40 anni fa moriva Pasolini, il marxista che amava New York

Pierpaolo Pasolini oggi avrebbe 93 anni (nacque nel 1922), venne ucciso all’idroscalo di Ostia, a quanto pare, da un giovanotto, “un ragazzo di vita”, tale Giuseppe Pelosi. Pare, perché questa tragica storia è ancora avvolta nel mistero; ci sono state, secondo molti, tante bugie, depistaggi, occultamento di prove intorno alla pronunciata il 26 aprile del 1979 con la quale la corte di Cassazione ha stabilito in via definitiva che “Pasolini fu ucciso da Pino Pelosi”, Pelosi che ha ritrattato la sua versione, dichiarando che Pasolini è stato ucciso da altre tre persone. I punti interrogativi che ruotano intorno a questa triste vicenda sono tanti e sappiamo che a volte la verità processuale non corrisponde alla verità dei fatti: ad esempio dov’è finito l’appunto ventuno del romanzo di Pasolini, Petrolio? (Un’ipotesi inquietante collega Pasolini alla “lotta di potere” che andava formandosi in quegli anni nel settore petrolchimico, tra Eni e Montedison, tra Enrico Mattei e Eugenio Cefis. Pasolini si interessò al ruolo svolto da Cefis nella politica italiana, facendone uno dei due personaggi “chiave” con Mattei, di questo romanzo-inchiesta nel quale si ipotizza che Cefis avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali). Chi ha rubato le bobine di pellicola del suo ultimo film Salò e le 120 giornate di Sodoma? Probabilmente la sera in cui fu assassinato, tra l’uno e il due novembre del 1975, Pasolini si era recato all’Idroscalo a seguito di una telefonata che lo informava del ritrovamento della pellicola rubata.

Ancora oggi, a 40 anni dalla sua morte, ci si divide di fronte al controverso e discutibile intellettuale (scomodo anche per il suo Partito, il PCI, dal quale fu espulso) sempre attento ai problemi sociali del nostro Paese: c’è chi lo considera un profeta ucciso dalla politica perché sapeva troppo, e chi ritiene che la sua morte, meritata in quanto pedofilo (sarebbe più corretto parlare di efebofilia, in realtà), sia avvenuta in ambito sessuale. C’è a chi fa comodo pensare che Pasolini fosse un deviato, un sadico, un bugiardo dissociato, un comunista psicopatico, sdoganatore dell’universo omosessuale che ha saputo sfruttare lo smarrimento estetico della società bacchettona di quel tempo, costruendo un calderone di luoghi comuni e di banalità, come quello della purezza delle persone analfabete e povere, dell’auspicato ritorno alla vita campestre, delle borgate alla fame, adottando uno stile troppo “povero” e sfibrando la poesia stessa (come se fosse una cosa negativa). Una specie di eletto cui è stato concesso di proporre contenuti forti in un contesto dal richiamo colto (Boccaccio, Chaucer, gli autori de Le mille e una notte), di girare film amatoriali (ma anche la Nouvelle Vague ad esempio metteva al primo posto una certa “amatorialità” tecnica), per sedurre lo spettatore, convinto di trovarsi di fronte ad opere di spessore, in quanto non convenzionali. C’è invece a chi fa comodo cavalcare la teoria del complottismo, della dietrologia, più affascinante, certi che dietro la morte del loro adorato poeta vi siano dei mandanti politici.

Come spesso accade ognuno si sente depositario della verità, emette giudizi di qualsiasi natura senza magari aver letto nulla di Pasolini, senza averlo compreso sino in fondo, pensando che egli sia uno dei tanti prodotti pseudoculturali che la sinistra radical chic ha propinato. Ma Pasolini non è stato uno dei tanti autori erto ad eroe nazionale in quanto uomo di sinistra, sinistra che lo ha spesso strumentalizzato e frainteso. Pasolini è stato un personaggio troppo complesso per poterlo liquidare come “prodotto della sinistra dunque genio indiscutibile e inattaccabile” (ma a differenza di molti suoi amici comunisti Pasolini era contro l’aborto), e non è stato compreso dalla massa. Ha scritto cose che oggi ci appaiono banali, ma per l’epoca in cui ha vissuto non lo erano affatto, si pensi alla poesia Vi odio, cari studenti a seguito degli scontri di Valle Giulia schierandosi dalla parte dei poliziotti, all’intuizione (che però fa parte del Pasolini maturo, non del Pasolini della Trilogia della Vita, che opponeva alla morte dell’anima, il corpo) del paradosso “sessuale” della generazione della metà del secolo scorso e la carica totalitaria della nuova sessualità con la quale il Potere tiene sotto scacco i giovani e li consuma, o ai pensieri sulla classe borghese: <<Ho passato la vita a odiare i vecchi borghesi moralisti, e adesso, precocemente devo odiare anche i loro figli… La borghesia si schiera sulle barricate contro sé stessa, i ‘figli di papà’ si rivoltano contro i ‘papà’. La meta degli studenti non è più la Rivoluzione ma la guerra civile. Sono dei borghesi rimasti tali e quali come i loro padri, hanno un senso legalitario della vita, sono profondamente conformisti. Per noi nati con l’idea della Rivoluzione sarebbe dignitoso rimanere attaccati a questo ideale>>.

Pasolini è stato un uomo fragile, consumato dai suoi mille desideri, dalla sue amarezze e dalle sue contraddizioni, un uomo che alla sua amica Oriana Fallaci diceva che avrebbe voluto avere 18 anni per vivere tutta una vita a New York, città che per lui, marxista indipendente convinto, non rappresentava un’evasione, ma un impegno, una guerra che mette addosso una grande voglia di fare. La letteratura americana non è mai piaciuta a Pasolini (anche se probabilmente gli sarebbero piaciuti Roth, Wallace e Don DeLillo), a differenza del cinema, quello che mostrava un’America violenta e brutale (come la periferia che ha raccontato lui in Ragazzi di vita, Accattone, Mamma Roma, Una vita violenta) che però non era l’America che Pasolini aveva visto, ritrovando al contrario un Paese pragmatico ma idealista dove c’è un grande rispetto per la cultura europea, e dove si scopre la sinistra più bella che un marxista possa, il quale in Italia o in Francia si sente una persona vuota, possa trovare. Ma l’America per Pasolini era anche un Paese misero, non economicamente, ma psicologicamente; una miseria da ex colonia, addirittura da sottoproletariato, secondo Pasolini, poiché vi è in tutti le stigmate della medesima origine sottoproletaria che a colpo d’occhio non si vede ma c’è.

Un uomo davvero vittima di un complotto e a tal proposito risulta emblematica una dichiarazione di Pasolini durante la sua ultima intervista, poche ore prima di morire a proposito delle teorie complottistiche: «Il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. È facile, è semplice, è la resistenza». Oppure un uomo che è morto come ha rischiato tante volte di morire, conducendo la stessa vita violenta che raccontava nelle sue opere rifiutando dunque l’immagine edulcorata del santo e martire?

L’importante è che non ci sia sempre l’idea dell’attentato di lesa maestà quando si critica con onestà intellettuale Pasolini e magari si afferma che vi sono stati scrittori e poeti italiani del ‘900, e registi più bravi di lui: Pasolini è stato un grande pensatore che ha anticipato i tempi, è stato saggista e linguistica, ha toccato diverse forme di arte, ma senza dubbio il cinema è stata quella in cui è riuscito meno, sopratuttto per quanto riguarda la cura della recitazione e la tecnica, d’altronde è stato lo stesso Pasolini a dichiarare che riprendeva la realtà senza filtri, ma sapeva poco di ottiche e di zoom, senza però dimenticare che Accattone (1961), esordio alla regia dello scrittore, è stata una delle opere più rappresentative degli anni ’60, nonostante lo stile ancora esitante. Pierpaolo Pasolini che è difficile immaginare come un molestatore di minorenni e persona (auto)lesionista, data la sua caratura e il suo ruolo nella società civile, farà sempre discutere ma il suo lascito culturale è prezioso e non può lasciare indifferenti, nel bene e nel male.

 

Premio Letterario Nazionale Sirmione Lugana 2015

“Nella tua incoscienza è la coscienza/che in te la storia vuole, questa storia/il cui Uomo non ha più che la violenza/delle memoria, non la libera memoria…/E ormai, forse, altra scelta non ha/che dare alla sua ansia di giustizia/la forza della tua felicità,/e alla luce di un tempo che inizia/la luce di chi è ciò che non sa”. (Canto popolare di P. P. Pasolini).

L’Associazione Culturale CircumnavigArte, con il Patrocinio della città di Brescia, organizza il premio letterario nazionale Sirmione Lugana 2015 che per la sesta edizione sarà dedicato alla memoria di Pier Paolo Pasolini.
Il concorso per poesia in lingua italiana, dialetto e lingua straniera e narrativa edita.
L’evento si propone di promuovere e divulgare non solo la poesia italiana contemporanea, in lingua e non ma anche di sottolineare il valore della memoria e della coscienza della memoria.
Il concorso è aperto a tutti gli autori italiani e stranieri che desiderano avere una maggiore visibilità e soprattutto voglia di confrontarsi tra loro. Il premio letterario si articola in diverse sezioni di partecipazione, per le sezioni di poesia verrà stilata una sub-classifica per giovani autori di età inferiore ai 21 anni:
La prima sezione è dedicata alla poesia singola inedita in lingua italiana. Potranno partecipare poeti di qualsiasi età. Ogni autore potrà proporre un massimo di due opere inedite in lingua italiana
La seconda sezione alla poesia singola inedita nei dialetti regionali italiani o in lingua straniera. Anche per questa sezione potranno partecipare poeti di qualsiasi età. Ogni autore potrà proporre un massimo di due opere inedite in qualsiasi dialetto delle nostre regioni o in qualsiasi lingua straniera, ogni poesia dovrà essere accompagnata dalla traduzione in lingua italiana.
La terza è riservata a opere di narrativa edita. La categoria è riservata a romanzi e/o saggi editi pubblicati nel corso dell’anno 2014.
L’ultima sezione è dedicata a “Pier Paolo Pasolini”, in occasione del 40° anniversario della scomparsa dell’artista. Per l’assegnazione di questo premio le commissioni di giuria selezioneranno le opere presentate nelle tre sezioni di concorso che saranno ritenute più compatibili con i versi tratti dal Il canto popolare dell’autore scomparso.

Per maggiori informazioni si potrà consultare il sito internet dell’associazione culturale www.circumnavigarte.it.

Italo Calvino: realista visionario?

Il barone rampante

Italo Calvino nasce nel 1923 a Santiago de Las VegasCuba, dove i genitori, una naturalista e un agronomo, dirigono una scuola di agraria e un centro sperimentale di agricoltura. Nel 1925 la famiglia Calvino si trasferisce a Sanremo, dove lo scrittore trascorrerà l’infanzia e l’adolescenza. Nel 1941 poi avviene lo spostameno a Torino, dove decide di  iscriversi alla Facoltà di Agraria: in questo periodo inizia a comporre i primi racconti, poesie e testi teatrali.

Nel 1943, per evitare di essere arruolato nell’esercito di Salò dopo l’8 settembre, decide di entrare nella brigata comunista Garibaldi. Da quel momento inizia la sua gioventù nella Resistenza. L’ambiente culturale di Torino, che Calvino frequenta assiduamente, ed i fermenti politici di contrapposizione al regime, fondono in lui letteratura e politica. Grazie all’amicizia ed ai suggerimenti di Eugenio Scalfari (già suo compagno al liceo), focalizza i suoi interessi sugli aspetti etici e sociali che coltiva nelle letture di Montale, Vittorini, Pisacane. Nel 1943 si trasferisce alla facoltà di Agraria e Forestale di Firenze, dove sostiene pochi esami. Calvino aderisce assieme al fratello Floriano alla seconda divisione d’assalto partigiana “Garibaldi”:   si definirà un anarchico, ma in quegli anni di clandestinità impara ad ammirare gli esiti positivi dell’organizzazione partigiana comunista. Il 17 marzo 1945, quando ormai gli alleati sono in Italia, Calvino è protagonista attivo nella battaglia di Baiardo, una delle ultime battaglie partigiane. Ricorderà l’evento nel racconto “Ricordo di una battaglia”, scritto nel 1974. L’esperienza partigiana sarà alla base del suo primo romanzo, “Il sentiero dei nidi di ragno” e della raccolta di racconti “Ultimo viene il corvo”.

Nel 1945, dopo la guerra, Calvino lascia la Facoltà di Agraria e si iscrive a Lettere. Nello stesso anno aderisce al PCI.IN questi anni inizia a collaborare con il quotidiano “l’Unità” e con la rivista“Il Politecnico” di Elio Vittorini. Nello stesso periodo  si afferma la casa editrice torinese Einaudi(fondata nel ‘33 da Giulio Einaudi) con famosi collaboratori e consulenti, tra cui Pavese eVittorini.
Su suggerimento di Cesare Pavese, conosciuto ormai già diversi anni prima, viene pubblicato nel 1947 il suo  primo romanzo , “Il  Sentiero dei nidi di ragno” e la successiva raccolta di racconti “Ultimo viene il corvo” (1949).

In questo periodo la vita dello scrittore cubano viene scossa profondamente dal dramma del suicidio dell’amico Cesare Pavese, nell’agosto del 1950: in varie lettere e scritti, Calvino mostrerà di non sapersi mai dar pace per non aver intuito il profondo disagio di uno dei suoi primi e più cari amici.

Nel 1952 viene pubblicato “Il visconte dimezzato” – il primo della trilogia “I nostri antenati” –  nella collana Einaudi “I gettoni”, diretta da Vittorini. Si assiste ora al diverso stile di Calvino, che si fa più fiabesco e allegorico, confrontandolo con il precedente stampo neo realista.
Nel 1956 vengono pubblicate le “Fiabe italiane”, un progetto di raccolta, sistemazione e traduzione di racconti della tradizione italiana popolare. Nel ‘57 lascia il PCI, dopo l’invasione da parte sovietica dell’Ungheria.

In questi anni scrive diversi saggi, tra i più importanti “Il midollo del leone” (1955), sul rapporto tra letteratura e realtà. Collabora con diverse riviste, tra cui “Officina”, la rivista fondata da Pier Paolo Pasolini, e dirige con Vittorini la rivista “Menabò”. Il suo nuovo stile, quasi visionario, che sarà destinato ad aprire altre nuove strade nella letteratura italiana, vede la luce anche con i suoi più celebri romanzi, scritti in questo periodo:”Il  Barone rampante” (1957), “Il Cavaliere inesistente” (1959), che completano la trilogia cominciata nel ’52 con “Il visconte dimezzato”.

Nel 1962 conosce una traduttrice argentina Esther Judith Singer con cui si sposa nel 1964 e con la quale si trasferisce a Parigi nello stesso anno. Nel 1963 pubblica “La giornata di uno scrutatore”, romanzo che lo riporterà a scenari neo realisti. In questi anni Calvino mostra interesse per il neo nato gruppo di Intellettuali “Officina 63”, ma non ne aderisce, non condividendone infatti l’impostazione di fondo.
Sempre nel 1963 esce, nella collana einaudiana “Libri per ragazzi”, “Marcovaldo ovvero le stagioni in città”, una serie di racconti incentrati sulla figura di Marcovaldo: qui si instaura la più importante riflessione che Calvino opera sui rapporti tra uomo e tempi moderni.
Nel 1966 perde  un altro amico, nonché figura determinante per la sua formazione: Elio Vittorini. Gli dedicherà il saggio “Vittorini: progettazione e letteratura”, in cui traccia nel saggio il pensiero d’un intellettuale aperto e fiducioso, in dissonanza col pessimismo letterario di quegli anni, della decadenza e della crisi.

A Parigi entra in contatto con lo strutturalismo e la semiologia di Roland Barthes: l’attenzione che questa scuola critica rivolge a come sono strutturati e “costruiti” tutti i testi letterari si rivelerà decisiva decisivi per lo sviluppo della narrativa calviniana, soprattutto negli anni Settanta.
Calvino in questo periodo costruisce il suo apparato “filosofico”, anche grazie alle frequentazioni con movimento OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle, Laboratorio di letteratura potenziale), in cui è presente anche Raymond Queneau, autore de “I fiori blu” e degli “Esercizi di stile”.

Questi incontri e influenze propizieranno il “periodo combinatorio” dell’autore, in cui si mostrerà strettamente dipendente dalla riflessione strutturalista sulle forme e le finalità della narrazione. Infatti da questo periodo escono fuori,  nel 1965 “Le cosmicomiche” e nel 1967 “Ti con zero”, una serie di racconti “fantascientifici” e paradossali sull’universo; nel 1972 pubblica poi uno dei suoi romanzi più celebri,  “Le città invisibili” e nel 1973 “Il castello dei destini incrociati”, racconti basati appunto sul gioco combinatorio e sulla sperimentazione linguistica, aprendo cosi nuovi e inesplorati campi.

Nel 1979 è la volta di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, un metaromanzo (e cioè un romanzo sul romanzo stesso): nessuno mai aveva realizzato una cosa del genere, almeno non in Italia e non nel modo in cui lo fa Calvino.

. Nel 1983 pubblica i racconti di “Palomar”, che altro non sono che una rielaborazione narrativa di alcuni suoi articoli pubblicati in quegli anni su “Repubblica” e il “Corriere”, in cui il protagonista, un uomo di nome Palomar, con le osservazioni sul mondo porta il lettore a riflettere sull’esistenza umana e sul valore della parola. Nel 1984 lascia, dopo quasi quarant’anni,  la Einaudi e passa a Garzanti, presso cui pubblica “Collezione di sabbia”.

Nel 1985 viene invitato dall’università di Harvard a tenere una serie di conferenze. Inizia così a preparare le sue lezioni, ma viene colto da un ictus nella sua casa a Roccamare,presso Castiglione della Pescaia. Muore pochi giorni dopo a Siena. I testi vengono pubblicati postumi nel 1988 con il titolo “Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio”. In ogni lezione Calvino riflette sui valori programmatici della letteratura futura partendo da quelli per lui cruciali e determinanti: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità e l’ultima, solo progettata, Consistenza.

Oltre alle “Lezioni americane” escono postumi anche i seguenti tre volumi “Sotto il sole giaguaro”, “La strada di San Giovanni”, “Prima che tu dica pronto”.

 Il contributo di  Italo Calvino alla letteratura italiana, e forse mondiale, risulta innegabile: da molti è stato riconosciuto infatti come uno dei grandi innovatori, capace di combinare influenze, trame, visioni, per giungere a nuove concezioni della letteratura, soprattutto per quanto riguarda il rapporto dell’uomo alla luce dei tempi in cui vive, evidenziandone disagi, drammi, a volte anche felicità e comportamenti visionari.

Quello che colpisce maggiormente  della sua  vita letteraria, è la straordinaria  abilità di essersi espresso sia in termini strettamente legati all’uomo, sia  alle sperimentazioni sulla narrazione,  a vere e proprie “visioni” sull’universo e sulla nascita della vita, al limite tra il metaforico, il fantastico e l’ironico.

Alcuni definiscono i suoi romanzi come i primi romanzi “d’avanguardia”: dare questo tipo di etichette, soprattutto quando ci si riferisce a certi pilastri del pensiero letterario, può essere, oltre che riduttivo, anche poco pertinente. Meglio, forse, considerare Calvino soprattutto per quello che ha rappresentato nelle generazioni di scrittori successivi, le influenze che oggi risultano a lui innegabilmente riconducibili: in questo modo non si correrà il rischio di restringere il campo dell’esistenza di un autore, che, probabilmente è e sarà, senza tempo.

  

 

Elsa Morante: una vita dedicata alla letteratura

“È curioso come certi occhi serbino visibilmente l’ombra di chi sa quali immagini, già impresse, chi sa quando e dove, nella retina, a modo di una scrittura incancellabile che gli altri non sanno leggere – e spesso non vogliono.” (Cit. “La Storia” di Elsa Morante)

Elsa Morante con Alberto Moravia a Capri

Elsa Morante. Una donna che probabilmete sapeva di dover dedicare la sua vita alla letteratura. Una donna che ha amato, in una vita tormentata, la scrittura più di ogni altra cosa. Una donna che, oggi come ieri, lascia un segno indelebile attraverso le sue opere, parole mai scritte, pensieri donati al mondo. Un mondo che, mai, potrà dimenticarla.

Nata, come i suoi fratelli minori, da una relazione extraconiugale della madre, Irma Poggibonsi, con Francesco Lo Monaco, Elsa Morante trascorre l’infanzia nella casa di Augusto Morante, istitutore al riformatorio per minorenni, il quale riconosce, e cresce quei bambini come fossero suoi. Terminato il liceo, l’adolescente Elsa va via da casa: per mantenersi, dà lezioni private ed inizia a collaborare con diverse testate giornalistiche. La mancanza di un solido appoggio economico, non le consentono di continuare gli studi presso la facoltà di lettere. Negli anni tra il 1936-1941 lavorerà presso il settimanale “Oggi”.

Più tardi conoscerà, tramite il pittore Capogrossi, Alberto Moravia, che sposerà nel 1941. Nello stesso anno viene pubblicato il suo primo libro, “Il gioco segreto“, in cui è raccolta parte dei testi narrativi destinata ai giornali. L’anno successivo appare il libro di fiabe “Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina”, illustrato dalla stessa scrittrice.

Dal 19 gennaio al 30 luglio del 1938 scrive il “Diario“, dal quale emergono quelle personali e familiari inquietudini che rendono la Morante, ancora una volta, una delle più grandi scrittrici del ‘900. Il gusto per la finzione, emerso in quest’opera, risale ai primi tempi in cui una giovane Elsa si avvicina alla scrittura, attraverso la stesura di filastrocche e racconti per bambini. Il” Diario” sarà pubblicato solo nel 1990.

Durante gli anni del matrimonio con Moravia, conosce  e stringe importanti rapporti con i più grandi scrittori del tempo, Umberto Saba, Attilio Bertolucci, Giorgio Bassani, Sandro Penna ed Enzo Siciliano. Importante fu il rapporto stretto con Pier Paolo Pasolini, (nel cui film “Accattone” fa un’apparizione e col quale  aveva viaggiato in India).

Verso la fine della seconda guerra mondiale, per sfuggire al pericolo nazista, ormai fin troppo esteso, Moravia e la Morante, si allontanano da Roma, rifugiandosi a Fondi, un paesino in provincia di Latina a pochi chilometri dal mare. Un luogo che apparirà spesso nelle opere successive di entrambi gli scrittori. La Morante ne parlerà soprattutto nel romanzo “La Storia“.

Nel 1943 inizia la stesure del suo primo romanzo, “Menzogna e sortilegio“, interrotto per seguire il marito, come già accennato, nel piccolo paesino di Fondi in quanto, date le accuse mosse nei confronti dello stesso Moravia di antifascismo. All’interno della narrazione, l’autrice mostra al proprio pubblico la vita e i casi di una benestante famiglia meridionale destinata alla decadenza. Tutto ciò tramite lo sguardo febbrile e tormentato di una giovane donna isolatasi dal mondo. E’ proprio in questo frangente che la Morante si allontana  dal modello neorealistico: la scrittrice mostra, da subito, la sua predilezione per il magico e la fantasticheria, in una chiave colma d’angoscia nel confronto con la realtà.

Nell’estate del ’44 ritorna a Roma, portando a galla un già complicato e difficile rapporto con Moravia. Un rapporto che alterna momenti di intenso amore ad altri di distacco e malessere. In Elsa Morante, infatti, il bisogno di autonomia contrasta con una forte esigenza di protezione e di affetto. Allo stesso modo desidera e rifiuta la maternità, a cui rinuncia pur rimpiangendo la possibilità, un giorno. di poter abbracciare quella gioia e quell’amore che solo alle madri è destinato. “Bisogna sapere che io, per mia sorte, fui sempre di quelli che s’innamorano in modo eccessivo e inguaribile, e dei quali nessuno mai s’innamora.”

Elsa Morante con Pierpaolo Pasolini

Nel 1948, dopo un viaggio in Francia e in Inghilterra, esce “Menzogna e sortilegio”, con cui vince il premio Viareggio. Moravia e la Morante, si trasferiscono in un attico in via dell’Oca, che ben presto diverrà uno dei più frequentati ritrovi del mondo intellettuale romano. Nei primi anni Cinquanta la Morante tiene un nuovo diario, che sarà però presto interrotto. Collabora con la Rai, viaggia, scrive il racconto “Lo scialle andaluso” e lavora alla redazione del suo secondo romanzo “L‘Isola di Arturo” che esce 1957, vincendo il premio Strega. Anche qui, in uno dei più grandi romanzi del ‘900, la Morante mostra quel dono che fu suo fin da quelle prime parole scritte, il dono di saper entrare nel cuore e nell’anima dei proprio lettori mostrando quel dolore, quell’inquietudine e bisogno d’amore che, da sempre, l’hanno caratterizzata.

Nel 1959, durante un viaggio negli Stati Uniti, conosce e stringe un’intensa amicizia con il pittore Bill Morrow. In quegli stessi anni, la  scrittrice, mostra ancora il proprio bisogno di indipendenza, libertà, trasferendosi in un appartamento, del tutto privato, nella Roma degli anni ’60. Compirà ancora un ultimo viaggio con il marito prima dell’ormai “inevitabile” divorzio nel 1962, anno in cui si troverà ad affrontare un enorme ed incessante dolore per la morte del pittore Morrow, precipitato nel vuoto da un grattacielo.

Gli anni successivi saranno per l’ormai affermata scrittrice, tragici e dolorosi per la Morante. Continuerà a vivere tormentata dal dolore per la perdita dell’amico, mostrerà ancora una volta e per lungo tempo la sua chiusura verso il mondo, portando con se una paura incontrollabile, ingestibile, quella della vecchiaia.

Durante la conferenza del 1965 “Pro e contro la bomba atomica” (edita da Adelphi nel 1987) e nelle poesie de” Il mondo salvato dai ragazzini “(1968), mostra una nuova forte inquietudine per i pericoli che minacciano l’umanità insieme ad un nuovo desiderio di intervento sul mondo.

Nel 1976, uscirà il suo terzo romanzo “La Storia“, il quale otterrà un enorme successo nonostante le riserve e le cretine espresse dal pubblico e da alcuni critici letterari. Nel 1976 inizia la stesura del suo ultimo romanzo “Aracoeli”, che porterà a termine e pubblicherà solo nel 1982, essendosi fratturata nel 1980 un femore. Dopo aver subito un intervento chirurgico, trascorre gli ultimi anni di vita a letto, non potendo più camminare. Nell’aprile del 1983 tenta il suicidio aprendo i rubinetti del gas, ma viene salvata da una domestica. Dopo un nuovo intervento chirurgico rimane in clinica, a Roma, dove muore d’infarto il 25 novembre del 1985.

Il 25 novembre del 1985 ci lasciava una donna il cui tormento, il cui bisogno di libertà e amore incondizionato hanno, forse, influenzato ogni singolo lettore che abbia aperto la propria anima e la proprio mente a quelle “immense” parole che, ancora oggi, sembrano volare nell’etere.

Bisogna sapere che io, per mia sorte, fui sempre di quelli che s’innamorano in modo eccessivo e inguaribile, e dei quali nessuno mai s’innamora.”