‘Resurrezione’ di Tolstoj, una lectio magistralis per Pasqua attraverso una storia d’Amore

È di un anno che precede il Novecento, l’ultimo romanzo dal titolo Resurrezione, del grande scrittore russo Lev Tolstoj, secondo alcuni persino superiore a Guerra e pace e ad Anna Karenina e basato su un episodio realmente accaduto al procuratore Koni, amico di Tolstoj.

L’incipit di Resurrezione tra i più esplosivi e seducenti della storia della letteratura –, travolgente, intimo, e denota un’inversione di tendenza, un cambio di passo rispetto a Guerra e pace, poema della Russia e dei suoi salotti, e ad Anna Karenina, tragedia della ricca donna vittima di quella smania di dolore e struggimento che spesso investe gli individui che hanno tutto dalla vita:

«Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto esalassero fumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, – la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l’erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano i nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole. Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini – i grandi, gli adulti – non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all’amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l’un l’altro».

Il principe Nechljudov, protagonista maschile di Resurrezione, chiamato a decidere come membro di una giuria popolare della condanna di una prostituta, riconosce in lei la ragazza che aveva sedotto molti anni prima e, dopo aver assistito alla sua ingiusta condanna, matura la volontà di salvarla e di sposarla. Katjuša pare però rifiutare la proposta e le attenzioni del principe, il quale, divorato dal rimorso, decide di seguirla comunque ai lavori forzati in Siberia con l’immutato proposito di redimerla. Egli assisterà infine al riscatto della ragazza e troverà lui stesso, attraverso la lettura del Discorso della montagna di Gesù, la via per riscattare la propria anima.

Fu lo stesso Nechljudov causa della rovina esistenziale e morale della protagonista, sedotta, ingravidata ed abbandonata quand’era ancora una giovanissima e rispettabile fanciulla. La Maslova, divenuta ora una volgare prostituta alcolizzata, viene ingiustamente condannata ai lavori forzati per omicidio, e nel principe, che ha fatto parte della giuria popolare impegnata nella causa della donna, scatta qualcosa, una scintilla che presto assume le dimensioni di un incendio inestinguibile. Nechljudov vuole riscattare la propria colpa e redimere Katiuša, anche sposandola se necessario. Decide di prendersi cura di lei, di seguirla ovunque, anche in Siberia. Un mutamento incredibile, repentino e drastico, che lo porta a recidere con decisione i rapporti con l’alta e vuota società alla quale appartiene, avviene nell’animo del principe. Una resurrezione per entrambi i protagonisti del romanzo.

Resurrezione è un documento molto importante sull’evoluzione del pensiero dello scrittore russi. Anche lo stile è molto originale. Nonostante sia particolarmente intriso di ideologia, molti punti sono romanzeschi a livello magistrale, come le descrizioni dell’amore tra i due protagonisti quando erano giovani, le quali ricordano a tratti il Tolstoj di Guerra e pace e dei paesaggi, dei luoghi, della società russa dell’epoca.

Dopo essere giunto alla conclusione che non con la filosofia o le scienze, ma solo con la fede l’uomo può sperare di comprendere il senso ultimo dell’esistenza, Tolstoj si applica a trovare un modo per conciliare fede e ragione. Egli vuole una fede che risulti chiara per la ragione umana, anzi, che in un qualche modo dipenda dalla ragione: «Io voglio comprendere – scrive Tolstoj, – in modo tale che ogni proposizione inspiegabile mi si presenti come una necessità della ragione». E ancora:

La rivelazione non può essere fondata sulla fede come la concepisce la Chiesa: credere in anticipo a quanto mi verrà detto. La fede è una conseguenza, pienamente soddisfacente per la ragione, dell’inevitabilità, della verità della rivelazione. La fede, nella concezione della Chiesa, è un obbligo, riposto nell’anima umana a forza di minacce e di ammonizioni. Nella mia concezione la fede è tale perché è vero il fondamento su cui si fonda ogni attività razionale.

Benché Tolstoj, accanto alla volontà di carpire con la ragione la fede, affermi anche la necessità di sottomettersi alla volontà divina, ci troviamo davanti ad una contraddizione solo apparente: anche questa necessità infatti può essere compresa dalla ragione.

Lo sforzo del principe, il quale, dopo aver letto il Vangelo, non chiude occhio per tutta la notte, è direzionato alla ricerca di Dio, della vera fede e del giusto modo di vivere. Anche quando non è possibile individuare un tale percorso, il motivo centrale di questo, come di altri romanzi di Tolstoj è strettamente legato a problemi religiosi e morali.

Come narra lo stesso Tolstoj, al principe è successo quello che spesso succede a chi vive di solo intelletto, ovvero che un pensiero che inizialmente ci appare come un paradosso, finisce poi per diventare una verità semplicissima ed evidente: <<No, non è possibile che la cosa sia così semplice>>, dice ad un certo punto tra se Nechljudov e conviene che se esistono una società ed un ordine relativo è perché ci sono ancora uomini che hanno compassione e amore per i loro simili, non perché ci sono giudici e legislatori che puniscono.

 

 

Fonte: Academia.edu

Il vero significato della Pasqua nei quattro Vangeli

La parola “Pasqua” (pascha in greco e latino) è una traslitterazione dell’aramaico pasha che corrisponde all’ebraico pesah. L’etimologia di questa parola ebraica è incerta, ma pare che il suo antico significato sia quello di descrivere un cambiamento, un “passare oltre”. Il termine trova un’etimologia più esatta nel termine “passaggio” (diabasis, transitus). Soggetto di questo ‘transito’ nel nostro caso diventa il popolo d’Israele che “passa” dalla schiavitù dell’Egitto alla Terra promessa, attraverso il Mar Rosso. Anche la Pasqua del Cristianesimo, similmente a quella ebraica, idealizza ugualmente il valore del “passaggio”, del transito: poiché l’uomo, attraverso il Cristo morto per noi sulla Croce, e mediante i sacramenti da Lui istituiti a partire dal Battesimo, diventato cristiano, passa ” dalla schiavitù del peccato”, alla “gioia della salvezza”, entrando a far parte a pieno titolo della Chiesa di Cristo.

Pasqua, quindi, festa di ringraziamento e festa di salvezza, in continuità, quella cristiana con quella ebraica, attraverso un processo di incorporazione, di rielaborazione della sua antica matrice giudaica. Celebrazione, potremmo sostenere, come “prosecuzione nella continuità” dell’antico rito di ringraziamento per la liberazione dalla schiavitù dell’ Egitto sofferta dal popolo ebraico, trasformato, attraverso il sacrificio di Gesù Cristo, in nuova liberazione del popolo dal peccato, mediante la redenzione. La Pasqua cristiana è detta Pasqua di risurrezione, mentre quella ebraica è Pasqua di liberazione dalla schiavitù. Quella ebraica può essere intesa anche come “attesa” per il Messia, La Pasqua cristiana, invece, celebra la fine di quell’attesa e ricorda la morte e risurrezione di Gesù Cristo, nostro salvatore, ovvero l’instaurazione della “Nuova Alleanza”, tra Dio e l’uomo, per l’avvento del Regno di Dio.

Il Cristianesimo ha voluto “trasferire” i significati della Pasqua ebraica nella nuova Pasqua cristiana, dandole un volto nuovo, senza rinnegare il passato ma aggiornandolo. Le antiche Scritture hanno infatti un ruolo centrale negli eventi pasquali: Gesù, secondo quanto ci è stato tramandato nei Vangeli, è morto in croce nei giorni in cui ricorreva la festa ebraica della pasqua; inoltre, questo evento, venne visto dai primi cristiani come la realizzazione di quanto era stato profetizzato sul Messia. Questo concetto viene ribadito più volte sia nella narrazione della Passione, nella quale i quattro evangelisti fanno continui riferimenti all‘Antico Testamento. L’evangelista Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, cosi scrive: «Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture, fu sepolto ed è resuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture ». L’accento si pone dunque sull’adempimento delle Scritture, per cui i giudeo-cristiani, seppur continuando, a festeggiare la Pasqua ebraica, dovettero immediatamente spogliarla del significato di attesa messianica, superando anche il ricordo dell’Esodo, per rivestirla di nuovo significato: l’arrivo del Messia, la venuta sulla terra di Gesù Cristo, e la successiva Sua morte, passione e risurrezione. Questo “passaggio di testimone” tra liturgia ebraica e cristiana è chiaramente avvertito da Paolo, quando, nella prima lettera ai Corinzi, scrive: «Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, ma con azzimi di sincerità e verità» (1 Corinzi, 5,7-8).

La festa della Pasqua cristiana non ha una data fissa. Essa è mobile, viene fissata di anno in anno nella domenica successiva alla prima luna piena (il plenilunio) successiva all’equinozio di primavera (il 21 marzo). Questo sistema venne fissato definitivamente già nel IV secolo. Nei secoli precedenti potevano esistere diversi usi locali sulla data da seguire, tutti comunque legati al calcolo della Pasqua ebraica, anch’essa “mobile”. In particolare alcune chiese dell’Asia seguivano la tradizione di celebrare la pasqua nello stesso giorno degli ebrei, senza tenere conto della domenica, e furono pertanto detti quartodecimani. Ciò diede luogo ad una disputa, detta Pasqua quartodecimana, fra la chiesa di Roma e le chiese asiatiche.

Per la Chiesa cattolica, dunque, la data della Pasqua è compresa tra il 22 marzo ed il 25 aprile. Infatti, se proprio il 21 marzo è di luna piena, e questo giorno è sabato, sarà Pasqua il giorno dopo (22 marzo); se invece è domenica, il giorno di Pasqua sarà la domenica successiva (28 marzo). D’altro canto, se il plenilunio succede il 20 marzo, quello successivo si verificherà il 18 aprile, e se questo giorno fosse per caso una domenica occorrerebbe aspettare la domenica successiva, cioè il 25 aprile. Per questo si dice che la Pasqua è “alta” se cade molto in avanti in aprile, “bassa” se cade intorno alla ventina di marzo. La tradizione della Chiesa Cattolica vuole che la data della Pasqua venga annunciata ai fedeli dal Sacerdote durante i riti della festività dell‘Epifania.
La preparazione liturgica della Pasqua è preceduta da un “periodo preparatorio” di astinenza e digiuno della durata all’incirca di quaranta giorni, chiamato generalmente Quaresima, che nel rito romano ha inizio il Mercoledì delle Ceneri. Nella forma ordinaria del rito romano, l’ultima settimana del tempo di quaresima è detta Settimana santa, periodo ricco di celebrazioni e dedicato al silenzio ed alla contemplazione. Comincia con la Domenica delle Palme, che ricorda l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, dove fu accolto trionfalmente dalla folla che agitava in segno di saluto delle foglie di palma. Per questo motivo nelle chiese cattoliche, durante questa domenica, vengono portate processionalmente, in ricordo dell’antico rito, rami di palma e ulivi, benedetti dal celebrante, e distribuiti ai fedeli che li conservano come segni di protezione.

Ed il Vangelo cosa dice a proposito della Resurrezione? Tutti i Vangeli sono d’accordo che le donne trovarono un sepolcro vuoto, senza cadavere. Forse Matteo dice che videro l’apertura della tomba. Ma è probabile invece che Matteo racconti quello che succedette mentre venivano al sepolcro (un terremoto e un angelo rotolò la pietra), e che le donne trovarono la pietra già rotolata come negli altri Vangeli. Matteo inoltre dice che le donne videro Gesù risorto dopo che andarono dagli apostoli. In Marco, Maria Maddalena lo vide, ma questo è nella sezione del testo che probabilmente non è originale. Giovanni invece racconta questa conversazione fra Maria Maddalena e Gesù dopo che lei ebbe parlato con gli apostoli, quando Pietro e Giovanni vennero al sepolcro. Mi sembra che l’incontro in Matteo sia dopo quello in Giovanni, ma Matteo non racconta il viaggio a Gerusalemme e il ritorno al sepolcro con Pietro e Giovanni. Così Gv 20:14-18 è la prima volta che Gesù apparve a qualcuno (perché in Gv 20:15 Maria non sapeva ancora della risurrezione), e poi apparve anche a tutte le donne come in Mt 28:9-10.

Tuttavia nessuno dei quattro Vangeli canonici parla di come è avvenuta la Resurrezione di Gesù, solo un Vangelo apocrifo ne parla in maniera trionfante, come quella che è rappresentata da Piero della Francesca nella sua Resurrezione di Cristo. Secondo il cardinale Mons. Gianfranco Ravasi, in Gesù Cristo coesistono tre realtà, quella storica, quella trascendentale e quella teologica, è lecito pensare che secondo lui, la Resurrezione abbia valenza come fatto storico, ma, nello stesso tempo, la giudichi poco significativo, poco rilevante, in qualche modo non decisivo per la fede, per la quale, Risurrezione o no, occorre piuttosto credere all’ascensione-esaltazione-innalzamento del Signore; ascensione-esaltazione-innalzamento che, pur radicandosi – come egli dice – nel tempo e nello spazio, è cioè nella morte e in una tomba, e ammettendo, quindi una verificabilità storica, ciononostante non derivano il loro valore e il loro significato religioso dall’essere un fatto storico, creduto come tale. Presentare la Risurrezione in questi termini – cioè sullo sfondo di una fede che sembra in grado di sopravvivere anche se, per assurdo, si riuscisse a negare la storicità del fatto – sembra destinato ad attrarre anche chi non è disposto a credere alla Risurrezione, quasi dicendogli che si può essere ugualmente cristiani pur senza credere alla verità storica di quell’evento, ma semplicemente accettandone il significato metafisico e teologico. Dunque, il punto sostanziale non è se Mons. Ravasi creda nella storicità della Risurrezione, e i suoi scritti lo lasciano intendere. ma è sia accettabile il suo modo di presentare la fede con riguardo alla Risurrezione e, più in generale, alla storicità di Gesù e dei Vangeli.

Certamente per vedere, per percepire la Risurrezione di Gesù non basta la vista fisica, ma occorre un’esperienza interiore. Allora, scrive l’evangelista Giovanni, ecco che “entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo”.  Il discepolo che ha esperienza dell’amore di Gesù è quello che corre più veloce, è il discepolo che gli è stato intimo nella cena, cioè disposto a farsi dono e servizio con Gesù e come Gesù, è il discepolo che è stato in grado di seguirlo fin presso la croce, pronto a morire per lui e sarà il discepolo che per primo lo sperimenta. Chi vive nell’amore sperimenta una vita capace di superare la morte.