‘L’incanto di Venere’ di Salvatore Belzaino: l’invocazione dell’amore in una raccolta poetica compulsiva

Non è raro trovare nella raccolta la parola inchiostro, legata quasi da una sorta di magia alla sorte delle volte dei pianeti, delle maree, degli effetti luce delle stelle con l’atmosfera e l’aria terrestre. L’incanto di Venere dello scrittore napoletano Salvatore Belzaino, (Il mio libro, 2019), come si legge nella sinossi del libro, è una raccolta lirica che esalta e celebra Amore nella melodia che scalza l’oblio; è poetico flusso d’albe e tramonti nel letto stracolmo di attese del cuore. Tra i versi vividi di seducenti e primigenie emozioni, Salvatore Belzaino denuda, in danza di parole limpide, alchemiche e fatali, il significato e l’essenza del perdersi e ritrovarsi. Perdersi e ritrovarsi di vita, di onirico abbandono e persino di morte, nella Bellezza di Colei che strugge in baci, che seduce tra strali di passione e tormento, che si fa speme all’arcobaleno delle stagioni destinate a passare ed essere rimembranza ed anche amnesia.

L’autore vive quasi in una sorta di trance inconsapevole. È spinto. È guidato. È mosso alla scrittura da un vivace movimento astronomico incontenibile. Dall’inchiostro del porta nascono parole come sotto dettatura. Come in un accadimento biblico, le parole sono sentite innanzitutto, poi trascritte quasi, e infine trasformate in invocazione.

Ed è proprio l’invocazione la prima figura retorica che si fa strada nella raccolta. La dedizione è una conseguenza, e i pianeti l’oggetto del desiderio, della pietevole inclinazione all’osservazione di orizzonti distanti.

Parliamo in questo caso dell’invocazione a Venere. Atto che fu già di rottura, se vogliamo, quando la fece Lucrezio; che snobbò le muse per votarsi a Venere, a una dea, per ingraziarsela, per farle illuminare il tracciato del racconto per intero. E in questa nostra raccolta contemporanea il percorso non è diverso. Il pianeta, la stella, la dea, trova qui la sua antica funzione di guida dei mari, delle acque terrestri, delle giostre luminose di luce atmosferica, e dell’inchiostro di cui si compone questa “compulsiva” raccolta dove l’autore campano cerca la propria orbita ontologica e poetica.

E facendo correre velocissimi gli anni coi secoli, possiamo legare tutto il trattato poetico al naturalismo cosmico e incantato, panteistico, che fu di Leopardi, e in qualche misura tipico ottocentesco caratterizzato da un lessico di maniera, ragionato, cercato; soprattutto perché poi compare la luna con le maree, con l’aurora e i rapporti con sole, e tutte queste creature del cielo sono fortemente inclini a dettare sentimenti e a suggerire emozioni. E l’autore nel riconoscersi con Pavese e con la radiazione pessimistica di fondo, non fa altro che continuare e proseguire un pessimismo su di sé e sulla natura dell’uomo che fu celebre in Leopardi. E fondamentalmente l’autore da vita al teorema dell’impossibilità, del mare, dell’oceano in un bicchiere, della surrealtà, delle immagini che furono di Magritte.

Il poeta è alla ricerca di una nuova dimensione. La indaga, la isegue, la ricerca. La inquisisce, la invoca.
Il lessico poi può sembrare molto di maniera, studiato, un po’ troppo ragionato, voluto, cercato. Impreziosito da bagliori extraterrestri.
È il fanciullino di Pascoli che diventa adulto e cerca solo un atavico, eterno, cantuccino in qualcosa di molto distante e coscientemente irraggiungibile, impossibile.

Passando poi da una lettura storiografica ad una superficialmente psicoanalitica, questa fissazione per Venere nasconde la voglia, decisamente manifesta, di un rifugio privato perduto, quasi immaginario. Una voglia insaziabile, bulimica, quasi compulsiva. Ci sono pagine e pagine in cui si parla di cose reali ma della loro trasfigurazione astrofisica tramite algoritmi verbali molte volte dai tempi antichi.

‘Cronache quotidiane’ di Giuseppe di Matteo: un caleidoscopio dalle mille sfaccettature

Cronache quotidiane, edita da Les Flâneurs Edizioni, è l’ultima silloge poetica del giornalista barese Giuseppe di Matteo. A breve distanza da Frammenti di un precario, uscito nel 2019, di Matteo regala un nuovo scritto uscito il 18 maggio, quando ancora tutti erano rintanati a  casa a causa della pandemia.

 

Cronache quotidiane: Sinossi

Cronache quotidiane consta di 147 componimenti, in forma di frammenti.

L’emergenza Coronavirus ci ha costretti a restare a casa e a cambiare radicalmente le nostre abitudini. In tanti, com’era prevedibile, hanno cominciato a rimpiangere la loro vita (e il mondo) di prima. Ma si stava davvero meglio? E in che modo la quarantena forzata ci ha cambiati? Giuseppe Di Matteo prova a entrare nelle viscere del Belpaese e a raccontare ciò che vede lasciandosi guidare dalla scia dei suoi frammenti, strumento di cui da tempo non riesce più a fare a meno. E già prima della fine del viaggio si materializza un inquietante interrogativo: ne usciremo davvero migliori?

La pandemia, il dramma che ne è scaturito, l’isolamento, sono solo le premesse dalle quali il giornalista parte per costruire la sua antologia poetica. Il filo su cui viene intessuto l’intera raccolta è quello ermetico: frammenti brevi, a volte crudi e severi, ma intrisi di significati. “La sua poesia rappresenta un ermetismo 2.0 dallo stile elegante, garantendo la continuità con la tradizione degli Ungaretti e dei Quasimodo scrive Annibale Gagliani nella prefazione al libro.

 

Era l’Italiain cui non si usciva più.

Ogni tanto incontravo

un uomo in fuga

con la spesa della sua prigione.

 

Tutto andrà bene

come una preghiera

la mattina presto

e un bacio di caffè

sulla guancia del giornale.

alla poetessa autrice del primo post it “Tutto andrà bene”

 

Attaccata al tuo camice in trincea

è la vita di un pianto

e di un gioco da bambini

di tutti noi.

all’infermiera di Cremona, stremata dal sonno dei giusti, con riconoscenza

 

I versi sullo scrittore non sono circoscritti solo intorno a questo periodo storico. Leggendo la raccolta si ha l’impressione di guardare all’interno di un caleidoscopio. Come lo strumento ottico, anche Cronache quotidiane è un avvicendamento di luci, colori ed immagini diverse.

Tra le pagine ci si imbatte in riflessioni sul razzismo, morti sul lavoro, sfruttamento dei lavoratori, violenza, caporalato, migranti, ipocrisia di guarda ma non agisce e menefreghismo di chi governa. Virus altrettanto fatali per il nostro animo e nocivi per la nostra terra che ormai ospita creature inumane.

“Non cerca scorciatoie, Di Matteo: va dritto al centro del dolore, delle storie, dando voce agli invisibili, ai dimenticati, agli emarginati. La sua è una poesia civile. Dura, coraggiosa, necessaria. Giuseppe di Matteo non smette di essere cronista nelle sue vesti di poeta. Si immerge nell’attualità e ci offre il suo sguardo, attento, severo, dolce, spietato, sulle vicende di ogni giorno. Su questo tempo presente, in cui ci sentiamo tutti coinvolti e smarriti” scrive Darwin Pastorin nella postfazione

E quando si ha l’impressione di essere entrati in un vortice di pessimismo, degli spiragli di speranza si aprono al lettore, come la cura più efficace: la poesia:

 

Parlare con la carta

il mio rito più sano.

E poi fuggire

da un mondo che uccide

con parole di pietra

che hanno smarrito il confine.

Entrate in libreria

uno alla volta

e saccheggiatela

con quegli occhi di fame

che avete dimenticato.

 

la cultura;

Entrate in libreria

uno alla volta

e saccheggiatela

con quegli occhi di fame

che avete dimenticato.

 

e l’Amore:

Niente baci

abbracci, strette di mano

incontri nei luoghi affollati.

Su un lembo di terra

intanto si spara: l’Europa

si è ammalata. E non esiste

vaccino, se non l’Amore.

 

E come se lo scrittore nel mettere nero su bianco le sue riflessioni avesse soffiato sulla pagina regalando cristalli: pietre che ogni lettore raccoglierà e dove specchiandosi ritroverà un po’ di sé: “Non vi stancherete mai. Perché ci siete voi, ci siamo tutti noi in questi limpidi e taglienti versi. È questo il compito della poesia: raccontarci la vita in ogni suo spigolo, in ogni sua sfumatura, deve confortarci, essere arte maga, ma anche farci del male, colpirci alla bocca dello stomaco, nel cuore, deve lasciarci cicatrici per farci comprendere e rinascere” aggiunge Pastorin.

 

https://www.lesflaneursedizioni.it/product/cronache-quotidiane/

’22 febbraio 2020′, un racconto ai tempi del Coronavirus di Valeria Serofilli accompagnato da poesie

Il presente racconto, nato dall’esigenza di scrivere un testo che traesse spunto dall’attuale crisi derivante dal Coronavirus, dal forzato isolamento e dalle dinamiche psicologiche e sociali non di rado alienanti che stiamo vivendo, è stato scritto nell’ambito della campagna #iorestoacasaascrivere, che ho personalmente promosso sulla scia della vasta diffusione online di quella mediatica #iorestoacasaaleggere.

La sfida, alla base della concezione del racconto e del suo intento espressivo, è quella di trovare spunti e “nutrimenti” per l’ottimismo in questi frangenti messo a dura prova. Ciò ha determinato sia l’impostazione del testo sia la struttura, la composizione delle parti che lo costituiscono. In linea col pensiero di Bukowski come anche di Hesse o Musil, ho ritenuto che inserire versi poetici in una narrazione, ancorché breve, la impreziosisca. E il racconto stesso, nel suo insieme, è un inno, fatto sia di prosa che di poesia, di realismo e di sogno, alla possibilità della vita e della vitalità anche nel pieno della crisi. È, in sostanza, la descrizione di una Primavera che sboccia in ogni caso, a dispetto di tutto.

All’improvviso i portoni si sigillarono ma si aprirono i tetti. E comparvero pianoforti sulle terrazze e profumi di fiori, narcisi, crochi e ciliegi. Lo scrittore scrisse il suo romanzo più bello, il poeta “L’Inno dell’Italia insidiata”, immaginandosi un’Italia già provata, adesso invasa dal serpente-virus che insidiava e si insinuava nell’uomo-mela; Il Papa percorse le strade di Roma per una propria personale preghiera, il sacerdote suonò fortissimo le campane.

Il cuoco rallegrò tutti con una torta a sei piani, del tipo di quelle americane, colorate e perfette, ma a forma d’Italia e squisito era anche il suo sapore Ognuno intonò la sua canzone più alta: e cori e canti all’unanime grido di “Andrà tutto bene!”. Ogni cellulare che si accese diventò una fiammella di cuore, a scacciare il nemico invisibile col suo battito pulsante, mentre le infinite goccioline umorali dei canti formarono una nube rosa, impenetrabile al Virus. Chi imitava con rassegnata filosofia la vita del gatto, chi sulla terrazza faceva bellissimi giardini pensili o inscenava spettacoli di sana follia, chi sempre in terrazza aveva addirittura portato il computer per trarre ispirazione dal tramonto, cosa che prima non aveva mai fatto. Anzi neanche si era mai accorto di quanto fosse bello il tramonto. C’era anche chi, sempre dalla terrazza, dava lezioni di ballo o recitava versi apotropaici:

“Ed ecco la serpe/ nel verde giardino
iniettare il suo sibilo/ nella mela respiro.
Ma andrà tutto bene:
che la voce si erga/ di regione in regione
a rendere tangibile un nemico invisibile
che questo ė l’inno/ della guarigione
Andrà tutto bene:
che la voce si erga contro il male
a infrangerne l’involucro
col suo potente stivale!”.

All’improvviso i portoni si sigillarono ma si aprirono i tetti e comparvero pianoforti sulle terrazze e profumo di fiori, narcisi crochi e ciliegi.
La Primavera esplose con una forza mai vista prima. Il suo polline salvifico si andò mischiando alle note che pseudo improvvisati pifferai magici spandevano nell’aria insieme al verde grido dei grilli mentre zagare, limoni e rosmarino crearono un mix inebriante e afrodisiaco.
Gli alberi lanciarono liane di germogli che si fecero tronco.
E comparvero pianoforti sulle terrazze e profumi di fiori, narcisi, crochi e ciliegi perché all’improvviso, se i portoni si sigillarono, si aprirono i tetti.

 

Congedo

Guardate a noi con indulgenza
(Omaggio a Bertolt Brecht)

A noi/ sulla linea di confine
della nostra debolezza
in trincea per i peccati commessi
voi/ generazioni che verrete
guardate con indulgenza

A noi/ sovrani di questa novella Atlantide
di cui colpa abbiamo/
e consapevolezza.

“Ingiustificata sana euforia”

Ancora qui
a camminare sotto un cielo distratto
un po’ matto, carico di virus
a contare i buchi alla crostata, i merli alle torri
per una salvezza pleonastica
a togliere capelli di plastica/ in pettini da bambola

Ancora qui
a scrivere a quattro mani
una nuova sana poesia
a otto, a sedici, a mille /perché infinite sono le mani dei poeti.

 

Copyright Valeria Serofilli
15/03/2018
Tutti i diritti riservati
Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941)

Prof.ssa Valeria Serofilli
Presidente AstrolabioCultura
Premio Astrolabio e Incontri letterari dell’Ussero e di Palazzo Blu di Pisa
Web Site: www.valeriaserofilli.it

Giuseppe Di Matteo: “La poesia come una ricerca interiore è, al suo zenit, catarsi”

Giuseppe Di Matteo, classe 1983, è un giornalista professionista barese. Ha lavorato per vari quotidiani e testate tra i quali Il Giorno e Telenorba. Attualmente collabora con La Gazzetta del Mezzogiorno, dove si occupa di cultura e recensioni di libri.
Nel 2016 ha pubblicato la raccolta di poesie Con te io penso con le mani. La sua passione smisurata per i libri lo ha spinto a iniziare l’avventura di Librincircolo. Nel 2019 approda nuovamente sugli scaffali con la silloge poetica dai risvolti ermetici Frammenti di un precario.

Una raccolta di grande attualità che si rifà a poeti come Ungaretti, Saba, Quasimodo per raccontare in versi lo smarrimento della generazione cui appartiene l’autore, il quale si lascia andare ad un sensuale patriottismo e a scontate venerazioni per i soliti miti storici.

 

Quando ha cominciato a scrivere?

Non saprei dirle il momento esatto in cui è scattata a scintilla. Ma certo è che mi è sempre piaciuto scrivere, sin da bambino. Il che potrebbe essere conseguenza delle mie voraci letture. Ricordo interi pomeriggi passati in compagnia di Emilio Salgari, Luigi Pirandello, Giovanni Verga, Alessandro Manzoni, Jules Verne. Ma potrei citarle tanti altri scrittori che hanno segnato la mia infanzia. Leggere mi è sempre piaciuto tantissimo, tanto da preferire i libri ai giocattoli. Crescendo, questa passione è diventata quasi un’ossessione. Ancora oggi, chi volesse farmi un regalo gradito sa che è inutile scervellarsi più di tanto. Un libro va sempre bene.

Ricordi la prima poesia che ha scritto?

Onestamente no.

Cos’è per lei la poesia?

Mi piace pensare alla poesia come una ricerca interiore che è, al suo zenit, catarsi. Ma sposo con gioia anche la definizione di Giuseppe Ungaretti: “la poesia è tale quando porta in sé un segreto”. O forse aveva ragione Gabriele D’Annunzio “I versi sono nell’aria e il poeta li deve solo cercare”. Chissà.

Chi la ispira particolarmente?

Nel mio pantheon ci sono alcuni grandi poeti come Brecht, Caproni, Bodini, Salinas, Cardarelli, Corazzini, ma nel mio cuore ce n’è solo uno: Giuseppe Ungaretti. Mi affascina la sua parola così essenziale, e allo stesso tempo impotente, eppure capace di lasciare drammatocamente il segno

La sua opera si intitola Frammenti i un Precario, ma chi è il precario?

Il precario è l’abitante del nostro tempo. Un uomo fragile in cerca di futuro e di certezze quotidiane che gli sono strappate via. La precarietà non è soltanto mancanza di lavoro. È la casa della nostra instabilità, che è anche, e forse soprattutto, emotiva. Il mondo cambia a una velocità supersonica. Ciò che avevamo seminato viene spazzato via in un battibaleno, ragion per cui occorre ricominciare tutto daccapo. Non siamo più sicuri di nulla. Nemmeno dei nostri affetti. Perché, assai spesso, basta niente per sfasciare tutto. Ma nel mio libro è precario anche il migrante che viene lasciato morire in mare. E il meridionale sradicato, che quando torna a casa non si trova più a suo agio nel mondo che lo ha allevato. Anche se – è per lo meno il mio caso – continua ad amarlo.

Crede che la poesia, come forma letteraria, sia accessibile a tutti, anche ai più giovani?

Certamente. E non è un caso che negli ultimi tempi ci sia una gran fame di poesia, soprattutto in rete

Perché negli scaffali di un libreria o di una biblioteca si dovrebbe prendere un libro di poesie?

La poesia, come mi è capitato di sottolineare in altre occasioni, è un codice comunicativo efficacissimo di questi tempi. Certi messaggi vengono veicolati molto meglio in versi rispetto alla prosa. E aggiungo; la poesia può essere anche un modo per estraniarsi dall’alluvione di romanzi e instant book che, assai spesso, non dicono niente o sono destinati a durare lo spazio di un mattino (scelto da un mercato che asseconda solo certi prodotti)

Come vede la poesia oggi?

Personalmente la vedo in salute, nonostante tutto. È certamente un genere letterario di nicchia, ma questo non è necessariamente un male

Cosa pensa dell’editoria?

Ha una domanda di riserva? (ride)

 

 

 

‘Notte di Natale’, di Valeria Serofilli

NOTTE DI NATALE

L’aria incanutita dalla neve
si smalta di rosso/ per via di quel fiocco
al portone d’ingresso

Se schiudi un po’ l’uscio/ è aria di festa
già stata annunciata
da luci di vetrata

Ed all’interno/ profumo di cannella
girotondo di bambini e di cuscini
sfrigolío nelle teglie, di ciambelle

Sarà ressa/ stanotte
alla messa di Natale tanto attesa
Saran salmi, preghiere e profumi forti
d’incenso e di candele.

Per intanto, è un aspettar soltanto
il vagito di un bimbo
atteso a lungo

è un afferrar con mano lo sfavillío
che ogni anno, puntualmente
la notte di Natale ci regala!

Valeria Serofilli
2 dicembre 2010
Tutti i diritti riservati. Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941)

 

 

 

‘Codice siciliano’, il linguaggio musicale e sinuoso di Stefano D’Arrigo

Una ristampa sembrerebbe il più meccanico dei gesti culturali. Ma quando le circostanze ripropongono situazioni e sentimenti che già avevano trovato una loro forma estetica splendente, un loro suono insostituibile, allora riproporre al pubblico un libro diventa un gesto creativo e insieme un monito a non lasciare indietro qualche parola che ancora ci occorra. Alla fine del 2015 Mesogea ci ha restituito (dopo 37 anni: la prima edizione è del 1957, Scheiwiller, la seconda del 1978, Mondadori) Codice siciliano, il solo libro di poesie di Stefano D’Arrigo (1919-1992), curato e introdotto da Silvio Perrella. È un libriccino color verde acqua, 89 pagine, che in libreria quasi si nasconde sugli scaffali, pur magri, della poesia.

Come scrive Perrella, D’Arrigo, trasferitosi a Roma, «porta con sé il desiderio di forgiare un ‘codice’ della propria origine». Ripercorre così viaggi di emigranti, figure femminili, memorie e simboli della religione, l’infanzia «tesoreggiata di pepe e cannella»; rivive in sé il nostos di Ulisse, ma «in un familiare / odore di mele e fichidindia»; ci ricorda della Sicilia araba, saracena, del canzoniere di Ibn Hamdis, della Sicilia degli svevi, arrivando fino al suo ’900, ai giovani che partono alla guerra, «su questo treno che va sulla luna», guardando l’Italia, il Nord, sull’altra sponda dello Stretto.

Il linguaggio di Stefano D’Arrigo

Nella calura di questa Sicilia antica ritroviamo soprattutto i riti religiosi, ma anche le immagini dei sacri misteri e delle processioni hanno qualcosa di sensuale, fisico, magico: l’ostia che si scioglie «nel roseo palato / delle donne»; il piccolo angelo (forse lo stesso D’Arrigo settenne) che fa la guardia «al fianco flessuoso della Vergine». Per converso, anche la vita materiale, anche i sensi si sacralizzano: nel poemetto Versi per la madre e per la quaglia – dove la madre prega per il migratore tornato dall’Africa, accolto come dono divino
per «ammansire la fame» – il poeta ormai lontano si immagina trasfigurato in quaglia perché «muore per la […] fame» della madre, e nello stesso poemetto la voce della madre si fa nutrimento nel ricordo, davvero quasi Verbo fatto carne.

Come spesso nei siciliani, è una lingua aspra e al contempo sinuosa quella di D’Arrigo, è il primo assetto della lingua di chi ha speso la sua vita d’artista a tentare di dire l’enormità del mare e le angustie eroiche di chi nel mare e del mare vive, viaggiando o pescando, come sa chiunque abbia familiarità col poderoso Horcynus Orca e con i suoi indimenticabili «pellisquadre» in lotta con le «fere».

Nei versi, spesso endecasillabi, la creatività linguistica non sfrutta, come nel romanzo, il dialetto, ma è tutta nel manieristico e suadente gioco di rime e intrecci di suoni, dove le spume dannunziane («per mari d’aria e remare d’anime») stanno accanto a inflessioni ermetiche («le improvvise clessidre del tuo male»).

Sullo sfondo il rimpianto per «l’aurea / semplicità di un poeta che si chiama / Saba» (unico omaggio esplicito, pur essendo «di così estranea indole / all’araba tua e mia»), l’aspirazione alla semplicità della voce materna, che non sa di «rimare, analfabeta» in una lingua diventata ormai irraggiungibile («in una lingua che non so più dire»).

Codice siciliano è testo-testimonianza lirica e umana di un autore che, con spirito omerico, si assume il proprio tempo in linguaggio. Una lettura non facile, affascinante e musicale.

 

Jacopo Galavotti

 

‘L’Ombra del Cardellino’: un viaggio tra prosa e poesia

L’Ombra del Cardellino edito da GEDI gruppo editoriale S.p.A,  è la seconda esperienza letteraria di Pietro Cardellino. Dopo la pubblicazione di Versi Bruciati nel 2013, il giovane scrittore acerrano non rinuncia alle lusinghe della poesia ed esplora nuovi orizzonti letterati. Ritorna alla ribalta con una nuova sfida: un libro di racconti corredato da componimenti. 

Il titolo L’Ombra del Cardellino è un indizio: sia la raffigurazione in copertina sia il rimando onomastico preannunciano che lo scrittore non sia semplicemente l’autore degli scritti.  Anche la parola Ombra richiama prepotentemente l’attenzione del lettore, offrendo lo sprint giusto per addentrarsi  in questa passeggiata tra prosa e poesia. La giornalista partenopea Rita Felerico con la sua introduzione offre un’iniziale chiave di lettura  per quello che andremo a leggere:

Quella  mattina, il Signor Ludwig, arrivò in paese più tardi del solito  con il suo carro di anticaglie proveniente dai più remoti angoli della terra. La sua merce era senza tempo, venuta da mondi paralleli  alla ricerca di nuovi custodi da deliziare e tenere compagnia: orologi  dalla bizzarra ingegneria, libri di autori fantasmi, statue di chiese sconsacrate e dipinti segnati dalla patina di un tempo immemore che fluttuano nella valle desolata dei secoli, alla ricerca di uno scrupoloso osservatore. Tra le tele, ve n’era una che attirò particolarmente l’attenzione di Alfredo…

Con queste parole si inaugura la sezione dei racconti che in totale saranno dieci. Già leggendo le prime righe del libro percepiamo un alone di mistero che accompagnerà la narrazione fino alla fine della sezione.

Svariati  sono personaggi ognuno reca in sé qualcosa di spiccatamente enigmatico che mantiene viva la curiosità del lettore.  Tutti presentano una complessa caratterizzazione psicologica e prima o dopo si ritrovano  fare i conti con le proprie paure e i desideri.                                             I luoghi  e le ambientazioni ricordano i racconti di Edgard Allan Poe. Castelli, boschi impervi e luoghi misteriosi si stagliano nella notte spesso accompagnati da sconquassi temporaleschi.  La morte è sempre in agguato pronta a mettere il suo zampino.

Con questi elementi lo scrittore condurrà il lettore verso scenari macabri. Ma tutto sottende qualcosa di più significativo: le ombre, i fantasmi, le paure e i desideri  descritti, sono componenti anche dell’uomo. Questo viaggio è una sorta di catabasi nell’inconscio al quale l’autore si sottopone per conoscere la parte più recondita di sé, esorcizzando le proprie paure. L’atmosfera misteriosa e tetra si dissolve con l’inizio della seconda sezione, quella dedicata alla poesia. Si tratta di 22 componimenti  a cui sono affidati desideri, speranze e profonde osservazioni dell’autore.

Il lavoro di stesura sia per la prosa che per la poesia, appare minuzioso: la scrittura è fastosa spesso arricchita da richiami mitologici, perfettamente incastonati nella narrazione . C’è una forte preponderanza di latinismi che, conferiscono eleganza agli scritti ma hanno anche un intento didascalico. Pietro Cardellino inserisce all’interno dei racconti luoghi storici aceranni e napoletani, omaggiando la sua terra di provenienza.  Tra un racconto e l’altro non mancano riverenze a personalità di spicco come Vincenzo Gemito  e dediche personali ad amici.

Cardellino, in una sorta di limbo tra il visibile  e l’invisibile, tra il concreto e l’attratto si mette a nudo. Tacitamente ci invita a svelare quell’altro che parte di noi e ci esorta ad non aver paura se dovessimo scorgere la parte estrema e bestiale di noi. Solo attraversando il buio più profondo riusciremo a trovare la luce.

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/394946/lombra-del-cardellino/

Movimento per l’emancipazione della Poesia: la resistenza poetica italiana

Sarà capitato a tutti di sentire in giro frasi come: “Ma tanto la poesia è morta”. La rabbia che ne può derivare non è la rabbia da mancata rassegnazione, quella testarda opposizione verso la mortificazione della letteratura che i veri appassionati sperimentano vivendo nel tempo in cui non si ha tempo per far nulla, tranne che produrre e produrre o, in alternativa, perder tempo. No. È una rabbia diversa, che emerge di fronte a quelle analisi facilone, superficiali e del tutto inconcludenti tipiche di chi ama fare l’esperto per hobby. Alla persona attenta, infatti, non possono sfuggire i segni lasciati in giro dai partigiani del bello: chi ancora crede, chi ancora si impegna, chi ancora studia, impara, si migliora, e crea (non “produce”) con consapevolezza. Quasi sempre senza clamore. A volte pubblicamente e con successo. Di ogni età, sparsi ovunque. Hanno qualche verso nascosto nel cassetto, qualche segreto tratto di colore lasciato su tela, una qualunque passione “vecchio stile” che resiste al tempo. A volte si organizzano in gruppi, e segretamente operano nelle viscere del mondo.

E’ il caso del MeP- Movimento per l’emancipazione della Poesia, un movimento artistico italiano fondato a Firenze nel 2010 da un gruppo anonimo di poeti, che “persegue lo scopo di infondere nuovamente nelle persone interesse e  rispetto per la poesia intesa nelle sue differenti forme” (citando lo statuto del movimento) e “intende raggiungere il proprio scopo sfruttando ogni canale ritenuto idoneo e mantenendo comunque saldo il rispetto per ogni altra forma d’arte”. Il movimento è cresciuto parecchio ed è ora presente su tutta la penisola. I suoi esponenti partecipano spesso ad eventi letterari, sempre in modo anonimo (ogni autore è contraddistinto da una sigla, “affinché sia la poesia in quanto tale a essere messa in primo piano piuttosto che i singoli poeti”), e diffondono poesia con ogni mezzo possibile, attacchinaggio incluso. Questi ragazzi ci credono eccome.

Il MEP si propone di restituire alla poesia il ruolo egemone che le compete sulle altre arti e al contempo di non lasciarla esclusivo appannaggio di una ristretta élite, ma di riportarla alle persone, per le strade e nelle piazze.

E allora, torniamo alla sentenza di morte che mette il cappio al collo ai poeti. Cosa vuol dire morire? Quand’è che un’arte muore? Quando non viene apprezzata dalla maggior parte delle persone che ne avrebbero facoltà? Allora anche la pittura è morta? L’opera classica è morta? Il teatro? Il cinema d’autore? Tutto è morto, allora? Si può gridare alla catastrofe, o stilare, usando la lista delle attività in voga, l’annuario delle nuove arti, e così premiare con status di opera maestra quel selfie venuto così bene da non sembrare autoscatto, quella spontaneità ritrattistica che neanche la Nouvelle Vague di Truffaut, risultato di una miscela sapiente di equilibrismo, composizione fotografica e prestidigitazione?

Insomma, ma quando mai l’arte ha avuto vita facile? Quando mai ha costituito attività comune, e spontanea? L’arte richiede un talento e dunque, per sua definizione, non può essere fatta da tutti. Oltre al talento c’è poi il lavoro, la creazione, la ricerca. Un lavoro è richiesto anche per capirla, l’arte. Per apprezzarla. Per elaborarla. La bellezza richiede lavoro. E chi viene dal bel paese lo sa. È cresciuto sapendo che l’arte è importante, in qualche modo sacra, un po’ difficile. Ma anche bella, bellissima. L’Italia a suo modo resiste, e molto meglio di altri. Certo, si potrebbe fare di più, il turismo è trascurato, i musei sono spesso vuoti. I libri non si vendono. I piccoli cinema chiudono, o trasmettono porcherie. La musica classica non viene capita.

Manca l’interesse, la domanda. E qui il cuore del problema. L’arte non può entrare nel ciclo produttivo. E meno male. L’arte non si può produrre, non si può  forzare, e non si può fare su larga scala. Quando ci si prova, i risultati sono magari anche fruibili, ma perlopiù scadenti. L’arte non interessa come merce. Perché non è merce. Non si può trasferire come bisogno indotto. È una spinta naturale che, o si ignora, o si coltiva con criterio e con impegno. Certo, si potrebbe invocare un’altra e più efficace Istruzione, un’altra e più etica Informazione. Ma quando tutto ciò manca, cosa si fa? Si combatte, si resiste, e si sopravvive. No, la poesia non è morta. La bellezza non muore mai.