‘L’incanto di Venere’ di Salvatore Belzaino: l’invocazione dell’amore in una raccolta poetica compulsiva

Non è raro trovare nella raccolta la parola inchiostro, legata quasi da una sorta di magia alla sorte delle volte dei pianeti, delle maree, degli effetti luce delle stelle con l’atmosfera e l’aria terrestre. L’incanto di Venere dello scrittore napoletano Salvatore Belzaino, (Il mio libro, 2019), come si legge nella sinossi del libro, è una raccolta lirica che esalta e celebra Amore nella melodia che scalza l’oblio; è poetico flusso d’albe e tramonti nel letto stracolmo di attese del cuore. Tra i versi vividi di seducenti e primigenie emozioni, Salvatore Belzaino denuda, in danza di parole limpide, alchemiche e fatali, il significato e l’essenza del perdersi e ritrovarsi. Perdersi e ritrovarsi di vita, di onirico abbandono e persino di morte, nella Bellezza di Colei che strugge in baci, che seduce tra strali di passione e tormento, che si fa speme all’arcobaleno delle stagioni destinate a passare ed essere rimembranza ed anche amnesia.

L’autore vive quasi in una sorta di trance inconsapevole. È spinto. È guidato. È mosso alla scrittura da un vivace movimento astronomico incontenibile. Dall’inchiostro del porta nascono parole come sotto dettatura. Come in un accadimento biblico, le parole sono sentite innanzitutto, poi trascritte quasi, e infine trasformate in invocazione.

Ed è proprio l’invocazione la prima figura retorica che si fa strada nella raccolta. La dedizione è una conseguenza, e i pianeti l’oggetto del desiderio, della pietevole inclinazione all’osservazione di orizzonti distanti.

Parliamo in questo caso dell’invocazione a Venere. Atto che fu già di rottura, se vogliamo, quando la fece Lucrezio; che snobbò le muse per votarsi a Venere, a una dea, per ingraziarsela, per farle illuminare il tracciato del racconto per intero. E in questa nostra raccolta contemporanea il percorso non è diverso. Il pianeta, la stella, la dea, trova qui la sua antica funzione di guida dei mari, delle acque terrestri, delle giostre luminose di luce atmosferica, e dell’inchiostro di cui si compone questa “compulsiva” raccolta dove l’autore campano cerca la propria orbita ontologica e poetica.

E facendo correre velocissimi gli anni coi secoli, possiamo legare tutto il trattato poetico al naturalismo cosmico e incantato, panteistico, che fu di Leopardi, e in qualche misura tipico ottocentesco caratterizzato da un lessico di maniera, ragionato, cercato; soprattutto perché poi compare la luna con le maree, con l’aurora e i rapporti con sole, e tutte queste creature del cielo sono fortemente inclini a dettare sentimenti e a suggerire emozioni. E l’autore nel riconoscersi con Pavese e con la radiazione pessimistica di fondo, non fa altro che continuare e proseguire un pessimismo su di sé e sulla natura dell’uomo che fu celebre in Leopardi. E fondamentalmente l’autore da vita al teorema dell’impossibilità, del mare, dell’oceano in un bicchiere, della surrealtà, delle immagini che furono di Magritte.

Il poeta è alla ricerca di una nuova dimensione. La indaga, la isegue, la ricerca. La inquisisce, la invoca.
Il lessico poi può sembrare molto di maniera, studiato, un po’ troppo ragionato, voluto, cercato. Impreziosito da bagliori extraterrestri.
È il fanciullino di Pascoli che diventa adulto e cerca solo un atavico, eterno, cantuccino in qualcosa di molto distante e coscientemente irraggiungibile, impossibile.

Passando poi da una lettura storiografica ad una superficialmente psicoanalitica, questa fissazione per Venere nasconde la voglia, decisamente manifesta, di un rifugio privato perduto, quasi immaginario. Una voglia insaziabile, bulimica, quasi compulsiva. Ci sono pagine e pagine in cui si parla di cose reali ma della loro trasfigurazione astrofisica tramite algoritmi verbali molte volte dai tempi antichi.

Antonia Pozzi, voce “leggera” del Novecento che ha colto l’essenza della vita e del mondo

Quando Antonia Pozzi nasce è martedì 13 febbraio 1912: bionda, minuta, delicatissima, tanto da rischiare di non farcela a durare sulla scena del mondo; ma la vita ha le sue rivincite e…Antonia cresce: è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie, dalle quali sembra trasudare tutto l’amore e la gioia dei genitori, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a Bereguardo. Il 3 marzo la piccola viene battezzata in San Babila ed eredita il nome del nonno, primo di una serie di nomi parentali (Rosa, Elisa, Maria,Giovanna, Emma), che indicherà per sempre la sua identità. Antonia Pozzi cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequenta la Scala, dove poi la seguirà anche Antonia; ha mani particolarmente abili al disegno e al ricamo.

Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato di Cesare Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso, che Antonia Pozzi chiamerà “Nena” e con la quale avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto e di profonda intesa. Bisogna, poi, aggiungere la zia Ida, sorella del padre, maestra, che sarà la compagna di Antonia in molti suoi viaggi; le tre zie materne, presso le quali Antonia trascorrerà brevi periodi di vacanza tra l’infanzia e la prima adolescenza; la nonna paterna, Rosa, anch’essa maestra, che muore però quando Antonia è ancora bambina. Nel 1917 inizia per Antonia l’esperienza scolastica: l’assenza, tra i documenti, della pagella della prima elementare, fa supporre che la bimba frequenti come uditrice, non avendo ancora compiuto i sei anni, la scuola delle Suore Marcelline, di Piazzale Tommaseo, o venga preparata privatamente per essere poi ammessa alla seconda classe nella stessa scuola, come attesta la pagella; dalla terza elementare, invece, fino alla quinta frequenta una scuola statale di Via Ruffini.

Si trova, così, nel 1922, non ancora undicenne, ad affrontare il ginnasio, presso il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano.
Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia Pozzi: in questi anni stringe intense e profonde relazioni amicali con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini, le sorelle elettive, già in terza liceo quando lei si affaccia alla prima; incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, ché nulla ha di appariscente, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna, dalla moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, dalla dedizione con cui segue i suoi allievi, per i quali non risparmia tempo ed ai quali elargisce libri perché possano ampliare e approfondire la loro cultura. La giovanissima allieva non fatica a scoprire dietro l’ardore e la serietà, nonché la severità del docente, molte affinità: l’amore per il sapere, per l’arte, per la cultura, per la poesia, per il bello, per il bene, è il suo stesso ideale; inoltre il professore, ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non coglierlo: il fascino diventa ben presto amore e sarà un amore tanto intenso quanto tragico, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo il bene”, scriverà Antonia, riferendosi ad essa. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti , nella sua breve e tormentata vita.

Nel 1930 Antonia Pozzi entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; vi trova maestri illustri e nuove grandi amicizie: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio, per citarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935. In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normalissima, almeno per una giovane come lei, di rango alto-borghese, colta, piena di curiosità intelligente, desta ad ogni emozione che il bello o il tragico o l’umile suscitano nel suo spirito: l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, la conduce spesso sulle rocce alpine, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, vivendo esperienze intensissime, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini; nel 1931 è in Inghilterra, ufficialmente per apprendere bene l’inglese, mentre, vi è stata quasi costretta dal padre, che intendeva così allontanarla da Cervi; nel 1934 compie una crociera, visitando la Sicilia, la Grecia, l’Africa mediterranea e scoprendo, così, da vicino, quel mondo di civiltà tanto amato e studiato dal suo professore e il mondo ancora non condizionato dalla civiltà europea, dove la primitività fa rima, per lei, con umanità; fra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca, che ha imparato ad amare all’Università, seguendo le lezioni di Vincenzo Errante, lingua che tanto l’affascina e che la porta a tradurre in italiano alcuni capitoli di “Lampioon”, di M. Hausmann.

Antonia Pozzi tra poesia e fotografia

Intanto Antonia Pozzi è divenuta “maestra” in fotografia, che con la poesia rappresenta per Antonia un’altra voce della verità: non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, aridamente, quanto perché le cose, le persone, la natura hanno un loro sentimento nascosto che l’obiettivo deve cercare di cogliere, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere. Si vanno così componendo i suoi album, vere pagine di poesia in immagini. Questa normalità, si diceva, è, però, solamente parvenza. In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il luogo più vero della sua vocazione artistica. La mancanza di una fede, rispetto alla quale Antonia, pur avendo uno spirito profondamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo: è il 3 dicembre del 1938.
Lo sguardo di Antonia Pozzi, che si era allargato quasi all’infinito, per cogliere l’essenza del mondo e della vita, si spegne per sempre mentre cala la notte con le sue ombre viola.

Come ha giustamente affermato lo studioso Marco della Torre«la poesia di Antonia Pozzi rimane, più che mai oggi, una delle voci liriche più sofferte e più pure, più luminosamente illimpidite, della poesia lirica italiana di questo secolo».Così scriveva qualche anno fa Dino Formaggio, che frequentò intensamente Antonia Pozzi negli anni universitari. Un commento audace, ma ormai sempre più condiviso. Del resto, già molti anni prima, Eugenio Montale annotava nell’edizione mondadoriana di Parole: «Tecnicamente la sua lirica deriva dal verslibrisme del principio del secolo e da certe esperienze di Ungaretti: voce leggera, pochissimo bisognosa di appoggi, essa tende a bruciare le sillabe nello spazio bianco della pagina […]. Un’aerea uniformità era il suo limite più evidente: la purezza del suono e la nettezza dell’immagine il suo dono nativo».

Io nacqui sposa di te soldato.
So che a marce e a guerre
lunghe stagioni ti divelgon da me.
Curva sul focolare aduno bragi,
sopra il tuo letto ho disteso un vessillo –
ma se ti penso all’addiaccio
piove sul mio corpo autunnale
come su un bosco tagliato.
Quando balena il cielo di settembre
e pare un’arma gigantesca sui monti,
salvie rosse mi sbocciano sul cuore:
che tu mi chiami,
che tu mi usi
con la fiducia che dai alle cose,
come acqua che versi sulle mani
o lana che ti avvolgi intorno al petto.
Sono la scarna siepe del tuo orto
che sta muta a fiorire
sotto convogli di zingare stelle.

18 settembre 1937

 

Fonte:

.Biografia

Cesare Pavese editore, più interessato ai classici e ai saggi che ai romanzi

Un approfondimento, ricco di aneddoti, dedicato al lato meno noto di Cesare Pavese dove, in parallelo con la propria scrittura, lo si vede intento a organizzare quella degli altri dalla scrivania di una casa editrice, l’Einaudi degli inizi.
Allora come ora, un editor di narrativa poteva avere ogni tanto la tentazione di ribellarsi. Se poi si chiamava Cesare Pavese, immensa capacità di lavoro e carattere virante al brusco, poteva anche scrivere, nel primo dopoguerra, una lettera di questo tenore a qualche incauto: “Caro signore, ricevendo noi molte proposte, abbiamo dovuto sviluppare un sesto senso, e così fiutare l’ingegno e le capacità di uno scrittore dal suo tono epistolare. Il suo ci pare non prometta nulla di buono. Per ciò non dia corso all’invio dei manoscritti”.

La cita Gian Carlo Ferretti nel saggio (uscito per Einaudi) L’editore Cesare Pavese, che fa seguito ad analoghe ricerche sull’editoria libraria del Novecento – ricordiamo almeno L’editore Vittorini e il lavoro su Niccolò Gallo (Storia di un editor, Il Saggiatore) oltre alla monumentale Storia dell’editoria letteraria in Italia 1945 – 2003 (ancora Einaudi). Qui si affronta il lato meno noto di Cesare Pavese dove, in parallelo con la propria scrittura, lo si vede intento a organizzare quella degli altri dalla scrivania di una casa editrice. Fu infatti un grande protagonista nella prima, decisiva fase dello Struzzo (assunto il 1 maggio 1938, ci lavorò fino al 27 agosto del 1950, giorno del suicidio in una camera dell’hotel Roma), quando si posero le basi di quella che sarebbe poi stata l’Einaudi negli anni più fortunati dell’egemonia culturale, esercitata per un lungo periodo.

Al tempo di Cesare Pavese, la sfida era ancora agli inizi; la casa editrice era piccola e faticava a trovare autori di buon nome, soprattutto nella narrativa. Il giovane redattore si dedicava un po’ a tutto: dal ‘40, quando Leone Ginzburg, che era stato il grande ispiratore di Giulio Einaudi, venne mandato al confino in Abruzzo, toccò a lui esercitare di fatto il ruolo di direttore editoriale. A Roma fra il gennaio e il luglio ’43 si occupa della nuova sede -aperta nel ’41 -, poi torna a Torino tra bombardamenti e traslochi di fortuna, tiene i rapporti con i collaboratori, legge i testi, progetta collane, si occupa di contratti, è di nuovo a Roma, città che mal sopporta, nel ‘45. “Lavoro come uno schiavo egizio”, proclama non senza ironia – lavorare è per lui una ragione di vita -; si arrabbia spesso, i suoi giudizi sono quasi sempre sferzanti.

Ferretti fa emergere un aspetto sin qui assai poco noto: a differenza poniamo di Elio Vittorini – o dell’amatissimo allievo Italo Calvino – Pavese non ha un vero interesse in quanto editore per la narrativa (né per la poesia: nel ‘50 scriverà al giovane Edoardo Sanguineti, che gli ha presentato le sue prime prove: “Questa non è poesia, e nemmeno stile; sono giochi di prestigio”); tanto che appena può, a guerra finita, lascia volentieri per esempio a Natalia Ginzburg l’onere di occuparsene. A lui premono i classici, e naturalmente i saggi di antropologia che pubblica nella Collana viola, una delle iniziative più “scandalose” della casa editrice perché i nomi proposti facevano parte di una cultura bollata nel dopoguerra come “irrazionale”, e considerata sinonimo di fascismo.

Da Mircea Eliade e Georges Dumézil, per non parlare di Leo Frobenius (la cui Storia della civiltà africana venne pubblicata con una prefazione di Ranuccio Bianchi Baldinelli che accostava l’autore a Rosenberg e ai nazisti), molti dei titoli erano allora considerati impresentabili e “pericolosi”. Tanto da doverli proporre con prefazioni-anatema per vincere la resistenza degli studiosi marxisti. Qualche nome era seriamente imbarazzante: per esempio Eliade, legato durante la guerra alle “guardie di ferro” rumene, alleate dei nazisti, e riparato in America dopo il ‘45, ma studioso di primissimo piano. “Non c’è passato per la mente di esaminare la fedina penale dell’Autore – scrive Cesare Pavese a Giolitti nel ‘49 – in quanto non si tratta di opere di politica o di pubblicistica. Qualunque cosa faccia l’Eliade, come fuoruscito, non può ledere il valore scientifico della sua opera”.

Fuoruscito è un eufemismo quanto meno delizioso. E la grandezza di Pavese editore sta anche nei particolari. Ferretti ne offre un quadro molto convincente, riprendendo e risistemando le ricerche già compiute con nuove scoperte d’archivio. A differenza degli editori-scrittori che sono stati molto importanti nel Novecento, e ai quali è dedicato lo studio ormai classico di Alberto Cadioli appena uscito in una nuova edizione arricchita (Letterati editori, attività editoriale e modelli letterari del Novecento, Il Saggiatore), Cesare Pavese sembra ogni volta prescindere dal proprio essere (innanzi tutto?) un autore, gettandosi senza interferenze nell’organizzazione culturale: il che può essere letto come una forma di risentito ascetismo sabaudo, non privo di eroismo. Ma non senza eccezioni: ci sono giudizi in cui si sente battere il cuore di chi ha scritto, poniamo, La Luna e i falò. Come questo su Hemingway, dove sottolinea – e che cosa, no? – il “lavoro ben eseguito, la pagina asciutta, diretta ed essenziale, la tecnica, ultima dea che ispiri il tragico uomo occidentale”.

 

Fonte:

http://www.illibraio.it/editor-pavese-482668/

Uomini e no: la lezione esistenziale di Elio Vittorini

Elio Vittorini

Elio Vittorini nasce a Siracusa nel 1908. Dopo aver trascorso un’adolescenza abbastanza turbolenta, fa l’assistente nei cantieri edili, il linotypista ed il correttore di  bozze. Dopo pochi anni, è a Firenze dove entra in contatto con il gruppo di Solaria.

Al di là dei risultati nel campo specifico della narrativa, Vittorini, con il suo costante impegno di miglioramento con le traduzioni delle opere di alcuni scrittori americani del tempo, con il suo essere sempre in prima linea come organizzatore culturale, con le sue polemiche e, negli ultimi anni della sua esistenza anche con il suo silenzio, è stato un protagonista indiscusso nella nostra storia letteraria.

Come ci viene spiegato in Guida al Novecento di Salvatore Guglielmino, già nella sua conclusione del suo primo romanzo Il Garofano Rosso pubblicato a puntate su Solaria, emerge con chiarezza quella strada che percorrerà fino in fondo, che è quella della presa di coscienza, della rivolta, dando prova di una notevole capacità di rappresentazione concreta della realtà, il tutto attraverso una lettura lirica della storia che riguarderà tutta la sua produzione.Su questa strada procede nel 1936 con Nei Morlacchi e Viaggio in Sardegna fino ad arrivare  a Conversazione in Sicilia nel 1942 e Uomini e no nel 1945.  In questo periodo si iscrive al PCI e fonda il Politecnico. Queste tappe della sua vita sono fondamentali per la comprensione di alcune tematiche trattate.

 

In Uomini e no il protagonista è Enne 2, un partigiano che combatte negli anni della Resistenza a Milano. Enne 2 è  un uomo combattuto e disperato a causa della sua storia d’amore con Berta, una donna sposata. La prima “impresa partigiana” che viene raccontata nel libro è l’attentato contro quattro militari tedeschi e il capo del Tribunale, attentato che innescherà una forte reazione da parte dei nazifascisti che rispondono con la fucilazione di ben quaranta civili. La nuova azione del gruppo di Enne 2 è motivata da una scena agghiacciante: il giorno successivo Enne 2 e Berta vedono  i cadaveri di alcuni civili uccisi dai tedeschi, tra cui una bambina, un anziano e due ragazzini. Questo nuovo accaduto tiene uniti per una notte Berta e il protagonista che, intanto, assiste all’ennesima crudeltà compiuta dai nazisti: un povero ambulante,  viene fatto sbranare da due cani, per aver ucciso la cagna del generale Clemm. Dopo questo, il gruppo di Enne 2  inizia un nuovo attacco contro Cane Nero, il capo dei fascisti: l’azione, però,  non ha successo e ad Enne 2 non resta che scappare. I fascisti promettono una ricompensa per il suo ritrovamento e la sua cattura. I suoi compagni gli propongono di fuggire dal suo rifugio ma Enne 2 sceglie di restare, nonostante gli avvertimenti circa l’arrivo dei fascisti da parte di un operaio. Il protagonista riuscirà nell’impresa ma in cambio della sua stessa vita. Nell’ultima parte dell’opera  Enne 2, esorta l’operaio che l’aveva aiutato precedentemente, a lottare dandogli una pistola ma, il ragazzo, alla fine, non se la sente di uccidere un soldato.

Il racconto, a tratti ermetico, è interrotto da alcuni interventi dell’autore, evidenziati in corsivo,  parti dialogate e frasi in tedesco, che inducono il lettore ad un’analisi sulla propria condizione esistenziale, alla consapevolezza dell’alienazione e alla necessità di un processo di liberazione. Nelle sue pagine coesistono realismo e simbolismo,  la realtà descritta è emblema, metafora di un’umanità ormai ferita.

Vittorini, proprio come Pavese, adotta una nuova dimensione lirica, trasfigurando ogni precisa connotazione storica o realistica e lo fa insistendo sul valore fonico della parola, attraverso l’utilizzo di vere e proprie clausole poetiche che conferiscono ai suoi testi sempre qualcosa di solenne e suggestivo. Risulta, quindi, chiaro quale fosse il suo divario con gli scrittori del Neorealismo  , che intendevano realizzare un’analisi diretta della realtà circostante.

In Uomini e no, che non può essere di certo considerato un romanzo celebrativo di carattere politico, l’evento storico più significativo, la Resistenza a Milano, spinge l’autore ad essere molto più fedele a ciò che osserva, ed infatti c’è una difficoltà di superamento proprio in un ampliarsi del nucleo narrativo che, questa volta, cambia e si arricchisce con nuovi dettagli e descrizioni.

Tuttavia, questa tendenza trasfigurante, fatta di metafore irrealistiche e lirismo, la meditazione piena d’angoscia sul tema dell’amore e della morte disturba e complica l’impianto narrativo che non risulta affatto omogeneo. Non dobbiamo però dimenticare che in quegli anni ricchi di polemiche e di equivoci sul modo di fare letteratura impegnata, veniva fuori una difficoltà enorme nel tentativo di definire il ruolo della stessa, in quanto per Vittorini la letteratura non doveva ridursi a “suonare il piffero della rivoluzione” .

Un articolo di Fabrizio Onofri su L’Unità del  1945 definiva il romanzo di Vittorini “il libro di un intellettuale che porta con sé tutti i difetti e le incongruenze della società in cui è vissuto, una società di privilegiati in cui la stessa cultura è stata oggetto e strumento di privilegio”;nel 1976, Giorgio Amendola rivela che Onofri  aveva avuto verso lo scrittore “un rapporto di rottura morale, perché durante la guerra partigiana egli si era imboscato e poi aveva presentato “un romanzo,”Uomini e no”,che forniva un quadro falso e retorico dei gappisti”. La scrittura di Vittorini, in effetti, non è di comprensione immediata, disincantata per  la mancanza dell’ ottimismo storico che non caratterizza questo romanzo sperimentale. Per alcuni quindi è stata un’opera fallimentare. Questo errore di percezione, è dovuto ad una certa superficialità e immaturità estetica degli intellettuali di sinistra; a Vittorini non interessa  il realismo, né quello storico né quello psicologico; affermerà infatti in una dichiarazione di poetica:

Io, gli scrittori li distinguo così: quelli che leggendoli mi fanno pensare “ecco, è proprio vero”, e che cioè mi danno la conferma di ‘come’ so che è in genere sia la vita. E quelli che mi fanno pensare “perdio, non avevo mai supposto che potesse essere così”, che cioè mi rivelano un nuovo particolare ‘come’ sia nella vita.  Naturalmente lo scrittore siciliano predilige questi ultimi.

In Uomini e no c’è quindi il tentativo di dare voce, con essenzialità e forza, a cose che per anni erano state taciute celebrando  sì la necessità della Resistenza, ma insinuando nella coscienza del lettore dubbi su quanto è accaduto: sul tempo, sul senso della guerra, della lotta, del morire, sull’essere uomini e no. Da non perdere.

Il giovane Holden: la rabbia innocente

Il giovane Holden è un romanzo del 1951 di Salinger, sulla rabbia giovane, sulla frustrazione, sul dubbio.Tutti noi siamo stati arrabbiati con lui e, sempre con lui, abbiamo amato l’immagine della piccola Phoebe sulla giostra che “continuava a girare intorno intorno”.

Sono passati circa cinquant’anni dalla stesura di quello che resta un romanzo da legare alla storia. Ma cinquant’anni non possono e non cancelleranno mai, quella sensazione di essere parte di qualcosa. Perché è quello che siamo stati, parte della sua vita. Lui era ed è rimasto in noi.

É Holden Caufield a parlare con noi. Parole schiette e sincere le sue, vere come forse non le troveremo mai in nessun altro luogo di questo magico mondo che i libri sono stati in grado di costruire nell’arco dei secoli. Con quell’aria sempre un pò infastidita, lontana e ostile a tutto ciò che è conforme alla moda, al mondo che lo circonda. Quel mondo, che si ferma solo accanto alla sua sorellina. Una bambina di dieci anni, che ama suo fratello nonostante le delusioni. Quella dolce bambina che ama e che lo rende “così maledettamente felice che per poco non mi misi a urlare, se proprio volete saperlo.”

 

J. D. Salinger

Già dalle sue prime parole, il nostro protagonista, si avvicina a noi lettori ostile. Sembra quasi ci stia facendo un favore nel raccontarci la sua storia. E, forse, questo rappresenta solo un altro dei mille motivi per cui questo romanzo segna profondamente chi si accosta, anche solo per un attimo, alle sue pagine. Si, perchè lui, Holden Caufield, non ha intenzione di raccontarci la sua vita, la sua “stupida” biografia. Lui vuole parlarci solo le “cose da matti che gli sono capitate sotto Natale“, dal giorno in cui lasciò l’Istituto Pencey con una bocciatura in tasca e nessuna voglia di farlo sapere ai suoi.

La verità è tutta qui. La trama di “tutta questa storia”, è in queste prime parole. Il racconto di un ragazzo arrabbiato. La storia di ciò che un tempo anche noi siamo stati. Infastiditi dal mondo, seccanti da una realtà falsa, fatta solo di parole, pensieri sbagliati. Momenti da dimenticare. E questo non che ottene e portare un unico risultato. Ci immergiamo in ogni parola in ogni immagine. Perchè, J.D. Salinger ci regala immagini, momenti della nostra vita passata o presente, in cui rispecchiarci.

Le parole scorrono veloci. Oltre le persone i luoghi. New York, ma anche l’Istituto Pencey. Tutto della sua vita, della nostra vita, appare troppo piccolo. Una scatola dentro la quale siamo rinchiusi, senza riuscire a vedere alcuna via d’uscita.

Ma poi arriva quell’immagine che rende quella rabbia, quella sfrontatezza, quell’aria di assoluta superbia e superiorità, dolce e con un bisogno d’affetto che sarebbe impossibile descrivere. Un’immagine legata alla sua sorellina, a quella bambina da cui si reca per chiedere consiglio, per sentire calore, amore. Una forza che tutta quella rabbia gli porta via. Il nostro protagonista è arrabbiato. E tutta quella rabbia scorre in ogni minima parola. Scorre in tutto. Negli incontri.

C’è l’incontro con Sally Hayes, una vecchia compagna di scuola di Holden. Una ragazza particolarmente carina ma smorfiosa e snob che offre al giovane “vagabondo”  appoggio e amicizia. Ma, lui, vorrebbe di più; un incontro ravvicinato, più intimo. Il professor Antolini, invece, insegna inglese a New York; è amico del protagonista dai tempi in cui insegnava in un college dal quale Holden è stato cacciato. Persona colta e saggia, disponibile nei confronti del giovane. Lo ascolta e gli offre ospitalità. Antolini tuttavia non riesce a nascondere una certa ambiguità al giovane. È sposato con una donna molto più vecchia di lui con la quale si bacia spesso in pubblico; beve molto e tiene feste. Holden, quando una notte l’uomo gli accarezza la testa mentre dorme, spaventandolo e inducendolo alla fuga, sospetta che sia un pederasta. E lui, D.B. Il fratello maggiore di Holden, scrive per il cinema. Decisione che non viene approvata dal protagonista che odia il cinema. “Se c’è una cosa che odio sono i film. Non me li nominate nemmeno.”

E ancora lei. L’ultima immagine. La più dolce. La sorellina da cui il nostro protagonista va, ogni volta che sente qualcosa che si smuove dentro. Ogni volta che qualcosa fa male. La ama,è la sua famiglia. Quell’unica parte, forse, che non potrebbe mai abbandonare. Perché, lei, è ancora vera, perché è verità, nessuna bugia, nessuna maschera. Come  Huck Finn di Mark Twain, anche Holden rifiuta di lasciarsi educare, divenendo un simbolo generazionale.

Il giovane Holden resterà impresso nella memoria di tutti noi per i suoi ripetuti “vattelapesca”(che avranno infastidito più di un lettore) che identificano insieme ad altre espressioni colorite, il suo essere adolescente e che fanno iscrivere il protagonista ai personaggi “scissi”che irritano spesso il lettore, tipici del romanzo novecentesco, sulla sica di quelli di Joyce, Svevo, Musil, Kafka e Proust, con i loro “monologhi interiori”, con i loro ragionamenti sul mondo, sulle convenzioni sociali e sull’ipocrisia che sempre li caratterizza. La trama corrisponde esattamente al monologo interiore del protagonista, il cui male di vivere ricorda quello provato dai personaggi di Pavese (non è un caso che è stato proprio Pavese ad introdurre l’originale Salinger in Italia).

Le ultime parole in cui Holden ci racconta quello che resta, almeno fino a quel momento, non possono non rimanerci impresse. Non ha voglia di pensare ad altro. Non vuole andare oltre con la mente. Le domande sul futuro sono stupide infondo.

…come fate a sapere quello che farete, finchè non lo fate? La risposta è che non lo sapete“.

‘Il carcere’ di Pavese: un paese come non-luogo dell’anima

Il 17 gennaio 1949, a poco meno di un anno dalla sua morte, Cesare  Pavese ammise che si era a lungo vergognato de Il carcere come una ricaduta nel solipsismo e disse di essersi reso conto che questo problema lo attanagliava ancora, anche quando scriveva “La casa in collina”.

“Il carcere” fu pubblicato solo nel 1948, essendo stato scritto però dieci anni prima: indubbiamente non si può non dare ragione a Pavese riguardo la ricaduta nel solipsismo. Con “Paesi tuoi”, il suo “solipsismo” era definitivamente svanito: ora invece nel 1948 ritorna preponderante con questo romanzo, uscito per altro in coppia con “La casa in collina”.

Tuttavia a una prima lettura può sembrare che “Il carcere” sia solo un esercizio intimo di sviluppo della solitudine, ma forse non è così. E’ la storia di Stefano (alter ego dello scrittore) che viene mandato al confino a Rossano Calabro per aver difeso la sua donna, militante del Pci.
Quella  di Stefano è una storia struggente, e lo capiamo sin dai primi righi: “Per qualche giorno Stefano studiò le siepi di fichidindia e lo scolorito orizzonte marino come strane realtà di cui, che fossero invisibili pareti di una cella, era il lato più naturale”.

Stefano dirà più volte, nel corso della storia, che il confino era libertà rispetto al carcere, ma questa affermazione sarà poi ben smentita dal decorso degli eventi. Sin dal primo momento, sin dal suo arrivo al paese in un pomeriggio assolato di agosto, a bordo di una auto polverosa, Stefano si rende conto che è stato catapultato in un mondo immobile, dove la gente è “costretta a restarci”.
Le descrizioni esterne sono affidate alle lunghe passeggiate che Stefano fa durante il giorno, in solitaria: sono passeggiate durante cui pensa e ripensa alla sua condizione precaria, al suo dipendere da un foglio. Stefano non vive con serenità la sua “libertà”: ogni volta che il maresciallo lo manda a chiamare, pensa sia arrivato il momento di partire, che gli avessero condonato il confino. Come accade nell’episodio in cui viene chiamato dal maresciallo e tutta una angoscia e una trepidazione tremenda lo eccitano: scoprirà poi che invece del tanto agognato foglio di via, si tratterà solo di una notifica giudiziaria.

Il racconto si consuma così, tra le angosce di una situazione precaria e indefinita, in un luogo in cui è costretto a vivere ma che è costretto a considerarlo come un “non luogo”: le lunghe descrizioni dello stato d’animo di Stefano e la profonda solitudine che si respira nel paese, dipingono lo stesso paese come un “non luogo dell’anima”. L’uomo lo vive esattamente così: “La gioia di riavere una porta da chiudere e aprire, degli oggetti da riordinare – che era tutta la gioia della sua libertà- gli era durata a lungo, come una umile convalescenza. Stefano ne sentì presto la precarietà, quando le scoperte ridivennero abitudini; ma vivendo quasi sempre fuori, riservò per la sera e la notta il suo senso d’angoscia” .

Stefano è coinvolto nella vita di paese: gioca a carte all’osteria, va a caccia con Vincenzo, ma sente tutto come estraneo, precario, anche i discorsi con i paesani sono formali e distaccati, e sono sempre e solo loro a prendere l’iniziativa. Ben presto nella storia si fa strada forse una questione  che non ci saremmo aspettata da Pavese, o che per lo meno non la trattasse come la tratta ne Il carcere: il desiderio sessuale.
Per un uomo solo l’astinenza può essere un grande problema: sono molti le parti in cui Stefano sogna i fianchi di Elena, la ragazza che le fa le pulizie in stanza, ripensa alla bellezza di Concia, bella “serva” dell’osteria. Molti paesani, Gaetano, Giannino, Pierino molte volte gli chiederanno se avesse bisogno di una donna, ma Stefano rifuggerà sempre l’argomento: una donna infatti già ce l’ha. O meglio ha una vera e propria storia: Elena si è innamorata di lui. Molte volte i due consumano le gioie della carnalità e Stefano sente che non ne può fare a meno, che in quei momenti si sente meno solo. Gli piace sentirsi dire “ti voglio bene”: la storia con Elena, madre di Vincenzino,  dovrà rimanere segreta, per non destare scalpore in paese, ma  sarà una storia che avrà fine brusca. A lungo andare Stefano si innamora di Concia e quando viene a conoscenza che Gaetano non è interessato a lei, allora gli vengono molti scrupoli sul fatto che dovesse “tentare”.

Proprio con Gaetano Fenoaltea, Stefano si rende conto di essersi sbagliato sui conti del paese. Quel paese non era un eden immacolato: anche qui le persone si abbandonano a torbidi atti e passioni. Ad esempio di Gaetano si diceva di una sua tresca segreta, cosa nessuno avrebbe mai sospettato.
Da lì Stefano inizia a capire che quei paesani non sono diversi da lui: nella solitudine della vita di paese, molti si sono , diciamo cosi, attrezzati . Ci rendiamo conto di questa situazione quando, verso la fine del racconto, Gaetano aveva mantenuto “la promessa”: avevano preso una donna, Annetta, e la tenevano a casa del sarto. Quella donna era a disposizione loro e di altri due: Stefano passerà solo qualche minuto in stanza con Annetta, senza farci niente, solo per non far scontentare Gaetano.  Penserà poi, tra se e se, che il rispetto di quel corpo lo aveva fatto sentire libero davvero.

Anche Giannino, il suo primo nuovo amico in paese, viene arrestato perché anarchico e poi verrà spedito anche lui in un paese lontano, ma al nord. Da quel momento per Stefano inizia una solitudine più armoniosa: quando guarda il cielo dalla sua finestrella, si chiede se anche Giannino pensasse di tanto in tanto di fissare il cielo azzurro, pensava alle loro passeggiate sulla spiaggia e alle loro sigarette in giardino: questi atti ora Stefano li compiva da solo, ma con un sorriso interiore, quasi beffardo, perché ora non era più solo. Ora la “compagnia” di Giannino, che viveva la sua stessa condizione, era vera, sentita, percepita molto di più di quando gli era accanto in carne ed ossa. “Fantasticava il mondo intero come un carcere dove si è rinchiusi per le ragioni più diverse ma tutte vere, e in ciò trovava conforto”.

Quando il momento della partenza arriva, Stefano riordina in men che non si dica la sua valigia, cosa che non avrebbe mai pensato di riuscire a fare in breve tempo: c’è tempo un ultimo saluto a Elena, che lui ha allontanato, forse per paura, forse per proteggerla. “Le disse che le pagava la stanza, perché tornava a casa, e che il resto, nulla avrebbe potuto pagarlo. Elena con la sua voce roca balbettò imbarazzata: – Non si vuole bene per essere pagati.  “volevo dire la pulizia” – pensò Stefano, ma tacque e le prese la mano.”

Questo racconto amaro di intima solitudine pare non riguardare solo Stefano: Elena, Gaetano e tutti i personaggi, soffiata via l’apparente e falsa coltre da innocenti paesanotti, lasciano intravedere tutta la disperazione per una solitudine che forse non è tanto diversa da quella di Stefano.  “Son paesacci – dice il giovanotto che Stefano incontra nei primi righi – di quaggiù tutti scappano per luoghi più civili. Che volete! A noi tocca restarci.”


‘La casa in collina’: la guerra mondiale e intima descritta da Pavese

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“Pensai incredulo alle colline e alle vigne di quassù. Che anche qui si sparasse, si tendessero imboscate, che le case bruciassero e che la gente morisse, mi parve incredibile, assurdo.” Il Pavese de “La casa in collina” è un Pavese forse inedito: i toni solipsistici di una solitudine quasi “fine a se stessa” di altre sue opere come “Feria d’agosto”, “La bella estate”, appaiono qui come abbandonati.

Il Pavese che fa pronunciare a Corrado quelle parole è forse un autore già all’apice della sua maturità letteraria, senza neanche che, come la maggior parte della critica scrive, occorra aspettare “La luna e i falò”.
Composto nell’immediato dopoguerra, “La casa in collina” è un racconto “diverso” della resistenza, della guerra: diverso perché il protagonista Corrado non partecipa alla resistenza, ma ne avverte il disagio. Detto così, però, l’intento che Pavese vuole trasmetterci con quest’opera, appare disatteso: in realtà possiamo benissimo dire che Corrado partecipi alla resistenza e alla guerra, ma vi partecipa in maniera “intima”. In questo caso il luogo della guerra  e della resistenza non è il campo di battaglia, ma è l’anima del protagonista. Allo stesso modo è interessante vedere come, durante il racconto, si rincorra una certa similitudine tra “le colline” e appunto l’anima tormentata del protagonista: le colline come luogo dell’anima, sembra una descrizione più che mai appropriata.

La casa in collina è proprio la casa delle due donne (Elvira e la madre) che Corrado raggiunge la sera, rincasando dall’osteria che si trova a valle, dove è solito intrattenersi con Cate (un suo vecchio amore), Dino (il figlio di Cate), il cane Belbo, Fonso (il partigiano). Dalla collina Corrado vedrà Torino in fiamme, vedrà risplendere i fuochi degli attacchi tedeschi che possono essere paragonati a quei film di fantascienza che parlano di sbarchi alieni, con le luci delle astronavi che illuminano il cielo, insomma come qualcosa di già soltanto visivamente spaventoso.

A sprazzi però il protagonista si lascia andare a delle speranze, come la similitudine tra l’avanzare della primavera e la fine della guerra: similitudine che però sarà disattesa.
La narrazione si fa più nervosa quando accade l’episodio chiave: i tedeschi catturano Cate e gli altri dell’osteria: Corrado è disperato, fugge tra le colline e capisce che i tedeschi di lui non sanno niente perché probabilmente nessuno tra Cate e gli altri, hanno parlato. Ma capisce che allo stesso tempo le colline non sono più un riparo per lui: “Non c’era su quelle colline un cantuccio, un porticato, un cortile donde almeno per quella notte guardare le stelle senza batticuore?”

“In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, ma volevo la mia. Volevo essere buono per essere salvo”. Così Elvira trova per Corrado un buon rifugio, il collegio dei preti a Chieri: lì sarà al sicuro, tra le mura del collegio, tra i volti dei ragazzi, tra le parole dei preti. Ma anche lì il terrore non lo abbandonerà: le orecchie sempre tese, i sensi sempre accesi per cogliere qualche pericolo. E una sera il terrore si presenterà reale: qualcuno al collegio può fare la spia. Il sospetto cresce angosciosamente in Corrado che per alcune sere non esce dalla sua stanza: alla fine un frate gli dirà che sarà meglio che si allontani un po’ dal collegio, per sicurezza. E così incomincia un vagabondaggio misero che porterà Corrado a comportarsi come un agnello indifeso in mezzo agli oscuri boschi: giorno dopo giorno cercherà di raggiungere la piazza del paese, poi si nasconderà tra le strade, sempre con il sottofondo degli spari, delle bombe e degli autocarri.

Verrà il momento che Corrado tornerà al collegio, ma gli studenti non ci saranno più: neanche Dino, che lo aveva raggiunto, sarà al suo fianco. Allora la sua solitudine, oltre che essere interiore, si farà anche materiale: arrivano notizie inquietanti dal mondo al di fuori della mura del convento. Corrado si interroga su Cate, su Belbo, si sente in colpa, possiamo dire, per questo suo stato di rifiugiato, per essere scappato. Verrà anche il momento che Corrado deciderà di tornare a casa, di affrontare le colline.
E ora l’immagine di questa “barriera di colline” che il protagonista  deve attraversare è molto diversa dalle “verdi colline” all’inizio del racconto: inizierà così un cammino da fuggiasco, per tornare a casa, si informerà sugli spostamenti dei tedeschi dai paesani che incontra, sbaglia molte volte strade, torna indietro, si nasconde.

Incontra un posto di blocco dei partigiani, che, non senza diffidenza, lo faranno passare. Si imbatte, da spettatore insieme a un vecchio contadino, a una rappresaglia di partigiani contro i Tedeschi: ma la scena non è descritta, è descritto solo il modo in cui Corrado si nasconde insieme al vecchio contadino e con il quale avverte solo la raffica di spari e il rumore dei carri. Quando l’imboscata sarà finita, l’uomo  esce allo scoperto: cammina tra i morti non permettendosi minimamente di scavalcarli, quasi come una forma di bigotto rispetto, forse, peggio ancora, di imbarazzo. Alla fine riuscirà a tornare a casa, sano e salvo. Ma il peggio lo aspetta ancora. Corrado sta male, si sente in colpa, avverte un grande disagio per quello che è accaduto ma non riesce a trovare una spiegazione.

“Mi accorgo che ho vissuto solo un futile isolamento, una inutile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra in un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscirne mai più”. Corrado alla fine del racconto non si assolve, non assolve il suo comportamento, anzi, si dissocia dal suo “io” dei mesi precedenti.
Molti tra i critici parlano di “egoismo” del protagonista che poi si risolve nella presa di coscienza di non essere riuscito a salvarsi, in realtà, perché “ogni caduto somiglia a chi resta”, perché alla fine i morti che ha visto per le strade possono somigliargli, ogni morto sconosciuto potrebbe essere addirittura lui, in realtà.

Il termine “egoismo” porta però intrinsecamente una ombratura di colpevolezza, di peccato: ma possiamo davvero incolpare Corrado di aver agito da miserabile egoista durante la guerra? Corrado è stato davvero un pavido per non essersi unito ai partigiani? Possiamo certamente assolvere la figura di Corrado, perché alla fine della storia riesce a rendersi conto di una cosa ancora più banale, ma per questo ancora più difficile: “Solo per i morti la guerra è finita davvero”.

‘Paesi Tuoi’: la porta principale del neorealismo italiano

“Paesi Tuoi” è il primo romanzo di Cesare Pavese: scritto dall’autore nel 1939 ma pubblicato nel 1941. Rappresenta un forte punto di svolta per la narrativa del novecento: il libro di Pavese infatti si andrà a collocare in quella che molti chiameranno “corrente neo realista”. Imprescindibile caposaldo della letteratura italiana, “Paesi Tuoi” preannuncia il tema fondante della sua opera letteraria: il rapporto tra città e campagna. Questo, però, è solo il tema principale da cui nascono e si diramano vari altri temi concatenati: città contro campagna vuol dire anche solitudine contro alienazione, vuol dire indagare il periodo del dopo guerra italiano, descrivere la “stanchezza” della gente che lavora, descrivere un mondo che sta tentando non solo di risorgere, ma che sta anche profondamente cambiando. E in questo cambiamento si insinuano i corpi malmessi dei contadini, gli sguardi persi dei migranti verso la città, si percepisce il disagio e la fatica di tutte quelle persone che si impegnano a costruire le fondamenta di una nuova nazione.

Il mondo della campagna, il mondo della fabbrica, le colline e le luci della città: in poche parole questi sono i temi di “Paesi Tuoi”, che inizia e racchiude allo stesso tempo tutta l’opera pavesiana. Berto, un operaio torinese, conosce nel carcere dove è stato rinchiuso per aver investito un ciclista, un goffo uomo di campagna, Talino, un istintivo che è stato accusato di aver incendiato dolosamente una cascina di un rivale che aveva corteggiato la sorella di cui egli stesso è stato un amante incestuoso. Appena usciti dal carcere, Talino riesce a convincere Berto, che è esperto meccanico, a seguirlo in campagna, a Monticello, lontano dalle leggi che governano la società umana; lì egli potrà lavorare alla trebbiatrice.

Berto lo segue a malincuore, perché sospetta che quel goffo contadino covi dentro di sé qualche suo oscuro piano diabolico e si voglia servire di lui. Ed effettivamente Talino lo ha invitato in campagna per farsene scudo contro una eventuale vendetta di quel tale a cui aveva bruciato il capanno. Giunto in paese, Berto rimane turbato alla scoperta della campagna: l’odore del fieno, la vista di quelle colline a forma di mammelle, la famiglia di Talino, il padre di quest’ultimo, Vinverra, le sorelle terrose, tutto lo sorprende e lo affascina.  Soprattutto lo affascina però la sorella di Talino, Gisella: solo ella gli appare diversa, di un’altra razza, non quella della campagna. Berto quindi comincia a farle la corte per un senso di prorompente sensualità che emana da quegli stessi luoghi e per solidarietà con lei. Ma Talino ha avuto rapporti incestuosi con la sorella, ed ora non resiste alla nuova realtà dell’amore di Gisella per Berto:  nel giorno della trebbiatura, mentre la gente è tutta affaccendata e congestionata dal sole e dalla polvere, mentre Gisella porge da bere al meccanico e respinge il fratello che le fa due occhi da bestia, con un salto, Talino pianta nel collo di Gisella il tridente.

L’assassino ha come prima reazione quella di fuggire, e va a nascondersi nel fienile. Il giorno seguente però fa ritorno a  casa, dove la sorella giace ancora preda di una terribile agonia. Nonostante la drammaticità della situazione Vinverra sprona la famiglia a tornare al lavoro, e la ragazza viene lasciata a morire. Talino viene arrestato dai carabinieri e Berto se ne torna in città. “Paesi tuoi” al suo tempo viene accolto dalla critica e dal pubblico dell’epoca come un romanzo fortemente anticonformista e scandaloso per alcune tematiche tabù come quella della passione incestuosa. Anche il linguaggio, che mescola all’italiano medio tratti dialettali rilevati e, talora, violenti, viene accolto con sorpresa.

Il focus principale, che rimane simbolico e che serpeggia per “Paesi tuoi” è il contrasto tra civiltà e natura in tutte le sue forme: quando Berto arriva in campagna è esterrefatto dal mondo cui viene a contatto, un mondo che non avrebbe mai pensato esistesse, un mondo incivile, dove l’uomo cerca di governare la natura proprio come fosse un animale impazzito. La realtà rurale che traspare in filigrana nel romanzo è una realtà antica, una fotografia ingiallita, un paesaggio molto distante dai ritmi e dal carattere che si respira in città. Il finale è il risultato del rapporto conflittuale tra città e campagna, appunto: due mondi che non possono convivere serenamente: il dramma finale è la metafora dello scontro tra la natura viva, istintuale, viscerale, passionale del mondo di campagna (incarnato da Tallino)e la natura distaccata, sospettosa, calcolatrice, sorniona ed esperta del mondo di città, incarnato da Berto. Berto è quindi l’uomo urbanizzato, senza appartenenza, che si deve confrontare con un mondo antico, distante, fatto di riti e simboli: la differenza tra Berto e Tallino sta tutta nella descrizione, tipicamente pavesiana, dei caratteri fisici segnati dalla fatica.

Il dramma finale di Paesi tuoi è il simbolo della bestialità dell’istinto umano, che è rimasto intatto nel mondo di campagna: Tallino non può che esserne atterrito. Ma c’è di più: Berto vive la tragica fine di Gisella ossessionato dalla consapevolezza di una morte annunciata, che avrebbe potuto essere evitata, se solo egli ne avesse avuto la convinzione. Berto è la rabbia che cova e che  si trasforma in follia, una rabbia che trova nella gelosia solo la miccia per esplodere, ma che in realtà ha cause e genesi molto più profonde: la povertà, la condizione misera della vita, l’abbrutimento dell’animo, un sentimento di ingiustizia verso il mondo.

Potremmo dire oggi che Pavese quasi opera una descrizione “pasoliniana” dei suoi personaggi, tutti verosimilissimi: pasoliniana perché sembra quasi scorgere un occhio attento, sensibile a tutti i più significativi particolari, sembra quasi di vedere  attraverso la macchina da presa di Pasolini che raccoglieva i particolari più bassi e più veri della vita: in questo romanzo ci riferiamo a cosa se non che al tema dell’amore incestuoso, ingrediente quasi diabolico. Questo Naturalismo che mira a un senso più profondo, fu quasi immediatamente colto dalla critica degli anni fascisti: Paesi tuoi è importante a sua volta, in quanto rompe con la cultura dell’epoca in cui la retorica fascista primeggiava. Insomma, è come una provocazione, perché sconvolge tutti gli schemi e tutte le idee che allora si facevano della letteratura. Il paesaggio non viene descritto come in precedenza, ma con una serie di metafore: ad esempio, le colline langhigiane vengono soprannominate “mammelle” ed acquistano un significato simbolico dal punto di vista sessuale. Un altro esempio: la terra viene associata alla figura del corpo femminile ancora per sottolineare il simbolo della fertilità umana. In definitiva il paesaggio non ha il comune ruolo di sfondo ma è funzionale, quasi un personaggio che ha un suo peso nell’ambito della vicenda. Proprio come specchio dei suoi tempi, diranno vari critici anni dopo, il fondamento di “Paesi Tuoi” è questa vena simbolica che, attraverso la brutale, improvvisa e inaspettata violenza di Tallino, sembra voler richiamarsi alla più generale violenza della storia dell’uomo, il destino a cui nessuno può sottrarsi: che in quegli anni si chiamava seconda guerra mondiale.