Il giovane favoloso, G. Leopardi in concorso a Venezia 2014

Mario Martone
Mario Martone

Giudizi contrastanti intorno al nuovo film di Mario Martone, Il giovane favoloso, ovvero Giacomo Leopardi provengono dalla laguna veneziana; Il film infatti, in concorso per l’ambito Leone d’Oro, ha diviso la critica: alcuni la considerano un’opera- compendio che non scongiura totalmente il rischio di diventare un didascalico biopic per scolaresche, altri un lavoro che rimuove i luoghi comuni che da sempre accompagnano il grande poeta e filosofo marchigiano, interpretato da uno straordinario Elio Germano.

Cosa sappiamo effettivamente di Giacomo Leopardi, pessimismo a parte? Lo conosciamo davvero? In realtà l’autore de Lo Zibaldone, di A Silvia, de Il canto notturno di un pastore errante, di Alla luna, de L’infinito, de La ginestra e via discorrendo, è stato collocato dalla cultura postmoderna fuori del suo tempo, e il risultato è un approccio scolastico e banale alla figura di uno dei più grandi poeti dell’Ottocento.

Mario Martone racconta il “suo” Leopardi proprio dalla giovinezza a Recanati, seguendo il giovane nella ricerca costantemente osteggiata dal padre Monaldo e dalla madre, una bigotta e anaffettiva, la quale presterà il suo volto a quella Natura ostile e maligna cui il poeta si è rivolto per tutta la vita con profondo rancore e dolore per essere stato un figlio abbandonato e mai compreso.

Attraverso un salto temporale, ritroviamo Leopardi a Firenze, dove conosce l’amata Fanny e l’amico Antonio Ranieri, entrambi fondamentali all’interno del percorso emotivo del poeta. Leopardi si confronta con la società intellettuale della sua epoca dell’epoca, che invece di cogliere la capacità visionaria di Leopardi  fuori dagli schemi, ne intuiscono invece la pericolosità dal punto di vista politico, in quanto non allineato con il pensiero (ottimista) dominante che mitizza la storia e il progesso, respingendo qualsiasi utopia.

Leopardi era un uomo libero e scomodo, alcuni critici lo hanno considerato nemmeno un filosofo, come il vecchio filone della cultura laicista italiana, presieduta da De Sanctis a  da Croce, ritenendo la filosofia di Leopardi scarsamente significativa. In effetti tale filosofia  può sembrare che esprima null’altro altro che un superficiale pessimismo che nasce dalla presa di coscienza della propria infelicità che poi si estende a tutta la realtà, al quale fa da contralatare una poesia profonda. Eterogenesi dei fini: Leopardi che odia la vita, ce la fa amare attraverso la poesia. Come avrà reso questo controsenso il regista napoletano?

Bisogna attendere il decennio tra le due guerre per avere una rivalutazione del pensiero di Leopardi; Giovanni Gentile infatti legge il poeta con interessi filosofici, nell’intento di rivalutare le Operette morali, e arriva ad affermare che Leopardi è autentico e grande filosofo. Un filosofo che non si è preoccupato di indagare su problemi metafisici e gnoseologici; Leopardi non procede per astrazioni nelle sue riflessioni, ma comunica in maniera immediata come dimostra lo Zibaldone, e ci è più comprensibile.

L’atto conclusivo del film di Martone si svolge a Napoli, dove Leopardi dà vita a La ginestra, summa del pensiero esistenziale del poeta disperato.
Martone racconta quindi un Leopardi vulnerabile, dalla salute cagionevole e l’animo fragile, ma seppur rattrappito nel corpo, egli dimostra fino alla fine una grande lucidità intellettuale ed ironia; e proprio questa ironia si configura come un aspetto “nuovo” nel presentare la figura di Leopardi, nella cui parole e lingua, secondo Martone, si ritrovano le orgini dell’Italia di oggi.

Mario Martone vuole mostrare come Leopardi sia un personaggio attualissimo e moderno, attraverso un’opera filologica, facendoci avvicinare al lato umano e affettivo di un giovane il cui straordinario intelletto che confidava nella forza della ragione, era confinato in un corpo deforme e in un mondo troppo piccoli per contenerlo.

Il film sembra essere un omaggio non solo a questo importante protagonista della nostra cultura ma alla cultura e alla bellezza stesse, troppo spesso malatrattate ed ignorate. Ma Martone sarà stato anche in grado di coinvolgere lo spettatore riflettendo su una delle tematiche più affascinanti e sempre attuali del pensiero leopardiano che riguarda tutti noi, ovvero la teoria dell’amor proprio, secondo la quale l’uomo è un essere che ama necessariamente se stesso e mira alla propria conservazione e alla propria felicità. L’altruismo per Leopardi è un controsenso: quando si fa  del bene ad un altro è perché si prova piacere, quindi lo si fa sempre a se stessi.

L’altruismo quindi è davvero una sublimazione dell’amor proprio? Può coincidere con l’egoismo? Quest’ultimo è un atteggiamento di chi è debole o forte, è mosso dal raziocinio, dal calcolo o dall’istinto?

Il rischio principale de Il giovane favoloso è quello di perdersi in parole pedanti e noiose didascalie, piuttosto che in immagini suggestive che ci trasmettano il senso della convinzione leopardiana che l’immaginazione è la fonte primaria della felicità e la l’illusioni sono il vero, la realtà; assunto che è l’essenza del cinema stesso, del resto.

“I Buddenbrook”: il capolavoro ‘schopenhaueriano’ di Mann

«Soltanto, non dovete credere che ci troviamo su un letto di rose…[..]..gli affari vanno male, …[..]..vi dico solo questo: se il babbo fosse vivo…[..]..giungerebbe le mani e ci raccomanderebbe tutti alla misericordia di Dio». Alle orecchie di quanti, suona, questa considerazione, come la tipica ed opportuna raccomandazione fatta in famiglia che, in tempi come quelli correnti, non manca mai all’appello? No. Come spesso capita, la letteratura ci permette di riflettere su quanto alcune vicende, per quanto antiche cronologicamente, siano attuali. E questo è il caso de “I Buddenbrook”: decadenza di una famiglia”.

Scritto da Thomas Mann sul finire dell’800, tratta della storia generazionale e sociale di una ricca famiglia della borghesia mercantile di Lubecca (Germania), della loro ascesa al potere alla loro fine che coincide con la fine dell’800 e l’inizio del nuovo secolo: il Novecento con le sue guerre e totalitarismi. La storia narrata va dal 1835 al 1877, passando per i fondamentali fatti storici Tedeschi del periodo (Rivoluzione di Marzo, Ascesa Prussiana, Unificazione del territorio tedesco).

Nonostante le premesse, il primo romanzo di Mann presenta, più che una vicenda economico-storica, una narrazione interiore e comportamentale di stampo familiare,che ricorda da vicino tanti probabili casi odierni, dove la “decadenza” del titolo non è tanto dei beni materiali, che pure sono un elemento portante della vicenda, quanto dei fondamenti psicologici e sociali della famiglia.

L’oppressiva sensazione di un destino fallimentare e di una fiducia troppo spesso negata, incarnate da un gran numero di famiglie che oggi troppi giovani, spesso troppo sensibili, sono costretti ad affrontare, è il  fulcro del racconto il quale trova respiro nel personaggio del giovane Hanno (personaggio di rottura che rappresenta il ‘900), anima artistica che individua la sublimazione di sé nella musica, e la propria nemesi nelle imposizioni familiari delle generazioni precedenti. Così come l’accumularsi delle ansie mortifere, delle tensioni e dei disastrosi pessimismi cosmici sempre più autoalimentati dagli odierni capi famiglia, sono rappresentati dall’originariamente energico imprenditore Thomas Buddenbrook. Tali “modelli” comportamentali, che quasi sembrano domandarci se davvero siamo autori del nostro destino, e i protagonisti che li rappresentano, sono definiti con uno stile tanto naturale quanto preciso che sembrano esser vissuti davvero.

“Ed ecco, improvvisamente fu come se le tenebre si lacerassero davanti ai suoi occhi, come se la parete vellutata della notte si squarciasse rivelando un’immensa, sterminata, eterna vastità di luce. “Io vivrò.” Disse Thomas Buddenbrook quasi a voce alta. Che cos’era la morte? La risposta non gli fu data con poche e presuntuose parole: egli la sentì, possedendola nel profondo di sé. La morte era una felicità così grande che solo nei momenti di grazia come quello la si poteva misurare. Era il ritorno da uno sviamento indicibilmente penoso, la correzione di un gravissimo errore. Fine, disfacimento? Che cosa si dissolve? Null’altro che questo corpo … questa personalità e individualità, questo goffo, caparbio, grossolano, detestabile impedimento a essere qualcosa di diverso e di migliore”.

E in un certo senso è così, dato che Mann si ispirò alla propria famiglia, in effetti originaria di Lubecca, e a quel clima di soffocante indottrinamento borghese che prevede(va?) l’imposizione di un’immagine di sé forte e solida agli occhi della società, a scapito della verità dentro noi stessi. Possono il sentimento dell’arte,la maturata consapevolezza di sé stessi attraverso quattro generazioni prevalere sulle esigenze economiche? Può uno dei protagonisti, Tony imporsi definitivamente, con il suo amore genuino e ottimismo giovanile, sulle convenzioni, nonostante gli innumerevoli lutti? I Buddenbrook sono in romanzo dove i protagonisti e le loro vicende, nonostante lo svolgimento nell’arco di 40 anni, ricordano da vicino una modernità che, troppo spesso, ci impone dilemmi impietosi e costrizioni innaturali.

I Buddenbrook lasciano che il lettore si renda conto del precario equilibrio che c’è tra la vita e la morte (la malattia sembra essere quasi celebrata, attraverso descrizioni dettagliate). Mann sembra volerci insegnare questo: dopo il raggiungimento del successo vi può essere solo una discesa, che sia rapida o lenta (la decadenza) non importa; ciò che manda in crisi il protagonista  è l’aver percepito che il prestigio della propria famiglia, nonostante tutti i suoi sforzi, dopo aver raggiunto il culmine è destinato a deflagarsi. In questo senso è evidente l’inflenza che ha avuto la filosofia di Schopenhauer su Mann, e infatti la vita dei protagonisti appare dominata da una forza, una volontà irrazionale, che li pone di fronte ad eventi ineluttabili. L’uomo davanti a questi fatti fatali non può nulla.

I personaggi de I Buddenbrook sono dotati di una volontà morale abbastanza forte che gli consente di affermare i loro valori, ma come gli inetti di Svevo sono incapaci di lottare per rendersi protagonisti e far emergere le qualità straordinarie che possiedono, hanno in sé un cupio dissolvi che li conduce al tracollo. anticipando così L’uomo senza qualità di Musil.

Thoman Mann da un lato critica la chiusura e l’ottusità della mentalità borghese nei confronti dell’arte e di tutto ciò che fa riferimento allo spirito, dall’altra, al contrario di molti decadenti, di questa società  ammira il pragmatismo e la solidità materiale, economica, l’abilità di conservare il proprio benessere. Dunque p lo scrittore stesso che vive un drammatico dualismo: egli infatti è sia un distinto borghese che un “avventuriero dello spirito”.

Sicuramente “I Buddenbrook” sono il libro più affascinante e complesso dello scrittore tedesco, l’opera più rappresentativa della crisi esistenziale dell’uomo borghese di inizio ‘900, il quale non sa conciliare arte e profitto, perché riesce a calare magistralmente la sua diagnosi culturale, sociale e politica nella semplicità quotidiana senza spiegare, senza dimostrare ma riflettendo, peculiarità che fanno di questo romanzo, un capolavoro senza tempo pervaso naturalmente dalla malinconia ma anche dalla grazia. I Buddenbrook è un romanzo imperdibile, una sinfonia enciclopedica dove si alternano malinconia ed ironia; da leggere e rileggere.

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