Pedro Salinas ‘poeta dell’invisibile’ che non ha mai ceduto allo sperimentalismo della sua epoca

Pedro Salinas nasce a Madrid il 27 novembre del 1891 dove trascorre gran parte della sua giovinezza. Diplomatosi nel 1908, si iscrive alla facoltà di legge che però lascia poco dopo per seguire i corsi della facoltà di lettere. Nel 1913 si laurea in lettere e continua con il dottorato di ricerca che terminerà tre anni dopo. Da giovanissimo soggiorna a Parigi come docente della Sorbona e nel frattempo affina i suoi studi di letteratura spagnola tenendo alcune conferenze presso l’Instituto de Estudios Hispànicos. Nel 1915 sposa Margarita Bonmatí. Al rientro in patria il poeta vince un concorso per la cattedra di lingua e letteratura spagnola optando per la sede di Siviglia. Questi anni risultano fondamentali per lo sviluppo della sua sensibilità di scrittore. Dopo il ritorno da Parigi pubblica alcune poesie che confluiscono nella prima raccolta Presagios del 1923.

Gli anni trenta sono molto fervidi per il poeta; egli collabora con il Centro de estudios històricos preparando una serie di saggi sulla letteratura contemporanea, scrive altri due libri di versi Seguro azar (1929) e Fàbula y signo del ’31. Nel ’33 pubblica Amor en vilo, La voz a ti debida e Razón de amor una raccolta di liriche amorose (1936). Successivamente parte per un impiego di insegnamento temporaneo negli Stati Uniti al Wellesley College che lo allontana per sempre dalla sua patria. Dal ’43 al ’46 l’università gli permette un trasferimento a Puerto Rico, soggiorno molto gradito al poeta perché vissuto come una sorta di riconciliazione con la patria natia. In questi anni scrive un libro di versi dedicati al mare della città. Gli ultimi anni della sua vita sono anni di grandissima attività letteraria; Salinas pubblica uno studio critico nel’47, l’anno successivo una raccolta di saggi El Defensor e un libro intitolato La poesía de Rubén Darío seguiti dalle sue opere teatrali pubblicate postume. Si spegne il 4 novembre del 1951 a Boston.

La concezione poetica di Salinas: stile e tematiche

“La poesia è un’avventura verso l’assoluto. Si può arrivare più o meno vicino; si può fare più o meno strada, ecco tutto. Bisogna lasciar correre l’avventura, con tutta la bellezza del rischio, della probabilità, del gioco”. Salinas definisce con queste parole la sua concezione poetica, poesia non soltanto metafisica ma meta-poetica. Il poeta sposta l’assolutezza della parola dove non può essere raggiunta se non attraverso la ricerca interiore. La sua parola non fa rumore ma si offre silenziosamente diventando simbolo di una profonda interiorità. L’io del poeta tende verso “l’oltre” alienandosi, sin dalla prima raccolta Presagios, dal mondo degli oggetti sensibili alla ricerca dell’essenza.

I miei occhi vedon sull’albero,

il frutto maturo e fresco.

Le mie mani vanno certe

a coglierlo. Tu però,

tu però, mano di cieco,

che cosa fai ?

La mano gira, rigira

in aria; se si posa

su qualcosa di concreto,

fugge ad un tocco leggero

senza arrivare mai a coglierlo.

Sempre aperta. E’ che non sa

chiudersi, è che il suo

è un ambire più  profondo

di quello degli occhi, ha

l’ambire di quella sfera

imperfetta che è il mondo,

del frutto per una mano

di cieco, ambire la luce

eterno ambire di stringere

l’inafferrabile. […]

(Traduzione di Vittorio Bodini- da: Poesie / di Pedro Salinas traduzione, introduzione e nota bio-bibliografica di Vittorio Bodini, Milano, Lerici, 1964)

I miei occhi vedono sull’albero il frutto fresco e le mie mani vogliono raccoglierlo, la mano del cieco invece vaga nell’aria senza mai chiudersi perché il suo obiettivo è quello di cogliere l’inafferrabile. La poesia di Salinas si configura come poesia dell’invisibile. La mano del cieco non è altro che la prima fase del processo di eliminazione del reale. Un passo verso questo sperimentalismo è riscontrabile nelle due raccolte successive Seguro azar e Fàbula y signo dove la materia poetica si rinnova con un relativo accostamento alla realtà esterna moderna ma senza mai esaltarla. Gli oggetti della civiltà meccanica vengono considerati dal poeta quasi come un rompicapo da risolvere. Il mondo stesso diventa oggetto di curiosità conoscitiva e trattato con ironia. In Cinematógrafo Salinas oppone alle immagini positive del mondo il negativo di una pellicola cinematografica; il mondo del bianco e nero rappresenta un luogo di passaggio, un mondo fittizio dietro lo schermo. L’immagine del mondo illusorio si riflette in quello naturale; anche la natura cambia connotazione. Infatti in Far West la protagonista è l’immagine naturale più impalpabile: un vento che appare in un film western. Il processo distruttivo si insinua principalmente nelle strutture grammaticali. Gli aggettivi non qualificano, sono rari e con funzione solamente logica. I sostantivi sono, come le cose, segni di finzioni. Gli astratti regnano e prendono il sopravvento su quelli concreti. Ai nomi vengono sostituiti i pronomi. In particolar modo il tu che appare a partire dal primo libro e attorno a questo si forma l’universo invisibile del poeta che decide di voltare le spalle al mondo irreale per concentrarsi sulla felicità di un amore reale.

La problematica amorosa: La voz a ti debida e Razón de amor

In queste due raccolte pubblicate a tre anni di distanza si evince la maturazione poetica di Salinas. Il poeta è stanco dell’irrealtà che lo circonda considerata come un limite da trascendere, trova dunque conforto nell’amore, che gli permette di scavalcare questo confine. L’amore di Salinas è un sentimento tutto umano, asse centrale che funge da stimolo ad una costante ricerca interiore e impulso verso l’essenziale. Quest’ultimo fa da comune denominatore alle due opere. La voz a ti debida, titolo tratto da un verso di Garcilaso de la Vega petrarchista di eccezione, si apre chiaramente con un’apostrofe ad un interlocutore femminile. Il tu indefinito contiene qui un duplice significato: l’amata a cui il poeta si rivolge e il sentimento stesso: la voce dovuta a te, mia amata, e al tuo amore, quasi come segno di riconoscenza da parte del poeta. Il sottotitolo “poema” invece tende ad indicare il carattere di omogeneità ancora una volta ripreso dal canzoniere di Petrarca. Infatti sebbene le liriche all’interno dell’opera siano tra di loro autonome, presentano dei moduli ricorrenti che ne rivelano la natura organica. Ad esempio la struttura semantica ruota attorno all’esposizione del tema, l’avvio della narrazione e la conclusione tornando nuovamente con un movimento circolare. Quanto al linguaggio, il poeta attua una vera opera di trasformazione delle strutture tradizionali per creare un nuovo modo di comunicare nuovo ed individuale. Simboli, immagini e nomi assumono un significato sottinteso attraverso una tecnica ad indovinello che genera “l’orizzonte d’attesa”. Mutano le funzioni delle preposizioni, degli aggettivi e degli avverbi che vengono utilizzati in modo anomalo e il lessico si riempie di neologismi. Ne consegue un linguaggio “nuovo”  e puro, quasi assoluto come quello delle anime di cui parlò Petrarca.

[XII]

Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere
là dove taci, o nelle
parole con cui taci?
Chi ti cerchi nella vita
che stai vivendo, non sa
di te che allusioni,
pretesti in cui ti nascondi.
E seguirti all’indietro
in ciò che hai fatto, prima,
sommare azione a sorriso,
anni a nomi, sarà
come perderti. Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa,
in quello squarcio brutale
di tenebra e luce,
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,
nuda ormai dell’equivoco,
della storia, del passato,
tu, amazzone sulla folgore,
palpitante di recente
ed inatteso arrivo,
sei così anticamente mia,
da tanto tempo ti conosco,
che nel tuo amore chiudo gli occhi,
e procedo senza errare,
alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura
con cui si riconoscono lettere
e forme e si fanno conti
e si crede di vedere
chi tu sia, o mia invisibile.

(Traduzione di Emma Scoles- da: “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979.

 

Con Razón de amor si chiude la poesia di Salinas prima dell’esilio, non si verificano in questa seconda raccolta mutamenti essenziali dal punto di vista sintattico e semantico. Si comincia ad insinuare però nel poeta un dubbio circa le ombre del cosmo. Ci si ritrova di fronte ad un capovolgimento; queste gridano chiedendo la realtà, la materialità. Segue l’invocazione all’amata, timone ed essenza dell’universo, che è l’unica che potrebbe donare loro quello che chiedono ma anche essa stessa non è altro che un pronome. La soluzione dunque non risulta possibile.

 

[LXIX]

Le senti come chiedono realtà?

scarmigliate, feroci,

le ombre che forgiammo insieme

in questo immenso letto di distanze?

Stanche ormai di infinito, di tempo

senza misura, di anonimato,

ferite da una grande nostalgia di materia,

chiedono limiti, giorni, nomi.

Non possono vivere più così: sono alle soglie

della morte delle ombre, che è il nulla.

Accorri, vieni, con me.

Insieme cercheremo per loro

un colore, una data, un petto, un sole.

Che riposino in te, sii tu la loro carne.

Si placherà la loro enorme ansia errante,

mentre noi le stringiamo avidamente

fra i nostri corpi,

dove potranno trovare nutrimento e riposo.

Si assopiranno infine nel nostro sonno

abbracciato, abbracciante. E così,

quando ci separeremo, nutrendoci

solo di ombre, fra lontananze,

esse avranno ormai ricordi,

avranno un passato di carne ed ossa,

il tempo vissuto dentro di noi.

E il loro tormentato sonno

di ombre sarà, di nuovo, il ritorno

alla corporeità mortale e rosa

dove l’amore inventa il suo infinito.

(Traduzione di Emma Scoles- da: “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979)

Salinas fotografa il trascendente senza mai staccarsi dall’immanente, senza mai cedere allo sperimentalismo della sua epoca: egli infatti nutre il suo lavoro anche degli oggetti e delle pose più quotidiane sfiorando spesso toni prosaici, specie nel punto più alto della sua opera, La voce a te dovuta.
”L’arte [scrive Salinas] è una costante scoperta; non si concede sosta nella sua ansia esploratrice, nella sua sete di rinnovamento, anche quando navighi per mari molto solcati e manipoli, nei suoi esperimenti, le formule più conosciute”. Quanto alle scelte espressive, esse si muovono all’interno di convenzioni stilistiche tradizionali, lontane dal linguaggio di rottura dei contemporanei eppur innovative nel loro conservatorismo.

Salinas va insomma annoverato fra i più grandi autori che il novecento spagnolo ci abbia donato: un poeta che sa darsi al mondo nelle sue fragilità inconsuete (Fonte: L’intellettuale dissidente-Homines).

 

Luis Cernuda: poeta romantico ‘non autoriale’ con il forte desiderio di essere utile alla società

Luis Cernuda è stato un poeta andaluso, nato nel 1902 a Siviglia e morto nel 1963 a Città del Messico.
Cernuda ha compiuto diversi lavori per dedicarsi poi all’attività poetica, vivendo in un’ambiente religioso, molto rigoroso, nel quale si è sempre sentito stretto anche per le sue idee politiche e per il suo orientamento sessuale.

L’omosessualità e il doloroso senso di diversità sono sempre presenti nella concezione poetica e nel ritratto che Cernuda fa di se. Ma il poeta ha una concezione lirica molto romantica e si oppone al mondo borghese in cui vive, talvolta preferendo lo scandalo. Per Cernuda il poeta è colui che vede lontano dove gli altri non arrivano, è un’entità scissa dal resto degli uomini, ancorato in una torre d’avorio. Il poeta si percepisce come escluso dalla società. Studia lettere, ed è allievo di Pedro Salinas all’università. Le prime liriche che pubblica sono per la “rivista de occidente”, nel 1925 grazie allo stesso Salinas; la prima raccolta è del 1927 e si intitola Perfil de Laire, che però non riscuote successo.

Da Siviglia Cernuda si sposta a Madrid, città che cercava di mettersi alla pari con il resto d’Europa, e dove avviene il contatto con i poeti del 27 nella Residenza de Etudiantes, una sorta di campus universitario dove si tenevano conferenze letterarie importanti. A Madrid risiede circa dieci anni tranne negli anni dal 1928-29 perché lettore all’università di Tolosa. Conoscitore del francese e dell’ inglese, Cernuda è stato anche un poeta che ha studiato letteratura riflettendo sulla poesia. Nel 1938, due anni dopo lo scoppio della guerra civile, il poeta spagnolo mette in discussione l’idea di poesia elitaria, e decide di schierarsi con il popolo spagnolo. Si reca in Inghilterra ma non farà mai più ritorno in Spagna. Nel 1947 infatti migra prima negli USA poi a Città del Messico dove morirà.

Cernuda e la generazione del ’27

Quando si parla di Cernuda si fa riferimento alla generazione del ’27, che indicava un gruppo di poeti e professori che omaggiavano Gongora, poeta barocco molto presente nella loro formazione professionale, e che erano aperti alle istanze del surrealismo, della poesia pura, disumanizzata
La poesia è dunque essenza divina che mette l’uomo ai margini e il poeta dal suo cantuccio guarda gli uomini.

La frattura fondamentale nella poetica di Cernuda è quella della guerra, forti infatti sono i cambiamenti metrici e narrativi nei componimenti scritti dopo la guerra. Anche il pronome Io diventerà Noi.
Nel 1936 compone un libro di poesia in cui ingloba le raccolte prodotte fino a quel momento, Perfil de l’aire che cambierà nome nel 1936 in Primeras Poesias la quale contiene:

• egloghe , elegie, odi 1927-28, (il poeta si confronta con la tradizione ispanica classica e la tradizione europea, quella di Mallarmé).
un rio un amor 1929, insieme ai piaceri proibiti devono molto alle istanze surrealiste
piaceri proibiti 1931, raccolta in cui rivela la sua omosessualità
donde abite el olbido 1932-33, titolo che riprende dalla 66° lirica di Becquer
• invocazioni alla grazia del mondo 1934-35
• si chiude con la prima raccolta della realidad y el deseo del 1936

La seconda edizione è del 1940 e ingloba la raccolta del 1936 inserendo una nuova raccolta inedita che non ha un’edizione propria ma appare per la prima volta nella seconda: La Nubes composta tra il 197-38

La terza edizione è del 1958, 18 anni dopo la prima edizione, e aggiunge altre raccolte editate in quegli anni:
como chi espera el olbido 41-44
vivere senza vivere 44-49
con le ore contate 50-56
• prosa autobiografica, una sorta di attraversamento del percorso letterario (tale istanza esplicativa fa pensare alle note di Dario)

La desolazione della chimera, è una raccolta postuma del 56-62

Cernuda e la soggettività referenziale

Cernuda afferma che la sua soggettività non è autoriale, non è un soggetto autobiografico che si determina per le scelte liriche e si inserisce nella sua esperienza di vita. Un esempio di questa soggettività referenziale è costituito da La realtà e il desiderio, titolo antitetico, che tratta di due entità incomunicabili tra di loro: la realtà e il desiderio appunto, ciò che l’uomo desidera e che non trova nella realtà e di conseguenza il desiderio resta sempre inappagato.
Il poeta si muove sempre tra questi due poli, ma frustrato, non ottenendo mai quello che desidera.
Da perfile de l’aire a primeras poesias Cernuda elimina 10 liriche e ne aggiunge 4. 23 sono dunque le liriche che si dividono in sonetti, settenari, decime (componimento complesso, composta da 10 ottosillabi che rimano in modo particolare, il primo rima con il 4° e 5°, il 2° con il 3°, il 6° con il 7° e 8° ecc.)

In Va la brisa reciente, l’io lirico appare all’ultimo verso, come colui che stava sognando il poeta è sempre colto in modo indefinito: è un dormiente che osserva da una finestra in maniera minimale. Sono poche le cose che vengono descritte: un albero che sembra frammentare l’atmosfera indolente e un crepuscolo. Attraverso il mito di Narciso il poeta sembra depurare la realtà che non è descritta in maniera incipiente, rendendo l’atmosfera sospesa, non c’è più la descrizione tipica di Machado.

Cernuda nelle sue liriche si è avvalso anche di quartine di alessandrini, di una nuova sperimentazione formale, intitolandole con frasi di canzoni jazz. La situazione lirica per Cernuda è un mondo angoscioso, e gli occhi per comprenderlo purtroppo sono lenti perché stanchi e incapaci di vedere tutta la realtà.  Tuttavia c’è una via di fuga cui aspira il poeta, a causa del dolore che vive la Spagna, ed è rappresentata dal viaggio.

Per quanto riguarda la guerra, Cernuda afferma di aver sentito dentro di se il desiderio di essere utile; in questo senso, la raccolta Las Nubes è una grande operazione politica, ed è una sorta di manifesto dell’urgenza di istaurare un confronto tra la madre patria spagnola e il popolo, soggetti che colmano il vuoto segnato dall’ io del poeta descrivendo la realtà. Allora Cernuda scende dalla torre d’avorio alla ricerca di questo confronto, rimodulando completamente la propria poetica: l’io confrontandosi con i due soggetti diventa testimone di un linguaggio e lo può fare solo grazie al dialogo, al suo interagire con un ” tu”, cioè madrepatria e popolo.

 

Antonio Machado, poeta fervido oppositore dei fascismi europei

Antonio Machado è stato un grandissimo poeta morto drammaticamente nell’anno in cui si conclude la guerra civile 1939. Nell’anno in cui invece la guerra ebbe inizio, nel 1936 ci fu l’omicidio di un altro grande autore: Garçia Lorca. La morte di Machado ebbe un’eco fortissima nel mondo letterario, perché negli anni della guerra civile era stato un grande animatore di dibattiti letterari e politici e fervido oppositore dei fascismi europei.

Il magistero di Machado oltre ad essere poetico fu anche politico. La creazione poetica del poeta spagnolo si sviluppa in un percorso che possiamo dividere in tre parti; la prima coincide con la prima raccolta Soledades pubblicata nel 1903, la seconda corrisponde a Campos De Castilla del 1912, la terza coincide con la raccolta Nuevas Canciones del 1924. Dopo queste pubblicazioni, il suo percorso diventa complesso e accidentato, peculiare di Machado che scriverà poesie e prose che riunirà nel Canzoniere apocrifo, attribuito a diversi eteronimi (creando delle personalità letterarie a cui dà una dignità letteraria, e a cui affiderà delle riflessioni poetiche). Accanto al Canzoniere apocrifo, Machado continua a scrivere liriche anche durante la guerra, che poi verranno chiamate poesie sciolte, non organizzate dall’autore. La tensione alla riedizione delle singole raccolte è sottomessa alla creazione di un’opera complessiva e attraverserà tutta la vita di Machado ritorna sempre sulle sue raccolte.

Come ha osservato Cesare Segre, parlare della poesia di Machado significa parlare di un sistema di varianti. Quando il poeta sceglie una variante interviene sul sistema intero della sua poetica. In tutte le raccolte ritroviamo infatti sempre gli stessi simboli in un sistema di immagini, come ad esempio l’immagine del limone, letto da Machado come simbolo dell’infanzia andalusa, assumerà altre sfumature nel tempo e si perpetuerà in tutta la vita letteraria.

Antonio Machado: l’importanza della lingua andalusa

Nato a Siviglia nel 1875, e fratello di Manuel, anch’egli poeta, Machado tiene molto a sottolineare le proprie origini. La famiglia da cui proviene è importante: il padre è avvocato e letterato del suo tempo (Machado lo ricorda nella poesia “Retracto”, in cui è descritto come un cacciatore, secondo due punti di vista; quello di un bambino che guarda estasiato il corpo massiccio del padre, e quello di un adulto che riflette sulla morte del padre, figura centrale nella sua vita); lo zio Augustin Duran è uno studioso della letteratura spagnola interessato ai problemi del folclore andaluso (Questa costante folclorica la ritroviamo anche in Garçia Lorca che addirittura farà ricerche sulla lingua del popolo andaluso). Antonio Machado vive in un ambiente molto colto, liberale e progressista. Fin da piccolo gode di grandi privilegi: studia nella Istitucion libre de ensenanza, un nuovo tipo di scuola fondata a Madrid nel 1876, che si ispira a criteri laici e liberali e che ebbe un enorme impatto nella Spagna della seconda metà del XIX secolo, pervasa da cultura piatta e ammuffita. L’educazione con forme liberali di cultura sarà un motivo ripreso spesso nel percorso letterario del grande poeta spagnolo. Machado ha una cattedra di letteratura francese negli istituti di secondo grado, anche se conseguirà la laurea soltanto in un secondo momento, cioè dopo la morte di Leonor, la giovanissima moglie.

Un uomo qualunque e un intellettuale

Nel 1898 è a Parigi e insieme al fratello collabora a delle traduzioni di Hugo, a dimostrazione della vicinanza sentimentale a Parigi dove conosce anche Baroja che si trovava come lui al suo primo viaggio nella capitale e altri autori simbolisti minori rispetto a Verlaine per il quale Machado manifesta subito una grande venerazione. Molto a lungo si è parlato di Machado simbolista e modernista. L’apprendistato modernista è mediato molto dalla letteratura francese (a differenza di Dario, Machado non ha problemi con la lingua francese). In una prima fase, quella di Soledades, seguirà molto la pista modernista interpretandola a suo modo, ma già nel 1917, quando crea le Pagine scelte, in una nota dell’antologia l’autore rivendica la finalità del libro e afferma di essere convinto di aver fatto insieme ad altri autori della sua generazione una “potatura dei rami” nel panorama letterario spagnolo dominato dalla presenza di Dario. Già a quest’altezza cronologica il suo punto di vista è abbastanza straniato rispetto all’apprendistato modernista. Da notare che il 1917, anno in cui pubblica Poesias Completas , Machado dà alle stampe anche due libri con finalità diverse e si sta autodefinendo poeta autonomo e sta decidendo il legame con la poesia di Dario. Dal 1907 è già affermato come poeta (Soledades ebbe un certo esito) e lo troviamo a Soria, piccolo capoluogo di provincia castigliano in cui è chiamato a insegnare francese. Qui conosce una ragazzina, Leonor, che sposerà. Nel 1910 vince una borsa di ricerca che lo porta a Parigi solo per un breve periodo a causa della malattia di Leonor. A Parigi Machado segue i corsi di Bedier e Medier, filologi medievali e di Bergson, filosofo che riflette in quegli anni sulla nuova temporalità e che avrà una grande eco nella storia letteraria di Machado.

Perdere Leonor è un dolore insopportabile per il poeta, che però in questi anni riesce a laurearsi in Lettere e filosofia. Nel 1928 incontra l’altro grande amore della sua vita, Pilar Valderrama, poetessa con la quale vivrà una storia d’amore quasi platonica e alla quale saranno dedicati molti componimenti. Dal 1931 al 39 è a Madrid, dove iniziano molte collaborazioni con testate giornalistiche. Durante la guerra, Machado si schiera con i repubblicani, contro i totalitarismi. Nel 1939 Madrid viene bombardata e il poeta è costretto a fuggire con la famiglia ma muore di polmonite il 22 febbraio. Un mese dopo Madrid si piegherà alla dittatura di Francisco Franco.

Machado ha scritto una biografia, per un’antologia poetica curata da Azorin, che non è stata mai pubblicata. Che cosa dice di se Machado? Lo statuto dell’antologia è lo stesso del libro di poesia? È lo stesso io? Secondo Paolo Gervasio la risposta è affermativa, perché si tratta sempre di un gesto lirico. Machado ha scritto  anche un’altra biografia in cui parla di se ad un pubblico indefinito. Si presenta come un uomo normale, non c’è nulla di straordinario nella sua vita, sottolineando il dettaglio del luogo in cui è nato, nel palazzo delle signore, non per evidenziare l’agio in cui viveva ma per l’importanza che riveste questo luogo per la prima raccolta. Questo dettaglio lo ritroviamo sia nella biografia scritta per Azorin, sia nella biografia che scrive per se e che pubblicò nel 1917 grazie a Jimenez, responsabile anche delle correzioni delle bozze. Machado nella biografia riflette, davanti ad un pubblico variegato, anche su tematiche letterarie. Questa nota biografica se da un lato sembra essere la presentazione di un uomo qualunque, dall’altro sembra la presentazione di un intellettuale ad altri intellettuali in una rivendicazione di alcuni maestri simbolici tra cui Unamuno (il filosofo della generazione del ’98).

Federico Garcia Lorca, cantore sanguigno e tragico

Il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros (non lontano da Granada) nasce Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca, meglio conosciuto semplicemente come Federico Garçia Lorca, una tra le più autorevoli ed originali voci poetiche del Novecento spagnolo conosciuto e apprezzato in tutto il mondo e appartenente alla cosiddetta generazione del ’27, il gruppo di scrittori che ha affrontato con successo le Avanguardie europee.

Garcia Lorca nasce in una famiglia benestante, il padre infatti è un ricco proprietario terriero e la madre una maestra colta; la quale, non godendo di buona salute, fa allevare il piccolo da una balia, la moglie del capataz del padre, che influisce molto sulla sua educazione e sulle sue passioni. Considerato quasi un bimbo prodigio, il piccolo Lorca manifesta subito una grande sensibilità per la musica esaltandosi al suono del pianoforte e della chitarra, un amore per le canzoni popolari, senza escludere il disegno e la pittura da autodidatta e successivamente si sviluppa in lui anche una grande “memoria plastica” per i luoghi visti anche una sola volta.

Nel 1909, in seguito al trasferimento con la famiglia a Granada, inizia i suoi studi universitari, rimanendo anche coinvolto nelle attività dei circoli culturali del luogo. Qui scrive la sua prima opera letteraria Impresiones y paisajes- impressioni e paesaggi pubblicata nel 1918, che non riscuote grande successo e un Libro de poemas- libro di poesie. È proprio in questo periodo che stringe amicizia con il giurista Fernando de Los Rios che gli sarà amico per tutta la vita.

Successivamente prosegue gli studi in filosofia e diritto a Madrid, laureandosi in giurisprudenza nel 1923. Nonostante la sua laurea, la scuola e lo studio in generale, non sono  mai stati il forte dello scrittore, il quale ha prediletto, grazie anche alla sua indole allegra e giocosa, attività di gruppo, riuscendo sempre a coinvolgere con successo numerose persone e creando così le condizioni per la nascita di un’altra sua grande passione: il teatro. Durante gli anni universitari infatti stringe amicizia con personaggi di grande rilievo, tra cui Salvador Dalì e Gregorio Martinez Sierra, il direttore del Teatro Eslava dietro invito del quale García Lorca scrive e mette in scena, nel 1919-20, la sua opera d’esordio, El maleficio de la mariposa- il maleficio della farfalla che però non viene accolta bene dal pubblico. A seguire il dramma storico-romantico Mariana Pineda (1925) di scarso successo.
Nel giro di pochi anni, Garcia Lorca riesce  a ribaltare questa situazione di poco gratificante, superando non solo il periodo di insuccessi, ma addirittura riuscendo nel 1931 a fondare il teatro universitario La Barraca, diretto con Eduardo Ugarte.

Nel frattempo compone e recita agli amici della Residencia le liriche delle Canciones- canzoni  del 1927 e soprattutto del Romancero gitano, opera che dà a Garcia Lorca una fama quasi nazionale.
La sua vita continua a riempirsi di nuove esperienze, lavori e amicizie tra cui spiccano sempre grandi nomi: Pablo Neruda, il torero Ignacio Sanchez Mejias, ma nonostante ciò il suo animo è turbato, cade in una depressione sempre più profonda esacerbato frutto dei sensi di colpa per la sua omosessualità che ormai non riesce più a nascondere. Le condizioni psicologiche dello scrittore peggiorano sempre più al punto che l’amico Fernando de Los Rios, ignorandone i motivi, organizza per lui un viaggio negli Stati Uniti d’America, soggiorno che durerà dieci mesi.

Il soggiorno a New York, durante il quale Garcia Lorca frequenta la Columbia University, è sicuramente importante per la sua produzione. Qui compone quello che è stato considerato il suo capolavoro: Poeta en Nueva York. Affascinato e sconcertato dal dinamismo degli americani, dal miscuglio di razze e dal crollo di Wall Street cui si trova ad assistere per caso, il giovane poeta spagnolo raccoglie qui, attraverso quindici lettere inviate ai familiari, le sue impressioni. Un’opera molto avanti sul resto del panorama artistico coevo, così come lo sono le pièces teatrali che realizza in questo periodo, Así que pasen cinco años e El público, tanto che quest’ultima verrà pubblicata solo al termine degli anni settanta del Novecento, e mai integralmente. In forma vertiginosamente surrealista, essa rappresenta la metafora del dramma intimo che vive il poeta stesso, applicando in essa anche le idee del teatro della crudeltà teorizzate da A. Artaud nel 1935.

Dopo un breve soggiorno a Cuba, Lorca ritorna in Spagna e quasi presago della prossima fine, inizia un’intensa attività di scrittore e di uomo di teatro. Pubblica molte liriche tra cui Llanto por Ignacio Sanchez Mejias (Compianto per Ignacio Sanchez Mejias), splendida elegia in memoria dell’amico torero, suo capolavoro poetico assoluto.
Il teatro lorchiano, preannunciato da La zapatera prodigiosa-la calzolaia prodigiosa, arriva alla piena maturità nei quattro i drammi: Bodas de sangre, del 1933 (Nozze di sangue), Yerma (1934), Dona Rosita la Soltera, del 1935 (Donna Rosita nubile) e La casa de Bernarda Alba (1936). Con tali opere Garcia Lorca si discosta dai motivi aneddotici e folcloristici abbandonandosi alle passioni dominanti.

Federico Garcia Lorca è stato senza dubbio il poeta più originale se non addirittura l’unico della sua generazione, ha contribuito allo sviluppo culturale spagnolo e ha valorizzato l’impegno civile della poesia. Cantore di figure reali, nobili e tragiche come Antonio Camborio, Mariana Pineda, Rosalia Castro e figure apocalittiche, il poeta spagnolo ha ridonato loro linfa vitale e armonia, recuperando quel senso di pietà umana che ai nostri giorni sembra latitare. La grandezza umana per il grande poeta umana sta soprattutto nella sua sconfitta che egli sublima.

Inimitabile per il suo essere popolare, per la sua capacità di ascoltare le voci interiori che molti ignorano perché ne hanno paura, ma allo stesso tempo aristocratico e intriso di sangue, spirito e stile andaluso universale. Grande interprete dell’elegante crudezza dell’arena che ripete la lotta mortale tra luce ed ombra come ha affermato Pablo Neruda, la produzione lirica di Garcia Lorca è dominata dai motivi di sangue, dolore e morte, dall’idillio, dal fasto e dal funereo, da allucinanti fantasie che catturano il lettore, ma anche dalla tenerezza e dal mistero:

L’ombra dell’anima mia

fugge in un tramonto di alfabeti,

nebbia di libri

e di parole.

 

L’ombra dell’anima mia!

 

Sono giunto alla linea dove cessa

la nostalgia,

e la goccia di pianto si trasforma

in alabastro di spirito.

 

(L’ombra dell’anima mia!)

 

Il fiocco del dolore

finisce,

ma resta la ragione e la sostanza

del mio vecchio mezzogiorno di labbra,

del mio vecchio mezzogiorno

di sguardi.

 

Un torbido labirinto

di stelle affumicate

imprigiona le mie illusioni

quasi appassite.

 

L’ombra dell’anima mia!

 

E un’allucinazione

munge gli sguardi.

Vedo la parola amore

sgretolarsi.

 

Mio usignolo!

Usignolo!

Canti ancora?

Nel 1936 è  il poeta figura tra i fondatori dell’Associazione degli intellettuali antifascisti. Arrestato all’inizio della guerra civile, viene fucilato a Viznar dalla guardia civile franchista nei pressi della sua Granada il 19 agosto 1936, a soli 38 anni. Garcia Lorca, in eterno conflitto tra passione e ragione, ci ha lasciato una poesia che pare chieda molto alla vita, una poesia rivoluzionaria che, come ha affermato egli stesso, “è qualcosa che cammina per le strade, che si muove, che passa accanto a noi. Tutte le cose hanno il loro mistero e la poesia è il mistero di tutte le cose. Si passa accanto ad un uomo, si guarda una donna, si percepisce l’incedere obliquo di un cane e in ciascuno c’è la poesia”.