‘Il virus’ e ‘Gli occhi miei’. Due poesie di Veronica Manghesi

Proponiamo due poesie scritte in questo momento di emergenza sanitaria dalla poetessa pisana Veronica Manghesi. Artista e musicista, dal 2016 è Poetessa Federiciana, Accademica dei Disuniti e Consigliera della Proloco Litorale Pisano. Nel 2015 ha avuto l’onore di essere scelta dalla Direzione Generale della Fondazione Mario Luzi Editore per essere pubblicata nell’Enciclopedia di Poesia Contemporanea. Premiata in molti importanti concorsi cittadini e nazionali, è stata pubblicata in numerose antologie poetiche pregevoli e partecipa attivamente agli eventi per la valorizzazione culturale ed intellettuale del suo territorio, incluse le letture pubbliche dei grandi classici a cura della Scuola Normale Superiore di Pisa, recite teatrali ed avvenimenti dell’Associazione degli Amici di Pisa per la promozione della città, oltre che giurata in concorsi letterari ed artistici di rilievo. Ha pubblicato nel 2014 la sua prima raccolta di poesie, “Il mio mare all’improvviso” (MdS Editore). A primavera 2020 presenterà il suo secondo testo poetico “I pesci non urlano” (Giovane Holden Edizioni).

Le due poesie racchiudono il germe della speranza che si trova nella Natura stessa che dopo una malattia si rigenera e la bellezza che scaturisce da un volto stanco, bardato, offuscato da una protezione ma che continua a sorridere con gli occhi.

IL VIRUS

Declina l’inverno in narcisi chiassosi,
campane piangono stonate la coda
di asciutti feretri, non un bianco fiore,
non un lamento ad accompagnar la fine.
E la muta rabbia schiuma in saliva,
il fragore del morbo tutto dilacera,
frena abbracci, separa sguardi e affetti
che nudi affogano in brande senza aliti.

Qualcosa di bello si forma di nuovo
nelle mie mani, stormenti rondini,
tu credi siano sperse, lassù nell’aria,
ma sull’orlo del cielo trasaliscono
di primavera, intatte vibrano nel vento
con cui soffolcere nostalgie carponi,
quando intatte libravano nell’intimo
fremere, di libero gioco assunte.

Sono nel vento, ti colgono rapide
tu che in un livido giaciglio resti,
tu che aspetti solo alla muta finestra,
padre, portano il loro succhio di vita,
ti svolgono dal virus che costringe
aprendo il sorriso alla speranza viva,
resisti, che l’affanno nelle mie mani
finalmente nelle mie mani più non sia.

GLI OCCHI MIEI

Guarda gli occhi miei
vedi, ti sto sorridendo;
con essi scavalco la benda
che cela le mie labbra
e offusca parole umide
di cordoglio e smarrimento.

Dovrebbe proteggermi dal morbo
e salvare l’uomo dal contagio;
per ora è un vessillo di resa
all’incognita dell’abbraccio,
un filtro all’acribia della mente,
all’olezzo del petricore marzòlo.

Ti sto sorridendo, eccomi,
ostacolista degna di Olimpia,
raccogli il laccio di questo giacchio
che affamata di luce ti lancio,
perché tutto potranno togliermi,
tutto, fuorché il getto degli occhi miei.

Ada Negri, graffiante e solitaria poetessa osteggiata dal mondo

Ada Negri nacque a Lodi il 3 febbraio 1870. Rimasta orfana del padre all’età di un anno, dovette adattarsi a vivere nelle misere stanzette della portineria di casa Barni, dove la nonna svolgeva compiti di portinaia; la madre, Vittoria Cornalba, lavorava presso il lanificio per far studiare la piccola “Dinin”.

Biografia di Ada Negri

Iscritta alla “Scuola Normale Femminile”, il 18 luglio 1887 conseguì la patente di maestra elementare ed iniziò ad insegnare, prima a Codogno, poi a Motta Visconti, dove passò il periodo più felice della sua vita (come ricorderà molti anni dopo in alcune belle pagine autobiografiche di Stella Mattutina). In quegli anni nacquero le sue prime poesie di appassionata denuncia, confluite nel 1892 nella prima raccolta, Fatalità, pubblicata da Treves e salutata entusiasticamente da Giosuè Carducci.

Per la fama acquistata divenne docente al “Gaetana Agnesi” di Milano, dove si trasferì con la madre, entrando in contatto con vari membri del Partito Socialista Italiano, tra cui Filippo Turati, Benito Mussolini, Anna Kuliscioff (di cui si sentiva sorella ideale); visse un’intensa e travagliata vicenda d’amore con il giornalista Ettore Patrizi, che ben presto però si trasferì in America lasciando nella scrittrice una grande delusione.

Dal fallimentare matrimonio (1896) con Giovanni Garlanda, industriale tessile di Biella, nacquero Bianca, ispiratrice di molte poesie, e Vittoria, che morì a un mese di vita; poi il matrimonio tramontò e Ada proseguì la sua ricerca letteraria, incontrando un crescente successo di pubblico e di critica. Nel 1913 per un anno si trasferì a Zurigo con la figlia, per tornare a Milano allo scoppio della guerra. Nel frattempo la sua fama cresceva e si consolidava, fino a farle ottenere nel 1931 il Premio Mussolini per la carriera e nel 1940 (prima e unica donna) il titolo di Accademica d’Italia, dopo che già negli anni venti aveva sfiorato il Nobel (assegnato invece nel 1926 a Grazia Deledda). Nel capoluogo lombardo morì l’11 gennaio 1945.

Stile e contenuti della poetica

L’anelito di ribellione che era prevalente nelle raccolte giovanili si è via via evoluto e riscattato, da convinzione ideologica si è trasformato in consapevolezza teologica, si è cristianizzato e umanizzato, tanto che l’anziana poetessa ha avuto modo di cogliere l’illusorietà del credo socialista vagheggiato in gioventù, e può, quasi in punto di morte, invocare il Signore perché compia in lei il mandato che ella sente di non aver saputo portare a compimento.

“Io non ho nome, io sono la rozza figlia dell’umile stamberga, plebe triste è la mia famiglia”; Così si legge della lirica “Senza nome”, che fa parte del libro rivelazione Stella mattutina, uscito nel 1921, e che ebbe un successo così vasto e concorde di pubblico e di critica come probabilmente la sua autrice non aveva ottenuto mai.

Stella mattutina

Piacque la fedeltà al genere autobiografico che la individuava tipicamente, e piacque lo sforzo formale di dare il respiro lungo del romanzo a un’ispirazione sempre molto frammentata tra poesie e novelle, come ha sostenuto Anna Folli. Steso di getto in poco più di sei mesi, rifatto sulle bozze come d’abitudine, il libro sembrò realizzare il sogno d’arte di Ada Negri: scrivere furiosamente, a rotta di collo, soltanto per sé, per liberazione, quasi senza saperlo; ma nello stesso tempo, come per incanto, trovare il gesto e l’accento, il tono e l’espressione, la verità. I versi della raccolta poetica mostrano quali sentimenti albergano nell’animo della poetessa lodigiana: amarezza, odio, ribellione nei confronti di una società che fonda i suoi modelli sulla ricchezza e la discriminazione. Persino l’intelligenza e ancor di più il talento sono spesso ignorati, quasi snobbati, derisi, e solo pochi riescono a “brillare” in questa selva materialista. Ada Negri ha raccontato, con stile graffiante e singolare, i patimenti della sua infanzia e della sua adolescenza, e pur scoprendo in sé una vena poetica importante, sa che il mondo che la circonda le è ostile e non la favorisce in nulla.

Le solitarie

Tra le opere di Ada Negri, spicca anche Le solitarie: 18 ritratti di donne appartenenti a ceti umili, a esclusione di poche donne benestanti, per la maggior parte eccentriche, o dal punto di vista esteriore (ricorrente è la presenza del fisico brutto o anomalo, che ne giustifica l’emarginazione) o psicologico, per la posizione che loro malgrado si trovano a vivere rispetto alla ‘normalità’. La stessa Ada Negri parla di questi ritratti femminili presentandoli come “umili scorci di vite femminili sole a combattere: malgrado la famiglia, sole: malgrado l’amore, sole: per propria colpa o per colpa degli uomini o del destino, sole. Le conobbi, le studiai, le riprodussi, cercando di attenermi il più crudamente possibile alla verità. Ahimè!… Troppe volte la verità è più amara di un tossico.”

Si tratta di esistenze al limite dell’isolamento e dell’abnegazione di sé, sotto il peso di un ambiente socialmente ostile che l’autrice compenetra con partecipazione emotiva e sapienti doti narrative. I racconti hanno conosciuto da subito una grande fortuna, alcuni di loro sono stati pubblicati sul Corriere della Sera o importanti rivista del tempo, anche perché funzionali a un sotteso scopo di denuncia sociale che troverà un’importante eco nella letteratura femminista di secondo Novecento. Ada Negri fu partecipe dei movimenti femminili dell’epoca, aperta sostenitrice degli ideali socialisti. Le solitarie sono diventate un importante riferimento per la conquista dei diritti civili delle donne.

Cade la neve

Sui campi e sulle strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve
cade.

Danza la falda bianca
nell’ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa,
stanca.

In mille immote forme
sui tetti e sui camini
sui cippi e sui giardini,
dorme.

Tutto d’intorno è pace,
chiuso in un oblìo profondo,
indifferente il mondo
tace.

 

Fonte: https://www.adanegri.it/node/17

‘Poesia che mi guardi’: un infinito troppo grande da abbracciare per Antonia Pozzi

È il 3 dicembre 1938 quando la bicicletta di Antonia Pozzi si ferma per l’ultima volta nei campi che costeggiano l’abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano. La neve ricopre il manto erboso e si mangia tutti i rumori per donarle, finalmente, quella pace tanto agognata, mentre un piccolo rigagnolo le scorre accanto, portandosi via la sua anima inquieta. “Suonano i passi come morte cose / scagliate dentro un’acqua tranquilla / che in tremulo affanno rifletta / da riva a riva / l’eco cupa del tonfo”.
Un tonfo che risuona in lei da 26 anni, il tonfo del non, “della mia casa non nata”, “il lamento dei non uccisi”, dei figli non avuti da un amore non vissuto.
Sedeva sui banchi del liceo Manzoni di Milano, Antonia, quando si innamora perdutamente del suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, che, per primo, le mostra il lato materico delle parole, la vita che scorre tra le righe, sotto la penna, nella carne.

Inizia allora una relazione tra quella giovane e brillante studentessa, un po’ rigida e insofferente, e quel maestro da lei descritto, in una lettera all’adorata nonna Nena, come “una gran fiamma dietro una grata di nervi, un’anima purissima anelante”. Rapporto, il loro, fortemente osteggiato dal padre di Antonia, un avvocato filo-fascista, che non vedeva di buon occhio il legame tra la giovane figlia e quel mentore cui tante poesie – molte delle quali furono poi manomesse dall’autoritario pater familias – erano dedicate .

Il trasferimento di Cervi a Roma segna la fine della nascente relazione, che da quel momento si trasforma in uno scambio epistolare, protratto fino al 1934, ma che non abbandonerà mai davvero Antonia. “Navighiamo a incontrarci”, scrive in una poesia del ’33 che ha come titolo un “Ricongiungimento” che non avverrà più.
I primi anni Trenta segnano anche l’ingresso della Pozzi nell’ambiente universitario – è iscritta alla facoltà di Lettere della Statale – dove frequenta assiduamente le lezioni di filosofia di Antonio Banfi, entrando nella cerchia dei cosiddetti “banfiani”, tra cui spiccano Vittorio Sereni, Giulio Preti, Remo Cantoni, Alberto Mondadori, Enzo Paci e Luciano Anceschi. Un ambiente sicuramente stimolante, ma anche poco incline a comprendere la sensibilità di Antonia, che si sente consigliare da Banfi di passare al romanzo storico e da Paci di “scrivere il meno possibile”.

Ma come fare a storicizzare, a razionalizzare, o addirittura a non scrivere “qualcosa che metteva di mezzo la pelle”, come dice Dino Formaggio, più volte definito dalla Pozzi “fratello della mia anima”? Come restarsene chiusi nelle università quando l’olezzo dell’imminente guerra inizia a diffondersi nelle strade, coperto dal trionfalismo propagandistico del regime?

Con Dino Antonia vagabonda nelle periferie milanesi, annotando quella “miseria [che] durerà per sempre” e che le apre un mondo in netto contrasto con il benessere borghese in cui è nata e per il quale si sente in colpa.
Lei, che della “Milano bene” apprezzava solo le serate alla Scala, in cui si lasciava trasportare dalla musica, dal suono di parole che la penetravano. Lontana dagli ambienti altolocati frequentati dal padre e dalla madre – una donna di famiglia aristocratica, colta e intelligente, ma succube del marito.
Lei, che ai salotti borghesi aveva sempre preferito i campi della pianura lombarda e la natura incontaminata di Pasturo, un paesino della Valsassina frequentato fin dall’infanzia, tra “le mie mamme montagne”.

È lì che Antonia si ritira, lì che scrive gran parte delle sue poesie, “per un’ebbra ed inconscia frenesia di contatti selvaggi con la terra”.
La natura è per lei il principale rifugio, il ritorno alla gioia dell’infanzia – quando ancora “il cuore ha il colore delle genzianelle” – prima che l’angoscia sopraggiunga, prima che “una malinconia lacerata e inavvertita” – come scrive di lei Eugenio Borgna – le faccia esplodere in petto quel taedium vitae che non l’abbandonerà più.

Le montagne, soprattutto, dalle bianche Grigne a quel Cervino che sta “di contro alla notte come un asceta assorto in preghiera”. Tra rocce e nevai, torrenti e burroni, alberi e rovi. Nella natura selvaggia Antonia tenta di pacificare il suo tormento, aprendo un dialogo tra se stessa e il mondo, respirando le sue ferite nell’aria rarefatta delle cime innevate.

Sulla parete strapiombante, ho scorto
una chiazza rossastra ed ho creduto
che fosse sangue: erano licheni
piatti ed innocui. Ma io ne ho tremato.
Eppure, folle lampo di tripudio
e saettante verità sarebbero
un volo e un urto ed un vermiglio spruzzo
di vero sangue. Sì, bello morire,
quando la nostra giovinezza arranca
su per la roccia, a conquistare l’alto.
Bello cadere, quando nervi e carne,
pazzi di forza, voglion farsi anima;
quando, dal fondo d’una fenditura,
il cielo terso pare un’imparziale
mano che benedica e i picchi, intorno,
quasi obbedienti a una consegna arcana,
vegliano irrigiditi. Sulle vette,
quando la brezza che ci sfiora è l’alito
di vite arcane riarse di purezza
ed il sole è un amore che consuma
e, a mezza rupe, migrano le nubi
sopra le valli, rivelando a squarci,
con riflessi di sogno, la pensosa
nudità della terra, allora bello
sopra un masso schiantarsi e luminosa,
certa vita la morte, se non mente
chi dice che qui Dio non è lontano.

Una natura che la conforta, ma che al tempo stesso le fa sentire tutta la sua finitezza, in rapporto a un Dio in cui non riesce a credere, a un infinito troppo grande da abbracciare.

“Il mio disordine. È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi: e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile”.

Vorrebbe uscire dalla sua pelle ed essere puro spirito, e invece resta “lì, muta, come se avessi ai miei piedi il mio corpo lacerato e potessi guardarlo”. Si sente come il Tonio Kröger di Thomas Mann, in un contrasto irrisolvibile tra Geist e Leben, tra arte e vita. Scrive, in una lettera del ’35: “io sono adesso come Tonio Kröger nella tempesta, sono appena uscita alla riva, vivo ancora di atti che non so tradurre in parole. Forse – chissà, l’età delle parole è finita per sempre”.

Un altro tonfo, un altro non, quello delle parole che non salvano, che non colmano il vuoto, che non saturano la malinconia. Una spaccatura troppo netta tra il mondo là fuori – quello della borghesia, della guerra imminente, del razionalismo universitario – e quello che si agita dentro di lei.
Come Tonio Kröger, “ha voluto mostrare a costo di che sangue ci si fa chiamare poeti: e l’errore di chi crede che si possa – cogliere una fogliolina sola dell’alloro dell’arte – sans la payer de sa vie”.
Con la vita Antonia ha pagato il prezzo della sua voce, delle sue parole, materiche e viscerali, quel suo “bruciare le sillabe nello spazio bianco della pagina” – come diceva di lei Eugenio Montale, uno dei pochi intellettuali dell’epoca ad aver colto il suo valore.

Gli ultimi mesi di vita di Antonia sono un groviglio di emozioni contrastanti e immagini allucinatorie. Quella di un angelo, soprattutto, che la prende per mano, lassù, tra le montagne, mentre lei si sente “come un velo d’acqua sospeso su di un masso in mezzo alla cascata, che aspetta di precipitare ancora”. È lì, a Pasturo, che, nella lettera di addio scritta ai genitori, chiede di essere sepolta, “sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro”. “Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato”, aggiunge, “e non piangete, perché ora io sono in pace”.

Qualcosa di Antonia è rimasto tra quelle cime, in quella casa – dove ora si trova l’Archivio Pozzi, in cui sono custodite le memorie della poetessa e molte delle fotografie da lei scattate.
Mi piace pensarla ancora lì, “In riva alla vita” come è sempre stata e come scrive in una splendida poesia del ’31 – che si può trovare nella raccolta Poesia che mi guardi (a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Luca Sossella Editore).

Ritorno per la strada consueta,
alla solita ora,
sotto un cielo invernale senza rondini,
un cielo d’oro ancora senza stelle.
Grava sopra le palpebre l’ombra
come una lunga mano velata
e i passi in lento abbandono s’attardano,
tanto nota è la via
e deserta
e silente.
Scattano due bambini
da un buio andito
agitando le braccia:
l’ombra sobbalza
striata da un tremulo volo
di chiare stelle filanti.
Gridano le campane,
gridano tutte
per improvviso risveglio,
gridano per arcana meraviglia,
come a un annuncio divino:
l’anima si spalanca
con le pupille
in un balzo di vita.
Sostano i bimbi
con le mani unite
ed io sosto
per non calpestare
le pallide stelle filanti
abbandonate in mezzo alla via.
Sostano i bimbi cantando
con la gracile voce
il canto alto delle campane: ed io sosto
pensandomi ferma stasera
in riva alla vita
come un cespo di giunchi
che tremi
presso un’acqua in cammino.

 

Francesca Ruina

Jolanda Insana, voce poetica italiana, aulica e dialettale, sempre fuori dal coro

L’anno 1977 segna l’esordio tardivo nella poesia della quarantenne Jolanda Insana, quando un gruppo di testi di Sciarra amara è presentato in un quaderno collettivo della casa editrice Guanda, diretto da Giovanni Raboni, poeta e militante nella critica in primis letteraria, ma anche teatrale e cinematografica che, sbalordito dalle schioppettate linguistiche della “Pupara”, così scrive: «[…] dietro o al di là della beffa, dietro o al di là dell’acuto, atroce sarcasmo, è in ogni caso, e senza scherzi, questione di vita o di morte: ed è questo, certo, a far circolare nella poesia della Insana, nel suo personalissimo impasto di sostenutezza aulica e gesticolante allegria dialettale, nel suo epigrammismo che, per naturale paradosso tende a farsi voce ininterrotta, declamazione, poema, una vena di minacciosa, rabbrividente cupezza.» Jolanda Insana è voce poetica italiana fuori dal coro. Sciarra è termine siciliano che viene dall’arabo šarra e insieme letterario che significa rissa, «conflictus tra la vita e la morte».

Io infuoco la posta
in questo gioco che mi
strazia
e punto forte sulla carta

Impasto verbale di lingua italiana, dunque, e dialetto siciliano, a tratti duro, per scardinare il conformismo dell’Italia degli anni Settanta e la mancanza di senso. Insana dice che la parola è voce della carne e la poesia è medicina carnale, così dai dettagli di un particolare stonato, “picciùsu”, cerca di sprigionare un senso che vada al di là della superficie, una grande occasione di vedere il male e di non arrenderci a esso. Per questo Raboni ha potuto parlare della «concretezza visionaria» di una voce che, prendendo le distanze dalla massa, riesce a cogliere le storture dell’esistenza e denunciarle. Da questo punto di vista il plurilinguismo di Jolanda Insana e i testi delle sue raccolte poetiche, caratterizzati da un vero e proprio “bombardamento” lessicale con termini letterari, insieme a voci dialettali e neologismi, hanno una cifra inconfondibile che si riconosce non solo nella concretezza ma anche nella continuità con la tradizione, che la spinge in direzione della nostra povera, martoriata, meravigliosa lingua italiana. La ricerca poetica di Jolanda Insana è “lazzariata” dall’esperienza nella sua infanzia della seconda guerra mondiale, dai bombardamenti delle forze alleate e dalla miseria.

Del resto caratteristica dell’autrice è la capacità di far risorgere; in questa forza risiede la specificità della letteratura, per noi, esperienze lontane e concluse, così nel componimento Il bombardamento: «non c’è cautela che basti contro la paura/ a tre anni quando si apre la prima voragine/ e sotto i bombardamenti si perde terra e acqua/ temo però che quello non fu l’ultimo avviso/ mandato dal padrone// nessuno conoscerà che male fu/ avere offeso l’udito». Poesia sperimentale, dunque, impegnata nei contenuti e non, di quelle che nelle strutture espressive e nella lingua ‘strana’, eppure così familiare ai siciliani, sa incidere sulla realtà concreta, attraverso un instancabile labor limae nel quale lo studio dei classici latini e greci ha svolto un ruolo di primaria importanza. Ecco la novità: il suo linguaggio poetico deve molto al pensiero greco, ellenistico e al romanesimo, al costante e vario vaglio filologico su testi di Euripide, Alceo, Anacreonte, Ipponatte, Callimaco, Plauto, Lucrezio, Marziale fino ad Andrea Cappellano. Così la sua ricerca, lungi dal costituire il momento culminante di un’unica vittoriosa tradizione, rappresenta l’aperto crocevia da cui non possono non transitare i filoni più avanzati della ricerca poetica del nostro secolo.

Cosa ci dice tutto questo? Che è cambiato radicalmente il nostro modo di dare significato alla vita rispetto al passato, non c’è un senso già dato e comune per tutti, il significato della vita va invece costruito, da ciascuno in modo diverso. Per lei era importante la parola a tratti aggressiva sulla soglia dell’ambiguità scorticata da un continuo allarme e frana del senso. «Sono fortunato/ se riesco a muovere la mandibola in avanti», si confessa la Voce mentre prova se stessa in ogni ampiezza e falsetto, incrociando la crescente fragilità con la malattia da cui è avvolta ogni altra apparenza fuori da sé, natura o nazione o mondo. A cominciare dai «vecchi padri/ incarogniti e ubriachi di viagra», o dalle «fragole giganti/ alberi metà pino e metà abete nati dopo Cernobyl». È chiaro che simili sperimentazioni come musiche strimpellate o termini danteschi, cuticagna o incantamento, o ancora colpanza, fallenza, oblianza, perdenzia, assieme alla creazione di verbi parasintetici a prefisso in-, in-, ancora una volta di ispirazione dantesca (impoesiarsi, inserpentarsi), disorientano il lettore perché rendono problematico qualsiasi tentativo di traduzione, ma il linguaggio di Jolanda Insana contaminato da un dialetto a tratti duro dirompe e richiama l’espressionismo dantesco tra  antinomie, giochi di parole, balbettii e borbottii, onomatopee, deformazioni verbali che dolorosamente e provocatoriamente ruggiscono come fendenti fonici dentro le viscere della lingua che sconvolge e non si piega. Eppure i ricordi sono compresi solo attraverso simili “resurrezioni”, emozioni materiche che ne La tagliola dell’amore sostituiscono la spietatezza dello sguardo a una certa elegiaca apertura che indugia nella tensione quasi biologica del sentimento.
Oggi posso fare qualcosa io che sono vinta
e non voglio rivincite e sacrifici.

Visionaria della ribellione e dello sdegno, voce selvaggia in grado di interpretare la lotta umana e di ammonire chi opprime e soffoca ogni moto di carità e solidarietà, Jolanda fu eretica e mistica, voce coerente nella dicotomia tra corpo e spirito «non lo amo ma non è una ragione per distruggerlo/ questo mio corpo incoerente mai sazio né beato/ e dunque lo allevo e lo tutelo come madre/ e lo rattoppo e strappo alle grinfie della figlia.»
Un «impasto personalissimo di sostenutezza aulica e gesticolante allegria dialettale» in cui la Sicilia affiora costantemente come il biancomangiare e nessuno come Jolanda Insana ha saputo dare voce alla saggezza amara della Sicilia attraverso l’evocazione della madre ne La tagliola del disamore (2005).

Nata nel 1937, originaria di Monforte, laureata in Lettere classiche a Messina con una tesi sull’opera in frammenti di Erinna (una poetessa greca amica di Saffo), trasferitasi nel 1968 a Roma, l’Insana è stata, oltre che studiosa, anche insegnante che odiava adulazione e servilismo con una profondità fortemente sapienziale, priva di mediazioni, che non sarebbe dispiaciuta a Rimbaud o a Campana. Certo, gli apprezzamenti non le sono mancati, infatti nel 2002 per La Stortura le è stato anche assegnato il premio Viareggio. Cospicua dunque la produzione di Jolanda Insana, dagli esordi di Sciarra amara (1977) e Fendenti fonici (1982) si arriva a La stortura (2002), libro fondamentale per l’espressione poetica femminile, oggi un universo rispetto al quale la critica fatica, per molti aspetti, a posizionarsi. È un dato obiettivo, per esempio, che il numero delle poetesse sia di gran lunga inferiore a quello degli uomini, fatto che si spiega facilmente con la condizione di esclusione nei confronti della cultura a cui le donne siano state condannate per secoli. Infatti mai come in quest’opera si è posto l’accento sull’immensa difficoltà incontrata dalla parola nel pronunciare: «non c’è altra parola che la semplice parola/ ma s’infinse di non sentire/ e mi lasciò con le braccia aperte/ credendosi il padrone che s’abbuffa di libertà/ e sputa servi incatenati/ sono qui e non sono ammutolita e sciacquo il tempo/ per acquistare tempo/ commisurando le proposte sgradevoli/ all’incanto sottile delle sete» (p. 361); e ancora: «non ho accesso alla parola/ e quando con fatica dico fame/ faccio vento e non posso masticare// è un’ossessione la bocca/ poi che si mangia i denti e fa sputazza» (p. 418).

La terra, e cioè l’umanità, ha bisogno di individuare valori solidi che diano un fondamento, anche di tipo religioso, alla vita, agli uomini e al loro bisogno di significato. Ma dal cielo non viene nessuna parola che soddisfi tale bisogno. L’uomo resta nella solitudine tragica della sua condizione, caratterizzata, nel contempo, dal bisogno di significati certi e dall’impossibilità di una risposta a questa esigenza. Questo bisogno di dire la realtà e questo senso di esilio si avvicinano in una ricerca che non ammette consolazioni, come ricorda la stessa Jolanda Insana:

Forse è vero che quanto più si vive la mancanza di qualcosa tanto più si diventa onnivori, quanto più si sa tanto più si sa di non sapere, quanto più si sta in esilio si brama di un rimpatrio, e dunque quanto più si avverte l’inadeguatezza dei linguaggi tanto più ossessiva si fa la ricerca di tutti i possibili linguaggi per dare voce al pensiero, all’emozione, alla verità della vita, alla sua parte oscura, alla sua parte luminosa.

Messina negli ultimi anni l’aveva conosciuta. Ma “dominnidìu” su Jolanda Insana non si è scritto ancora troppo per la verità.

 

Fonte:

Maria Allo, Su Jolanda Insana

Antonia Pozzi, voce “leggera” del Novecento che ha colto l’essenza della vita e del mondo

Quando Antonia Pozzi nasce è martedì 13 febbraio 1912: bionda, minuta, delicatissima, tanto da rischiare di non farcela a durare sulla scena del mondo; ma la vita ha le sue rivincite e…Antonia cresce: è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie, dalle quali sembra trasudare tutto l’amore e la gioia dei genitori, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a Bereguardo. Il 3 marzo la piccola viene battezzata in San Babila ed eredita il nome del nonno, primo di una serie di nomi parentali (Rosa, Elisa, Maria,Giovanna, Emma), che indicherà per sempre la sua identità. Antonia Pozzi cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequenta la Scala, dove poi la seguirà anche Antonia; ha mani particolarmente abili al disegno e al ricamo.

Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato di Cesare Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso, che Antonia Pozzi chiamerà “Nena” e con la quale avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto e di profonda intesa. Bisogna, poi, aggiungere la zia Ida, sorella del padre, maestra, che sarà la compagna di Antonia in molti suoi viaggi; le tre zie materne, presso le quali Antonia trascorrerà brevi periodi di vacanza tra l’infanzia e la prima adolescenza; la nonna paterna, Rosa, anch’essa maestra, che muore però quando Antonia è ancora bambina. Nel 1917 inizia per Antonia l’esperienza scolastica: l’assenza, tra i documenti, della pagella della prima elementare, fa supporre che la bimba frequenti come uditrice, non avendo ancora compiuto i sei anni, la scuola delle Suore Marcelline, di Piazzale Tommaseo, o venga preparata privatamente per essere poi ammessa alla seconda classe nella stessa scuola, come attesta la pagella; dalla terza elementare, invece, fino alla quinta frequenta una scuola statale di Via Ruffini.

Si trova, così, nel 1922, non ancora undicenne, ad affrontare il ginnasio, presso il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano.
Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia Pozzi: in questi anni stringe intense e profonde relazioni amicali con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini, le sorelle elettive, già in terza liceo quando lei si affaccia alla prima; incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, ché nulla ha di appariscente, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna, dalla moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, dalla dedizione con cui segue i suoi allievi, per i quali non risparmia tempo ed ai quali elargisce libri perché possano ampliare e approfondire la loro cultura. La giovanissima allieva non fatica a scoprire dietro l’ardore e la serietà, nonché la severità del docente, molte affinità: l’amore per il sapere, per l’arte, per la cultura, per la poesia, per il bello, per il bene, è il suo stesso ideale; inoltre il professore, ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non coglierlo: il fascino diventa ben presto amore e sarà un amore tanto intenso quanto tragico, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo il bene”, scriverà Antonia, riferendosi ad essa. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti , nella sua breve e tormentata vita.

Nel 1930 Antonia Pozzi entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; vi trova maestri illustri e nuove grandi amicizie: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio, per citarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935. In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normalissima, almeno per una giovane come lei, di rango alto-borghese, colta, piena di curiosità intelligente, desta ad ogni emozione che il bello o il tragico o l’umile suscitano nel suo spirito: l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, la conduce spesso sulle rocce alpine, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, vivendo esperienze intensissime, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini; nel 1931 è in Inghilterra, ufficialmente per apprendere bene l’inglese, mentre, vi è stata quasi costretta dal padre, che intendeva così allontanarla da Cervi; nel 1934 compie una crociera, visitando la Sicilia, la Grecia, l’Africa mediterranea e scoprendo, così, da vicino, quel mondo di civiltà tanto amato e studiato dal suo professore e il mondo ancora non condizionato dalla civiltà europea, dove la primitività fa rima, per lei, con umanità; fra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca, che ha imparato ad amare all’Università, seguendo le lezioni di Vincenzo Errante, lingua che tanto l’affascina e che la porta a tradurre in italiano alcuni capitoli di “Lampioon”, di M. Hausmann.

Antonia Pozzi tra poesia e fotografia

Intanto Antonia Pozzi è divenuta “maestra” in fotografia, che con la poesia rappresenta per Antonia un’altra voce della verità: non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, aridamente, quanto perché le cose, le persone, la natura hanno un loro sentimento nascosto che l’obiettivo deve cercare di cogliere, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere. Si vanno così componendo i suoi album, vere pagine di poesia in immagini. Questa normalità, si diceva, è, però, solamente parvenza. In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il luogo più vero della sua vocazione artistica. La mancanza di una fede, rispetto alla quale Antonia, pur avendo uno spirito profondamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo: è il 3 dicembre del 1938.
Lo sguardo di Antonia Pozzi, che si era allargato quasi all’infinito, per cogliere l’essenza del mondo e della vita, si spegne per sempre mentre cala la notte con le sue ombre viola.

Come ha giustamente affermato lo studioso Marco della Torre«la poesia di Antonia Pozzi rimane, più che mai oggi, una delle voci liriche più sofferte e più pure, più luminosamente illimpidite, della poesia lirica italiana di questo secolo».Così scriveva qualche anno fa Dino Formaggio, che frequentò intensamente Antonia Pozzi negli anni universitari. Un commento audace, ma ormai sempre più condiviso. Del resto, già molti anni prima, Eugenio Montale annotava nell’edizione mondadoriana di Parole: «Tecnicamente la sua lirica deriva dal verslibrisme del principio del secolo e da certe esperienze di Ungaretti: voce leggera, pochissimo bisognosa di appoggi, essa tende a bruciare le sillabe nello spazio bianco della pagina […]. Un’aerea uniformità era il suo limite più evidente: la purezza del suono e la nettezza dell’immagine il suo dono nativo».

Io nacqui sposa di te soldato.
So che a marce e a guerre
lunghe stagioni ti divelgon da me.
Curva sul focolare aduno bragi,
sopra il tuo letto ho disteso un vessillo –
ma se ti penso all’addiaccio
piove sul mio corpo autunnale
come su un bosco tagliato.
Quando balena il cielo di settembre
e pare un’arma gigantesca sui monti,
salvie rosse mi sbocciano sul cuore:
che tu mi chiami,
che tu mi usi
con la fiducia che dai alle cose,
come acqua che versi sulle mani
o lana che ti avvolgi intorno al petto.
Sono la scarna siepe del tuo orto
che sta muta a fiorire
sotto convogli di zingare stelle.

18 settembre 1937

 

Fonte:

.Biografia