Pierluigi Cappello, il poeta-vasaio: l’ultimo artigiano rimasto

Il nome di Pierluigi Cappello è stato per lungo tempo associato alla figura di un poeta delicato e schivo e, talvolta, non ricordato a dovere. Nato in Friuli nell’agosto del 1967, trascorre la sua infanzia a Chiusaforte; sono due gli avvenimenti sostanziali che segneranno per sempre la vita e la poetica di Pierluigi Cappello: il terremoto del 6 maggio 1976 e un tragico incidente all’età di 16 anni che lo confinerà su una sedia a rotelle fino alla fine della sua esistenza,  il 1° Ottobre 2017.

Il poeta francese Paul Celan scriveva: “I poeti: gli ultimi custodi delle solitudini’’. E Cappello era un custode sì della solitudine, per via della sua innata riservatezza, ma anche della  stessa arte poetica; in un’intervista tratta da «la Lettura» #147 ( Corriere della Sera) del 14 settembre 2014, alla domanda ‘’Pensa di aver scritto grazie alla malattia o nonostante la malattia?’’, risponderà:

«Nonostante quello che mi è successo, senza dubbio. Per scrivere bisogna poter mobilitare tutte le risorse, avere la disponibilità di un corpo che ti risponde. La scrittura passa per una unità biologica fatta di testa e corpo. Avere interne regioni che non comandi richiede uno sforzo enorme. Anche la capacità di concentrazione va conquistata. Non ci sono moventi precisi che ti portano alla scrittura: ci sono piccoli passi, sussulti dell’esistenza, c’è una passione che, secondo me, è innata. Ho cominciato con elenchi di parole, come un uomo di montagna che ha paura dell’acqua e inizia a metterci prima un piede, poi avanza un altro po’, fino a scoprire di starci bene».

Nel 1999 dirige insieme a Ivan Crico La barca di Babele, una collana di poesie edita dal Circolo Culturale di Meduno. Nel 2006 pubblica la quasi totalità delle raccolte dei suoi versi in Assetto di volo, a cura di Anna De Simone, edito Crocetti Editore: silloge che gli varrà prestigiosi premi come  il Premio Nazionale Letterario Pisa, il Premio Bagutta 2007 sezione Opera Prima e il Superpremio San Pellegrino 2007. Nel 2010 pubblica ‘’Mandate a dire all’imperatore’’, con postfazione di Eraldo Affinati, edito Crocetti Editore; la raccolta valse a Cappello il Premio Viareggio. Sono chiari i riferimenti a Pasolini, quel legame con la civiltà contadina che sa parlare alle anime seppur tacitamente. Pierluigi Cappello è un poeta di montagna, un ricamatore di versi che germogliano delicati, direttamente, dalla  “ποίησις” (poiesis). La poesia, in greco, deriva dal verbo poieō (“ποιέω”), fare o creare, e il poeta friuliano era un creatore di bellezza, di armonia della parola. Il suo è un italiano essenziale ma colto che si accosta alla poesia dialettale con eleganza e raffinatezza, riflesso dell’anima pura di Cappello. Il dialetto è una evocativa lingua che esprime significati ma, soprattutto, appartenenza e la destrezza e la capacità di padroneggiare due  o più lingue, in questo senso, significa avere prospettive differenti sul mondo.

Allargare gli occhi alla ‘’cavezza del sogno’’: la poesia dialettale di Pierluigi Cappello

Inniò è un’antica parola friulana ma anche il titolo di uno dei più noti componimenti dialettali di Pierluigi Cappello:‘’In nessun dove’’. Una poetica onirica, quasi fiabesca, malinconica ma serena; versi che rimandano al bambino che è dentro di ognuno, a un’infanzia dimenticata che sempre si può riscoprire:

«Jo? Jo o voi discôlç viers inniò»,                                                      «Io? Io vado scalzo verso inniò»

i siei vôi il celest, piturât di un bambin.                                  i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino.

 

La dualità linguistica del poeta si riflette nella vita quotidiana ma, anche, nella sua poetica dove il friulano è utilizzato principalmente per esprimere e veicolare concetti intimi e legati alla propria tradizione mentre l’italiano è la lingua utilizzata per analizzare e parlare di tematiche universali.

In una costante danza armonica del lessico Pierluigi Cappello utilizza con rigore la lingua italiana dove in modo colto ed essenziale, da artigiano della parola, costruisce mondi incantati ma, tuttavia, realistici. D’altro canto l’utilizzo della forma dialettale da parte del poeta accompagna il lettore quasi come una nenia antica, progenie di una civiltà contadina oramai perduta. Negli usi della lingua Cappello sembra voler dire, sommessamente e indirettamente, che esistono concetti e versi  che hanno quasi bisogno di essere espressi nella forma dialettale mentre, altri, nella lingua italiana. ‘’Il poeta è un vasaio’’, sosteneva Pierluigi Cappello; e proprio come un vasaio lavora l’argilla trasformandola in oggetti e forme utili, così chi ha l’ambizione di seguire la poesia e immergersi nel fiume Mnemosine, bevendo dalle sue acque ed entrando quindi in contatto con tale conoscenza ispirata, diviene artigiano della parola: una parola che è potenza, veicolo. La manipolazione del linguaggio che lima e trasforma la loquela e il pensiero, intersecando due materie grezze per creare arte e donare emozioni.

Piangere non è un sussulto di scapole

e adesso che ho pianto

non ho parole migliori di queste

per dire che ho pianto

le parole più belle

le parole più pure

non sono lo zampettio delle sillabe

sull’inverno frusciante dei fogli

stanno così come stanno

né fuoco né cenere

fra l’ultima parola detta

e la prima nuova da dire

è lì che abitiamo.

 

Assetto di volo (Crocetti, 2006)

 

La poesia dell’appartenenza e la poetica del sogno come visione oltre il dolore

La montagna friulana, il sussurro flebile delle foglie,  gli ‘’orti poveri’’ e le ‘’ montagne azzurrine, di là dai muri oltre gli sguardi delle guardie confinarie’’ diventano memorie e simboli nello stile di Cappello; una poesia di appartenenza, di definizione, di fierezza che sottolinea il legame antico con  il ricordo. Il rimembrare, il tempo e l’infanzia sono, infatti,  fra i temi centrali nella poetica di Pierluigi Cappello.  La montagna, il dialetto, il mondo semplice si configurano in piccole e quotidiane memorie  che si tramutano in luoghi poetici eterni. L’intento principale è uno: recuperare la fragilità del passato per salvarla dall’oblio. In Ombre, tratta dalla raccolta  ‘’Mandate a dire all’imperatore’’, il poeta friulano scrive:

 

Sono nato al di qua di questi fogli

lungo un fiume, porto nelle narici

il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio

di quando nevica, la memoria lunga

di chi ha poco da raccontare.

Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno

l’ombra delle nuvole sul fondo della valle

sono i miei punti cardinali;

non conosco la prospettiva senza dimensione del mare

e non era l’Italia del settanta Chiusaforte

ma una bolla, minuti raddensati in secoli

nei gesti di uno stare fermi nel mondo

cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste […]

 

Cappello prima di essere un cantore di versi è un poeta montanaro, custode di rimembranze  in quei luoghi dell’infanzia divenuti lirici, infiniti e imperituri. Ma oltre alla tematica dell’infanzia e dell’appartenenza, la poesia di Pierluigi Cappello si costruisce intorno alla forza della parola poetica come nastro incantato che tiene insieme la vita e la salva.  La parola, nella visione del poeta, non è orpello asettico ma entità concreta che si tramuta in gesto di sopravvivenza. Lo stile letterario di Cappello si insinua in una poetica che non è mai vittimistica: nonostante il terribile incidente avuto a 16 anni e l’esperienza del terremoto, la sua poesia è sempre un tendere verso l’alto e una ricerca costante della libertà interiore; una libertà che è stata negata al corpo ma che può mettere radici nella mente, proprio attraverso la parola che si tramuta in verso. Un concetto similare a un altro grande poeta, Ovidio, che nell’opera Tristia (IV, X, 26) scrive, sottolineando la sua naturale inclinazione e la vocazione alla poesia:

‘’Quod temptabam dicere versus erat”                      “Ciò che tentavo di dire diventava verso”

 

Un altro dei temi centrali dello stile  del poeta friulano implica l’affidarsi al sogno, l’essere quindi guidati dai sogni quando l’esistenza diventa zavorra; la visione onirica che propone Pierlugi Cappello, tuttavia, non ha risvolti illusori ma si concretizza in una dimensione spirituale: una leggerezza onirica, quasi come velo invisibile, che separa il reale dal fantastico. Per Cappello, infatti,  il sogno non è una scappatoia: non è sinonimo di evasione o di alienazione dalla realtà ma, anzi, è fonte di luce che orienta e conduce, nella vita, a una prospettiva che va oltre il dolore. Quello che insegna attraverso la sua poetica è che nonostante la sofferenza la guida dell’uomo nelle sue difficoltà rimane sempre l’incanto; il suo è uno stile letterario essenziale e mai barocco e arzigogolato,  capace di evocare immagini potenti e profonde dove le parole usate rifulgono di autenticità.

La memoria personale e il legame con la sua terra e il quotidiano permeano tutta la sua opera così come la dicotomia corpo/limite. L’incidente avuto a 16 anni che costringerà Cappello a rimanere paralizzato,  non sarà mai un impedimento per il poeta friulano; uno dei più importanti insegnamenti legati al sogno come visione si interseca a questo evento traumatico dove il limite fisico diventa invece opportunità di pensiero, di bellezza e di sogno che non lascia spazio all’autocommiserazione.

Pierluigi Cappello ha creduto nel potere della poesia come strumento di consapevolezza e libertà, andando oltre il concreto ostacolo fisico che poneva una barriera fra lui e il mondo. Nella sua poesia e nella sua vita, nei suoi insegnamenti e nei suoi scritti, non si è mai piegato al pietismo ma ha sempre cercato la verità non spiritualizzando la sofferenza né rinnegando il suo corpo ma anzi, trasformando il dolore in parola poetica senza fronzoli.  Il corpo diventa patria, in questo senso, e non limite: da lì  partono il pensiero, la poesia, le percezioni, le memorie perché nonostante l’immobilità del fisico la mente e la parola restano, sempre, libere.

 

Croce, la letteratura napoletana e la tradizione italiana

Alle soglie del Novecento, Benedetto Croce si lascia alle spalle, in virtù di uno storicismo vitale che esautora la luttuosità del rimpianto, la passione campanilistica composta da tanti amici e sodali del suo primo tempo di studioso locale e mette in campo il valore che guiderà gran parte delle strategie crociane in fatto di critica militante. Prospettiva, questa, che si rivela discriminante quando si paragonano il giudizio del giovane Gustavo Colline (pseudonimo che usava Croce sulla <<Rassegna Pugliese>> degli anni ’80 dell’800), su Salvatore Di Giacomo o su Imbriani e i ritratti poi forniti di questi autori napoletani nelle Note pubblicate sulla <<Critica>> e poi raccolta sotto il titolo di Letteratura della nuova Italia.

Negli articoli del giovane Croce, Di Giacomo viene investito dall’impressione di una lettura sincronica, alla ricerca di quella che egli indica come “la napoletanità più schietta” e che Imbriani risulta fin troppo legato al contesto culturale cittadino, difendendo la riconoscibile struttura napoletana dello stile e del fraseggio del romanzo, scritto in una lingua tanto più italiana quanto più vivificata dall’apporto del dialetto. Imbriani dunque è un propugnatore del pregio dei dialetti e spinge gli italiano delle altre provincie ad imitarlo, ma in seguito, all’interno del progetto intellettuale della <<Critica>> queste figure saranno sottoposte ad un trattamento opposto. In mezzo c’è il passaggio dalla storia piccola alla storia grande, c’è la polemica contro la critica regionale, c’è la centralità attribuita alla letteratura come momento conoscitivo e fondativo: la letteratura intesa come concentrazione spirituale e ricerca del vero, come recita la prima pagina della <<Critica>>.

In questo senso, se è vero che l’espressione letteratura è espressione della società è una ridondanza di stampo reazionario, la riflessione di Croce, inquieto post-marxiano, si appunta sigli stessi termini di rapporto ma ribaltandoli: contro l’assenza di una società omogenea in Italia, egli risponde:

“Un artista crea la sua società, non aspetta che vi sia (dove?) una società che egli possa copiare”.

Vale la pena ricordare anche il passo centrale del saggio di Croce su D’Annunzio del 1904:

“Si suole affermare che artisti siffatti sono espressione delle epoche di decadenza; ma bisognerebbe affermare invece, più esattamente, che, quando essi sorgono, qualcosa, in qualche animo, deve essere decaduto”.

Insomma, secondo Croce, la letteratura non esprime altro che se stessa; il concetto di tradizione italiana è nella Letteratura della nuova Italia, concetto militante. Tale letteratura ha il vuoto alle sue spalle e proprio Croce ha “inventato” la tradizione, prendendo in esame una delle grandi culture regionali come quella napoletana, per immetterla nel contesto nazionale.

Nel saggio su Di Giacomo del 1903, il mito digiacomiano della solitudine dell’artista trapassa il concetto critico dell’assolutezza poetica di quell’esperienza, dove tutti i materiali dialettali, del contesto napoletano, si fanno testo, in ossequio di quella che Croce definisce “fusione”. Per questo, nota il critico, è impossibile distinguere le pagine dettate dalla vita vissuta <<da quelle in cui Di Giacomo sceglie, costruisce ed inventa>>. A tal proposito risulta importante un altro passo tratto dalla recensione che Croce ha dedicato nel 1911 al saggio del letterato Francesco Gaeta su Di Giacomo:

“Considero come un vanto non piccolo della <<Critica>> l’avere contribuito a rendere giustizia al Di Giacomo, togliendolo dal gruppo dei poeti regionali e ponendolo in quello dei poeti nazionali, o meglio, dei poeti senz’altro”.

La polverizzazione dei generi, in questo caso della poesia dialettale come genere chiuso ed inferiore dell’arte, la difesa della poesia tout court, risulta collegata al progetto di una moderna tradizione italiana. Non è un caso che il quarto tomo della Letteratura della nuova Italia si chiuda con l’Appendice dedicata alla Vita letteraria a Napoli ed è accompagnata da una giustificazione dato che privilegia la cultura napoletana intesa come la più organica e dotata di una pluralità di livelli, per la sua compattezza rispetto al panorama culturale dell’età giolittiana:

“Mi ero proposto di far seguire nella Critica, al mio tentativo di preparare con una serie di saggi la storia della letteratura nella nuova Italia, una storia della cultura nelle varie regioni d’Italia nello stesso periodo; e come idea del lavoro che desideravo avviare, e per indicazione ai miei collaboratori, scrissi io queste pagine, che lumeggiano alcuni aspetti della cultura dell’Italia meridionale”.

 

Bibliografia: E. Giammattei, Il Racconto e la città, verso il Novecento, in Storia e civiltà della Campania.

 

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