Premio Campiello 2016: vince Simona Vinci con ‘La prima verità’

Il Premio Campiello è giunto alla sua 54ª edizione. Sabato 10 settembre, in concomitanza con Venezia 2016, si è svolta sempre a Venezia la premiazione Premio Campiello edizione 2016. Ad aggiudicarsi il Campiello d’argento 2016 con 79 voti è stata Simona Vinci con il suo romanzo La prima verità edito da Einaudi. A gareggiare con la Vinci gli altri quattro finalisti:

Gli ultimi ragazzi del secolo di Alessandro Bertante edito da Giunti

Le cose semplici di Luca Doninelli edito da Bompiani

Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy edito da Rizzoli

Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia edito da Ponte alle Grazie

Nel corso della serata è stato conferito anche il premio Campiello opera prima a La teologia del cinghiale edizioni Elliot di Gesuino Nemus, il Campiello Giovani al racconto Wanderer edizione Viandante di Ludovica Medaglia e il Campiello Economia assegnato al giornalista e scrittore Dario Di Vico. Il consueto premio Fondazione Campiello è stato assegnato invece allo scrittore Ferdinando Camon, per il suo impegno nell’interpretare senza ipocrisia la società e le sue contraddizioni.

Simona Vinci, classe 1970 aveva già riscosso molto successo con il suo primo romanzo Dei bambini non si sa niente uscito nel 2009 per Einaudi. Sempre per Einaudi sono usciti la raccolta di racconti In tutti i sensi come l’amore e i romanzi Come prima delle madri del 2003, Brother and Sister nel 2004, Stanza 411 nel 2006, Strada Provinciale Tre nel 2007. Inoltre per un pubblico più giovane ha pubblicato Corri, Matilda e Matildacity.

La prima verità, come è stato sottolineato dall’autrice, è un libro difficile, frutto di otto anni di lavoro. Un libro che affronta il difficile tema della pazzia, mescolando alla storia di un manicomio-lager in terra greca vicende apparentemente personali. Il titolo, che riprende un verso del grande poeta greco Ghiannis Ritsos, allude a quelle verità di valore assoluto che attraversano e addirittura superano le vicende del libro. Storie di una bellezza crudele, quasi tragica che affondano le radici in tempi e luoghi sempre presenti.

Alessandro Bertante con Gli ultimi ragazzi del secolo, ambientato nella Croazia degli anni Novanta lascia raccontare la sua storia a un adolescente ribelle che si intreccia con la presa di coscienza di un giovane uomo di fronte al dramma della Storia. Gli ultimi ragazzi del secolo è un romanzo crudo, estremo che potrebbe non finire mai di raccontare. Le cose semplici di Luca Doninelli racconta una storia d’amore (e non solo) che attraversa la distruttività e l’imbarbarimento del mondo per rincorrere i desideri più semplici, i bisogni più comuni e puri. Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy racconta la guerra dalla prospettiva poco conosciuta delle donne al fronte; Ritrae un’intimità e un’uminità vera sebbene circondata dalle tenebre.

Con Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia, ci immergiamo in una storia sospesa tra romanzo e biografia; Tarabbia ci racconta la storia di Andrej Čikatilo uno dei più feroci assassini del Novecento.
Infine il vincitore del Campiello Opera Prima La teologia del cinghiale di Gesuino Némus ci trascina in segreti, misteri e colpe antiche scandite da ritmo battente imprevedibile e umoristico.
Il Premio Campiello ci regala, con i suoi autori, possenti spunti di riflessione e ottime proposte di lettura. Ancora una volta dunque non ci resta che attingere al pozzo, storica effige del premio, l’ “approvvigionamento” di cui abbiamo bisogno.

‘Il male oscuro’, la psicoanalisi secondo Giuseppe Berto

Il male oscuro è un romanzo del 1964 edito da Rizzoli, dello scrittore trevigiano Giuseppe Berto, tornato al successo dopo un periodo non felice, affetto egli stesso dal male oscuro. Lo scrittore, che non ha mai fatto parte dell’establishment culturale italiana, dell’intellighentia che contava, isolandosi e iscrivendosi al partito dei perdenti, non semplicemente a quello dei “bastian contrari”, opera un’analisi del proprio vissuto attraverso un uso insistito del flusso di coscienza, senza ricorrere a interposizioni narrative. Egli rivela così i diversi avvenimenti della sua infanzia, specialmente il suo rapporto difficile con il padre che lo spinge verso la depressione in seguito alla morte del genitore (simbolo del super-io oppressivo), ed in seguito il suo complesso di Edipo, dunque l’ambigua e latente conflittualità sessuale nonché lo smodato desiderio di gloria, a sua volta all’origine di forti sensi di colpa. La trama segue la descrizione e l’evoluzione della malattia (che dura complessivamente un decennio), il matrimonio e la nascita della figlia Augusta, in un continuo alternarsi di flashback. La costante ricerca di medici più o meno esperti, spinge il protagonista a rivolgersi a uno psicoanalista che risolverà in parte i suoi problemi, fino al tradimento della moglie e al ritiro dell’autore in Calabria. La prosa del romanzo è volutamente povera di punteggiatura, al fine di rendere lo scritto un ininterrotto flusso di coscienza, riproducendo l’instabilità interiore del tempo codificato e l’idea di quel che l’autore avrebbe potuto dire, in sede di analisi, proprio al suo psicanalista. Berto dissolve la struttura narrativa e fa del suo libro una novità assoluta nel panorama letterario italiano novecentesco.

Il male oscuro, che si è aggiudicato il Premio Campiello e il Premio Viareggio, è un’ininterrotta confessione, e lo stile segue il percorso del pensiero. A differenza di altri autori, Berto non va alla ricerca di una cifra formale e linguistica, ma egli approfondisce l’indagine per riprodurre in maniera più efficace i collegamenti del pensiero. Il risultato è simile a quello di un monologo teatrale, che inevitabilmente richiama alla mente il flusso di coscienza di James Joyce.

Il male oscuro: capolavoro sull’ipocondria sulla scia della Coscienza di Zeno

Il male oscuro di cui parla Berto è storico e cosmico, unito ad un profondo senso di colpa che deriva dall’incapacità di perdonarsi delitti che in realtà non si sono mai commessi. L’opera di Berto è un capolavoro sull’ipocondria, che racconta con ironia grottesca, l’assurdità del vivere quotidiano, le meschinità che spesso tengono in piedi rapporti familiari e relazioni. Berto mette a nudo il concetto di padre, addentrandosi in un’analisi tormentata di tutti i valori di quella civiltà, di quell’Italia post-rurale in cui l’autore nacque e crebbe; tuttavia lo scrittore dimostra di nutrire pietà e compassione verso le tradizioni e la morale cattolica, cui da giovane aveva tentato di sottrarsi. Grazie al suo innato piglio scorrevole e “confidenziale”, Berto ha saputo rendere il suo romanzo leggero e divertente, nonostante l’argomento trattato, quello della nevrosi depressiva, presente anche in altri grandi romanzi del ‘900, come nella Coscienza di Zeno (di cui Il male oscuro potrebbe essere considerato non a torto come la sua naturale prosecuzione, basti pensare all’esposizione ironica delle teorie freudiane) di Svevo e nella Cognizione del dolore di Gadda.

Berto inoltre, nel suo vorticoso inseguimento di pensieri, non risparmia frecciatine satiriche alla classe borghese del boom economico del dopoguerra, giocando con il lettore in maniera spregiudicata; sembra quasi dirgli: “Ma davvero credi a tutto quello che sto dicendo?”. Ne emerge un Giuseppe Berto sincero, sorprendentemente moderno se si considera il suo essere conservatore per natura, ossessionato dal successo, un po’ cialtrone, sofferente che può far pensare a qualche lettore che in fondo Il male oscuro non è altro che un testo di una banale e comune lagnanza pre-senile. Tuttavia il romanzo di Berto ci comunica implicitamente qualcosa di più profondo: la sofferenza è di tutti e la vita è un posto pieno di dissimulatori, commedianti umani che recitano una parte, che nascondono delusioni e disperazioni dietro grandi sorrisi. Forse, per chi ha una visione mistica della sofferenza, il male oscuro, qualunque esso sia, purifica l’anima e ci rende più sensibili e vicini alle sofferenze altrui. O forse, in fin dei conti, ciò che chiamiamo malattia, disturbo, non è un modo di essere diversi, “normali”, “sani”, ma non comuni e dunque la psicoanalisi non è garanzia di guarigione? Da cosa si deve guarire? E qual è allora il rimedio alla nevrosi proposta da Berto? Un processo di “transfert” con il quale lo scrittore trasferisce ogni suo rimorso nel rapporto con il suo analista. Le sue colpe si dissolvono e l’identificazione patologica con il padre morto di tumore si risolve nella seguente constatazione: “In quale enorme misura somigli al padre mio lo vado scoprendo per mezzo di questa figlia Augusta a mano a mano che cresce, e sta a vedere che lui mi amava come io amo lei ossia immensamente potrei dire”.

Tuttavia come Svevo, per il quale tutti sono malati, essendo la vita stessa una malattia, anche Berto non considera la psicoanalisi una terapia curativa, bensì un valido sistema che consente di attivare un particolare tipo di conoscenza dell’animo umano. Non a caso, infatti, prima della psicoanalisi, Berto descrive la nevrosi che lo attanaglia come una malattia basata sulla paura, ma dopo i due anni trascorsi in cura dall’analista confessa: “Ho un sacco di fobie, sono quindi ancora malato e credo che non guarirò mai. Però sono guarito per quel tanto che volevo disperatamente guarire, ossia non ho più paura di scrivere”.

Il personaggio di Berto non è certamente un esempio di simpatia, anzi, suscita piuttosto fastidio, soprattutto perché il suo intento non è quello di suscitare pietà nel lettore, ma non si può augurargli del male, perché è sincero. Lo stesso scrittore nell’Appendice al romanzo ha dichiarato: “Nonostante racconti la più straordinaria sequela di disgrazie che possano capitare a un uomo, Il male oscuro non è, spero, un romanzo deprimente e neppure noioso. Ha, spero, un continuo umorismo che si mescola anche agli avvenimenti più tragici e tristi. Non è certo un’invenzione mia: Svevo e Gadda ci sono arrivati assai prima e meglio di me, e d’altronde un nevrotico non potrebbe scrivere se non fosse sostenuto dall’umorismo: una fortuna in mezzo a tanti malanni”.

Venuto al mondo, di Margaret Mazzantini

Il viaggio della speranza. Penso di nuovo a quelle parole che mi sono cadute negli occhi, per caso. Penso a Pietro. La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso.

Ci sono storie che ascoltiamo di continuo, per quanto drammatiche e moralmente scomode, altre invece che la stampa, il tempo e il corso della Storia hanno contribuito a mettere da parte. Sappiamo tutto o quasi del dramma della Shoah, degli orrori dei campi di sterminio e della politica di concentramento e poi di distruzione del popolo ebraico da parte del Terzo Reich, ma non conosciamo pressoché nulla del secondo olocausto del Novecento, quello consumato nell’assedio di Sarajevo dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Margaret Mazzantini nel suo romanzo Venuto al mondo (Mondadori, 2008 e Premio Campiello 2009) racconta la verità scomoda e urticante di un popolo in ginocchio, osservato dal punto di vista dell’italiana Gemma, partita per Sarajevo prima per fare delle ricerche per la sua tesi di laurea, dopo per aiutare gli amici che vi aveva lasciato. Durante il primo viaggio incontra quelli che saranno insieme a lei i protagonisti della storia: Gojko, poeta burbero, innamorato della sua terra, di sua madre e della sorellina Sabina, che si infatua di Gemma sin dal principio, ma che reciterà la parte del migliore amico fino alle ultime pagine del romanzo; e Diego, fotografo genovese, esuberante, eterno Peter Pan, una personalità hippy che affascina e attrae irrimediabilmente l’animo borghese, pacato e prevedibile di Gemma, che è ormai alle soglie del matrimonio con un uomo che non è certa di amare. Scoppia la passione fra Gemma e Diego, ma il tempo per il loro amore non è ancora arrivato. L’indecisione porta la donna a fare delle riflessioni su se stessa e sulla sua vita:

Pesci, pensai, non siamo altro che pesci… branchie che si gonfiano e si chiudono… poi viene un gabbiano che dall’alto ci prende e mentre ci smembra ci fa volare, forse questo è l’amore.

Gemma, piena di dubbi e contraddizioni, torna a Roma dove sposa il suo fidanzato, cercando di tornare alla sua vita di sempre. Ma il destino vuole che i due si rincontrino tempo dopo e che il matrimonio di Gemma fallisca. Tra Gemma e Diego nasce un rapporto fuori dalle righe, passionale e moderno, i due prendono in affitto un loft e presto vanno a vivere assieme. Gli anni passano e quella che sembrava un’avventura di passaggio si trasforma nell’amore di tutta una vita, ma l’insoddisfazione è sempre dietro l’angolo. Il dramma di Sarajevo farà da cornice a un altro dramma, quello personale di Gemma che vuole diventare madre ma non può. Lei, da donna sterile qual è, non fa che voltarsi e vedere in giro donne arrotondate dalle forme della gravidanza e si sente irrimediabilmente una donna a metà, come si evince da questo passo del libro:

Non ho più il ventre di una madre, è bene che mi ci abitui, sarò un’amante tutta la vita. Una creatura adatta a un sesso senza conseguenze.

Comincia così il lungo travaglio di visite mediche e di speranze disilluse, anche per la possibilità dell’inseminazione artificiale. Il desiderio di Gemma diventa ossessione e, trascinandosi dietro anche Diego, più immaturo e meno pronto di lei, porta alla decisione estrema di una gravidanza surrogata. L’occasione perfetta si presenta a Sarajevo, siamo nel 1992 adesso, otto anni dopo il primo incontro fra Diego e Gemma, quando la disperazione e gli scontri armati portano all’estremo molte donne in cerca di denaro e di una via di fuga dalla città. Una di queste è Aska, una “madonna punk” come viene descritta, che accetta di consumare un rapporto con Diego e di generare un figlio verso il quale non potrà accampare nessun diritto dopo la nascita. Il figlio nasce, Gemma riesce a scappare dall’assedio insieme al piccolo e Diego, ormai cambiato, distrutto dalla guerra e dall’eroina, decide di restare e poco dopo vi troverà la morte. La narrazione si sposta così vent’anni dopo, Gemma dopo essere rimasta vedova si è risposata ed è madre del giovane Pietro, che noi sappiamo non essere davvero figlio suo. Viene contattata dal vecchio amico Gojko per tornare a Sarajevo e assistere all’apertura di una mostra fotografica delle opere di Diego. La donna parte e costringe il figlio a seguirla. Sarà un viaggio di riscoperta della memoria e dei segreti del passato.

La narrazione di Venuto al mondo si articola su tre archi temporali, che vengono alternati grazie a flashback e flashforward, tra il 1984, il 1992 e gli anni 2000, in un gioco che mira a tenere il mistero centrale del libro, ovvero di chi in realtà è figlio Pietro, celato fino alla fine. La prosa molto forte e spesso prolissa, della Mazzantini, cruda e drammatica ed intrisa di struggente lirismo, trova rappresentazione nell’esaltazione di alcune scene e nel carattere bohémien dei personaggi nel film omonimo di Sergio Castellitto del 2012 (non all’altezza del romanzo), che vede una matura e sensibile Penelope Cruz nel ruolo della complicata Gemma, e l’attore statunitense Emile Hirsch nei panni di Diego, che viene rappresentato non come un fotografo genovese ma americano, probabilmente per sottolineare la sua esuberanza e l’incontrollabile e genuina voglia di vivere che attraggono da subito Gemma.

Campiello 2014: vince Giorgio Fontana con ‘Memorie di un uomo felice’

Ieri, sabato 13 settembre, si è conclusa presso il Teatro La Fenice di Venezia la cinquataduesima edizione del Premio Campiello 2014. Con grande sorpresa il vincitore è stato Giorgio Fontana, trentatré anni e  il più giovane vincitore nella storia del Campiello. Dalla Giuria dei Trecento Lettori Anonimi sono arrivati per lui 107 su 291. Questo ragazzo ha battuto tutti con il suo “Memorie di un uomo felice” edito da Sellerio che racconta la storia del magistrato Giacomo Colnaghi  in lotta contro il terrorismo politico nella Milano anni ’80.

Il secondo posto è toccato a Michele Mari con il suo romanzo picaresco “Roderick Duddle”edito da Einaudi con 74 voti. Il terzo posto è di Mauro Corona. Al quarto si è posizionato Giorgio Falco con “La gemella H” edito ancora una volta da Einaudi e già vincitore del Premio Alassio e ultima si è classificata Fausta Garavini con “Le vite di Monsù Desiderio” uscito per Bompiani.

Originario della Lombardia, Fontana spiega che ciò che gli sta più a cuore del suo libro: «é il rapporto tra padre e figlio a cui sono legati temi come la riflessione sulla giustizia e il rapporto fra generazioni. Ho fatto un lavoro di ricerca molto grosso e ho usufruito del distacco che mi può dare non aver vissuto quegli anni».

Le “memorie di un uomo felice”, libro che tutti dovrebbero leggere, cominciano nell’estate del 1981 a Milano; è la fase più feroce della stagione terroristica in Italia. Giacomo Colnaghi è un magistrato sulla linea del fronte. Coordinando un piccolo gruppo di inquirenti, indaga sulle attività di una nuova banda armata, responsabile dell’assassinio di un politico democristiano. Egli è intensamente cattolico, ma di una religiosità intima e tragica. È sposato, ha dei figli ma i rapporti con la famiglia sono distanti e sofferti. Ha due amici carissimi con i quali discute e polemizza, ama le ore incerte, le periferie, il calcio, gli incontri nelle osterie. Eppure è sempre inquieto e dubbioso. Dall’inquietudine è avvolto anche il ricordo del padre Ernesto, partigiano morto durante un’azione guerresca.  Quel padre che la famiglia cattolica conformista non potè mai perdonare per la sua ribellione all’ordine, la cui storia eroica Colnaghi però ha sempre inseguito, per sapere e per trattenere quell’unica persona che ha forse amato davvero, pur senza conoscerla. L’inchiesta che svolge è complessa e articolata, tra uffici di procura e covi criminali, tra interrogatori e appostamenti;  la sua coscienza aggiunge alla caccia all’uomo una corsa per capire le ragioni profonde e l’origine delle ferite che stanno attraversando il Paese.

Nel corso della serata è stato consegnato il Premio Fondazione Il Campiello assegnato quest’anno a Claudio Magris. Inoltre è stato premiato come vincitore del Premio Campiello Opera Prima, Stefano Valenti con il romanzo “La fabbrica del panico” edito da Feltrinelli. Maria Chiara Boldrini pisana di diciassette anni, vince la sezione giovani con il racconto “Odore di sogni” selezionato fra gli oltre 500 arrivati da tutta Italia. Il premio giovani per il miglior racconto estero è invece andato alla diciannovenne svizzera Ambra Giacometti, per il suo racconto“Anemia – Storia di una mancanza”.

 

 

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Gianna Manzini: l’intellettuale lirica

La scrittrice toscana Gianna Manzini (Pistoia, 24 marzo 1896 – Roma, 31 agosto 1974), intellettuale raffinata e sensibilissima, è tra le figure più  interessanti nel panorama letterario italiano novecentesco. Autrice di frammenti lirici e sperimentatrice di forme aperte del testo, il suo percorso è caratterizzato da soluzioni originali ed innovative che la pongono al di là delle tendenze letterarie.

L’opera di Gianna Manzini è stata immediatamente apprezzata dalla critica e da grandi intellettuali, in particolare da Giacomo Debenedetti e da Emilio Cecchi, sebbene sia rimasta per troppo tempo confinata all’interno di un pubblico ristretto. Oggi pare che possa finalmente essere riscoperta da una nuova rilettura delle sue opere anche grazie allo straordinario aiuto del suo archivio personale, che dipana nuove prospettive di ricerca  e significati sui suoi testi.

Nata a Pistoia il 24 marzo 1896, da una altolocata famiglia della borghesia locale, i genitori di Gianna dopo diversi anni decidono di separarsi a causa di contrasti tra le idee anarchiche del padre e  quelle  di stampo conservatore della madre. La separazione dei genitori lascia una cicatrice indelebile nell’animo della bambina che con il passare degli anni si acuisce, soprattutto nei riguardi del padre, per il quale nutre del rimorso  per non essergli stata vicino quando, per avere partecipato ad alcune cospirazioni al regime fascista, si ritira in un esilio volontario in un piccolo paese di montagna dove muore nel 1925 in seguito ad una premeditata aggressione fascista.

Nel 1914 si trasferisce con sua madre a Firenze, per completare gli studi, città che farà breccia nel cuore della scrittrice. Si iscrive e frequenta brillantemente i corsi di Letteratura presso l’Università di Firenze, senza sottrarsi al  al vivace dibattito culturale nato tra la fine della Prima guerra mondiale e l’insorgere del Fascismo. Qui conosce Bruno Fallaci, responsabile della terza pagina del quotidiano la Nazione: i due si innamorano e presto convolano a nozze. Il quotidiano nella edizione serale  pubblicherà di li a poco il primo racconto della scrittrice nel quale già è possibile notare  la qualità e le ragioni della sua prosa.

Nel 1928 la Manzini esordisce con  Tempo innamorato, accolto positivamente, come una ventata di novità dalla critica, e anche da scrittori europei, primo fra tutti, Gide. Incomincia a collaborare alla rivista Solaria, e in questo ambiente colto e  sempre attento ai nuovi talenti conosce Prezzolini, De Robertis e il giovane Montale che a proposito del primo libro della Manzini scrive “ha fatto già molto e molto ancora può fare per il romanzo italiano”. Con qiesto romanzo la scrittrice dimostra di avere quel difficile gusto che era connaturato già ad un suo modo scintillante ed intenso di interpretare la realtà: invece di una rappresentazione oggettiva, di una fedele riproduzione ed imitazione di essa, la Manzini ne dà i suoi sottili riflessi, intercettati da una sensibilità inquieta e a tratti perfino morbosa. Non è un caso che l’autrice toscana sia stata definita  da Cecchi “complicata e un pò abbagliante”.

Sul suo gusto, senza dubbio, hanno influito le sollecitazioni della narrativa europea rappresentate soprattutto da Virginia Woolf. Qualche critico si è ricordato anche di Federigo Tozzi; ma tutto quello che in Tozzi era chiuso e odorava  amaramente di terra, nella Manzini si schiarisce, si illumina sotto il segno di un asciutto grafismo stilistico.

La carriera di Gianna Manzini prosegue a gonfie vele: nel 1930 è l’unica donna scelta da Enrico Falqui e da Elio Vittorini per l’antologia Scrittori Nuovi, lascia il marito per trasferirsi a Roma con Falqui, con il quale fonda la rivista Prosa che ospita gli scritti di Virginia Woolf, Thomas Mann, Jean-Paul Sartre e Paul Valéry.
Incomincia per la Manzini a Roma anche una frivola  attività di cronista di moda, prima sul Giornale d’Italia, poi su il settimanale Oggi. Nel 1945 scrive una lettera all’Editore, lettera che segna il punto più alto dei suo lirismo estetico, nel 1953 conosce Pasolini e prepara un nuovo romanzo, La Sparviera che nel 1956 si aggiudica il Premio Viareggio. Il romanzo le cui pagine iniziali sono tra le più belle della letteratura del ‘900, narra della malattia polmonare che la Manzini aveva contratto da bambina e che l’accompagnerà fino alla morte. I fantasmi dell’infanzia sono presenti anche nel suo ultimo romanzo, Ritratto in piedi (1971), con il quale vince il Premio Campiello.

Gianna Manzini frequenta assiduamente il salotto letterario della sua amica pittrice Alis Levi, uno dei salotti letterari più importanti della seconda metà del secolo. In Album di ritratti Mondadori, 1964 la scrittrice dedica all’amica una delle sue pagine migliori.

La personalità della Manzini si è formata in una linea di interiore coerenza espressiva, su una tematica che esplora una zona segreta della nostra anima, in questo senso si può dire che ogni opera della scrittrice toscana sottointenda una sorta di diario intimo che scandaglia la solitudine morale. Fantasia fanciullesca, maturità, sapienti incastri narrativi, folgorazioni impressionistiche consentono al lettore di entrare di sfuggita, quasi come fosse un intruso nel mondo borghese della sua infanzia. Gianna Manzini è “un’artista” intuitiva, non persuasiva; gioca con notazioni di psicologia e biografia, dando vita ad una tecnica sostanzialmente “non narrativa” o meglio una narratività tutta scoperta e spiegata.

Anna Maria Ortese, solitaria sacerdotessa della scrittura

La solitaria e “antipatica” (come si definiva lei stessa) Anna Maria Ortese (Roma, 13 giugno 1914 – Rapallo, 9 marzo 1998) è stata una scrittrice di rara sincerità, forse è proprio per questo suo modo di essere che, quando era in vita, era poco ascoltata, e oggi quasi per nulla ricordata. Il suo vivere deliberatamente in solitudine e il suo carattere riservato che non si sposava affatto con la mondanità sono da considerare soprattutto in riferimento all’insofferenza della Ortese per i circoli letterari, le apparizioni in pubblico, le promozioni editoriali e i salotti culturali.

Questi aspetti (spesso noiosi) che fanno parte della vita di uno scrittore in realtà contribuiscono in buona parte al successo di un’opera, intendendo però qualsiasi opera, anche non di qualità se pensiamo soprattutto ai successi improvvisi ed effimeri di alcuni “scrittori” che utilizzano selvaggiamente il  web per promuoversi, nonché alla mediocrità di certi eventi letterari. Anna Maria Ortese avrebbe mal sopportato tutto questo ma bisogna anche ammettere che molte volte il carattere di uno scrittore ha determinato anche se poco la buona o cattiva riuscita di un libro da un punto di vista commerciale. Farsi conoscere quanto più è possibile se si ha talento non è certo un male e accusare sempre l’ambiente culturale, gli addetti ai lavori e gli accademici di fare ostruzionismo non del tutto realistico, sebbene nel caso della Ortese ciò abbia un fondo di verità.

La scrittrice romana è stata osteggiata inizialmente da una platea maschile di letterati criticata a sia volta dalla Ortese in Il silenzio della ragione,e  poi costretta a chiedere  di usufruire della Legge Bacchelli per sopravvivere alla miseria, condizione che oltre ad umiliare la persona umilia la letteratura stessa. Ma la Ortese ha saputo lottare con dignità, ma non facendo la rivoluzionaria, bensì rinnovandosi, nella forma e nella sostanza, lasciando parlare al suo posto i propri libri che mettono a nudo l’anima della scrittrice, nonostante ella non abbia mai voluto piacere per l’immagine che la rappresentava.

Ma come si “palesa” l’anima di Anna Maria Ortese?Cosa ci dicono le parole contenute nei suoi libri? Prima di tutto si percepisce uno stretto legame con realtà, quella realtà con la quale la scrittrice era sempre stata in polemica, ma anche un desiderio di giungere al bene, all’amore e alla giustizia. In bilico tra realismo e surrealismo che ricorda il realismo magico di Garcia Marquèz e di Bontempelli (che tenne a battesimo la scrittrice), la Ortese si contraddistingue per un potente autobiografismo lirico mai influenzato da canoni ideologici e poetici, partendo dalle esperienze dolorose.

Prendiamo in esame il libro Poveri e semplici del 1967, un meraviglioso racconto  di atmosfera da bohème, che si muove tra l’esistenzialistica e comunistica, un racconto fatto di tanti nomi e luoghi che trovano riscontro nella realtà e precisamente nella città di Milano, dove si svolge la vicenda. Qui, persino le discussioni politiche appaiono incerte, scivolando in chiacchiere di svago, tale aspetto insieme a ai personaggi che appaiono  scompaiono non sembrando affatto figure determinanti del racconto, rende Poveri e semplici un libro di incanto, di invenzione che però non sfocia nel sogno.

Anna Maria Ortese trasporta la realtà in una dimensione tutta sua come dimostra già uno dei suoi primissimi romanzi Angelici dolori, opera che trasuda patetismo sentimentale e istintivo realismo.

In Il mare non bagna Napoli la scrittrice trova un felice compromesso tra realtà e fantasia fotografando la meravigliosa confusione di una città particolare ed unica come Napoli cogliendone le più disparate e differenti voci affidandosi ad un’ agile scrittura “giornalistica”, in L’iguana l’autrice si lascia andare ad una fantasia carica di simbolismo. Ma l’opera più significativa della Ortese è senza dubbio Il porto di Toledo, romanzo che si aggroviglia giocosamente su molteplici dimensioni spazio-temporali.

Minor fortuna hanno i romanzi Il cappello piumato (1979), Il treno russo (1983) e In sonno e in veglia (1987). Ma gli ultimi anni riservano delle belle sorprese alla scrittrice: Il cardillo addolorato (1993) e Alonso e i visionari (1996), hanno un ottimo riscontro sia di pubblico che di critica. Successivamente pubblica  testi poetici come La luna che trascorre. Tra le ultime pubblicazioni, appare la riedizione del secondo libro della scrittrice, L’infanta sepolta, e la ristampa di due racconti giovanili raccolti in Il monaciello di Napoli (2001). Nel 1997 finalmente la giuria del premio Campiello le assegna il meritato riconoscimento alla carriera.

Alberto Arbasino, massimo interprete di Gadda

L’ingegnere in blu

Alberto Arbasino nasce a Voghera il 24 gennaio 1930 è scrittore, saggista, giornalista italiano, critico teatrale e musicale. Tra i protagonisti del Gruppo 63 , la sua produzione letteraria ha spaziato appunto dal romanzo alla saggistica. Definito l’enfant terrible dell’avanguardia letterario è anche giornalista di costume, critico teatrale e musicale, intellettuale. Si laurea in giurisprudenza e si specializza in diritto internazionale all’Università degli studi di Milano. Si fa conoscere al grande pubblico con alcuni scritti pubblicati su riviste importanti come <<L’illustrazione italiana>>, <<Officina e Paragone>> rivista questa che, nel 1955, pubblica uno dei suoi primi racconti, Destino d’estate” che racchiude già molto della sua tematica futura: la provincia italiana del periodo post-bellico chiusa nel suo mondo ristretto e la critica di una società pettegola e ristretta delle ville e dei salotti.

La sua carriera letteraria inizia con i reportage per il settimanale <<Il Mondo>> da Parigi e Londra, raccolti nei libri <<Parigi, o cara>> e <<Lettere da Londra>>. Importante anche la sua collaborazione con i quotidiani Il Giorno e Il corriere della sera e La Repubblica dove scrive con frequenza quasi settimanale per denunciare con lettere brevi ironiche e puntuali i mali della società italiana. Recentemente ha pubblicato con Feltrinelli Rap”! e Rap 2″ invettive poetiche e satire. Nel 2004 gli è stato assegnato il Premio Chiara alla carriera. Nel 2012 è stato insignito del Premio Scanno per la Letteratura. Nel 2013 riceve il Premio Campiello alla carriera. Nel corso del 1977 si è dedicato anche alla televisione conducendo su Rai 2 il programma Match. È stato anche deputato al Parlamento italiano come indipendente per il Partito Repubblicano Italiano fra il 1983 e il 1987.

Carlo Emilio Gadda

Grande estimatore di Emilio Gadda ne ha analizzato la scrittura in diversi saggi: Genius Loci”, in I nipotini dell’ingegnere” (1960), in Sessanta posizioni”,in L’ingegnere e i poeti”: “Colloquio con C. E. Gadda” e in L’ingegnere in blu”, con il quale ha vinto l’anti-premio Pen Club nel 2008. Contravviene ai canoni crociani e costituisce motivo di polemiche e di imbarazzo sia a destra che a sinistra come “I nipotini di Gadda” (una vera e propria categoria critica), ovvero Testori e Pasolini, che rifiutano lo status quo intellettuale e i cui personaggi delle loro opere hanno molte cose in comune gli uni con gli altri, in primis quella brama di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Come Gadda, Arbasino vive un isolamento, incomprensioni; sono delle pecore nere  da snobbare o osteggiare.

La sua penna è considerata espressionista per le descrizioni oniriche e deliranti ( si spiega la sua ammirazione nei confronti del visionario e nevrotico Gadda). Romanziere sperimentale, sofisticato costruisce infatti trame estremamente rarefatte, intermezzate da lunghe digressioni metaletterarie in diverse lingue; le  numerose opere si dividono tra romanzi nei quali vaga alla ricerca di mondi borghesi desiderosi di essere ritrovati e, i saggi nei quali la brillante vena critica e il suo pungente ritrattiamo esplode:

Giovanni Testori

Le piccole vacanze (1957) , L’Anonimo lombardo (1959), Fratelli d’Italia (1963), sono invece del 1964 La narcisata, in La narcisata e La controra: due storie romane e Certi romanzi; pubblicati nel 1966 sono: Grazie per le magnifiche rose, La maleducazione teatrale: strutturalismo e drammaturgia; Off-Off, (1968), Due orfanelle: Venezia e Firenze (1968); il romanzo Super Eliogabalo del 1969; Sessanta posizioni (1971), Il principe costante (1972), La bella di Lodi sempre del 1972, Prefazione a Franz von Bayros, Il giardino di Afrodite, Sugar (1973). Tutti del 1974 sono: Amate sponde: commedia italiana, Introduzione a Ivy Compton-Burnett, Più donne che uomini, Introduzione a Oscar Wilde, Salomé; Specchio delle mie brame;  Favole su favole: fiabe e leggende, tradotte, trascritte e trasformate da Alberto Arbasino e altri; premessa di Walter Pedullà, (1975),  Le interviste impossibili (1975) che contengono le interviste impossibili di Alberto Arbasino a Ludwig II di Baviera e Giovanni Pascoli. Dell’anno dopo sono le Nuove interviste impossibili con l’intervista immaginaria a Giacomo Puccini. E ancora Introduzione a Carlo Dossi, Vita di Alberto Pisani, Fantasmi italiani, Cooperativa scrittori (1977), In questo Stato è del 1978 come Luisa col vestito di carta. Presentazione a Jorge Luis Borges, Antologia personale (1979),  Un paese senza (1980), Trans-Pacific Express (1981), Matinee: un concerto di poesia (1983), Il meraviglioso, anzi (1985), I viaggi perduti (1986), La caduta dei tiranni (1990), Mekong (1994), Passeggiando tra i draghi addormentati (1997), Paesaggi italiani con zombi (1998); nel 1999 sono usciti Introduzione e scelta di Carlo Dossi e Saggio critico in Truman Capote; Le muse a Los Angeles (2000), Prefazione a Cesare Brandi, Budda sorride del 200 e Marescialle e libertini del 2004 con il quale vince il Premio Viareggio.  Dall’Ellade a Bisanzio (2006 ), La vita bassa e Su Correggio nel 2008. America amore nel 2011 e Pensieri selvaggi a Buenos Aires, nel 2012.

Pier Paolo Pasolini

Tra tutte le definizioni date sul critico, quella di Roberto Cotroneo è la più calzante: «Curiosissimo, poliedrico, osservatore del bel mondo, cronista mondano a suo modo, narratore incapace di pensare ai suoi libri come qualcosa di dato, di intoccabile. Ne sanno qualcosa alla Adelphi cosa voglia dire mandare in tipografia le bozze corrette da Arbasino. Vere e proprie riscritture di centinaia di pagine. Ha cancellato il tempo, avvicinando il passato e il presente, schiacciandoli in una dimensione stilistica scarnamente barocca. Continua a girare il mondo da un museo all’altro, da un concerto all’altro, come a perdersi in un tour intellettuale che non ha inizio e fine, a sublime disprezzo di un mondo di grammatiche perdute, di ignoranze indotte, di sciocchezzai ripresi ovunque. Compreso quello stracitato “signora mia”: giochetto diventato l’icona di tutte le volgarità del mondo».

Nessuno come Arbasino ha saputo raccontarci il fiammeggiante Gadda e la sua identità, il suo disagio che colmava con l’ironia, la sua angoscia esistenziale, le sue fissazioni, il suo sfuggire alla società e al mondo.

Indimenticabile il suo abbandono della cerimonia del premio letterario Boccaccio prima ancora della sua conclusione il 10 settembre 2011, affermando: “Sono qui da due giorni a sentire fanfaluche e convenevoli. Io questo premio non lo voglio, tenetevelo, me ne vado”. Abbiamo un vago motivo di credere che personalità come la sua farebbe non poca fatica in uno dei tanti  sterili e rissosi dibattiti televisivi di oggi.

Introduzione al Premio Campiello: breve storia

Esempio di come la forza dell’arte e della letteratura, in particolare, possa risiedere nel particolare rapporto tra lettori e autori è il Premio Campiello, che prende il nome dall’omonimo simbolo Culturale Veneziano. Nasce nel 1963 ad opera dell’impegno della famiglia Valeri  Manera, impegno che ben presto coinvolge l’intera società industriale del Veneto. Nello stesso anno, il premio riceve uno dei migliori battesimi possibili: a vincere il premio della prima edizione è il mirabile romanzo“La Tregua”, di Primo Levi.

Caratteristica peculiare del premio, come si diceva, è la particolare modalità attraverso la quale esso interagisce con i comuni lettori. In effetti, il primo intento dell’evento è sempre stato, a detta dei suoi ideatori, “creare nuovi lettori”; e quale modo migliore di lasciar scegliere ad essi il vincitore? Selezionare i cinque finalisti del concorso è responsabilità di una giuria tecnica preposta, ma a stabilire quale sia l’unica opera degna del Campiello è una selezione di 300 lettori, quanto più eterogenee e variegati
possibile. Tra alcuni dei maggiori vincitori ricordiamo:

Questa Specie d’amore” di Alberto Bevilacqua; L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone e altre numerose opere degne di novero, finanche al trasposto in versione cinematografica “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini.

Il Premio Campiello deve probabilmente la propria fama alla sua innovativa formula, che lascia trasparire la sincera fiducia con la quale esso intende coinvolgere sempre più lettori, lasciando alla loro sensibilità l’onore di erigere il podio.