fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconia. A proposito di turismo di massa, Stendhal scrisse che Firenze è solo un museo pieno di stranieri: essi vi trasportano i loro costumi. Era il 1817.

Molti credono che l’Italia altro non sia che un immenso museo a cielo aperto; che oggi il frutto del genio italiano può solo essere osservato e rimpianto, mentre in tempi andati esso era attivo e figliava con tanto godimento. Un fondo di verità si trova in questa teoria: c’era senz’altro un’alta società capace di farsi ammirare da illustri visitatori stranieri, erano attivi teatri che inscenavano opere oggi consideriate classici imprescindibili, la società letteraria si movimentava ed esponeva, i prodotti della fantasia e dell’industria giravano il mondo forgiando il mito del made in Italy. Si fatica a ritrovare qualcosa di simile. Tuttavia alcune leggende andrebbero sfatate: già Stendhal, in Roma, Napoli e Firenze – visitò molte altre città –, notava con stupore che in Italia i nobili leggono pochissimo, figuriamoci i borghesi e i lavoratori comuni.

Quando Pasolini pose la lapide sulla società italiana come il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa – sia detto con un sorriso amaro – non aveva scoperto nulla: è sempre stato così. Ancora Stendhal testimonia che qui un uomo che fosse stato intelligente e capace lo avrebbe mostrato nei fatti, con i commerci, le tresche politiche e quelle amorose, non con la fantasia. La scrittura è sospetta tanto quanto è pericoloso pensare; pericoloso in tutti i sensi: all’epoca gli autori di saggi, tragedie, commedie (di romanzi neppure l’ombra) finivano in galera come niente fosse, accusati di eversione o spionaggio. I Berlusconi e i Briatore che si vantano di non aver mai letto alcunché non sono eccezioni nate ieri, duecento anni fa li avremmo trovati tali e quali. Così come avremmo trovati artisti squattrinati e talenti in disperazione. Si parla di proletariato intellettuale e di artisti sottopagati ma tali sono sempre stati, quando non lavoravano alla corte del principe o per il partito. La storia si ripete.

Cambiamo versante, nel peregrinare tra luoghi e tempi, tra i crinali delle virtù e le valli del vizio. Un’altra tirata comune è la mancanza di orgoglio nazionale e di senso del dovere, fatta eccezione per quando gioca l’Italia del pallone. Già Winston Churchill se la rideva, tra una boccata d’avana e un calice di champagne, motteggiando che gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre. Peccato che a Churchill stesso capitò una disavventura in quanto a onor di patria. Andò a visitare un quartiere di Londra distrutto, il giorno che venne bombardato dai tedeschi, e vi trovò un barbiere aperto tra le macerie sulla cui vetrina un cartello recitava business as usual, lo slogan coniato da Churchill stesso. Fiero e orgoglioso, il primo ministro mostrò il barbiere alla folla prendendolo ad esempio per l’intera nazione. Nessuno ebbe il coraggio di dirglielo, ma quel barbiere era Pasquale Esposito, napoletano.

Esposito viveva a Londra dal 1915 perché, barbiere su una nave da crociera inglese, scese al primo porto dopo la dichiarazione di guerra italiana, per paura di essere chiamato alle armi. Chi è l’eroe e chi il vigliacco? Chi il furbo e chi il fesso? In Italia, da sempre, sono la stessa persona. Quanto al senso del dovere, per rispettarlo bisogna che un dovere ci sia, dunque che vi siano valori condivisi, moralità salda e Stato forte. Non è facile incontrarli nella storia nazionale degli ultimi secoli, non a caso Stendhal ci racconta che

su centocinquanta azioni (…) il milanese fa centoventi volte ciò che gli piace proprio in quel momento. Il dovere, sanzionato dall’infelicità che tien dietro al suo mancato rispetto, e opposto alla propria inclinazione attuale, a lui appare appena trenta volte su centocinquanta azioni.

Ma non è affare esclusivamente lombardo, ecco il fondo del carattere nazionale di questa estremità d’Italia: una puerilità appassionata. Questa gente conduce una vita dolcissima; mai l’idea del dovere si affaccia loro in mente. Si dirà che era il 1817, che tutto è mutato, ma la storia – non ci stanchiamo di ribadirlo – si ripete.

Manca il senso del dovere e forse non è un dramma, manca l’orgoglio nazionale e forse ce ne sarebbe un po’ bisogno. Una cosa che certo non manca è il patriottismo d’anticamera: guai a chiunque tocchi la propria regione o la propria città! Sempre Stendhal ci illumina definitivamente, sancendo che

questo popolo non è compatto. (…) Ogni città esecra le sue vicine e ne viene ricambiata con odio mortale. I sovrani ottengono dunque senza fatica il divide et impera.

La politica è sempre stata una disgrazia in Italia, non si è mai trovata coesione e unità d’intenti a livello nazionale dalla caduta dell’Impero Romano, qui il governo è sempre stato visto come un delinquente che ruba dai quindici ai venti milioni l’anno; sarebbe totalmente squalificato chi pretendesse di difendere i suoi provvedimenti; sarebbe atteggiamento ridicolissimo, e che nessuno capirebbe.

Non si fa che parlare di antipolitica e di populismo, forse sarebbe meglio rendersi conto che solo il Novecento è stato il secolo delle ideologie e della politica di massa, una piccola parentesi nella millenaria storia di questo paese. Il malcostume politico si riversa anche nell’economia: a quante vessazioni non è esposto un proprietario! Per essere proprietario in questo paese occorre avere un titolo e un grande nome. È sempre Stendhal che parla, due secoli fa. Non serve neppure commentare l’attualità delle sue considerazioni.

Proprio uno strano paese, il nostro. Ricco di arte quanto di malcostume, glorioso quanto meschino, superbo e goffamente tronfio. Qualcuno, non ricordo chi, disse che l’Italia è un paese ancora in piedi perché non saprebbe da che parte cadere. Forse proprio questa ne è la forza, rimanere a ondeggiare come una bellissima bandiera issata sul pennone dell’inconcludenza, sempre viva e splendente ma assolutamente inutile. Non si può sfuggire al proprio destino, l’Italia è radicalmente mutata rispetto a quella di due secoli e mezzo fa, eppure Goethe sembra andare a spasso per le nostre strade non più di ieri, quando scrive che

tutto ciò che mi circonda è pieno di nobiltà, è l’opera grande e rispettabile d’una forza umana concorde, il monumento magnifico non già d’un principe sovrano, ma d’un popolo. E se pur (…) il commercio langue e la potenza della Repubblica declina, nondimeno la sua grandiosa struttura e il suo carattere non cesseranno un istante di apparire all’osservatore degni di venerazione. Come tutto ciò che è provvisto di esistenza sensibile, anch’essa soggiace al tempo.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

«Pier Paolo Pasolini era spiato dall’ufficio stragi del Sid>>. Un libro chiede una nuova inchiesta sul caso

Pier Paolo Pasolini era spiato dall’ufficio D del Sid, il famigerato reparto dei servizi segreti militari che negli stessi anni stava inquinando e depistando le indagini sulla strage nera di Piazza Fontana. E poco prima di essere ucciso, il grande scrittore si scambiava lettere riservate con Giovanni Ventura, il terrorista di destra, legato proprio al Sid, che dopo l’arresto e mesi di carcere sembrava sul punto di pentirsi e aveva cominciato a confessare le bombe sui treni dell’estate 1969 e gli altri attentati preparatori della strategia della tensione. Un carteggio inedito, durato sette mesi, che ha portato l’intellettuale di sinistra a chiedere apertamente all’ex editore neonazista di uscire finalmente dall’omertà e raccontare tutta la verità sull’attentato che ha cambiato la storia d’Italia.

Sono passati esattamente 42 anni dalla morte violenta di Pasolini, assassinato nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. Per il brutale omicidio dello scrittore, regista e polemista scomodo, c’è un unico colpevole ufficiale: Pino Pelosi, 17enne all’epoca del delitto, condannato dal tribunale minorile a nove anni e sette mesi, scarcerato nel 1983, morto nel luglio scorso dopo una lunga malattia. I familiari, gli amici più stretti, gli avvocati di parte civile e molti studiosi sono sempre stati convinti, come gli stessi giudici di primo grado, che l’omicidio sia stato deciso da mandanti rimasti occulti ed eseguito da altri complici, probabilmente un gruppo di criminali legati alla destra eversiva, come lo stesso Pelosi aveva finito per confermare, tra molte reticenze (giustificate dalla paura di vendette anche sui parenti), in una celebre intervista televisiva alla Rai.

Ora un nuovo libro-inchiesta, firmato da Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, e da Andrea Speranzoni, avvocato e saggista, chiede ai magistrati di Roma di riaprire le indagini sull’omicidio Pasolini. Per approfondire nuove piste investigative, portate alla luce grazie alla digitalizzazione dell’enorme archivio del processo di Catanzaro su Piazza Fontana: tonnellate di carte rimaste sepolte dagli anni Settanta negli scantinati giudiziari, trasportate a Milano e a Brescia negli anni Novanta per far ripartire le inchieste sulle stragi impunite, e poi scannerizzate da una cooperativa di detenuti di Cremona. Con il risultato di rendere accessibili e ricercabili decine di migliaia di documenti perduti, dimenticati e in qualche caso del tutto inediti.

Il libro, “Pasolini. Un omicidio politico” (prefazione di Carlo Lucarelli, editore Castelvecchi) è stato presentato dai due autori ieri, giovedì 2 novembre nella sala Aldo Moro della Camera dei deputati, dove è atteso l’intervento dell’avvocato Guido Calvi, che come parte civile fu il primo a denunciare, insieme al collega Nino Marazzita, i possibili complici neri che terrorizzavano Pelosi. Paolo Bolognesi, che è anche deputato, è il primo firmatario della proposta di legge per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio Pasolini.

Negli atti dello storico processo di Piazza Fontana, in particolare, gli autori del libro hanno trovato documenti che provano l’esistenza di un fascicolo del Sid, protocollato con il numero 2942, intestato personalmente a Pasolini. Un dossier, finora ignoto, che comprova un’inquietante attività di spionaggio della sua vita privata e professionale, che mirava a scoprire, in particolare, cosa avesse scoperto negli ottantamila metri di pellicola utilizzati per realizzare il documentario «12 dicembre»: un filmato che sosteneva la tesi della «strage di Stato» quando gli apparati di sicurezza accreditavano ancora la falsa “pista rossa” degli anarchici milanesi.

L’esistenza e il numero di protocollo del dossier segreto su Pasolini è documentata, in particolare, da un’informativa del Sid, pubblicata integralmente nel libro, datata 16 marzo 1971 e indirizzata dagli agenti di Milano all’ufficio D di Roma: il reparto dei servizi destinato ad essere soprannominato “ufficio stragi”, dopo la scoperta che il suo capo, l’allora colonnello (poi generale) Gian Adelio Maletti, e il suo braccio destro, il capitano Antonio Labruna, invece di aiutare la giustizia facevano sparire le prove contro i terroristi neri. Al punto da fornire soldi e documenti falsi per far scappare all’estero e pagare la latitanza ai neofascisti ricercati dai magistrati di Milano.

Maletti e Labruna, entrambi affiliati alla P2, sono stati condannati con sentenza definitiva per il reato di favoreggiamento. Freda e Ventura sono stati proclamati colpevoli in tutti i gradi di giudizio per 16 attentati preparatori del 1969 e assolti in appello per la strage di piazza Fontana, per insufficienza di prove (e abbondanza di depistaggi). Il libro-inchiesta rivela che Pasolini era spiato anche dall’Ufficio Affari Riservati, il servizio parallelo che completava il lavoro sporco degli apparati deviati perseguitando gli innocenti anarchici milanesi.

Un’altra scoperta sorprendente è il ritrovamento, tra gli atti ora informatizzati del maxi-processo di Catanzaro, di un carteggio tra Pasolini e Ventura. Le prime notizie di queste lettere erano emerse grazie a un altro libro-inchiesta, firmato da Simona Zecchi (“Pasolini, massacro di un poeta”, pubblicato nel 2015 dalla casa editrice Ponte alle Grazie), che rivelava per la prima volta anche altri elementi di prova, come la foto di una seconda macchina sul luogo del delitto, diversa dall’auto dello scrittore (con cui Pelosi passò sul corpo della vittima prima di darsi alla fuga), le minacce subite dall’intellettuale antifascista poco prima dell’omicidio e il possibile collegamento con le sue indagini su piazza Fontana. Documentato anche dal carteggio finito agli atti dello storico processo sulla strage.

Nei primi mesi del 1975 lo scrittore riceve una lettera dal terrorista nero, allora detenuto, e decide di rispondergli. La corrispondenza prosegue per circa sette mesi. Ventura è in crisi, ha ormai firmato la cosiddetta “semi-confessione”, ammettendo le responsabilità sue e di Freda per tutti i 16 attentati preparatori (bombe all’università di Padova, in fiera e in tribunale a Milano, e su otto treni delle vacanze), che causarono decine di feriti. Poco prima, il 14 novembre 1974, Pasolini aveva firmato il famoso articolo, sul Corriere della Sera di Piero Ottone, che si apriva con queste parole: «Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti. (…) Io so. Ma non ho le prove (…)».

Nel carteggio, controllato dalla direzione del carcere, Ventura allude a verità inconfessabili, ma resta evasivo e reticente. Poco prima del suo omicidio, in una delle ultime lettere ora pubblicate nel libro-inchiesta, Pasolini lo invita personalmente a confessare tutto: «Gentile Ventura», gli scrive, «vorrei che le sue lettere fossero meno lunghe e più chiare. Una cosa è essere ambigui, un’altra è essere equivoci. Insomma, almeno una volta mi dica sì se è sì, no se è no. La mia impressione è che lei voglia cancellare dalla sua stessa coscienza un errore che oggi non commetterebbe più. (…) Si ricordi che la verità ha un suono speciale, e non ha bisogno di essere né intelligente né sovrabbondante (come del resto non è neanche stupida né scarsa)».

Il processo di primo grado per l’omicidio Pasolini si è chiuso con la condanna di Pino Pelosi «in concorso con ignoti»: i giudici del tribunale considerano assolutamente certa la presenza di altri assassini non identificati. In appello, su richiesta dell’allora procuratore generale, la sentenza cambia: Pelosi diventa l’unico colpevole. In questi anni gli avvocati di parte civile hanno cercato più volte di far riaprire il caso, ma senza risultati.

Ora il libro-inchiesta pubblica molti nuovi elementi di prova, tra cui le testimonianze, finora inedite, di alcuni abitanti dell’Idroscalo, che già nel 2010 hanno verbalizzato che quella notte nel luogo dell’omicidio non c’erano soltanto Pasolini e Pelosi, ma diverse altre persone. La speranza è che il nuovo vertice della procura di Roma, che sta facendo dimenticare la nomea della capitale giudiziaria come «porto delle nebbie», possa fare ogni sforzo per cercare verità e giustizia su un delitto di portata storica come l’omicidio di Pier Paolo Pasolini.

 

Fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/11/02/news/pier-paolo-pasolini-omicidio-riaprire-il-caso-1.313185?ref=fin

Loescher Editore pubblica “Per leggere i classici del Novecento”: un’antologia per scoprire i capolavori del nostro tempo

Per leggere i classici del Novecento è il titolo del nuovo volume della collana I Quaderni della Ricerca/Didattica e letteratura pubblicato da Loescher Editore, storica casa editrice di Torino. Il libro, a cura di Francesca Latini e Simone Giusti, raccoglie 22 saggi dedicati a testi novecenteschi, apparsi sulla rivista “Per Leggere” tra il 2001 e il 2016. Un’antologia unica nel suo genere, che colma l’assenza di contributi critici e filologici dedicati a prove letterarie recenti o addirittura contemporanee, e che rappresenta un’opportunità – a disposizione dei docenti di oggi e di domani – per scrutare con la giusta messa a fuoco opere che per la loro vicinanza cronologica rischiano di scomparire dal nostro orizzonte.

Nei saggi selezionati trovano spazio le analisi di prose liriche, racconti, poesie, poemetti in versi e persino di una canzone, a testimonianza della scelta dei curatori di allargare i confini della scrittura d’arte oltre i tradizionali testi ‘classici’ che, come ricorda Francesca Latini nell’articolo di apertura, Calvino definiva “quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”. Ed è proprio il desiderio di creare “le migliori condizioni” per i nuovi lettori alla base del volume, che affianca il Guido Gozzano di Invernale a maestri come Ungaretti, Montale e Fenoglio; e protagonisti della scena letteraria del XXI secolo del calibro di Giovanni Raboni, Andrea Zanzotto, Alda Merini, alle intense voci contemporanee di Milo de Angelis, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, per arrivare sino al cantautore Francesco Guccini.

Commentare un’opera – scrive nella Postfazione Simone Giusti – è un’attività tra le più artigianali che si trova a compiere lo studioso di letteratura, richiede di mettersi in ascolto del testo, tenendo sempre d’occhio il suo svolgersi nello spazio della pagina […] È un’opera di comprensione, di interpretazione e di valorizzazione che può essere compiuta solo attraverso una pratica di lettura puntuale del testo”. A partire da questa volontà, il nuovo Quaderno di Loescher Editore rivolge un appello al mondo degli studi umanistici e dell’insegnamento scolastico e universitario, per considerare la lettura come pratica indispensabile alla formazione dei docenti.

Un progetto editoriale che guarda a una scuola in cui insegnare non la letteratura, ma con la letteratura, usando le opere per costruire competenze linguistiche e culturali. “L’esperienza ‘mediata’ dalle opere della letteratura e, in generale, dalle storie, – prosegue Giusti – è libera e liberatoria, consente di ‘moltiplicare la vita’, di allenare l’empatia e di sviluppare l’‘immaginazione narrativa’. Un’esperienza che, esattamente come le esperienze reali, lascia tracce di sé nella memoria, preparando il terreno ad altre esperienze, tracciando piste per comportamenti futuri, aprendo la strada ad altre interpretazioni”. 

Per leggere I classici del Novecento si può ordinare in tutte le librerie (anche online) d’Italia; i docenti possono richiederlo agli agenti Loescher di zona. La Postfazione è online; sempre online è possibile consultare, in versione pdf, l’indice, l’introduzione e il primo capitolo.
QdR Per leggere i classici del Novecento – Indice

Invernale di Guido Gozzano – a cura di Nicoletta Fabio
Il maiale di Umberto Saba – a cura di Marzia Minutelli
Genova di Dino Campana – a cura di Paolo Giovannetti
Stralcio e Perdóno? di Clemente Rebora – a cura di Matteo Giancotti
Dove la luce di Giuseppe Ungaretti – a cura di Francesca Latini
La vite e A Carlo Tomba di Camillo Sbarbaro – a cura di Simone Giusti
Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale – a cura di Tiziano Zanato
L’Appennino di Pier Paolo Pasolini – a cura di Francesca Latini
L’avventura di uno sciatore di Italo Calvino – a cura di Giovanni Bardazzi
Un altro muro di Beppe Fenoglio – a cura di Marco Gaetani
Ferro di Primo Levi – a cura di Anna Baldini
Pensieri di casa di Attilio Bertolucci – a cura di Fabio Magro
Falso sonetto di Franco Fortini – a cura di Davide Colussi
Amerigo di Francesco Guccini – a cura di Paolo Squillacioti
Laggiù dove morivano i dannati di Alda Merini – a cura di Marilena Rea
Periferia e Treni di Antonia Pozzi – a cura di Georgia Fioroni
Le ceneri di Vittorio Sereni – a cura di Rodolfo Zucco
Diffidare gola, corpo, movimenti, teatro di Andrea Zanzotto – a cura Marco Manotta
Ombra ferita, anima che vieni di Giovanni Raboni – a cura di Fabio Magro
L’ordine di Milo De Angelis – a cura di Marco Villa
Children’s corner di Valerio Magrelli – a cura di Claudia Bonsi
Le parentesi di Fabio Pusterla – a cura di Sabrina Stroppa

Libertà, ricerca e musicalità nella poesia di Amelia Rosselli

Un linguaggio frantumato e oscuro caratterizza l’appartata esperienza poetica di Amelia Rosselli che si distingue però per un’intonazione appassionata, rara nel secondo Novecento. Non può seguire studi regolari, costretta a trasferirsi con la famiglia dalla Francia all’Inghilterra, ma acquisisce una piena padronanza di tre lingue (italiano, francese e inglese); forse anche per questa sua formazione internazionale Amelia Rosselli risulta estranea alla tradizione italiana e continua senza sosta a coltivare l’idea precisa e dichiarata di una lingua poetica universale, come universale è la musica. In tal modo punta al cuore della sua personale ricerca e ne scandaglia l’esperienza sofferta nel corpo e nella psiche.

Traumatica deve essere stata la vita da “rifugiata” che iniziò a condurre sin dall’omicidio del padre Carlo Rosselli, esule antifascista, fondatore di Giustizia e Libertà e teorico del Socialismo Liberale, e del fratello di lui, Nello, assassinati da sicari fascisti. Amelia, nata nel 1930, ha appena sette anni ed è ovvio che questa vicenda la segni in maniera indelebile, come la segna il devastante rapporto con la madre Marion Cave. Viaggia tra l’Europa e gli Stati Uniti: «Non sono “apolide”» – precisava in un’intervista rilasciata a Spagnoletti, nel 1987 – «Sono di padre italiano e se sono nata a Parigi è semplicemente perché lui era fuggito […] perché era stato condannato per aver fatto scappare Turati. Mia madre lo aiutò a fuggire e quindi lo raggiunse a Parigi. […] Cosmopolita è chi sceglie di esserlo. Noi non eravamo dei cosmopoliti; eravamo dei rifugiati» (1987/2004, p. 9). Negli anni Sessanta si iscrive al Partito Comunista Italiano, mentre i suoi testi attirano l’attenzione, tra gli altri, di Pasolini e di Zanzotto. È Pasolini a presentare nel 1963, sulla rivista letteraria “Il Menabò”, diretta da Italo Calvino, una prima scelta di Variazioni belliche della Rosselli, preparazione all’edizione in volume dell’anno successivo, edito dalla Garzanti; è sempre Pasolini a definire la sua scrittura poetica come ‘scrittura di lapsus’: versi fatti di distrazione, caratterizzati da «una grammatica di errori nell’uso delle consonanti e delle vocali».

Soffiati nuvola, come se nello
stelo arricciato in mia bocca
fosse quell’esaltazione d’una
primavera in pioggia, che è il
grigio che ora è era appeso nell’aria…
… E se paesani
zoppicanti sono questi versi è
perché siamo pronti per un’altra
storia di cui sappiamo benissimo
faremo al dunque a meno, perso
l’istinto per l’istantanea rima
perché il ritmo t’aveva al dunque
già occhieggiata da prima.
(da Impromptu, 1981)

Amelia Rosselli e la malattia

Il tema dei lapsus, Pasolini aveva comunque precisato, «è un piccolo tema secondario rispetto ai grandi temi della Nevrosi e del Mistero che percorrono il corpo di queste poesie», quindi ne ridimensiona la rilevanza e individua nello stile di Amelia Rosselli una dimensione tragica e dissacrante, che unisce registro alto e basso, lingua del passato e del presente, trasversalità e scardinamento di regole e misure. Insomma, una scrittura pericolosamente libera. Disse bene, anni dopo, il critico Pier Vincenzo Mengaldo a proposito della lingua della Rosselli, definendola: «un organismo biologico, le cui cellule proliferano incontrollatamente in un’attività riproduttiva che come nella crescita tumorale diviene patogena e mortale». Il disagio esistenziale della Rosselli si riflette nella sua opera e sarà lei stessa a raccontare in forma di prosa poetica i suoi vent’anni di vita: il solitario arrivo a Roma, l’incontro con Rocco Scotellaro, in una relazione sempre rimasta ambiguamente in bilico tra l’amore e la grande amicizia. Poi la morte di lui e l’inizio di un periodo di oscuramento progressivo della memoria e della ragione, peregrinando fino alle campagne fangose di Matera in cerca del fantasma del perduto amico/innamorato morto. Quando Amelia Rosselli morì, l’11 febbraio 1996, gettandosi dalla finestra del suo appartamento romano di via del Corallo, si pensò che quel suicidio avesse posto termine a un lungo silenzio creativo, ulteriore dolorosa ferita in una vita segnata dalla malattia mentale. Una malattia che, come ha sottolineato il cugino, Aldo Rosselli, «fa parte della sua voce, della sua voce vera, della sua voce interna, ma anche esterna, quella delle sofferenze che ha affrontato nella vita».

In realtà in quel periodo Amelia Rosselli aveva appena ricominciato a scrivere, in inglese e in italiano, con il bilinguismo tipico della sua opera matura. Molti critici infatti, valutando la quantità di elementi di disagio, malinconia, depressione, nevrosi di cui le poesie sono colme, concordano nel sostenere che quello di Amelia Rosselli sia stato un suicidio, lentamente, gradatamente preannunciato nei suoi versi, con una particolarità ulteriore e singolare: Amelia Rosselli scelse di togliersi la vita l’11 febbraio, esattamente come la poetessa Sylvia Plath, autrice da lei tanto studiata e tradotta con passione. Sul suicidio di Silvia Plath, posto in relazione al rapporto con la madre, Amelia dice: “noi possiamo anche accusare la madre, non è certo la madre che deve essere ritenuta responsabile, ma la società, una società terapeuticamente ignorante, meccanicistica e, quello che è peggio, una società incosciente nel suo matriarcato di stampo capitalistico”.

ARIEL
di Sylvia Plath

Stasis in darkness.
Then the substanceless blue
Pour of tor and distances.
God’s lioness,
How one we grow,
Pivot of heels and knees! – The furrow
Splits and passes, sister to
The brown arc
Of the neck I cannot catch,
Nigger-eye
Berries cast dark
Hook –
Black sweet blood mouthfuls,
Shadows.
Something else
Hauls me through –
Thighs, hair;
Flakes from my heels.
White
Godiva, I unpeel –
Dead hands, dead stringencies.
And now I
Foam to wheat, a glitter of seas.
The child’s cry
Melts in the wall.
And I
Am the arrow,
The dew that flies
Suicidal, at one with the drive
Into the red
Eye, the cauldron of morning.

(traduzione di Amelia Rosselli)
Stasi nell’oscurità.
Poi gli azzurri insostanziali
Versano cime e distanze.
La leonessa di Dio,
Come uniti cresciamo,
Perno di tacchi e ginocchia! – Il solco
Si spacca e passa, sorella al
Bruno arco
Del collo che non posso fermare,
More dal negro occhio
Spargono cupi
Ganci –
Boccate nere di dolce sangue,
Ombre.
Qualcos’altro
Mi tira in aria –
Cosce, capelli;
Scaglie dai miei tacchi.
Bianca
Godiva, io mi sbuccio –
Mani morte, urgenze morte.
E ora io
Schiumo come grano, uno scintillio di mari.
Lo strillo del bambino
Si fonde nel muro.
E io
Sono la freccia,
La rugiada che giace
Suicidale, una con la spinta
Nel rosso
Occhio, la fucina del mattino.

Una lingua intellettuale, espressione del privato e dell’autenticità

L’inglese è per Amelia Rosselli territorio femminile/materno come apertura a spazi del ‘sentimento’, ma è anche una lingua intellettuale, una lingua che è acquisita e che le è più familiare nelle modulazioni di padri o madri elettivi, come Donne, Shakespeare, Joyce, Thomas, Cummings, Woolf, Dickinson, Plath e tanti altri. Questa condizione plurilinguistica di base, connaturata con le difficili esperienze vissute, costituisce la radice antropologica delle poesie della Rosselli, che, in un saggio nel 1962, Spazi metrici, ha così dichiarato: «la lingua in cui scrivo di volta in volta è una sola, mentre la mia esperienza sonora logica e associativa è certamente quella di molti popoli, e riflettibile in molte lingue». Per Amelia Rosselli la poesia è il terreno su cui si scontrano due opposti aspetti del linguaggio: da un lato, il linguaggio è espressione del privato, dell’autenticità, dell’interiorità; ma dall’altro lato, non appena esso entra nel circolo della comunicazione sociale, diventa falso. Il suo punto di forza è la competenza musicale che ha favorito nella Rosselli la ricerca di una nuova metrica, dove il valore fonico delle sillabe, delle vocali e delle consonanti, il ritmo della frase finiscono per prevalere sul significato e sulle forme consuete della lingua: questo comporta l’invenzione di parole, la polivalenza del significato, la presenza di metafore oscure che dicono le cose mentre le celano, e, non ultima l’esigenza che la poesia sia detta ad alta voce, ascoltata più che letta. Musica, ritmo, suono, contaminazione delle lingue, ricerca di sempre nuovi sensi da comunicare: forma e significato sono elementi altrettanto imprescindibili e altrettanto curati nel fare poetico di Amelia Rosselli.

L’opera Documento vede la luce con grande fatica nel 1976; ed è la testimonianza della crisi della poesia che non si configura più come ricerca dell’assoluto e di una forma in grado di decifrare il senso del mondo, ma come testimonianza della vita, che è il rovescio della poesia, quello che resta in assenza di poesia. Fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, Documento è del resto concepito e programmato come libro conclusivo.
Il testo che segue, profondamente attuale, appartiene alla serie Variazioni (1960-1961):

Contiamo infiniti cadaveri

Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l’ultima specie umana.
Siamo il cadavere che flotta putrefatto su della sua passione!
La calma non mi nutriva il solleone era il mio desiderio.
Il mio pio desiderio era di vincere la battaglia, il male,
la tristezza, le fandonie, l’incoscienza, la pluralità
dei mali le fandonie le incoscienze le somministrazioni
d’ogni male, d’ogni bene, d’ogni battaglia, d’ogni dovere
d’ogni fandonia: la crudeltà a parte il gioco riposto attraverso
il filtro dell’incoscienza. Amore amore che cadi e giaci
supino la tua stella è la mia dimora.
Caduta sulla linea di battaglia. La bontà era un ritornello
che non mi fregava ma ero fregata da essa! La linea della
demarcazione tra poveri e ricchi.

La dedizione dell’autrice alle passioni forti

Qui Rosselli piange il limite umano di fronte al male. Versi liberi, che hanno però una certa costanza ritmica, per quanto estranea alla metrica italiana tradizionale. Sullo sfondo di un mondo di stragi, lotte e “fandonie”, l’autrice afferma la sua dedizione alle passioni forti e autentiche, la volontà di non piegarsi ai mali e alle mistificazioni sociali, la fedeltà a una “bontà” che la relega inevitabilmente tra i “poveri”. Questa affermazione non è affidata solo al senso delle parole, ma più alla struttura formale della poesia che si presenta come un flusso traboccante di emozioni e di idee, apparentemente incontrollato. Più che dichiarata, la passione è in atto, in un tono esclamativo, e insieme ritmato come una litania, attraverso le insistenti ripetizioni. Tutto questo sembra scaturire da un livello psichico profondo, primitivo, che non può parlare una lingua ordinaria: la Rosselli svolge continuamente le regole della comunicazione normale con le volute goffaggini della lingua (“su della”, “la crudeltà a parte il gioco”, “ero fregata da esso”), con gli scarti fra lingua letteraria (“la sua stella è la mia dimora”) e volgare (“non mi fregava”) come chi si sforzasse di balbettare una lingua mal conosciuta. Il fatto che la Rosselli fosse stata educata in francese e in inglese ha una sua rilevanza, ma nel senso che questo le dava una particolare sensibilità linguistica, non nel senso che non fosse in grado di scrivere in italiano normale.

Amelia Rosselli possiamo leggerla in tanti modi, ma sarebbe riduttivo leggerla esclusivamente come una scrittura privata, anche se non si può scindere dalla propria interiorità e dalla modalità espressiva che per lei erano fondamentali. Tema ricorrente nella lirica della Rosselli è lo scontro tra la sua sofferenza esistenziale e l’indifferenza e la superficialità altrui; è uno scontro che si riflette nella sua opera di poetessa come ricerca di continua sperimentazione formale. La scrittura si propone al tempo stesso come denuncia della propria pena, la cui violenza è trasmessa dalla forzatura della lingua, e come tentativo di trasferirla in schemi geometrici e musicali. Va perciò detto che il disagio individuale di Amelia Rosselli riflette un disagio storico di portata epocale e che la poetica, fortemente innovativa nelle forme e dai toni profondamente dolorosi della Rosselli è unica, nel panorama letterario italiano, per il senso che trasmette di un coinvolgimento emotivo totale nella parola, e perché dà vita ad alcuni dei momenti più alti della sperimentazione letteraria contemporanea.

 

Fonte:

Sulla poesia di Amelia Rosselli (di M. Allo)

L’attualità o inattualità di Pasolini, che dopo 41 anni va di traverso a tutti

P P Pasolini è il Santo patrono degli Intellettuali italiani e di tutti i profeti scontenti. Disperata­mente attuale o perdutamente inattuale, su di lui si accaniscono infinite autopsie, sul cor­po, sui libri, sulle idee politiche, ancora oggi a 41 anni esatti dalla sua morte.

Lasciamo stare il solito giochino se Pasolini era di destra o di sinistra. Pasolini era Pasolini, marxista eretico e reazionario, comunista antimoderno, populista rurale e spirito religioso ma blasfemo; esteta decadente, parallelo in senso inverso a D’Annunzio. Oggi è scomodo a sinistra come al centro e a destra, inadattabile all’epoca delle passioni spente e delle ideologie cadaveri.

Ve lo vedete Pasolini nella tv a colori o commerciale, nelle prime e terze pagine di oggi, a dialogare, fare opinione e gossip? Più facile vederlo in una caricatura di Crozza, Marcorè e Guzzanti che da Vespa, a Ballarò o da Santoro. Oggi sarebbe contro Berlusconi ma anche contro il berlusconismo di sinistra e il vuoto spinto generale. In una cosa Pasolini fu profeta ascoltato: nelle Lettere luterane auspicò che la Rai fosse appaltata ai partiti. Purtroppo fu accontentato.

Di P P Pasolini è celebrato il lato più detestabile: il blasfemo regista de La ricotta e del sadico Salò, l’omosessuale che ama i ragazzini, l’intellettuale marxista da salotto e da tv che pure auspica la morte dei salotti e della tv. Oggi domina quel ceto neoborghese che Pasolini criticò ferocemente: «Il conformismo presentato come indignazione, cameratismo, coro, gazzarra, ricatto morale, creazione di false tensioni e attese precostituite, demagogia, linciaggio, razzismo, moralismo, disumanità». Hanno sostituito la vecchia borghesia, cristiana e perbenista, con la nuova borghesia, cinica, gaudente e progressiva. Pasolini criticava il sesso ridotto a obbligo e consumo, nell’onda permissiva vide il nuovo oppio dei popoli.

P P Pasolini, intellettuale scomodo e antimoderno

Lottando contro i valori tradizionali e religiosi, notava Pasolini, i giovani estremisti rendevano un servizio al nemico che dicevano di combattere: sgombrando il terreno da religione e valori, lasciavano campo libero al dominio del neocapitalismo, con il suo laicismo, le sue merci e la sua tecnocrazia. Secondo Pasolini «l’unica contestazione globale del presente è il passato », e «solo nella Tradizione è il mio amore». Non c’è male per uno «de sinistra». «La destra divina è dentro di noi nel sonno» scriveva PPP. Nota un critico su Pasolini: «La nostalgia per un modo di essere che appartiene al passato (e che talvolta dà a Pasolini quasi un timido e sgraziato furore reazionario) e non si restaurerà più per una definitiva vittoria del male… e dei valori nuovi che a Pasolini sembrano intollerabili». Un po’ esagerato questo critico, chi è? Pier Paolo Pasolini medesimo.

La differenza tra i conservatori e P P Pasolini era che i primi lo erano nel nome del padre (da qui il loro paternalismo autoritario), lui lo era nel nome della madre (da qui il suo legame ombelicale col passato). In quella differenza c’è la sua eresia e la sua omosessualità. All’amor patrio Pasolini preferì l’amor matrio. Più che le radici amava le matrici, la madre terra, la madre chiesa e la madre lingua. «Assisto dall’orlo estremo di qualche età sepolta». Ma per Pasolini le macerie spirituali presenti non erano paragonabili con quelle del passato; che la tv con i suoi modelli pervertiva l’anima del Paese; che la libertà sessuale e omosessuale è una forma ossessiva di conformismo e di consumismo; che i giovani di oggi sono morti che camminano, omologati e spenti, artificiali e contro natura (parole sue). Il dubbio sorge spontaneo: ma Pasolini parla del suo tempo o del nostro? Se l’Italia era così già nei primi anni Settanta, che c’entra Berlusconi che non era al governo e nemmeno si occupava di tv? E il clerico-fascismo di cui lui parlava, che ci azzeccava con questa Italia nichilista e consumista che è proprio il contrario dell’Italia voluta dai preti e dai fascisti?

Come sarebbe “etichettato” oggi Pasolini?

Insomma, di questo cortocircuito pasoliniano nessuno scrive; ma i ribelli e i dubbiosi non sono più ammessi. Pensiamo alle sue poesie friulane e tradizionaliste (che lo avvicinano ad un’altra personalità complessa del Novecento, ovvero quella di Yukio Mishima): l’ultima poesia è dedicata a un giovane fascista, in cui Pasolini si richiama alla destra divina, onirica, invitandolo a difendere, conservare, pregare. Oggi c’è chi riutilizza tutto ciò per legittimare piccole porcherie della politica presente. P P Pasolini stesso, del resto, si definiva uno “sgraziato reazionario”,  contro la modernità, il ‘68, la borghesia radical chic, la società permissiva e irreligiosa, l’aborto e la manipolazione genetica, i figli di papà che attaccano i poliziotti ma risparmiano i magistrati, la pornocrazia e la droga.

Pasolini rifiutò di entrare nel movimento omosessuale, il <<Fuori>>, e oggi sarebbe contro il gay pride e il matrimonio gay perché, lui omosessuale, aveva un’idea tragica e intimamente cattolica dell’omosessualità che viveva come scandalo e trasgressione e non pretendeva il certificato del sindaco e l’elogio dei mass media. Se fosse ancora in vita gli darebbero del bigotto omofobo. Criticò la tv del suo tempo perché volgare e dissacrante (“La volgarità è il momento di pieno rigoglio del conformismo”, diceva), assai prima che spuntasse Berlusconi, criticava il fascismo non perché fosse il braccio armato della reazione ma perché aveva concorso a distruggere i valori tradizionali e amava il comunismo perché a suo dire era una forma di resistenza all’irreligione e alla modernità neocapitalista, odiava la DC non perché fosse un partito conservatore e confessionale ma perché la riteneva agente della scristianizzazione e del nuovo capitalismo, anzi la definiva «il nulla ideologico mafioso». Preferiva il mondo contadino e i valori religiosi all’industria, al femminismo, al laicismo.

Perché oggi nessuno riconosce che criticava il razzismo perché riteneva che nascesse da un’intolleranza dei moderni verso gli antichi, degli industrializzati verso gli arretrati, di coloro che vivono nella luce artificiale dello sviluppo verso coloro che hanno «facce bruciate dal sole di epoche andate», e amava il terzo Mondo più per antimodernità alla Guenon che per filantropia alla Veltroni?

Certo, Pasolini era comunista, era anzi “marxista eretico” come si definiva; ha fatto film indigeribili, era ossessionato dal sesso, ha scritto in anticipo il processo delle Br ad Aldo Moro e a Carlo Casalegno; ha criticato la tv e la stampa borghese ma troneggiava su entrambi. Ed è stato avversato dai conservatori benpensanti non perché fosse omosessuale, come oggi si ripete, ma perché ritenuto pedofilo, corruttore di minori.

Se oggi P P Pasolini non accettasse di farsi testimonial della borghesia radical, ma continuasse a scrivere le cose di ieri, magari criticando il berlusconismo di destra e di sinistra, non sarebbe in vetrina e in tv, ma scriverebbe su giornali marginali, sarebbe scansato come petulante, moralista e catastrofista, quasi iettatore. Perciò non dite (ipocriti!): “Ah, come ci vorrebbe oggi un Pasolini!”: se ci fosse davvero, finirebbe chiuso in un cesso. La sinistra ne ha fatto un suo eroe ma per anni l’ha emarginato e persino espulso dal Partito comunista perché omosessuale. Pasolini oggi andrebbe di traverso a tutti. E non ha eredi.

 

Fonte: Marcello Veneziani blog

‘Petrolio’: l’incompiuto testamento di Pasolini

Ex oriente lux, ma non solo: il mito delle Argonautiche ricorda, in chiave metaforica, quanto l’Oriente fosse fonte di approvvigionamento per i Greci, bisognosi di oro e di grano. Giasone riesce a convertire la figlia di Eeta re della Colchide, Medea, pur di ottenere il vello d’oro di Crisomallo, ariete di Ermes. Le stesse Argonautiche che sono menzionate – ma non citate – in Petrolio, ultima e incompiuta fatica di Pier Paolo Pasolini, intellettuale atipico quanto opinabile, che forse non a caso intitola così il suo “poema a comparti”.

Petrolio, romanzo pubblicato postumo, nel 1992, viene concepito in un’epoca dai tratti ancora oggi oscuri, quale può essere quella degli anni di piombo, in cui si inserisce sia come opera che cerca di svecchiare i preesistenti modelli stilistici e retorici di cui ci si serviva per scrivere romanzi, come nel contempo cercheranno di fare anche Elsa Morante, Paolo Volponi e Stefano d’Arrigo, sia come tentativo di chiara denuncia, coerentemente al percorso ideologico dello scrittore di Casarsa.

Petrolio: stile e contenuti

Siamo tra il 1973 e il 1975, Pasolini annuncia che si sarebbe dedicato ad un’opera che l’avrebbe impegnato per tutta la vita. E bisognerà peraltro aspettare il 1992 affinché la casa editrice Einaudi decida di affidare al pregiato filologo Aurelio Roncaglia il compito di redigere una versione postuma a partire dallo scartafaccio pasoliniano, attualmente custodito al gabinetto Viesseux di Firenze. Non stupisce che un’informazione distorta e parziale possa riscaldare gli animi, ed è ciò che successe quando, a pochi giorni dalla pubblicazione di Petrolio, l’imprudente penna di Nello Ajello liquidò su l’Espresso l’opera dell’autore come uno zibaldone di sconcezze, “come solo da Pasolini ci si poteva aspettare”. Una lettura, la sua, limitata al sicuramente forte capitolo “Il pratone di Casilina”, dove, in sintesi, il protagonista Carlo si prostituisce con venti ragazzi dei Parioli in un susseguendosi di rapporti orali di dura ricezione da parte del lettore, in effetti.

Si farebbe torto all’impegno di Pasolini, invero, se si circoscrivesse il discorso intorno ad una superficiale analisi del dato erotico-scandalistico, che molta presa ha sui lettori che totemizzano e su quelli che, viceversa, condannano la figura del nostro intellettuale. Il Pasolini sovversivo, spesso mitizzato, caricato, ideologicamente stressato, è sempre stato anche il Pasolini saggista, ovvero un uomo che guarda alla società non da lontano, non da fuori, bensì saggiandola, non ritenendo la cultura un piatto da esibire, adatto ad un consumo chic, ma rivendicandone la dimensione pragmatica: la cultura va «agita», non è un inerte museo. È per questo che l’opera di Pasolini evita di toccare superficialmente problemi di etica e costume, preferendo di gran lunga inserirsi in prima persona nei problemi, smanioso di fornire un’interpretazione sincera, senza filtri.

Non stupisce, pertanto in Petrolio la presenza di lunghe riflessioni, allegoriche e non, sia sui problemi del singolo individuo che su quelli che lo legano alla società, dalla decadenza dei costumi, grande tema di fortuna millenaria, alle tensioni politiche ed economiche. Non è un caso che la verve dell’invettiva sovversiva di Pasolini sia così accesa negli anni di piombo, che saranno poi gli ultimi anni della sua vita, stroncata presso l’Idroscalo di Ostia, strage inattesa o forse più contestuale di quanto si creda.

Il legame tra Petrolio e l’ultimo Pasolini

Lo stretto legame tra Petrolio e l’ultimo Pasolini, quello disperato per il buio in cui sprofonda il paese, destabilizzato da più di un centinaio di attentati, può essere rintracciato proprio nell’affinità degli attacchi rivolti, sia all’interno dell’opera sia negli interventi pubblici, alla Democrazia Cristiana e ai suoi gerarchi, ai loschi rapporti economici con i paesi arabi e con l’Eni. Si legge, a tal proposito, qualche stralcio di un intervento di Pasolini apparso sulla rivista <<Il mondo>> il 28 agosto 1975, due mesi prima del suo omicidio:

“[…] tutto il mondo politico italiano era, ed è, pronto ad accettare sostanzialmente la continuità del potere democristiano, o con fiducia miracolistica, mascherata da serietà professionale, o con gratificante disprezzo. […] In conclusione, il Psi e il Pci dovrebbero per prima cosa (se vale questa ipotesi) giungere ad un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci) l‘Italia. Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati. Anzi, no, non come Nixon, restiamo alle giuste proporzioni: come Papadopulos. Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese”.

Senza prendere posizione in merito, al di là di quanto di vero o falso vi fosse nella critica di Pasolini, sarà unanimemente considerato un dato oggettivo il rumore che la sua voce potesse fare in quegli anni; si ricorda, tra l’altro, che sarà soltanto vent’anni dopo che Petrolio vedrà la luce in una forma pubblicabile. Una forma mutila, per giunta, essendo lo scartafaccio di 600 pagine dichiarate e di 522 pagine effettive.

Ora, non è affatto scontato che il famoso Appunto 21, di cui nel manoscritto Petrolio rimane solo il titolo (Lampi sull’Eni), sia stato trafugato. Ci sono elementi, infatti, che concorrono a questa ipotesi: intanto nell’Appunto 22 Pasolini lo cita come un capitolo già scritto, che doveva contenere, tra l’altro, riferimenti espliciti al periodo partigiano di Cefis, oscurato da un episodio compromettente (l’uccisione di Mattei?). Di un’effrazione in casa Pasolini nei giorni successivi all’omicidio, poi, parla un cugino dello scrittore, Guido Mazzon, che ricorda una telefonata in cui la cugina Graziella Chiarcossi comunicava quel furto. Nel marzo 2010, Marcello Dell’Utri annunciò che quelle carte sarebbero state esposte alla <<Mostra del libro antico di Milano>>, salvo poi tirarsi indietro. Nessuna speranza, pertanto, di rintracciare il capitolo perduto.

Per quante tesi si possano avanzare in merito, siano esse di natura complottistica o di generico scetticismo, ne resta, purtroppo, solo l’ovvia indimostrabilità: avrebbe destato realmente scalpore il capitolo di Petrolio dedicato all’Eni? Ha qualche attinenza con il tardivo interesse filologico verso l’opera? La morte di Pasolini è stata frutto di un disegno o la soluzione servita su un piatto d’argento ai colpevoli e/o detrattori?

 

Napoli: ‘le stazioni d’arte’ di Francesco Ferone

Napoli, tra le città più belle e probabilmente tra le più afflitte da stupidi stereotipi al mondo, è l’oggetto della arte del talentuoso fotografo Francesco Ferone, che con il suo lavoro sulle stazioni d’arte partenopee, mette in evidenza l’interazione che si crea tra i viaggiatori delle metropolitane e le rappresentazioni artistiche al loro interno, mostrando come questo rapporto contribuisca ad aggiungere valore alle opere stesse, creando qualcosa di unico.

Il giovane Francesco Ferone si rivolge principalmente a quanti capita quotidianamente di usare mezzi di trasporto quali le metropolitane che in una città caotica come Napoli, si rivelano spesso la scelta migliore; e ci invita a scrutare, abbandonando la fretta l’immenso patrimonio artistico che è nascosto in quei luoghi che tutti i giorni percorriamo. Ferone ci offre una città dinamica, che è sempre altro rispetto agli insopportabili luoghi comuni, una metropoli i cui abitanti, come diceva Pasolini, “sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg e i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso –in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte –di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità. È un rifiuto sorto dal cuore della collettività contro cui non c’è niente da fare”. L’artista napoletano inoltre, non ci risparmia l’aspetto umano, interiore, invitandoci a guadare dentro noi stessi, a metterci a nudo, a scattare una foto della nostra anima, per poi analizzarla.

Di seguito le fotografie rappresentative del progetto di Francesco Ferone:

“Doppio”

 

In questo scatto assistiamo alla ripetizione del pattern scelto dall’artista che va a richiamare lo sdoppiamento delle figure che scendendo le scale ed i loro riflessi creano appunto un ‘doppio’.

“Doppio 2”

Sempre nella stazione Università come la prima Fotografia, il tema e il concetto sono gli stessi, soltanto la doppia visione è qui legata alla singola figura in movimento che riflette sulla parete, stile che si avvicina alla visione ‘futurista’ della metro.

“Una separazione”

Quest’opera è presente nella stazione Toledo di Napoli e si intitola : Il teatro è vita. La vita è teatro (nome abbreviato). Si tratta di installazioni fotografiche scelte dall’artista Shirin Neshat, mentre gli scatti sono di Luciano Romano, le tematiche spaziano dal sentimento della perdita  e la separazione e la finzione tra teatro e vita. L’uomo ritratto stabilisce un rapporto di ‘separazione’ con la donna ritratta, dove la perdita materiale della propria testa, la parte del corpo deputata ai sentimenti, nella quale insiti, contrastano l’irrazionalità e la razionalità, simboleggia proprio questo. Il volto della donna avvolto dalla disperazione,crea un’ingombrante presenza all’interno dell’immagine diventando soggetto della Foto e in un certo senso volto dell’uomo. Si mescola in questo scenario il rapporto tra realtà e fantasia: le persone ritratte sui fondali sono attori,un po’ come l’uomo di passaggio che in un giorno della sua vita ha deciso di recitare il suo atto nel teatro di questa città.

Una separazione è il titolo dell’opera non soltanto per il contenuto dell’immagine ma è anche un omaggio alla cultura Iraniana, nazione d’origine dell’artista attraverso l’ammiccamento al film ‘Una separazione’ di Asghar Farhadi, che per altro tratta tematiche correlate.

“Bruciate dal fuoco”

In questo scatto la statua in basso è un omaggio alle donne della resistenza, sotto (anche se non si vede) è presente la frase palindroma ‘In girum imus nocte et consumimur igni’; è un’omaggio all’instancabile e ancestrale figura della donna e alla sua centralità nella società, intesta come madre, archetipo di ogni epoca, che le rende per l’appunto ‘bruciate’ dal fuoco della passione e della vita.

“Passaggio”

Il tema di questa fotografia (stazione Dante) è la metafora del Viaggio, inteso come quello fisico, terreno che si va ad intrecciare con quello del pendolare, i colori forti del bambino contrastano con quelli dell’opera di Kounellis, invecchiati; la volatilità della vita: Nascita e morte, giovinezza e vecchiaia.

“Sguardi 2”

Quest’opera è presente nella stazione di Rione Alto, ed ha come tematica la stessa della prima serie (Sguardi 1): l’invito a guardarsi dentro, anche attraverso gli altri, soltanto qua l’uomo è più attento a quello che gli succede intorno, “Conosci te stesso”.

“Sequenza”

Questa istallazione è situazione all’interno della stazione Vanvitelli, rappresenta la serie di Fibonacci, la successione numerica per cui ogni cifra è la somma delle due precedenti è per l’artista la sintesi dei processi di crescita organica del mondo e le figure in movimento richiamano la successione numerica, che insieme  determinano una crescita, in una visione comunitaria.

 

 

 

Addio al grande editore Livio Garzanti

La cultura italiana piange il grande editore Livio Garzanti, scomparso lo scorso 14 febbraio, a 93 anni, nella clinica milanese dove era ricoverato. L’editoria, per Garzanti, non era solo un affare ma un mezzo di conoscenza, che promuove valori. Un uomo ambizioso, solitario, pieno di passione, un artigiano-industriale, di quelli che oggi mancano tremendamente, ben lontano dalle becere logiche commerciali. Ma erano gli anni del dopoguerra, durante i quali gli editori andavano alla ricerca di talenti senza pregiudizi, considerando l’opera letteraria come uno strumento di elevazione sociale.

Il discorso è da estendere anche a noi lettori, sempre meno propensi a misurarci con opere importanti, che richiedono molta attenzione e tempo, e orientati piuttosto verso libri di facile lettura, non troppo lunghi, e che semplicemente ci “intrattengano”, senza farci riflettere troppo. Pensiamo alle opere pubblicate da Livio Garzanti: Il prete bello di Goffredo Parise del 1954 (tra i primi best seller italiani del dopoguerra), Ragazzi di vita, che ha segnato l’esordio di Pier Paolo Pasolini (con il quale Garzanti ebbe un rapporto non facile), nel 1955, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di Carlo Emilio Gadda, scritto nel 1957, e Memoriale di Paolo Volponi del 1961.

Livio Garzanti ha ereditato dal padre Aldo la casa editrice sorta tra il 1936 e il ‘39 sulle ceneri delle edizioni Treves, storica e potente casa editrice di tradizione monarchica, costretta a chiudere i battenti a causa delle leggi razziali. Nel 1961 Livio diviene presidente della Garzanti e rimane in carica fino agli anni della crisi: nel 1995 infatti Utet ne rileva il 51% del capitale sociale, mentre il rimanente finisce in mano alle Messaggerie italiane, anche se il marchio rimane di proprietà dei Garzanti. Ma è proprio durante questi anni che la casa editrice vive i suoi anni migliori; Garzanti scopre Ferdinando Camon e nella celebre collana verde di Poesia, pubblica autori come Mario Luzi, Giorgio Caproni, Mario Soldati e Attilio Bertolucci.

A Livio Garzanti si devono, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, i romanzi gialli, i cosiddetti hard-boiled tra cui il Ciclo di Angelica di Anne e Serge Golon e quello di 007, prodotti di alta divulgazione come le Storia della filosofia di Geymonat e della Letteratura di Natalino Sapegno ed Emilio Cecchi. Lui stesso è stato autore di alcune opere: La fiera navigante, L’amore freddo, Una città come Bisanzio, Amare Platone.

Livio Garzanti era laureato in filosofia ed è stato sposato da giovane con Orietta Sala, da cui ha avuto un figlio, Eduardo, in omaggio al grande De Filippo, in seguito con con la scrittrice Gina Lagorio, conosciuta ed infine, dopo la morte della consorte e dopo essersi ritirato a vita privata occupandosi di Platone, con Louise Michail.

 

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