Greimas, teorico della sintassi narrativa

Algirdas Julien Greimas linguista e semiologo lituano è uno dei padri della semiotica strutturale e teorico della “sintassi narrativa”.

Nato in Russia a Tula, da genitori lituani, Greimas studia legge in Lituania poi e Lettere in Francia. Affascinato dal Medio Evo si dedica a studi di dialettologia franco-provenzale conducendo un’ analisi nella regione alpina del Rodano alla ricerca della presenza di un substrato ligure pre-gallico.
Nel 1948 completa il dottorato di ricerca all’Università della Sorbona a Parigi con una tesi in lettere sul vocabolario della moda. Il lavoro è  ispirato dall’analisi lessicologica sincronica (o statica) di George Matoré, con il quale Greimas pubblica due articoli. Comincia la sua carriera accademica. Un anno dopo Greimas viene inviato come lettore all’Università di Alessandria d’Egitto, per insegnare storia della lingua francese. Qui conosce il critico letterario Roland Barthes di cui diviene un buon amico. La conoscenza di Barthes gli fa abbandonare progressivamente gli studi di lessicologia per concentrarsi su quelli della semantica.

A partire dagli studi di Georges Dumézil, Claude Lévi-Strauss e Maurice Merleau-Ponty, Greimas pubblica nel 1956 un saggio in cui postula, sulla base della lezione di Ferdinand de Saussure, un mondo strutturato e comprensibile nei significati condivisi. Il suo obiettivo diventa l’elaborazione di una metodologia unificante delle scienze sociali. Nel 1958 gli viene assegnata la cattedra di lingua e grammatica francese all’Università di Ankara, capitale della Turchia. Qui fonda con alcuni colleghi la Société d’étude de la langue française. Tornato in Francia insegna per la prima volta semantica strutturale al “Centro di linguistica quantitativa” di Parigi, all’Istituto Poincaré. L’anno 1966 Greimas vede la fondazione insieme a Roland Barthes e altri studiosi della rivista “Langages”. Lo scopo del progetto è indagare l’ insieme dei sistemi di significazione e di indigarli proprio come strutture relazionali gerarchizzate. L’ attività del critico è energica, continua fonda infatti il “Gruppo di ricerca semio-linguistica” (GRSL) presso la Scuola di alta formazione di Parigi sempre con la partecipazione di Barthes, di Claude Lévi-Strauss e del Collège de France. Tra i membri fondatori vi sono anche il critico cinematografico Christian Metz, il teorico della letteratura Gérard Genette, la filosofa e psicanalista Julia Kristeva ed il semiologo bulgaro Tzvetan Todorov.

Nel 1966 esce anche il suo capolavoro “Semantica strutturale” opera tradotta in sette lingue che conferma la sua rivoluzionaria e fondativa teroria. Nel 1970 Greimas viene nominato anche capo di una struttura creata in Italia: il Centro Internazionale di Semiotica e di Linguistica a Urbino.
Alla base della teoria semiotica del critico  vi è il concetto di attante, predendo in considerazione la funzione di Propp, ridefinendola: questa che prende il nome di Enunciato Narrativo è definita come una “relazione-funzione tra almeno due attanti” ovvero EN=R. L’attante è un concetto fondamentale definito da Coquet come il “pezzo forte del teatro semiotico”.Lo svillupo della sintassi narrativa, quindi, produce generalizzazioni partendo dall’enunciato elementare per cogliere la dimensione discorsiva, dalle forme più superficiali del testo a quelle più complesse riguardanti la semantica e la sintassi.
Tornando all’attante, Greimas individua tre coppie di categorie di attanti (“Semantica strutturale”): un attante Destinante/Destinatario, un attante Soggetto/Oggetto e un attante Aiutante/Opponente. In questo modo Greimas inscrive la descrizione delle strutture narrative dentro le teorie che formano il complesso apparato concettuale del discorso.
Nel 1979 pubblica con Joseph Courtès il famoso “Dizionario di Semiotica”. L’opera raccoglie la definizione di tutte le parole chiave della semiotica greimasiana che rimane a tutt’oggi il punto di riferimento per tutti gli studiosi di semiotica strutturale.

 

Il formalismo russo: l’importanza del linguaggio all’interno di un testo

Sviluppatosi tra il 1914 e il 1915 a Mosca e a Pietroburgo, il formalismo russo rappresenta un’importante ed influente scuola di critica letteraria, inizialmente coniato con intenti denigratori, in quanto volto ad indagare solo l’aspetto formale dell’opera letteraria, non avendo il linguaggio una funzione pratica. In questo senso la letteratura serve esclusivamente a mostrare le cose da un punto di vista diverso, senza badare al contenuto e alla dimensione metatestuale, anticipando cosi le istanze dello strutturalismo. Anzi, è l’artificio, la forma che genera il contenuto, ciò che rende letterario un testo non è la storia della cultura, ma il linguaggio.

I saggi “La Resurrezione della parola” di V. Šklovskij e “Dostoevskij e Gogol” di  Rozanov e J. N. Tynjanov a gettare le basi della scuola futurista che rivendica la funzione creativa della parola che esprime concetti puri. Aspetto centrale della riflessione dei formalisti russi è la contrapposizione tra fabula ed intreccio, la prima indica la storia cosi come è avvenuta, rispettando l’ordine cronologico, l’intreccio, al contrario, è uno degli strumenti più importanti della letteratura e riorganizza la fabula, la rielabora attraverso descrizioni , digressioni, anticipazioni.

Si riscontrano quindi nei testi il protagonista che deve superare molte avversità, l’antagonista, la proibizione, la trasgressione, la conseguenziale punizione  (colpa da espiare), l’estraniamento (concetto proprio di Tolstoj, quando gli avvenimenti non vengono chiamati con il loro nome ma è come se fossero visti e trattati per la prima volta) e di nuovo una trasgressione che porta ad una nuova punizione.

L’intreccio poi ha un “motivo”, come lo ha definito Tomashevsky, che può essere rappresentato da una singola azione; i motivi poi possono essere liberi e legati; i primi non sono essenziali ai fini della storia in sé, dovuti allo stile adottato dall’autore, mentre i secondi sono obbligatori, richiesti dalla storia.

Anche Propp nella sua “Morfologia della fiaba” si occupa  della scissione tra fabula ed intreccio, definendo il concetto di Funzione in riferimento ai personaggi, ovvero l’operato, le azioni del personaggio definite dall’autore stesso. Si distinguono cosi degli elementi variabili, come le caratteristiche fisiche , psicologiche , le qualità morali, gli aspetti caratteriali, e quelli invariabili, ovvero la funzione del personaggio stesso. Propp individua 31 funzioni che saranno poi analizzate anche dal filologo e critico Cesare Segre (la famosa analisi della novella del Decameron di Boccaccio, “Lisabetta da Messina”).

Se Propp ha fatto valere l’esigenza di conoscere l’oggetto fiaba in sé attraverso la morfologia individuando un certo numero di funzioni e le relazioni, la scuola di Bachtin analizza la struttura linguistica dei testi letterari, soffermandosi sulla loro natura ideologica in quanto segni sociali opponendosi quindi a linguisti come Saussure e alla  sua concezione astratta e sincronica della lingua. Secondo Bachtin poi tutto è dialogico, vista la pluralità dei significati.

 

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