Leggere il dissacratore della filosofia contemporanea Davila per abbattere la politica del buonismo

Siete stufi di buoni sentimenti ed empatia? Non sopportate più i vizi, le miserie e le violenze degli esseri umani? Dubitate del liberalismo e pensate che la democrazia sia il regno della mediocrità? Bene, allora le Notas di Nicolás Gómez Dávila faranno al caso vostro: un monumentale viaggio, quello proposto da GOG edizioni, con uno tra i più grandi dissacratori della filosofia contemporanea.

Sfogliare le pagine delle novità editoriali o delle classifiche dei libri più venduti, per i frequentatori compulsivi di librerie, è una piccolo, settimanale, personale dramma. Da coloro che pretendono di essere baluardo di resistenza al dilagare di ignoranza e intolleranza non si ricevono che figurazioni desertiche in cui di oasi fatte di pensiero e libertà non v’è che il miraggio. Se sia colpa degli editori o dei lettori poco importa. Nelle cattedrali di paglia costruite su pagine, libri, autori, trovare spilli pungenti è impresa che richiede due considerazioni.

La prima, come insegna il Cioran dei Sillogismi dell’amarezza, è che il pubblico si getta perlopiù sugli autori cosiddetti “umani”, quelli da cui non ha nulla da temere, rimasti a metà strada, che non mettono in crisi con l’atrocità del dubbio credenze e certezze. La seconda, di André Gide, è che con i buoni sentimenti si fa cattiva letteratura. Si finisce travolti dall’orgia del banale. Nella superficie arida dell’editoria si trovano tuttavia le occasioni per ribaltare il tavolo. È quanto ha fatto GOG Edizioni pubblicando nella sua collana di classici le Notas (2019,) del reazionario Nicolás Gómez Dávila, con un saggio introduttivo del compianto Franco Volpi.

Introdurre il caos nell’ordine è la parola d’ordine che Adorno, in tempi ordinati, consegnò all’arte. Obiettivo dei reazionari è introdurre ordine nei tempi caotici che viviamo. Re dei paradossi, Dávila lo fa nella forma più disordinata, l’aforisma, il fendente di spada che in poche righe colpisce l’obiettivo. Il filosofo colombiano sgrana il rosario delle proprie riflessioni, inanellando aforismi che non sono mai soluzioni ideologiche, ma sempre occasioni di pensiero. Compito dell’aforista è stare in equilibrio tra letteratura e filosofia, e Dávila è maestro in quest’arte: come il saggista distilla il senso dell’essere dalle parole, come il poeta distilla parole dal senso dell’essere.

Il senso profondo del pensiero reazionario abita nella convinzione che l’uomo, con i suoi vizi, le sue violenze, le sue miserie, sia un problema. I maestri del pensiero reazionario, da de Maistre a de Bonald, grattano l’uomo e trovano il male. Lo spagnolo Donoso Cortés, tanto amato da Carl Schmitt, si spinge fino a dire che «il rettile che il mio piede schiaccia sarebbe meno spregevole di un uomo». Il senso profondo dell’essere reazionario di Nicolás Gómez Dávila, invece, è nella considerazione che tale problema, l’uomo, non ha alcuna soluzione umana. «La nostra vita» scrive Dávila «è un esperimento destinato al disastro». Non c’è salvezza all’interno dei prodotti della cultura umana: non ve n’è nell’arte, né nella filosofia, né nella letteratura. Vuota di salvezza è pure la religione, che le Notas innalzano a «insieme di problemi, non insieme di soluzioni», archiviando il pregiudizio ateistico del religioso come uomo che insegue facili credenze. In cosa dovrebbe aiutarci la religione, che ci strappa dalla dimensione terrena investendoci dell’«esperienza dell’insufficienza del mondo»? Non c’è salvezza, infine, nemmeno nella politica. Reazionario è innanzitutto chi rifiuta le tre ideologie della modernità – liberalismo, socialismo, fascismo – e le loro facili soluzioni a questioni complesse.

È contro ogni statalismo che Dávila si scaglia con maggiore violenza. Che lo Stato sia un mostro (e la politica sia «l’arte di debilitarlo») non è una sciocchezza borghese. L’individuo non trova la propria realizzazione in compagnia di uno Stato forte, perché «nella misura in cui lo Stato cresce, l’individuo si sminuisce». E se pronunciamo statalismo, diciamo soprattutto socialismo, la «filosofia della colpevolezza altrui», «la teoria di chi non osa accusare se stesso», secondo le parole di Dávila. Il reazionario non potrebbe che respingere chi predica la liberazione dell’uomo dalle proprie catene; sa che senza catene (sovrastrutturali, va da sé) l’uomo rimane una scimmia. I fatti dello spirito contano più della distribuzione del capitale o dei mezzi di produzione: «cosa ci importa chi debba essere il padrone della fabbrica, se la fabbrica deve continuare ad esistere?».

Non meno velenose sono le frecce scagliate contro democrazia, nazionalismo e liberalismo. Chi cerca di rivalutare Dávila con il beauty case del taglio selettivo, cercando di sedare il suo vigore antimoderno e di ammansire il suo spirito antiliberale per dare del filosofo un’immagine più facilmente spendibile nel circuito bigotto della cultura italiana, non ha capito lo spirito del colombiano o è in malafede. Come si può credere in un Dávila liberale, di fronte all’affermazione che «è certamente più importante la relazione fra l’uomo e il mondo che la relazione fra l’uomo e il diritto di proprietà»? Davvero si crede di poter democratizzare chi ritiene che l’errore del pensiero democratico sia «attribuire a ciascun individuo la totalità degli attributi propri del concetto di uomo»? Chi, più di Dávila, è capace con due aforismi di affondare il pugnale al cuore dei problemi? Per il colombiano la democrazia è il regno della mediocrità; più alto è il numero di minuscole volontà che sbraitano, più ampia è la partecipazione degli uomini al governo dello Stato, più ineluttabilmente si genera «una tirannia assoluta e una assoluta mediocrità».

Gli aforismi delle Notas tradiscono un Dávila antiromantico, contro l’idea che si possa dedurre l’essenza di un popolo dai suoi caratteri (pensiamo agli italiani poeti, santi e navigatori), come se esistesse una “anima nazionale” e le sue proprietà spirituali migliori fossero la ricetta per la “grande nazione”. Non c’è niente di più fittizio di «un popolo che cerca la definizione del suo essere» prima ancora di agire, «incapace di operare per il timore di falsificarsi, quando la falsificazione è quello stesso timore» – chi vorrà, riconoscerà in queste parole la recente riproposizione in salsa teologica del nazionalismo ottocentesco italiano, che vuole uniti popoli profondamente diversi per lingua e modo di stare al mondo.

Nella distopia che il colombiano chiama progressista noi identifichiamo le prime avvisaglie del presente. L’ossessione per l’empatia, propagandata a gran voce in ogni sede letteraria, filosofica, artistica, politica, annichilisce senza possibilità di appello l’uso della ragione, lo strumento di quell’intelligenza che non è mai – come vogliono le vestali del benpensare – comprensione aprioristica dell’altro, empatia che annulla le differenze. L’intelligenza, ricorda il nostro, «non si manifesta con un gesto di accoglienza e di affetto», anzi è «perfida e traditrice, sospettosa e diffidente, comincia sempre col respingere e ribattere, sempre rifiuta e sempre protesta». Chi conduce le proprie battaglie social, moderno crociato digitale, a colpi di #restiamoumani e #facciamorete, slogan che nell’autoelevazione a rappresentanti dell’umanità contengono la disumanizzazione di ogni pensiero diverso, confonde i sentimenti con le idee, credendo di aver detto qualcosa di nuovo, saggio e meditato, quando invece ha espresso niente più che simpatia o antipatia.

L’intellettuale engagé, il regista militante, lo scrittore chiacchierone, i giovani apostoli della cultura, queste insopportabili figure che ben conosciamo e che, gonfie di ego, ammorbano con i loro veti e le loro banalità pagine di giornali e fiere del libro, sono i massimi rappresentanti di uno stile che rifugge l’inflessibile dovere della ricerca della propria perfezione. Quando ci preoccupiamo di problemi di scala maggiore, che richiedono appelli alla società, alla civiltà, al destino dell’umanità tutta, non facciamo che rifugiarci «nella puerile vanità di sentirci i responsabili del mondo», declinando l’invito a migliorare prima di tutto noi stessi. Ecco, per abbattere l’ossessione dei buoni sentimenti basta la lezione intelligente delle Notas di Nicolás Gómez Dávila:

L’umanitarismo è l’umanesimo degli imbecilli.

 

Alessio Mulas

Carl Schmitt, filosofo politico e giurista imprescindibile, perennemente attuale

Nonostante le note vicende sulla totale o parziale compromissione di Schmitt col regime nazista i suoi volumi sono sempre oggetto di approfondimento da parte delle università, anche americane dove, come racconta Andrea Mossa ne Il nemico ritrovato. Carl Schmitt e gli Stati Uniti (Accademia University Press, p.295), fecero per esempio carriera tanti ebrei tedeschi costretti all’esilio ma che con il suo pensiero e le opere avevano contratto consistenti debiti teorici. Impossibile quindi non confrontarsi, qualunque fosse il campo d’azione, filosofico, giuridico o politologico, con uno studioso che ha influenzato di molto la riflessione anche oltreoceano, sebbene le accademie di ogni ordine e grado scoraggino pur solo a menzionarne il nome.

Vi sono state, come prevedibile, anche delle distorsioni evidenti, come l’aver amplificato a dismisura le critiche che pur egli fece agli Usa, fino a farle convogliare in un antiamericanismo viscerale che gronderebbe, a dire dei critici, da ogni singolo rigo. Andrea Mossa dimostra invece che lo studio critico della politica estera degli Stati Uniti, impero con la pretesa di costruire la nuova e vera Europa, e la fine della grande epoca dello jus pubblicum europeum, sono giudizi motivati da una meticolosa stratificazione di ricerca che si poggia su una visione critica ma non pregiudizialmente manichea. Così come l’idea, anche questa ‘smontata’ da Mossa, che la riflessione schmittiana sia tra le principali fonti teoriche del neoconservatorismo statunitense. In verità, i temi del dibattito portato avanti da Schmitt sono vari e articolati, tali da poter prestarsi a diverse letture e quindi potrebbe esservi anche del vero nella confutazione capziosa. Ma questo libro di Mossa si fonda essenzialmente su letteratura primaria e circoscrive i contorni delle tematiche più intricate senza rischiare di far esondare i giudizi oltre le stesse intenzioni di Schmitt.

I motivi di questo reiterato interesse è anche quantitativo. Oltre le intuizioni e la qualità dell’opera, spiega Stefano Pietropaoli nella introduzione al volume, Carl Schmitt è autore di oltre cinquanta monografie e di circa trecento tra saggi, recensioni e scritti minori che abbracciano un arco temporale di ben settant’anni durante i quali, in Germania, si sono avvicendati ben quattro ordinamenti politici. In più, egli legge il proprio tempo attraverso le lenti indagatrici del giurista, del filosofo politico, dell’esperto di relazioni internazionali, dello studioso di teologia, del consigliere politico e financo del critico letterario e musicale. Dunque, quantità, durata e qualità giocano a suo favore per disegnare un quadro complessivo neutrale e avulso da piccine partigianerie.

Oltretutto, in varie occasioni, è egli stesso a suggerire le connessioni non visibili ai più, citando sue opere molto distanti nel tempo e suggerendo una continuità e una relazione tra scritti che obbligano qualunque serio studioso a ritornare su vecchi saggi grazie ai quali è poi possibile reinterpretare con correttezza quelli più recenti. In realtà, spiega sempre Pietropaoli, la damnatio memoriae si fonda essenzialmente sul rifiuto di una eredità. Ma rifiutare una eredità significa implicitamente presupporre di essere allievi; perché solo dei legittimi eredi possono rifiutare un legame (ed un’eredità). E pur tuttavia, questo ripudio diventa per molti quasi ossessivo, come per Waldemar Gurian, quando propone uno smantellamento ed un dissenso integrale, punto per punto, tesi per tesi.
Protagonisti, a volte, di dialoghi interrotti, vale a dire dialoghi mancati oppure mai diretti ed espliciti, come Otto Kirchheimer (collaboratore della Scuola di Francoforte), Franz Neumann (il quale scrisse Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo) e Carl Joachim Friedrich (docente ad Harvard). Loro e molti altri scrissero su Schmitt senza incrociarsi in maniera diretta. La stessa Hannah Arendt la quale, in larga misura, ripropone ma in maniera contraria e speculare gli stessi temi schmittiani, scrivendo nei suoi quaderni e diari ma soprattutto attraverso interessanti glosse, e quindi appunti a margine del testo, che appone sulla propria copia di Der Nomos der Erde. Schmitt è dunque imprescindibile, da qualunque parte e in qualunque modo lo si voglia leggere e sono i temi, i concetti, le definizioni ad indicarci l’irrinunciabilità di un pensiero.

Schmitt e il moderno concetto di politico

Ragioniamo allora, per un attimo, sul moderno concetto di politico, formula che lui esplorò in tutte le possibili modalità. La connessione, a volte perversa, tra teologia e politica, la distinzione tra Amico (Freund) e Nemico (Feind), sono solo alcuni parametri penetrati, lungo alcuni decenni, con esauriente capacità analitica da uno studioso del diritto che, come detto, scriverà moltissimo e, in Germania, a tutt’oggi, risulta il giurista più citato. Nel tempo, la deriva esegetica ha in non pochi casi assunto caratteristiche troppo rigide e capziose tanto che, già nel 1963, nella premessa a Il concetto del politico (1932), lo stesso Schmitt spiegherà che

in tal modo, la delimitazione, prudente e iniziale, di un preciso ambito concettuale è stata trasformata in uno slogan primitivo, in una così detta teoria dell’amico-nemico, nota solo per sentito dire e buona da affibbiare alla controparte (Le categorie del Politico).

Vale la pena ribadirlo: egli dispiega la sua opera non in maniera sistematica anche se punti di connessione sono sempre rintracciabili. In particolare, una miniera di elementi ripresi in vario modo, riferiscono della attenzione verso i pensatori della controrivoluzione, e in special modo alla triade composta da Donoso Cortés, de Bonald e de Maistre. Senza di essi, e quindi grazie allo sviluppo del tema della rappresentazione (di cui parla in Cattolicesimo rimano e forma politica, che Carlo Galli definirà:

Un libretto quasi d’occasione (…), ma che è anche una chiave d’accesso privilegiata alla sua formazione intellettuale), chiunque voglia incamminarsi nella comprensione del concetto di Politico e quindi di Teologia politica non potrà giungere ad alcuna conclusione. E proprio il fatto che questo concetto sia scivoloso e poco incline alla rigidità di un unico modello interpretativo, coerente nei secoli, ha fatto sì che Schmitt sentisse la necessità di scavare nel passato per ripercorrerne i molteplici sviluppi e gli inabissamenti carsici.

Si occupa di questo particolare aspetto, l’ottimo libro di Fabrizio Grasso (Archeologia del concetto di politico in Carl Schmitt, prefazione di Luciano Albanese Mimesis, p.80) che partendo dalle vicende personali del giurista il quale riceve alla fine della Seconda guerra mondiale imputazioni infamanti e dalle sue memorie difensive raccolte nel libretto Ex Captivitate Salus in cui dice di sentirsi un autentico Epimeteo cristiano, ripercorre l’archeologia di tale idea partendo dalla centralità della concezione cristiana della storia perché

è singolare che nella massa sterminata degli avvenimenti e delle epoche storiche sia proprio l’epoca del primo cristianesimo a diventare per noi così significativa. E singolare è anche la regolarità con cui, a partire dalla Rivoluzione francese, questo parallelismo continui a comparire in autori opposti e con opposte conclusioni, là dove il parallelismo come tale rimane ininterrogato.

Soltanto nella filosofia cristiana della storia si intenderebbe quel processo definito come secolarizzazione e, in particolar modo, solo nella versione della confessione cattolica sarebbe concepibile la comprensione della figura del katechon. Su quest’ultimo concetto ne confermerà le argomentazioni anche ne Il nomos della terra quando spiegherà:

Non credo che la fede cristiana originaria possa avere in generale un’immagine della storia diversa da quella del katechon. La fede in una forza frenante in grado di trattenere la fine del mondo getta gli unici ponti che dalla paralisi escatologica di ogni accadere umano conducono a una grandiosa potenza storica.

La secolarizzazione della vita e la venuta meno della sacralità della rappresentazione secondo Schmitt

La sua analisi si muove dunque da una posizione di irrecuperabilità per cui tutta l’Europa, Germania inclusa, soffriva della secolarizzazione della vita e la deriva inizierebbe nel momento in cui è venuta meno la sacralità della rappresentazione. La scienza giuridica, dichiara, è fenomeno europeo coinvolto nel razionalismo occidentale ed ha come padre il diritto romano e come madre la Chiesa di Roma. La separazione da quest’ultima, all’epoca delle guerre di religioni, ha portato conseguenze in chiave politica.

Come si vede, se da una parte paiono evidenti i legami e i richiami alla filosofia controrivoluzionaria, dall’altra proprio attraverso di essi trova la congiuntura giusta per connettere religione e diritto, politica e teologia; vale a dire proprio tutti quei parametri di cui parlavamo prima. Li riplasma con il suo acume di filosofo del diritto e tutti i temi e i concetti (sovranità, liberalismo, ateismo, democrazia, eccetera) li fa discendere dalla lettura meticolosa degli autori controrivoluzionari le cui tesi sono per Schmitt molto più che delle semplici suggestioni. Il punto d’appoggio dove tutto si mantiene saldo consiste nel fatto che la Chiesa muti nel tempo senza cadere mai in contraddizione: ad ogni mutamento della situazione politica cambiano, a quanto pare, tutti i princìpi, meno uno: la potenza del cattolicesimo (Cattolicesimo romano e forma politica).
Non ci sarebbe relativismo nel pensare che la Chiesa, consapevole di non essere un regno eterno (eppur agendo con l’ottica dell’eternità), sia però capace di esercitare il proprio potere storico con una idea politica che si fonda sull’imperium e nel sacerdotium. In ciò ravvisando tutta la cognizione per l’idea originaria di forza frenante in grado di trattenere la fine del mondo, quella appunto del katechon. E proprio nella frattura tra imperium e sacerdotium c’è infatti l’inizio della degenerazione e della caduta. Il mondo nuovo che divide Chiesa e Stato, che si pianifica alla fine del Medioevo e poi si struttura con la Rivoluzione francese, è il mondo nuovo che concepisce il concetto di politico così come noi lo conosciamo, e che si rivela in special modo nella opposizione permanente Amico/Nemico.

La Chiesa rappresentava invece una complexio oppositorum (ed è lì che si ritrovano le ragioni del politico). Come spiega Carlo Galli, nella capacità di aderire agli aspetti contradditori della realtà, senza esserne subalterna sta, per Schmitt, la superiorità della Chiesa. Ecco perché si distingue dal modello delle forme secolari basate sulla dualità-connessione imprenditore e Lenin, forme del pensiero moderno strutturatosi sull’apparato tecnico-economico. La Chiesa, invece, non ha bisogno né dei mezzi dell’economia né di quelli della tecnica per affermare il concetto di politico perché detiene quel pathos dell’autorità nella sua piena purezza (Cattolicesimo romano e forma politica). E fino ad una certa fase del medioevo l’unità complessiva è stata rappresentata dalla respublica christiana che teneva connessi (complexio oppositorum) il Papa e l’Imperatore. In quel contesto ritorna il concetto di rappresentazione di cui avevamo parlato prima, e che non potrebbe essere – secondo Schmitt – accostato all’apparato moderno fondato appunto su economia e tecnica perché inadatto ad essere rappresentato: che la Chiesa rappresenti – scrive Carlo Galli – significa in primo luogo che non deduce forme dalla Verità come da una teoria e inoltre capace di dar vita alla triplice grande forma: la forma estetica della dimensione artistica, la forma giuridica del diritto e infine il glorioso splendore di una forma di potere storico-mondiale (Cattolicesimo romano e forma politica). La Chiesa è dunque per Schmitt il punto più alto della rappresentazione della forma politica. Il nostro, tuttavia, è un mondo nuovo, non più sottomesso al dominio della Chiesa e che il filosofo tedesco inquadra in un generale e completo stato di degenerazione che non regredisce mai in caos, tant’è che parlerà di polizia mondiale pronta a sostituire in futuro la politica. Polizia mondiale che diverrebbe – secondo Schmitt – essa stessa politica. Da questa analisi discenderà poi la questione della sovranità, il concetto di stato d’eccezione, le due forme di dittatura (commissaria e sovrana) e insomma tutta la teoria politica.

Da questo punto in poi demolirà la teoria positivista del diritto motivando lungo brillanti pagine l’idea che il diritto poggi la sua forza su una brutalità fattuale, sul fatto che esso sia il risultato di un atto sovrano. Gli uomini moderni hanno sostituito la finzione giuridica di un legislatore onnipervadente e lo hanno declinato attraverso l’intuizione dello Stato moderno quasi come fosse principio metafisico, applicando le categorie teologiche al pensiero giuridico politico. Questo è il transfert che dà forma concreta ai moderni modelli, siano essi liberali (che si perdono nella discussione continua dei parlamenti che vogliono protrarre sempre i tempi di discussione) che nel socialismo. La discussione eterna dei modelli liberali è sintomatica di una stasi che permette alla potenza tecnica-economica di agire indisturbata:

Quando l’unità della Chiesa si spezzò nel XVI secolo e la politica fu distrutta dalle guerre civili di religione, in Francia si chiamarono politiques proprio quei giuristi che, nella guerra fratricida fra i partiti religiosi, avevano optato per lo Stato, come unità superiore e neutrale (Le categorie del Politico).

Ecco perché l’autonomia da discipline come l’estetica o la morale, la politica può ricavarla solo attraverso la contrapposizione Amico/Nemico che si colloca in un ambito tipicamente politico. Ma che sta subendo anch’esso una degenerazione. L’Europa lo aveva contenuto attraverso lo jus pubblicum fornendo una riconoscibilità ed uno status anche al nemico. La modernità non ammette altro da sé. L’idea di essere detentori di una verità planetaria e umanitaria fa sì che il nemico sia fuori da ogni logica di riconoscibilità e venga considerato nulla più che un delinquente. Nella nascita stessa del concetto politico moderno trova dunque l’assenza di ogni fondamento di potere e all’uomo, privo di valori e dell’antica metafisica, non resta che tornare all’essenziale, ad un agire politico dove l’atto di decidere abbia ancora un ruolo. Dove l’uomo fondi la politica su un atto di decisione che è sempre preventivo rispetto ad ogni strutturazione normativa e tuttavia sveli, ancora una volta, la sua irrisolvibile solitudine.

Non si può dunque fare a meno di Carl Schmitt come dimostra la serie impressionante di libri pubblicati tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 e la sua perenne attualità basti pensare al giudizio che aveva il filosofo politico e giurista dell’ONU, struttura, a suo dire, funzionale alla visione egemonica di alcuni protagonisti internazionali e, in particolar modo, all’universalismo anglo-americano. A riprova di ciò, mostra la distorsione semantica di concetti come “intervento umanitario” oppure “operazioni di pace” che, ancora una volta, vanno inquadrati in un nuovo e moderno imperialismo che si nasconde dietro la morale.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

1 Maggio: la festa dello schiavo precario

Esci di casa e ti accorgi che solo al parlamento viene onorata quest’occorrenza, quella del 1 maggio, eh si!
Negozi aperti, centri commerciali che addirittura posticipano la chiusura, ristoranti e bar perennemente accessibili, mercati, mercatini, ti soffermi e pensi, ma la festa di chi è?!
E’ paradossale l’ingegno moderno che si adopera a farci sentire  festeggiati, senza alcun minimo riscontro concreto, che forza!

Basta!

Siamo esausti di questa informazione politica propagandista che a tutti i costi vuole far passare come sfide europee, chiare e dolorose inculate (scusate il termine ma se me ne suggerite qualcuno che rende meglio l’idea provvedo subito a sostituirlo).
Jobs act, flessibilità, rinnovamento, adrenalinici cambiamenti e una chiara volontà di promuovere deportazioni di massa per sollevare sfruttamento e concorrenza al ribasso del costo del lavoro!
Ma non demordete che presto bandiranno una nuova festa per simboleggiare il nostro tacito assenso a questo processo esiziale,  la chiameranno, a mio avviso, la festa dello schiavo e aggiungeranno anche, precario!

Magari la ingloberanno alla festa della liberazione così eviteranno di assegnare altri giorni liberi e il 25 aprile si trasformerà nel giorno della liberazione e della schiavitù.
Queste celebrazioni si trasformano in una semplice visione televisiva di noiose parate o nauseanti discorsi di  ministri venduti al potere o semplicemente un valido motivo per andare tutti insieme, appassionatamente, ai grandi magazzini o da Ikea!
Ce lo chiede l’Europa, senza mai chiedere se noi avessimo qualcosa da reclamare, poiché sono ben coscienti che la nostra proposta sarebbe un “politics act” promosso e attuato da un attrezzato maschio di colore.

Fonte:

1 Maggio: la festa dello schiavo precario

“Ammazziamo il Gattopardo”, di A. Friedman

Alan Friedman

In testa alle classifiche dei libri più venduti per diversi mesi, “Ammazziamo il Gattopardo” del giornalista economico e scrittore statunitense Alan Friedman (ex collaboratore del Presidente Carter, “Financial Time”, “Wall Street Journal”) è davvero, come ha dichiarato lo stesso autore, un libro d’amore per l’Italia e per gli italiani da chi ha deciso di vivere nel nostro Paese.

“Ammazziamo il Gattopardo” parte dal presupposto che la gente, il popolo italiano ha capito e vuole cambiare, mentre ai politici fa comodo che tutto resti cosi com’ è. Di qui l’imperativo categorico di ammazzare il Gattopardo, di affrontare una volta per tutte quella statica mentalità figlia di una cultura conservatrice e proporre nuove riforme. Diversi politici di oggi, come  il Gattopardo risorgimentale di Tomasi di Lampedusa fingono di sposare il nuovo per conservare il vecchio, addossandosi a vicenda le colpe della crisi che viviamo, dei mancati provvedimenti, rendendosi protagonisti di imbarazzanti e squallidi dibattiti televisivi.

Friedman sostiene che volenti o nolenti, l’ultima speranza per noi italiani è rappresentata da Matteo Renzi, un uomo “nuovo” che potrebbe segnare una discontinuità e apportare un cambiamento radicale. In realtà per quanto si possa apprezzare il Matteo Renzi uomo, la sua voglia di fare e di fare subito, la voglia di segnare un distacco dal passato fa parte di un sistema vecchio e se riuscirà a realizzare ciò che ha dichiarato sarà solo il tempo a dircelo, qualora non gli mettano i bastoni tra le ruota (soprattutto i colleghi del suo stesso partito) e soprattutto non abbia paura di scontentare i privilegiati e dei “protetti” dalla politica. Il tempo delle mezze misure è finito.

Ma “Ammazziamo il Gattopardo” è diventato celebre per le rivelazioni  riguardo la nomina di Mario Monti a Presidente del Consiglio nel 2011 da parte di Giorgio Napolitano data la situazione di emergenza. Non tutti sanno,afferma il simpatico giornalista, che il Presidente della Repubblica aveva in testa il nome del Professore bocconiano già da tempo. Friedman si avvale di autorevoli ricostruzioni, documenti e testimonianze dei diretti interessati per dimostrare la veridicità di ciò che afferma.

l’imprenditore avversario di  Silvio Berlusconi, Carlo De Benedetti sostiene che Monti nell’agosto del 2011 a St. Moritz, gli aveva chiesto cosa ne pensasse della possibilità di fare il primo ministro,anche il gioviale Romano Prodi ricorda  una lunga conversazione con il suo ex collaboratore Monti e lo stesso Friedman riporta un colloqui con Monti a proposito dell’idea incostituzionale del Napolitano superinterventista. Napolitano ha pianificato la sostituzione di Berlusconi perlomeno l’estate precedente, accettando un documento programmatico per un eventuale rilancio dell’economoa italian, elaborato in segreto da Corrado Passera, amico di Monti, ex assistente di De Benedetti e all’epoca a capo di Banca Intesa. Passera, l’uomo che ha rimesso in piedi, negli anni Ottanta, licenziando migliaia di persone, parte della pubblica amministrazione, le Poste, emblema della peggiore burocrazia come sostiene giustamente il giornalista. Passera, l’uomo che ha preso parte al semidisastro del governo Monti, che qualche settimana fa era  tra gli opisti di “Anno Zero” e  candidamente indicava la ricetta giusta per uscire dalla crisi, dopo che che al governo c’era stato. Atteggiamento proprio anche di altri politici che, dopo essere stati al potere, salgono in cattedra e propongono la loro magica soluzione; la cosa che fa al tempo stesso sorridere ed indignare i cittadini è che a sentirli sembra che proprio quando stavano per realizzare le cose più belle per il Paese, sia caduto il governo.

Friedman da giornalista di razza quale è ricorda gli anni della Milano da bere, l’establishment, igli ambiziosi imprenditori, aspiranti nuovi “Agnelli”, primi fra tutti l'”ingegnere De Benedetti e il venditore di sogni Silvio Berlusconi, passando per il capo di Mediobanca Enrico Cuccia e per i politici Craxi ( che senza dubbio avvantaggiò Berlusconi nella sua scalata al potere), Forlani e Andreotti. La rassegna storico-culturale e sociale che ne viene fuori è tutt’altro che noiosa, ma avvincente ; Friedman ritrae gli aspetti peculiari dei protagonisti delle scena politica italiana,  fornisce molti dettagli e aneddoti per quanto riguarda i capitoli sul piano di Napolitano  e naturalmente le conversazioni con gli ex presidenti del consiglio ( vi sono anche Giuliano Amato e Massimo D’Alema).

Sorprende la ricetta anticrisi che il giornalista pone come ultimo capitolo del suo libro: 10 punti ambiziosi per rimettere l’Italia sulla strada della crescita e dell’occupazione:

1. Abbattere il debito pubblico,

2. creare nuovi posti di lavoro,

3.tutelare le fasce più deboli,

4. tagliare le pensioni d’oro,

5. promuovere l’occupazione femminile,

6.ridisegnare la pubblica amministrazione,

7. tagliare gli sprechi della sanità e delle Regioni,

8. istituire una patrimoniale leggera ma equa,

9. liberalizzare i servizi nell’interesse del consumatore,

10 varare una nuova politica industriale di investimenti mirati.

L’Italia può cambiare solo se abbandona definitivamente la mentalità del Gattopardo.

 

 

Exit mobile version