Poesia e guerra. Il poeta siciliano Vincenzo Calí omaggia l’Ucraina con 5 poesie di dolente bellezza

La memoria storica della letteratura che l’Ucraina ha dato vita nel corso dei secoli e la memoria storica delle sue varie lingue si sono fuse oggi in una coscienza nazionale che ha dimostrato e continua a dimostrare più che mai in questo tragico momento storico, la solidità, la compatezza, la tenacia e la determinazione dei suoi portatori. Il poeta siciliano Vincenzo Calí, vincitore di prestigiosi premi letterari, omaggia l’Ucraina e il popolo degli ucraini con cinque poesie che vogliono sottolineare lo spirito mai domo di un popolo aggredito e martoriato sulla strada del raggiungimento e consolidamento della giusta fierezza della propria memoria storica e linguistica.

Poche volte si è toccato il tema identitario-linguistico-letterario in relazione all’Ucraina durante questi mesi di guerra. L’impressione è quella che troppi ucraini vogliano chiudere la propria identità in un concetto nazionale limitato, di carattere locale e folklorico. Allo stesso tempo, l’Ucraina si trova a fare i conti con una situazione in cui la lingua dichiarata ufficialmente di stato, che statisticamente gode del sostegno della maggior parte dei cittadini, è quella che sembra essere meno “attraente” come lingua veicolare quotidiana.

Le poesie di Calí sono toccanti e asciutte, non si perdono in facili retoriche e vogliono contribuire a sostenere la diffusione della cultura ucraina nei paesi europei, con il supporto dell’Unione Europea. Molti sforzi sono stati fatti negli ultimi anni da studiosi in varie istituzioni, ma la politica è ancora cieca e il poeta siciliano dimostra come la poesia in tempo di guerra possa servire e al contempo risultare, impresentabile e come sostiene il poeta ucraino Serhij Zadan, la poesia è un attributo del demonio e paradossalmente aiuta a proteggerci dai crimini e dalle violenze di chi aggredisce, a restare umani, e lo possiamo essere anche solamente soltanto perché custodiamo le Parole che suonano come preghiere.

La poesia può sembrare inpotente ma quella vera, può essere letale come uno sparo, una bomba, una fucilata. Chi scrive non lo fa per ambire ad uno status di salvatore, ma come Vincenzo Calí, per trascendere se stesso, esiliandosi dall’agonismo poetico e dalla fama.

Scrivere poesie significa sprofondare “nella materia informe del mondo” come afferma Giuseppe Pontiggia in “Origine” e in tal senso Calí non vuole consolare, né esaltare il proprio nome, ma comunicare, far percepire la letalità della poesia, la sua forza nel rimediare ai disastri del mondo, quando tutto sembra precipitare.

La mini raccolta poetica di Calí si configura come un blocco omogeneo, articolato su immagini concise ed efficaci che rendono le liriche espressive ed incisive.

 

 

Figli mai resi

 

Figlio mio torna

con brandelli e spoglie,

rinviate al cuore sacro, il fiore sventrato,

io madre avvelenata fino al nesso,

i denti strido tra morso e lutto,

di vergogna e di pianti che è meglio morire

che vedere.

Figlio, mai negheranno l’immago vivido,

ai mie occhi resta.

Tu uomo,

tu anche padre,

tu cane furioso,

che pesti dignità e coraggio,

mai ti vedrò io madre, con occhi parchi,

mai ti darò io madre, riscatto e fama,

mai scorderò la tua indole amara,

mai saprai cos’è grembo e parto,

mai e mai dolcezza da figlio avrai.

Tu cane astuto,

con brandelli e spoglie,

rendimi il mio,

il figlio prestato alla patria.

Tu uomo,

come puoi negare la vita

e i figli mai resi.

 

 

Giallo sole, blu eco di cielo

 

Vietata al cuore ucraino,

URSS sempiterno invasore.

Tornò a sventolare tronfia,

stretta al cuore,

col giallo di sole fertile,

col blu eco di cielo.

Si levano grida alla pace,

le guerre vane

stremate di coscienze abbagliate.

Sventola stendardo,

sventola possente sui campi di ghiaccio

affinchè lo spiro tremante d’amore

spazzi via l’orrore.

 

Granaio d’oro

 

Brucia…

Brucia il granaio d’oro,

oro d’Europa, di carbone e ferro,

di doni sotterrati, di prestigio agli allupati.

Pane e sangue compromessi,

patriottismo ai cuori acerbi,

esser vivi prima conta,

d’un miraggio è libertà.

Scuote fiera l’armi dello straniero,

la morte in corsa cala d’ombre sulle fosse colme,

con scudi umani è l’ illusa meta,

gli abissi del male ormai sciolti.

Il coraggio è motore,

di certezze e d’agire,

per la vita non temete

per la morte non tremate,

della gloria mangerete.

 

 

Lo Zar e la Star

 

Menti che mentono,

divi coscienti dei nuovi tempi.

L’uno senziente,

con vigore al dente,

non crolla a perdente,

già aspira venti d’Europa,

con sfottò impudente allo zar è sovente ,

è una star presidente.

L'altro potente,

folle incosciente,

non perdona niente,

veleno e spionaggi,

ingrassa ingranaggi per fasto e risorse ai magnati in corsa…

Spara uomo incredulo, Zar senza Dio,

spara che esisto,

spara che io resisto…

 

Vite sospese

 

Tra i calcinati massi,

le schegge ferrose infestanti,

i corsi tra le case murate per paura,

i bimbi giocano per strada innocenti,

incoscienti agnelli al sacrificio.

A ridosso il fronte

e l’attesa scalcia fragorosa

tra ansie e morte,

tra lingue bugiarde

quieta lo strazio di parole disattese.

Russia, chiamala invasore, uccide non per te.

 

Sull’autore

Vincenzo Calì nasce a Milazzo (ME) il 12 luglio del 1973. Da diversi anni coltiva la passione per la scrittura e la poesia. L’amore e la vita nella sua complessità sono le sue muse ispiratrici. La poesia rappresenta per lui il vero modo di mettere a nudo l’“io complesso”, quasi con analisi critica. Vincitore del premio “M. T. Bignelli” per la poesia d’amore (XXI Edizione del Concorso Nazionale “Garcia Lorca” 2010/2011), ha pubblicato in diverse antologie poetiche: Il Federiciano in diverse edizioni (Aletti Editore), ultima nel 2016 e Luoghi di Parole, “Premio Tindari- Patti Agenda Poetica 2010”. Nel 2011 nasce la sua prima raccolta intitolata Vincikalos, seguita da Intro nel 2013 che rappresenta un nuovo ritratto del suo personale cammino, entrambe edite da Aletti Editore. A seguire pubblica nell’antologia poetica Mario Luzi 2012 e Scrivi col Cuore, Poeti Italiani – III Edizione, Granelli di Parole – III e IV Edizione, Lettere d’amore – III Edizione, Unione Mondiale dei Poeti – I Edizione e Vento a Tindari – II Edizione per la Casa Editrice Kimerik. Nel 2018, in concomitanza con l’evento d’arte e poesia “Angeli a Calatagèron”, nasce la sua nuova creazione intitolata MediterrAnima, come percorso evocativo delle tradizioni siciliane e a suggellare l’evento riuscitissimo nella cittadina di Caltagirone. Il nuovo libro riceve oltre centocinquanta articoli su svariati blog e testate giornalistiche italiane importanti, vincendo nel 2019 il trofeo 1° posto del premio “ASAS – sezione B1”, patrocinato dall’Università di Messina. Successivamente MediterrAnima è premiato ancora a “Impavidarte” Biennale della Cultura, concorso “Artistico-Letterario”, patrocinato dell’Università degli Studi di Roma “UNITELMA SAPIENZA”; è 2° classificato al podio, Menzione Speciale al “Premio Comitato di Lettura”, “Premio IRSSAF” dell’Università di Nicosia. Nello stesso anno dona i suoi versi per la mostra fotografica *LiberALia* organizzata dal coworking “Lia Ci Sì” di Barcellona P. G., delle donne libere, dei sogni e di tanto altro, scatti fotografici aventi per soggetto volti di donne siciliane e innamorate della propria terra. Ha donato i suoi versi ai comuni di Caltagirone, Roccavaldina e Sant’Agata di Militello. Nel 2020 omaggia l’artista metafisica Laura Villani con la poesia REM e nel 2021 scrive la poesia Profluvi,tradotta in due lingue, tributo alle opere del grande pittore internazionale neorealista Santiago Ribeiro, cooperando alla realizzazione di un video per il progetto mondiale “New Surrealism Now”, con la partecipazione speciale dell’attore Maurizio Bianucci per la voce italiana (“Premio Crocitti”, che ha preso parte a film come Suburra, Aldo Moro e altre importanti fictions RAI), per la voce inglese “Flows” il prezioso contributo della giornalista e blogger Annalina Grasso. L’arte non si ferma sui social ai tempi della pandemia e il progetto ottiene un grosso successo, con oltre trecento articoli sui giornali di tutto il mondo e centomila visualizzazione sul web. Nell’agosto 2021 presta i suoi versi “Voluttuosi… dal palato ai sensi esplosi” per lo spot pubblicitario del “Medusa Lounge Restaurant” di Milazzo,  sempre nello stesso anno selezionato al concorso “Piccole pesti leggono VI” per Kimerik, con la favola “Momatina e la spazzola magica”. Nel 2022 con la favola intitolata ” Mumbi e Formichella” dona il suo contributo al progetto  “Le favole degli agrumi”, libro la cui parte del ricavato andrà in beneficienza alla Onlus C. D’Agostino.

 

 

‘Non c’erano i fiori’, la raccolta poetica d Arianna Galli

Nella raccolta poetica “Non c’erano i fiori”, pubblicata da Ladolfi editore. la giovane penna di Arianna Galli soffre, si dilania, impazzisce per amore. I suoi versi, però, non parlano unicamente di quel nobile, quanto oramai usurato, sentimento amoroso. Le sue parole entrano a fondo, scavano nell’animo umano, cercando in tutti i modi di scovarci ancora speranza. Una speranza, però, che quasi certamente la protagonista di questi versi ha perso.

La raccolta, ispirata alle teorie di Freud, al mito di Amore e Psiche e al celebre romanzo di TobinoLe libere donne di Magliano”, indaga il percorso psicologico di Irene che nella sua pazzia nata dal dolore comprende pian piano la sua identità, il rapporto con sé stessa, con l’amore e con la città in cui abita, Milano, che appare a squarci e deformata, frantumata come la sua stessa anima. Perché prima non c’erano fiori, ma è ciò che ha lasciato nel suo cuore la persona amata, il fiore che porterà per sempre con sé nella vita nel suo cammino verso il futuro.

L’autrice, in questo libro, vuole lanciarci un messaggio chiaro, semplice, ma altrettanto struggente. Un inno che tende quasi a metterci in allerta sull’importanza dell’amore, con tutto quel che lo circonda. Perché quando due anime si fondono, arrivando a tal punto da sembrare un’unica cosa, e si penetrano, così in profondità da lasciar obbligatoriamente qualcosa di sé all’altro, sarà impossibile per loro una volta separati sperare di tornare come prima. Niente potrà mai tornare come prima. Qualcuno crescerà, migliorerà, vedrà quella storia come un pretesto per maturare, ma tanti altri smarriranno il senno, perdendosi inseguendo la propria anima di notte.

L’illusione, in queste pagine, ci stringe con forza la mano. Verso dopo verso sembra quasi di poter udire una voce forte, vigorosa, gridare con ferocia, con rabbia, contro  quella cecità nella quale si è immersi quando in un amore vediamo solo quel che vogliamo vedere. Perché dopotutto, si è entrambi il miracolo dell’altro, e al contempo il proprio sogno di completezza. Quindi è davvero semplice ritrovarsi a vedere riflesso nell’altro quel che in realtà non c’è.

Vi è in qualche modo una richiesta di scuse da parte della protagonista quando si rivolge al proprio amore del passato in questo modo: “ Non odiarmi quando sarà tutto cenere quando sarà passato il miracolo che ci ha fatto vedere come due stessi esseri, abbracciati dalla stessa luce”.

Chiede di non odiarla, quasi lo implora, come se la responsabilità per quel sogno trascorso insieme sia tutta sua. Non riesce a vedersi solo come la metà di una coppia, tantoché gli sbagli di entrambi, per lei, sono solo i suoi. Le pare quasi naturale, infine, sentire l’esigenza di dover implorare che quel sentimento amoroso non si tramuti in odio.

Questi versi trasudano un incessante sensazione di malessere, dovuta a una presenza che ricorre spesso nel libro ma che rimane intangibile fino alle ultime battute. Una figura che mai si palesa fino in fondo, lasciando così un incolmabile vuoto dietro di sé.

“Ricordo i tuoi baci come una rosa; Ora, giorni case cose pagine strade ci dividono. Ricordo dopo i baci, l’appoggiare la testa sulla tua spalla, dolcemente per una carezza…”

In fin dei conti, quel che la protagonista chiede è solo di poter avere una carezza, e nel mentre, potersi perdere di nuovo in quegli occhi che ha tanto amato. Negli occhi di quell’uomo che “Tolse la cecità al passato e donò l’amore al presente”.

Purtroppo il presente di cui si parla è per lei oramai passato. Il presente che sta vivendo è un doloroso viaggio a marcia indietro.

 

 

 

 

“Volevo dire”. L’anima si racconta tra i versi di Angiola Guerriero

Dare voce ai pensieri dell’anima, a volte repressi. Si tratta dell’opera Volevo dire” di Angiola Guerriero – residente ad Apricena, comune ai piedi del Gargano in provincia di Foggia – ad imprimere sui fogli emozioni e sentimenti. Il dolore, la speranza, la bellezza. Ma anche la natura. E la parola. Che a volte non esce, rimane intrappolata nell’anima, per poi metterla nero su bianco. «Il titolo – racconta l’autrice – conferma il bisogno di esprimere le mie emozioni ma anche le mie convinzioni».

La raccolta, con prefazione del poeta, editore e formatore Giuseppe Aletti, appartiene alla collana “I Diamanti della Poesia” di Aletti.

«Con ritmo melodico, che a volte diventa incalzante, a volte si avvicina alla forma canzone, altre alla filastrocca, Angiola Guerriero ci porge, nella raccolta di poesie “Volevo dire”, rime che insistono sulla centralità della parola poetica anche e soprattutto ai nostri giorni. Tesa verso un vivere consapevole – scrive Aletti – imboccando la strada illuminata dal faro della poesia, Angiola ci mostra gli stupori e le bellezze che nascono da questa meravigliosa arte, che è invenzione umana ma pervasa dall’anelito all’infinito».

 

La vita dell’autrice, docente di Educazione all’Immagine, è caratterizzata da arte e poesia. «Questa disciplina – afferma la Guerriero – esige un rapporto, tra immagine, suoni e parole, quindi è inevitabile il collegamento tra le arti. La poesia – aggiunge – nella mia vita riveste un ruolo importante, in quanto esprime il desiderio della mia anima di trasmettere il mondo interiore».

Gli argomenti che ispirano i suoi versi sono da ricercare nelle emozioni che ritraggono il mondo naturale, nel rapporto tra l’uomo e Dio, e tra l’uomo e i suoi simili. «Ho iniziato a scrivere poesie – conclude l’autrice – per dare voce ai pensieri repressi della mia anima e per poter esprimere tutta me stessa».

“Forse un mattino andando” di Montale: l’antinomia della percezione

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come su uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi, case, colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.”

 

Montale in “Forse un mattino andando”, immagina di camminare al mattino in un’aria cristallina, rarefatta. Tutto ad un tratto immagina di volgersi e vedere il nulla. Lo scrittore Italo Calvino, in occasione della celebrazione degli ottanta anni di Montale, ha fornito una spiegazione originale, a tratti alquanto suggestiva di questa poesia.

Per Calvino il cardine della lirica è l’espressione “Il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me”. Calvino scrive che la mancanza di un occhio dietro la nuca è sempre stato un limite percettivo per l’uomo. Sostiene però che una delle invenzioni più strabilianti della tecnologia moderna sia lo specchietto retrovisore delle automobili perché permette di vedere il campo posteriore, prima di allora invisibile.

Eppure nonostante queste argomentazioni scrive che il poeta anche con uno specchietto retrovisore vedrebbe alle sue spalle “una voragine vuota senza limiti”. Calvino cita un animaletto mitologico nella zoologia fantastica di Borges: l’hyde-behind. Nei boschi i taglialegna per quanto possono voltarsi velocemente non potranno mai vedere davvero l’hyde-behind. Secondo Calvino nella poesia il protagonista riuscirebbe a scorgere l’hyde-behind nella sua vera essenza: ovvero il nulla.

Secondo l’interpretazione di Calvino il tema principale della lirica sarebbe percettivo-conoscitivo. Intendiamoci: se fosse unicamente un problema percettivo si tratterebbe di una zona morta della percezione, di quella che gli esperti del settore chiamano macchia cieca. Il tema principale di “Forse un mattino andando” secondo Calvino è come possa esistere una porzione di reale inconoscibile o almeno sconosciuta ai propri occhi ed infine alla propria coscienza. “

L’uomo che si volta “e vede il nulla alle sue spalle, riesce forse a girarsi più rapidamente della messa a fuoco del suo campo visivo, che per questo motivo in quel determinato frangente non è ancora abbastanza nitido ed esteso da fornire immagini dell’ambiente circostante. Percepisce il nulla o meglio “il nulla che c’è”.

Quel vuoto sarebbe quindi la risultante di un suo corto circuito mentale, di cui è cosciente, così come è consapevole qualsiasi persona, quando chiude gli occhi abbacinati dal sole, che i fosfeni sono barlumi causati da una reazione chimica delle pupille, quindi da un atto individuale, soggettivo. Secondo l’interpretazione di Calvino l’uomo che si volta non lascia il tempo alle immagini di accamparsi sulla superficie bidimensionale delle retine, oppure il suo voltarsi repentino è più veloce dell’impulso nervoso (ma quando mai?), che trasporta l’input sensoriale tramite il nervo ottico alla corteccia visiva.

Sia l’interpretazione di Calvino della poesia porta a concludere che “l’uomo che si volta” ha scoperto un’antinomia della percezione, una fallacia ottica, che arresta in quel momento il desiderio di conoscere e di esperire, infatti si ritrae e si ripiega su sé stesso, nel suo segreto. Tutto questo è basato su un presupposto: ogni uomo nel corso della sua vita servendosi di inferenze visive riesce a creare delle invarianti percettive, ed insieme a queste un mondo fenomenologico completo e coerente.

La certezza soggettiva della coerenza di questo mondo va in frantumi nella poesia di Montale. Ma Calvino non ne fa solo una questione percettiva, ma anche conoscitiva. Infatti scrive che quel qualcosa che avviene non riguarda il nervo ottico, bensì il cervello umano. La vera tematica di questo “osso di seppia” e probabilmente sia esistenziale che metafisica, non percettivo-conoscitiva.

“Il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me” riveste la stessa connotazione esistenziale di altre espressioni montaliane come “la maglia rotta nella rete” e “l’anello che non tiene”.  Montale in questa poesia rifiuta “l’inganno consueto” della molteplicità fenomenica. Rifiuta qualsiasi rappresentazione gnoseologica del mondo.

Il critico Contini scrive a proposito della condizione esistenziale di Montale: “la differenza costitutitva fra Montale e i suoi coetanei sta in ciò che questi sono in pace con la realtà, mentre Montale non ha certezza del reale”.

Jacomuzzi invece scrive: “Mentre nell’ambito e nella tradizione della poesia pura la condizione metafisica è essenzialmente un dato acquisito, una ipotesi non verificata, in Montale essa si atteggia come problema, come un dato da interrogare, un significato da cogliere”.

Il senso di questa poesia di Montale per me è la sua disillusione, il suo disincanto nei confronti della realtà fenomenica. Montale non è certo dell’esistenza delle cose, fino a quando non coglie uno slancio vitale nelle sue muse. La sola immanenza non gli è affatto sufficiente. Ecco perché crede ciecamente -come dichiarò in una sua intervista- che “immanenza e trascendenza non sono separabili”.

Questo incontro tra immanenza e trascendenza riesce ad esperirlo solo in rari momenti, quando riesce a trasfigurare una figura femminile, a vedere nella donna la personificazione di una cifra sovrasensibile. Ma se questa agnizione da un lato lo gratifica, dall’altro si accorge di non possedere quello slancio vitale della figura femminile e di appartenere alla “razza idiota degli eletti” (“Ti guardiamo noi della razza/ di chi rimane a terra”).

In mancanza dell’idealizzazione della donna, di questa epifania fulminea Montale vedrebbe “il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me”. A controprova di questa  supposizione esiste una poesia di Satura II, intitolata “Gli uomini che si voltano” in cui è scritto: “Non apparirai più dal portello/ dall’aliscafo o da fondali d’alghe,/ sommozzatrice di fangose rapide/ per dare un senso al nulla. Scenderai/ sulle scale automatiche dei templi di Mercurio/ tra cadaveri in maschera,/ tu la sola vivente,/ e non ti chiederai se fu inganno”. Nel seguito di questa lirica Montale scrive: “Sono colui/ che ha veduto un istante e tanto basta….”.

Montale quindi non cerca in modo categorico la descrizione della complessità del mondo. Non cerca di creare un modello in miniatura dello scibile umano. Non ha mai inteso la Letteratura come fonte di Conoscenza razionale. Nel poeta ha sempre prevalso lo scetticismo nei confronti di qualsivoglia raffigurazione della realtà.

Da questo punto di vista ha sempre abbandonato ogni minima speranza di certezza ed ha sempre navigato nel mare aperto del dubbio. Verrebbe ora da chiedersi: come mai Montale non ha mai idealizzato la Mosca, ovvero sua moglie? Probabilmente perché ricercare in lei l’anello di congiunzione tra umano e divino, avrebbe comportato considerarla una sorta di divinità.

Montale scrive sulla Mosca, solo al momento della sua scomparsa. Per dirla alla Klein scrive per rielaborare il lutto. Secondo la Klein infatti ogni artista crea, perché avverte il senso d’angoscia di una separazione (reale o fittizia), vissuta come perdita di sé e dell’altra persona. Nel discorso amoroso Barthes ci ricorda che “c’è sempre una persona a cui ci si rivolge, anche se questa persona è solo allo stato di fantasma”.

Gli Xenia e i Mottetti di Montale possono allora essere considerati una sorta di surrogato dell’”oggetto transizionale” -per usare il termine di Winnicott- perché permettono al poeta di riappropriarsi di una immagine a lui cara, pur vivendo al contempo in modo cosciente e realistico la perdita terrena della mosca.

Petrarca e Dante hanno angelicato Laura e Beatrice. I loro amori non corrisposti hanno fatto soffrire loro le pene dell’inferno. Ma nonostante ciò nei brevi componimenti dedicati alla consorte scomparsa non esiste traccia di idealizzazione della donna e neanche di compiacimento del dolore.

Le muse di Montale non sono donne irraggiungibili e neanche la propria donna. Le sue muse sono amiche (Arletta, Clizia) e diventano muse solo in determinati e rari istanti. E senza queste muse “intermittenti”, da cui è sentimentalmente distaccato, Montale vedrebbe il nulla alle sue spalle ed il vuoto dietro di sé. Sono queste presenze raramente angelicate, che lo salvano dal nichilismo e dalla negazione del reale.

 

 

Davide Morelli

 

 

Renzo Pezzani, una poesia pedagogica e tragica

Probabilmente è uno dei poeti meno ricordati nel  panorama letterario italiano: stiamo parlando di Renzo Pezzani, nato a Parma il 4 giugno 1898, figura fondamentale nella poesia dell’infanzia.

Appartenente a un’umile famiglia di artigiani, figlio di Secondo, artigiano del ferro, e di Clementina Dodi, Penzani visse la sua fanciullezza nella semplicità; un ambiente popolare, provinciale e poco mondano, caratteristiche che rivivono, in particolar modo, nelle sue produzioni poetiche dialettali.

La poetica di Pezzani si ispira certamente a quella di Giovanni Pascoli, così come a Diego Novaro e Marino Moretti; tuttavia, scevro da imposizioni letterarie, Pezzani ha tratto la massima ispirazione dalla realtà vissuta: un realismo fatto di piccole cose consuete, una realtà osservata da angoli della sua fanciullezza .

A ventitré anni consegue il diploma di maestro elementare ma, oltre alla carriera da insegnante,  si accosta sin da subito alla poesia in dialetto parmigiano. Successivamente fonda la rivista Difesa Artistica e collabora anche con  Il giornale del BalillaCuor d’oro e Corriere dei piccoli.

Una carriera che sembra quasi simile a un altro grande poeta che, anni dopo, utilizzò la sua poesia come strumento pedagogico: Gianni Rodari, infatti, come Pezzani, fu maestro elementare, giornalista e si occupò di letteratura per l’infanzia con particolare riguardo alla poesia.

A differenza del poeta di Omegna, Pezzani abbandonò la carriera da insegnante rapidamente – nel 1926 – a causa di motivazioni politiche. Nel 1920 l’esordio letterario con la pubblicazione della raccolta di liriche ‘’Ombre’’ e, nel 1923, il suo primo libro, ‘’Artigli’’: una raccolta di versi che, ai tempi, suscitò interesse per l’originalità dei componimenti.

Nonostante le poesie composte in dialetto parmigiano, Pezzani si dedicò quasi interamente al mondo dell’infanzia: poesie semplici, che rifuggono le leziosità.

Al centro della sua poetica si ritrova la natura, la genuinità di ambienti agresti, l’umiltà di un mondo popolare e antico. Dalla purezza provinciale e incontaminata fatta di piccole cose, da questa ‘’felicità domestica’’, Renzo Pezzani baserà tutto il suo lavoro letterario volto all’universo della fanciullezza: antologie, poesie, racconti.

Pezzani: poesia possibilistica  e matematica priva di immaginazione

La poesia, per questo autore rivoluzionario, è immaginazione, possibilità, strumento di apprendimento. Più volte egli ha sottolineato la sua predilezione per la letteratura, orgoglioso di non essersi soffermato sulle discipline scientifiche come la geometria o la matematica:

‘’Le  poche volte che scrissi numeri sulla lavagna erano frazioni che davano la sensazione del numero schiavo e del numero trionfante. La geometria con le sue figure balenò sulla lavagna, per dire che al di là di un limite c’è l’infinito del piano, ma noi eravamo fuori del limite, nello spazio nero”.

Per il poeta parmigiano la poesia è sempre stato lo strumento primario pedagogico. Del resto per un bambino, la poesia è apprendimento ma anche esercitazione all’immaginazione e alla creatività in potenza.

Le parole di Pezzani in tal senso sono possibilistiche, tutte hanno sfumature diverse nella loro semantica, è come se, per Pezzani, la matematica fosse  priva di possibilità o fantasticheria: un’addizione darà sempre uno stesso risultato per tutti.

Il vero poeta per Renzo Pezzani è colui che coltiva e non abbandona la propria parte fanciullesca: non rifugge il proprio passato infantile, né dimentica il bambino che è stato ma, anzi, lo accoglie.

La poesia nel suo senso più alto e puro è generata dal periodo dorato della vita, l’infanzia: una dimensione che mai si deve abbandonare se si vuol vivere di ispirazione poetica. Tale concenzione è molto simile al‘’Fanciullino’’ di Giovanni Pascoli. Come Pascoli, anche Pezzani condividerà la concezione dello stupore infantile: il bambino è, di fatto, un poeta poiché riesce nel suo candore a cogliere le sfumature del mondo.

Il lato pedagogico della poesia: quando i versi possono educare

Se il bambino è un poeta poiché incontaminato dalle brutture della vita adulta, la poesia è lo strumento educativo per eccellenza.

Pezzani esorta alla riflessione dell’innocenza infantile intimando a una profonda regressione verso il proprio lato fanciullo; solo la riappropriazione del mondo dell’infanzia riporterà a una serenità auspicata, ora contaminata dalla vita adulta. Esortazione riportata anche nel componimento ‘’Gioia’’:

Gioia che cerchi
su eccelse pendici / s’è forse nascosta tra
erbe e radici. / Ritorna quel ch’eri, un
bambino innocente / ch’è lieto d’un fiore,
che canta per niente

Una pedagogia quella di Renzo Pezzani che attinge la propria didattica dalla voglia di preservare la purezza del mondo infantile nell’età adulta.

La poesia di Pezzani è immediata poiché racconta la vita stessa, senza fronzoli: il suo è un realismo delicato.  Il suo obiettivo fu dimostrare il valore insito della poesia che è non solo un potente strumento educativo ma, anche, un mezzo salvifico.

L’educazione alle emozioni passa, necessariamente, dalla poesia che è sinonimo di salvezza. Persino come insegnante la didattica di Renzo Pezzani è stata rivoluzionaria: non applicava il nozionismo nell’apprendimento, e per lui non contavano nemmeno gli errori di grammatica.

Era la filosofia mentale del bambino al centro di tutto: i pensieri di questo piccolo adulto in potenza. Compito del maestro era guidare gli allievi verso la propria parte adulta,  esortandoli al candore dell’anima e a un tocco delicato delle cose.

Le tematiche di Pezzani

I temi ricorrenti nella poesia di Pezzani sono, per lo più, proiettati alla natura, la religione, il ciclo delle stagioni; ma anche la maternità, la vita di provincia, i luoghi consueti  come la scuola, le strade di campagna, i campi.

Leggendo  alcuni dei componimenti di Pezzani possono scorgersi delle analogie con Myracae e I Canti di Castelvecchio, raccolte pascoliane che affrontano  le tematiche stagionali e le figure familiari: la madre, gli amici di scuola, le festività religiose ma, soprattutto, l’empatia con la povera gente.

Un esempio poetico di Pezzani in cui si riscontrano natura, religione, e buoni sentimenti, oltre che un linguaggio semplice e immediato adatto a un pubblico fanciullo, è il componimento ‘’L’ape e il fiore’’:

Il fiore disse all’ape affaccendata:
“Sei davvero sfacciata!
Il nettare mi rubi e te ne vai
e un dono, in cambio, non mi lasci mai.”
Disse l’ape sincera:
“Sono operaia della primavera
e tutto il giorno faccio miele e cera.
Ai bimbi piace tanto il miele mio
e la cera che arde piace a Dio.
Se quel che abbiamo non lo diam col cuore,
che diremo al Signore?”
“Prendi quello che vuoi” rispose il fiore.
“M’hai insegnato che cos’è l’amore”.

Pezzani presenta similarità anche con i crepuscolari: la poesia del quotidiano che investe  i vecchi quartieri, i parchi di periferia, o i pomeriggi domenicali trascorsi in un salotto di provincia.

I luoghi consueti e quasi consunti della vita di ogni giorno. Nonostante tutto, non è solo la malinconia ad aleggiare nei versi del poeta: la poesia di Pezzani si discioglie in una descrizione di Parma dipinta come piccolo borghese, stantia e cupa.

Una gabbia su cui aleggia un dolore cristallizzato nel tempo che unisce  il perenne senso di nostalgia verso un’infanzia, ormai trascorsa, alla percezione di una vita fallimentare. Per questo nonostante la poesia di Pezzani abbia uno scopo alto e pedagogico, è quasi sempre tragica e desolata.

 

‘Tanta roba di me’, l’esordio poetico di Martin Palmadessa

 “Tanta roba di me”, editato dalla Aletti nella Collana “I Diamanti”, è l’esordio poetico di Martin Palmadessa, con l’introduzione di Sante Serra e prefazione del professore Hafez Haidar, intellettuale libanese candidato al Premio Nobel per la Pace, tra i maggiori traduttori di Gibran.

L’autore Martin Palmadessa

Tanta roba di me: contenuti e stile

Dopo un’intera esistenza dedita all’arte, coltivando la passione per la letteratura, la poesia, la musica, tanto da dedicare il tempo libero alla scrittura di ben dodici libri non ancora editati e di un diario di oltre 3500 pagine, Martin, di Bologna, classe 1971, ha deciso di uscire allo scoperto con “Tanta roba di me”. L’emblematico nome della raccolta è stato scelto durante un tragitto in macchina con la madre, che ha commentato: «Il titolo è forte». Così come lo sono i componimenti del volume, appassionati e trascinanti, con una penna che graffia e insieme accarezza.

La pubblicazione aggiunge un nuovo tassello all’esistenza di Palmadessa, costellata di esperienze appaganti a livello sociale. È stato Consigliere di Presidenza della Pro Loco di Dozza e nei Consigli di Amministrazione di diverse aziende, creando e dirigendo diverse società commerciali.

L’influenza di Tagore

«Al lettore dovrebbe arrivare uno tsunami, questo è il concetto – ammette con chiarezza, parlando del libro -. Il mio intento non è certo quello di lasciare una piccola traccia nei cuori della gente. Io voglio aprirci un’autostrada».

Ognuna delle 52 poesie della raccolta è contraddistinta da una scrittura persuasiva, che stupisce. «Ha il tratto ruvido, espressivo e diretto di chi non ha peli sulla lingua, in particolare quando si interroga e parla di sé stesso», è il giudizio di Serra.

Entusiasta è anche Haidar, che esprime parole di grande encomio per la cifra artistica dell’opera. «I versi di Martin penetrano nell’anima del lettore e ci regalano i benevoli frutti del cuore, alla stessa stregua dei versi del poeta Tagore».

Non è un paragone eccessivo. Già dalle prime pagine del libro, si comprende che Palmadessa rientra nella categoria dei Poeti che hanno qualcosa da dire, di quelli che parlando di sé stessi arrivano a parlare a una moltitudine. Dall’alto della sua esperienza, Haidar ne ha riconosciuto la voce, tra le tante che gravitano indistinte nel mondo poetico.

Una raccolta ambiziosa

Tanta roba di me è un’opera ambiziosa che parla di cieli immensi, dell’assoluto, della profondità della nostra anima e dei nostri sentimenti, ricercando la bellezza della vita che va accettata in ogni suo aspetto, dimostrando che ogni poesia si presta alla più svariata combinazione di parole, fluida e precisa, ritmata.

Interrogandosi su se stesso, l’autore coinvolge nelle sue riflessioni temi importanti, basilari, degno di essere cantati nel modo più nobile, alla Dante, insomma, aggiungendo qualche tassello in più alla teosofia o quantomeno ribadendone le sue istanze e contenuti, sotto la guida dell’ottimismo.

 

‘Sundara’, la nuova silloge di Mauro de Candia che anela la bellezza

Sundara, pubblicata da Edizioni Ensemble, è la seconda silloge di Mauro De Candia. Lo scrittore, nato in provincia di Bari, è laureato in Lettere Moderne e vive in Lombardia, dove lavora come docente di Lettere.

Tra i vari riconoscimenti ottenuti, è giunto due volte finalista (nel 2017 e nel 2018) all’edizione italiana del 100 Thousand Poets for Change (l’evento poetico creato dai poeti americani Michael Rothenberg e Terri Carrion); finalista al Premio Letterario Città di Ravenna 2018; due volte finalista al Concorso Letterario Gioachino Belli (2018 e 2019); Premio Speciale della giuria nel concorso letterario “I colori dell’anima” 2018; diploma di merito nel concorso letterario La zattera della medusa 2018; segnalazione nel Premio Nazionale di poesia inedita Ossi di seppia” 2019.

Nel 2018 esordisce nel panorama letterario con la silloge Le stanze dentro per Edizioni Ensemble (Roma), libro che si classifica al secondo posto al Premio Nabokov 2019 e finalista al Premio Carver 2020.

A distanza di 2 anni De Candia si riaffaccia sul mercato editoriale con un’altra raccolta di poesie.

 

Sundara: Sinossi

Sundara è uscito a febbraio di quest’anno.

La silloge si apre con una prefazione della poetessa e critica Sabatina Napolitano che scrive: “Sundara è un termine che condensa una bellezza di tipo armonico che il poeta sintetizza e dedica al lettore colto, ma soprattutto Sundara è una polemica ideologica che muove il processo intero della silloge. La raccolta consiste di trentuno testi dove dominano le capaci suggestioni e le formule appassionate di una attualità e di un quotidiano fusi in una cornice specifica che prende forma da mitologie e da abilità figurative possibili grazie alla lingua frammentata e anticonformista di De Candia. Il messaggio incoraggiante dal libro è traducibile in un andamento vocativo e convergente a una idea di poesia come comunicazione letteraria autosufficiente con una insostituibile sintesi delle contraddizioni. È in questo spazio di attenzioni e scavi che la poesia non è un passatempo ma un sentire migliore, un raccontare che sta in mezzo all’attuale e all’immaginario”

I cani sognano in coro

Su orizzonti circolari,

cigolando su lunghissimi ponti

decisero di trasmigrare.

Destrerius,

Plactimas,

Liperon

erano le destinazioni sbocciate come apparizioni,

luoghi gonfi di colori,

come semafori interiori

che crescono sbattendo le ali:

applausi fulminei di luce.

Canforesta,

gattropico,

cavallofter

erano i media onirici,

tassidermia del sogno in pelle animalesca.

Ma dentro,

che sterminio di immagini smembrate

c’era dentro,

racchiuso in quella glassa consapevole

che ogni cosa è commestibile per il cervello.

Così i cani volarono,

lasciando i loro corpi sonnecchianti.

Divennero aeriformi, animali aerostatici,

e dalle crepe del gatto,

e dalle crepe del cavallo,

e dalle crepe dell’uomo

entrarono a colonie interconnesse

dilavando le interiora dell’ospite,

volando in dimensioni ultraterrene.

C’è un occhio gigantesco e trasparente

che guarda i cani sorvegliare

la torrefazione di ciascuna parola

nella gola degli uomini,

li vede correre indossando

gli spiriti di ogni veste

caduta in fondo a un fiume

o lasciata macerare sotto terra.

Li guarda divertirsi

inseguendo figure

generate dallo stucco sui muri,

ombre straniere come artigli lattei,

scorpioni glaciali.

Non me

(l’ombra sfregiata, colui che vi racconta tutto),

non me,

ma il marionettista dalle buone maniere,

è lui che fa svegliare i cani,

all’alba.

Da chi sarò stato percorso

e reso ostaggio notturno?

E quale embrione della parola “meraviglia”

è rimasto tranciato come un acino d’uva dai denti,

nel seno sagittale?

Forse per salvarsi dall’invidia umana,

i cani non hanno parola.

Brucerebbero all’uomo,

gli occhi:

sterminati incendi.

Mauro De Candia sul suo blog presenta così ai lettori il suo secondo scritto: “Sundara è una silloge dalla lavorazione intensa e tormentata, in quanto era mia intenzione offrire quanto di meglio fosse nelle mie possibilità. La forma e la sostanza vanno di pari passo, e il percorso iniziato con la precedente opera ne risulta ancor più amplificato, così come risultano allargati i confini di scrittura: per la prima volta, in un paio di occasioni, faccio uso delle terzine dantesche, e per la prima volta mi dedico a un poema di otto pagine suddiviso in più “movimenti esistenziali”. Dominano il surrealismo della scrittura, il poliglottismo dei termini (dal Giappone alla Spagna, dall’Inghilterra all’uso dell’esperanto), le “favole di carne e sangue” che si configurano come introspezioni d’avanguardia. Figure, oggetti, personaggi, sogni, incubi, intuizioni, neologismi, sapori, colori e riflessioni fanno tutti parte di una stessa famiglia, come in una tessitura composita dove ogni cosa può prendere vita, persino i pensieri mai nati”

Un lavoro lungo due anni in cui si sono condensati titoli scritti ai tempi della prima raccolta e poesie inedite.

Lo stesso scrittore nella postfazione del libro scrive “Considero quest’opera il mio lavoro più maturo tra i due che ho pubblicato. Il titolo è una parola in sanscrito con funzione di attributo, che si identifica con l’idea di bellezza, armonia, meraviglia. Un titolo che ho voluto identificare con una sensazione: quella che si aspira a provare al termine di un percorso di liberazione da contaminazioni e influenze nella propria vita.  Il filo rosso che collega i vari testi dell’opera è il passo avanti ancora da compiere rispetto a una piena realizzazione, oppure il passo indietro che ci tiene lontani dalla pienezza dell’essere.

 

https://www.edizioniensemble.it/prodotto/sundara/

 

‘L’incanto di Venere’ di Salvatore Belzaino: l’invocazione dell’amore in una raccolta poetica compulsiva

Non è raro trovare nella raccolta la parola inchiostro, legata quasi da una sorta di magia alla sorte delle volte dei pianeti, delle maree, degli effetti luce delle stelle con l’atmosfera e l’aria terrestre. L’incanto di Venere dello scrittore napoletano Salvatore Belzaino, (Il mio libro, 2019), come si legge nella sinossi del libro, è una raccolta lirica che esalta e celebra Amore nella melodia che scalza l’oblio; è poetico flusso d’albe e tramonti nel letto stracolmo di attese del cuore. Tra i versi vividi di seducenti e primigenie emozioni, Salvatore Belzaino denuda, in danza di parole limpide, alchemiche e fatali, il significato e l’essenza del perdersi e ritrovarsi. Perdersi e ritrovarsi di vita, di onirico abbandono e persino di morte, nella Bellezza di Colei che strugge in baci, che seduce tra strali di passione e tormento, che si fa speme all’arcobaleno delle stagioni destinate a passare ed essere rimembranza ed anche amnesia.

L’autore vive quasi in una sorta di trance inconsapevole. È spinto. È guidato. È mosso alla scrittura da un vivace movimento astronomico incontenibile. Dall’inchiostro del porta nascono parole come sotto dettatura. Come in un accadimento biblico, le parole sono sentite innanzitutto, poi trascritte quasi, e infine trasformate in invocazione.

Ed è proprio l’invocazione la prima figura retorica che si fa strada nella raccolta. La dedizione è una conseguenza, e i pianeti l’oggetto del desiderio, della pietevole inclinazione all’osservazione di orizzonti distanti.

Parliamo in questo caso dell’invocazione a Venere. Atto che fu già di rottura, se vogliamo, quando la fece Lucrezio; che snobbò le muse per votarsi a Venere, a una dea, per ingraziarsela, per farle illuminare il tracciato del racconto per intero. E in questa nostra raccolta contemporanea il percorso non è diverso. Il pianeta, la stella, la dea, trova qui la sua antica funzione di guida dei mari, delle acque terrestri, delle giostre luminose di luce atmosferica, e dell’inchiostro di cui si compone questa “compulsiva” raccolta dove l’autore campano cerca la propria orbita ontologica e poetica.

E facendo correre velocissimi gli anni coi secoli, possiamo legare tutto il trattato poetico al naturalismo cosmico e incantato, panteistico, che fu di Leopardi, e in qualche misura tipico ottocentesco caratterizzato da un lessico di maniera, ragionato, cercato; soprattutto perché poi compare la luna con le maree, con l’aurora e i rapporti con sole, e tutte queste creature del cielo sono fortemente inclini a dettare sentimenti e a suggerire emozioni. E l’autore nel riconoscersi con Pavese e con la radiazione pessimistica di fondo, non fa altro che continuare e proseguire un pessimismo su di sé e sulla natura dell’uomo che fu celebre in Leopardi. E fondamentalmente l’autore da vita al teorema dell’impossibilità, del mare, dell’oceano in un bicchiere, della surrealtà, delle immagini che furono di Magritte.

Il poeta è alla ricerca di una nuova dimensione. La indaga, la isegue, la ricerca. La inquisisce, la invoca.
Il lessico poi può sembrare molto di maniera, studiato, un po’ troppo ragionato, voluto, cercato. Impreziosito da bagliori extraterrestri.
È il fanciullino di Pascoli che diventa adulto e cerca solo un atavico, eterno, cantuccino in qualcosa di molto distante e coscientemente irraggiungibile, impossibile.

Passando poi da una lettura storiografica ad una superficialmente psicoanalitica, questa fissazione per Venere nasconde la voglia, decisamente manifesta, di un rifugio privato perduto, quasi immaginario. Una voglia insaziabile, bulimica, quasi compulsiva. Ci sono pagine e pagine in cui si parla di cose reali ma della loro trasfigurazione astrofisica tramite algoritmi verbali molte volte dai tempi antichi.

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